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Informazioni su willyco

mescolo tempo e vita con passione e sono curioso, mi occupo più o meno di sviluppo territoriale compatibile con chi ci vive, annuso il presente. Difficilmente troverete recensioni di libri o di film tra queste note, anche i versi citati sono rari, perché mi piace la poesia come fatto personale. Ci saranno pochissimi giudizi, gran parte dello scrivere sono impressioni. Per le analisi sono noioso e lascio perdere. Non troverete un canovaccio prestabilito, ad altro è riservato questo luogo, di fatto è uno zibaldone del senso del mio tempo. Gran parte delle mie opinioni sono parziali, si basano su tesi affini e non assolute, sono verificate per quanto possibile, per voglia, per interesse. Ho dei principi basati anch'essi su un'etica appresa e rielaborata, su concetti di giusto e ingiusto che cercano di contemperare il desiderio con la realtà. Di mio ho aggiunto una sensibilità verso l'uomo, la sua carenza di protezione di fronte alla violenza, all'arroganza. Quindi mi muovo in un relativo che per parte piccola o grande è mio e per buona parte mi viene da ciò che ho appreso. Non insegnato, appreso, perché ho aggiunto una discreta propensione al rifiuto e alla libertà connessa. Quindi, traete voi le conclusioni perché tengo a poche cose per davvero e il resto è opinabile.

cortesie

Non bisognerebbe mai dare poesie agli amici, perché imbarazzano. Non sanno che dire e comunque difficilmente ci racconterebbero la verità del primo impatto; lo si sente dalle frasi troppo lunghe, dallo sfumare del giudizio.

Neppure testi lunghi, siano saggi o racconti, bisogna dare, perché costringerebbero a leggere e spesso, gli amici, hanno altro da fare.

Non bisognerebbe riempire le case di dipinti non richiesti, di fotografie non domandate. Bisognerebbe lasciar chiedere e se non viene chiesto è semplicemente perché non interessa. L’interesse è una dimensione della curiosità, in ogni rapporto d’amore c’è curiosità. E sopravalutazione di sé verso l’altro: ci si pensa un poco più importanti. Quando si chiede attenzione, ci si dovrebbe chiedere: noi abbiamo dato attenzione? Cosa fanno queste persone che credono di conoscerci? E cosa pensano del mondo, delle cose di cui discutiamo, ma soprattutto di quelle che evitiamo? Cosa pensano di noi, delle nostre fatiche, delle ambizioni malcelate, del tempo e degli interessi che usiamo’ Perché noi, un pensiero su di loro ce l’abbiamo e non ci hanno dato manoscritti, poesie, fotografie particolari. Ci hanno parlato di film, di libri letti, di sogni di un tempo, ma poi cos’è accaduto che ha mutato le traiettorie e le ha rese quelle che ci pare di conoscere?

Gli amici vanno lasciati stare, se chiedono si risponde, ma altrimenti meglio che si limitino ad essere veri.

 

 

segnali

Ci sono segnali inequivocabili: le cose cominciano a diventare difficili, le telefonate si attendono e non si fanno, quello che subentra è un dovere che prende il posto del piacere di un gesto gratuito. Si rimprovera una muta scarsa attenzione che giustifichi l’adombrarsi, il chiudersi.

Quante volte ha funzionsto questo meccanismo che sta sulla cresta di una decisione quasi presa. È la presa d’atto inconscia della trasformazione di qualcosa che era eccezione in normalità.

Ci si stufa. Sì, anche, ma di cosa?

E questo venir meno non è stato testimoniato da un dialogo via via  senza radici? La superficie del comunicare diventa frase fatta e poi silenzio, il non detto si accumula, finché si attende la mossa dell’altro e già un giudizio si è fatto strada: sono stanco, vorrei qualcosa che non c’è.

nostalgia

Avevo nostalgie improvvise, violente. Mi assaliva il possibile che non era stato per mia scelta.

Ne sentivo la colpa irredimibile e non emergeva il contesto, le condizioni di allora, la costrizione o ciò che aveva giustificato quel prendere una strada anziché l’altra, era il dolore per quella vita non vissuta che assaliva.

La nostalgia era il valore del tempo consumato altrove, non della distanza da qualcosa. E quel tempo sembrava meno utile e determinante per realizzare ciò che realmente ero. Questa era la nostalgia, ovvero la distanza da me stesso. Non dall’apparenza, ma dall’essenza. E ciò aveva comportato infinite conseguenze, nel sentire, nei rapporti, nell’amare, nello sviluppare le attitudini. Sapevo, come so, che ci si può solo approssimare, disvelare un poco per volta in un lavoro e in un colloquio dinamico di verità e fatto di conformità a sé. Sapevo, come so, che spesso ci si sbagliava e quello che appariva plausibile era una comoda scorciatoia per non assumere la strada più impervia, che c’era una fedeltà senza paura da mettere a fondamento della vita, perché solo questa eliminava incrostazioni e sovrastrutture.

Ciò che restava dopo aver ragionato su questa nostalgia, era la necessità di essere di più me stesso, di cercare a fondo l’essenza, e nel tempo attuale e prossimo, coltivare le passioni con le loro apparenti contraddizioni. Senza sconti, perché lo sconto lo facevo a cio che avrei potuto essere, togliendomi qualcosa. Le scelte potevano essere sbagliate, poco o tanto, e a questo serviva la misericordia operosa, ma dovevano assomigliarmi. Insomma essere benevoli serviva a posteriori, non prima di aver scelto di essere me stesso.

 

tirai fuori la bellezza

Un immenso torpore della ragione

investe e s’accumula,

genera indifferenza che sfocia’ in rabbie,

cieche furie senza oggetto,

ansie d’un nuovo chicchessia.

A che giova sembra dire il tempo:

rimetterò ordine e rovina,

fatti vostri e basta,

non coinvolgete la memoria, ve l’avevo detto.

E allora di me che dire ora?

Quando tirar fuori la bellezza dopo la notte,
e accogliere la luce,
dentro una rivoluzione fatta di cocci amorosi.

Star seduto intanto, nell’attesa d’un vento che risvegli

anche l’ultima cellula dispersa a noi,
che usiamo abitudini,
orecchie cieche e sguardi attoniti e improvvisi?
Di spirali di tempo, di questo ho speranza,

che il nuovo abbia la scintilla breve e fioca dell’umano.

E tra le ginocchia, intanto, raccogliere la testa,

il pensiero che si scuote e dissente

mentre piu d’altro desidera l’abbraccio

e dell’attimo il conseguente oblio.

nelle case calde e pensierose

Un sogno nero come la notte del cuore,

porte che si susseguono,

muri che assorbono gelosi il sentire e la luce,

e trattengono i sogni, le mute grida di nascite.

Ci sono stati litigi, poi pacificazioni inseminate di risate,
ma anche silenzi pesanti più della pietra,

e respiri che tenevano tra i denti parole ansiose d’essere dette.

Quante volte sarai ancora felice,

è stato sussurrato alla pelle,

ricorderai il luogo, l’ora, il calore che piano stempera nel sonno? 

Cosa ne rimane di ciò che dici perché sia duro nocciolo l’oblio,

e fulgida la sensazione d’aver vissuto?

Nelle case calde e pensierose, a volte, un naso si schiaccia sul vetro, 

gli occhi seguono il rincorrere di gocce che si confondono e ingrossano,

che sfociano in rivoli senza nome.

Un pensiero e un dito segue d’acqua una strada 

e poi torna a giocare felice.

 

caro noce

Oggi ti hanno tagliato. Hanno detto che eri morto a mezzo e diventavi pericoloso: alto com’eri, una sventata più forte ti poteva schiantare addosso a qualcosa o qualcuno. Non so se fosse vero, ma oggi le competenze sostituiscono troppo spesso le volontà e quasi sempre i desideri e così  prima hanno segato le tue braccia verso il cielo e poi, scendendo, il corpo, fino a un bel taglio netto alla base. Era vero che il cerchio perfetto dei tuoi anni era diviso in due, due toni di marrone che nel chiaro parlava della vita e nello scuro di ciò che eri stato e ancora eri. Sei venuto giù senza parlare, ti mancavano le foglie e i giardinieri erano abili. Un tonfo e un piccolo rimbalzo del peso importante che avevi accumulato, ripetuto per ogni pezzo che cadeva, finché nel largo raggio che occupavi, è rimasto il centro del tuo ceppo e il vuoto. Circolava l’aria. Non più gli uccelli che si sono fermati per 30 anni a cantare, non più le noci attorno che erano preda di piccoli mammiferi. Un vuoto. Mi avevi seguito dalla vecchia casa del centro storico. Eri nato da un noce maestoso e solitario che aveva riempito di frutti i nostri autunni. Noci piccole, molto dolci, che esigevano un impegno notevole per staccarle dal guscio. Mia nonna mi aveva insegnato a mangiare le noci fresche staccando la pellicina con le unghie, cosicché un pezzetto diventava una conquista, due noci occupavano un pomeriggio e si imparava la pazienza. Il terreno in cui il tuo genitore aveva affondato le radici era antico d’anni e d’uso. Si erano stratificati i millenni in quel posto e l’humus era venuto da innumerevoli stagioni. Il tuo illustre genitore riusciva a vedere oltre l’alta mura dei pii conservatori di santa Caterina, sentiva le voci delle monache e delle ragazze, che a noi arrivavano attutite, ne coglieva i ritmi e gli usi e di certo ne allietava la vista. Le radici scavavano in un suolo che era stato coltivato ben prima che la città diventasse parte della romanità e forse anche questo influiva sulla italicità che era connessa al nome, alla nobiltà del legno, alla forza del portamento e al donare dei frutti. Poteva permetterselo il tuo genitore di essere fiero e indomito. Oggi pensavo che non era mai stato colpito dal fulmine, che i rami erano rimasti integri e che quando ce n’eravamo andati, era ancora giovane e insieme maturo d’anni. Con te ho portato altri due fratelli. Ho questa piccola mania del portare con me piante nei traslochi, perché non li sento solo alberi o vecchi rosai, ma parole scambiate, ombre sotto cui ci si è fermati, profumo che riporta a persone, parole, fatti. Così di noci, allora giovani, ne portai tre con me. Tu fosti l’ultimo trapiantato e per due volte al fine di non perderti in un esproprio. Trovasti posto definitivamente nel luogo più importante del giardino. Sei cresciuto con allegria spavalda, anno dopo anno più alto sino a sovrastare di molto la casa, nel frattempo il tuo verde ha chiacchierato col rosa di ogni alba, hai chiuso la vista verso ciò che mutava e non doveva, hai guardato in casa senza starle troppo appresso e ne hai visto la molta gioia. Hai seguito i cambiamenti, sentite le voci e racchiuse in un tuo confine d’aria che era un abbraccio al cielo. Di questo e di moltissimo d’altro ti sono grato.  Di voi tre ormai è rimasto solo tuo fratello che è nel giardino del condominio. E’ alto e sano, i bambini sono diventati adulti giocando coni suoi frutti e spesso mangiandoli e hanno nuovi bambini che approfittano della sua ombra. Magari cercherò da una delle sue noci di trovarti un nipote da mettere al tuo posto. Servirà tempo, ma la tua famiglia ha sempre avuto un buon rapporto con il tempo. Grazie caro noce, mi mancherà la tua presenza, non il tuo ricordo, quello resta assieme a chi hai conosciuto e che insieme a me hai allietato. 

bottiglia con lettera

Ci sono cose profonde, importanti, di cui si vede solo traccia dissimulata nei nostri rapporti. Non tutti hanno l’abitudine al lamento e il lamento non racconta sempre la verità. Cerco di lamentarmi poco: lo trovo un chiedere senza comunicazione, un chiedere momentaneo che non muta le cose. Certo serve un salvagente, ogni tanto, servirebbe di più saper nuotare, ma non è questo che ci rende marinai e neppure ci salva per sempre la vita e l’umore.  E così faccio fatica a raccontarti il tempo, il luogo, il mutare rapido delle cose e la lentezza con cui invecchiano pensieri, sensazioni, sentimenti. Un racconto è un prendere e un lasciarsi prendere, un atto d’amore insomma, che da forma a quello che trabocca, lo mette a disposizione mentre, sotto sotto, esige che vi sia una corrispondenza. Ci si scrive per ricevere risposta, esattamente come quando ci si parla, e aggiungerei che vorremmo essere stupiti da ciò che ci arriva: il fascino dello sconosciuto, della rivelazione che unisce ancora di più.

Non so dove sei ora, ti immagino in luoghi che ho conosciuto e che di certo sono mutati, ma per la mia percezione sono quelli e tu c’eri,tra colline, fiori, molto verde, strade e muretti a secco. E poi pietre, persone, acqua, anni, speranze, risate. Tutto coagulato nel sentire che a un nome corrisponde a qualcosa: il vero e l’immaginato. È la logica degli schedari della memoria, a loro modo vivi perché  aggiungono e tolgono ma hanno bisogno di un coagulo che li raccolga. E pazienti, attendono, che li si usi per mettere assieme persone e luoghi prima che un passato comune. Se vuoi che ti racconti di ciò che sento, devo dirti  che qui le cose hanno cambiato sembiante, ciò che accade non è bello. Non è quello che vorrei. Si diffonde una cattiveria senza nome che cresce, si concentra su un nemico, che non sarà l’ultimo, e tutto quello che disturba le vite non si risolve, diventa la nebbia dello stare. Ci si chiede: come stai? Ma di cosa si parla davvero? Del momento, della salute, del benessere, non dei pensieri, dell’equilibrio, delle prospettive. Se non c’è freno alla cattiveria, non dovrebbero esserci freni al bene, ma esso è più flebile, individuale, non diviene mai una spinta collettiva. C’è un ghetto del bene tollerato, tale se non assume comportamenti eclatanti, se resta nei limiti della carità e non affronta il cambiamento, altrimenti diventa sfida e disordine. Rivoluzione. Pensa la rivoluzione del bene, ci accontentavamo di molto meno, ci bastava una legalità fatta di buon senso, che privilegiasse l’uomo, non servivano né santi né eroismi, bastava che le cose, i destini e le vite avessero un peso adeguato e una possibilità. Questo era il nostro ragionevole bene.

Non so come sia da te, penso che non sia uguale ovunque, lo spero, ma nuotare nell’acqua inquinata intossica la mente, la rende prigioniera del possibile e non libera di fare il giusto. Ho pensieri scuri che le mie letture alimentano. Non sono diventato più ecologista di un tempo, ma vedo la rapidità con cui le cose non durano, si guasta la percezione di una costanza nel tempo che sia più grande dell’accadere giornaliero. Un tempo c’erano le eccezioni e le regole ora le regole hanno il colore tetro dell’eccezione. Temo per l’avvenire della specie perché tutto ciò che viene fatto conduce in una direzione di disastri e allora penso ai nostri concetti di eternità, le generazioni raccontate, il susseguirsi delle vite, delle fatiche, della coscienza costruita con fatica dall’uomo e della comprensione che essa ha generato.  Più che il senso dell’eterno, mi sovvien il senso della storia e la sua fine progressiva per mano dell’uomo. E cosa può fare l’uomo senza l’eternità che non sia un divorare bulimico di ciò che ha a disposizione?

Nei luoghi dove un tempo vivevo c’era equilibrio, c’erano difficoltà che un agire stratificato in tradizione rendevano gestibili, non mancavano tutte le emozioni positive che punteggiano la vita degli uomini, che rendevano eleganti gli infiniti presenti: il persistere. Una sorta di semplice dna cosciente e instillato in ogni cosa, nell’uso, nella trasformazione, nella crescita. In questo leggevo il tuo legame con ciò che facevi, la terra da cui venivi, la lingua raccontata e goduta, il muoversi nel tempo secondo cadenze che assumevano più importanza del lavoro e della stessa ricchezza. Cercavi il benessere perché così ti era stato insegnato, con la lentezza che devono avere gli insegnamenti senza traumi.  Ci riconoscevamo perché anch’io avevo ricevuto gli stessi modi di vivere, naturalmente attualizzati nel mio territorio, nella cultura che amavo e amo. Ad esempio mi avevano insegnato a non augurare il male a nessuno, neppure ai nemici, perché quel male sarebbe tornato indietro. Dobbiamo cercare di star bene per nostro conto e regalarlo un poco di questo bene, diceva mia nonna, il male altrui non ci regala nulla ma prepara altro male. Eppure aveva vissuto due guerre, aveva perduto molto, persone importanti, reddito, ma non aveva mai smesso di pensare che si poteva star meglio se gli altri stavano bene. Questo è il tempo dell’invettiva, della codardia nell’affrontare il futuro con austerità benefica, nell’eccitare gli animi che andranno all’attacco, mentre intanto, attorno, tutto si sfarina, si deteriora, diventa veleno. Prima per le menti e poi per i corpi. Quanto andremo avanti in questa melassa di bugie, di movimenti senza ricordo? È tutto così in superficie e senza memoria che resta solo una vaga sensazione di essere da qualche parte. Quelli che appartengono hanno in testa un mito e una catena, non sanno dirti esattamente cosa sia la modernità, ma ti raccontano le loro paure e questo genera passioni senza freno di coscienza, polvere che viene assorbita dal presente successivo.

Mai come ora abbiamo potuto conoscere così tanto e mai come ora la conoscenza è declassata: o servile o inutile. Eppure tutti fidano sulla tecnologia perché sperano che essa risolverà i problemi che si rifiutano di capire e conoscere. Come affidarsi a un dio onnipotente che in realtà è solo una nostra proiezione d’inutile speranza. Certo qualcuno si salverà, ma il resto che fine farà e accetterà di essere estinto in nome del benessere di pochi? Nel momento in cui servirebbe più condivisione, più governo globale dei modi del consumare compaiono le spinte verso la separazione più netta. L’uomo si trasforma in orda. La geologia guarda indifferente. Allora se mi chiedessi come sto, dovrei dirti di questo, di come evolve il mio modo di percepire il mondo, di come sento si trasformano i rapporti tra persone e alla fine ti porrei una domanda: come si vive sull’orlo del tempo? 

Per questo mandare bottiglie vuote, ben tappate è esso stesso un messaggio, se ci rifletti è questo il pensarsi senza dire, non serve a molto ma prima o poi ci sarà un foglio che ha percorso le correnti del cuore prima che quelle dell’acqua. Ci saranno parole che vengono a noi eppure ci descrivono. A questo servono, anche, le lettere: a descrivere ciò che si è sentito e si sente, ciò che si vuole condividere. Ricordalo: dividere assieme, spartire con la speranza che una risposta arrivi. Che la serata sia buona e la notte amica. 

pensiero assurdo e banale

Mi chiedevo, era un pensiero assurdo e banale, se restasse una memoria nella forma che il corpo prima aveva riempito  o nell’aria che l’aveva immediatamente colmata. Se le particelle di noi che erano sublimate, i ferormoni spanti, la stessa polvere che si era staccata dagli abiti, se tutto questo e molto d’altro si fosse in qualche modo mantenuto con una propria identità prima di confondersi con il resto portato dal vento che colma le assenze. E se allo stesso modo, in maniera più duratura, le emozioni non avessero impregnato i muri più delle ombre controluce, se i mormorii dei sogni, le parole belle e sensuali avessero trovato qualche poroso anfratto in cui restare in traccia. E così le urla, il dolore, i sussurri, lo scoppio delle risa, persino gli sternuti e i colpi di tosse, tutte le manifestazioni di energie cinetiche, acustiche, olfattive, non avessero tenuto memoria sovrapposta di sé tanto da creare, degli uomini, degli animali, di tutto ciò che si muove e che non a torto chiamiamo vita, un substrato disponibile. E che in questo progressivo spalmarsi di pennellate dell’accadere ci fosse qualcosa che era profondo per età e per persistenza, una sorta di archetipo che si andava affinando in ogni luogo in cui eravamo stati e che in determinati posti, le camere da letto ad esempio, o i soggiorni e perché no le cucine o le anticamere, ci fosse una piccola spinta sussurrante che indicava la svolta a un sogno, la luce a un pensiero, il richiamo improvviso a un ricordo che era materia del fare.

Oh certo non mi lasciavo sedurre dal dejà vu, oppure da quei piccoli movimenti che solo la coda dell’occhio sembra poter cogliere e che testimonierebbero presenze in attesa di essere decifrate, piuttosto pensavo che sappiamo così poco dell’impalpabile, che gli atomi e le molecole hanno loro memorie e leggi che ricordano. Così mi pareva bello pensare che quando siamo stesi su di noi si stenda la vita, quella vissuta e pure quella che deriva dalle nostre profondità mal conosciute e che quasi mai esploriamo. Che essa ci parli perché è ben viva in noi e sia in grado di narrare cose che sembravano perdute alla percezione; che ci inviti a riflettere e capire quel noi, così negletto dalla banalità del ripetere, attuando una sorta di riassunto che ci indica chi siamo per davvero, quante possibilità abbiamo e cosa di noi è stato vissuto o lasciato a mezzo, per spingerci, prima di scivolare nel sogno che esso pure è continuazione di quel discorrere tra noi, a capire di più noi stessi. Poi ci penseranno l’aria, l’intonaco e le pietre a sussurrare qualcosa che renda storia il sonno.

Lo aveva compreso così il vecchio Freud quando stendeva i pazienti nel sommier e dietro loro ascoltava? Era questa, una sua embrionale comprensione che a seconda di come è messo il nostro baricentro rispetto alla gravità, diversi sono i pensieri e le possibilità che essi generano? Dei molti modi dello stare stesi, magari su un prato guardando nuvole ed erba ingigantita dalla vicinanza, oppure nel silenzio che segue una fatica lunga mentre il cuore ancora batte forte, o ancora in un treno che corre e sembra annullare ciò che c’era alla partenza nell’attesa dell’arrivo, o nel riposare ozioso del pomeriggio, nello star vicino dopo aver fatto all’amore, nell’intraprendere una lettura che preceda il sonno, in questi e in mille altri modi, il pensiero si stende con noi, pesca dal nostro profondo e da quello che sta attorno, ci invita ad ascoltare e parlandoci di cose che accadono, che sono accadute, che accadranno.

O forse no, non parlerà e si chiuderà in un silenzio che ci farà sentire più soli e temere di non comprendere appieno chi siamo. Dipenderà in piccola misura anche da noi, ma è bello pensare che di tutto ciò che con noi si muove resti traccia e scia e che tutta questa flebile, preziosa energia abbia un persistere che solo un poco ci riguarda: l’abbiamo generata, adesso farà come crede e da sola si muoverà nell’universo.

caro Raffaele

codicesociale su post lamentoso, visionario e politico

Leggo sempre con molto interesse i Suoi post, a dire il vero li trovo estremamente godibili quando parlano della vita, dei sentimenti in genere, piuttosto che quelli relativi a questioni di tipo politico-sociale.
In realtà noto il disperato tentativo, da parte di un Signore di sinistra di recuperare un’identità di un partito che ormai non ha assolutamente più nulla di sinistra, soltanto, come diceva qualcuno solo chiacchiere e distintivo, solo chiacchiere e distintivo…
Quindi lasciamoli morire in pace, occupano uno spazio vuoto, come gli scanni che hanno in parlamento; quello che hanno potuto dire e fare, l’hanno già dimostrato, incapaci, volgari, egoisti e presuntuosi; autoreferenziali come il Narciso che si specchia nel fiume, mediocri interpreti di una rappresentazione pirandelliana, servili rispetto al dio danaro.
Mi consenta un consiglio, in tutta umiltà: faccia come me, si metta dalla parte del torto, in attesa di un altro posto in cui mettersi, è molto più dignitoso!!!

Cordiali saluti
Raffaele

Caro Raffaele, anzitutto mi scuso a nome di WordPress che aveva messo il suo commento negli spam, invero in una compagnia allegra ma troppo faticosa per le performance sessuali richieste in più lingue, almeno per me che su questi temi preferisco la discrezione e la realtà. Ma veniamo alle sue parole che mi hanno colpito positivamente e fatto pensare. Mi sono chiesto da che parte sono e in cosa spero, che senso attribuisco ai miei gesti, ormai limitati, che direzione assuma il mio impegno.

Non nego la confusione, la speranza che si mescola con il vissuto, entrambe condizioni pericolose per l’analisi della realtà. In verità sono da molto tempo dalla parte del torto, se questa possa essere individuata nel restare pervicacemente in minoranza e nel non rinunciare a discutere, proporre, partecipare. Da quando me ne sono andato dal pd, partito che non avevo contribuito a fondare perché anche allora ero dalla parte di chi era contrario alla sua nascita, ciò che è accaduto in Italia e nel mondo, mi ha fatto riflettere assai sulla sinistra e sulle sue possibilità di futuro. Mi sono anche convinto che quanto accade in paesi in cui la sinistra ha ancora qualche presa, questo accada più per ragioni locali che per costanti universali. Quindi essere dalla parte che la realtà riserva non a chi la nega ma a chi si oppone ad essa, ovvero il torto, diventa una condizione naturale. Non spero nel pd, partito mai nato per davvero e luogo di legittime ambizioni politiche che però ben poco hanno a che fare con la parte che dovrebbe essere rappresentata da quel partito. Non mi ritrovo nella piccola sinistra che ha tentato di ritrovare gli smarriti nel bosco, senza capire che queste persone non avevano sospeso la fiducia ma l’avevano proprio tolta. Non mi riconosco nella mera testimonianza, negli atti dogmatici di fede che rimandano ad analisi molto condivisibili ma astratte da una realtà che potrebbe essere modificata solo con una rottura traumatica, ovvero una rivoluzione. E non vedo proprio chi abbia tempo e voglia di fare una rivoluzione egualitaria, solidale e portatrice di libertà in questo paese e in questa Europa. Potrei dire che chi ha ricordi è meglio stia a casa, frequenti il piacere delle sue passioni quiete e lasci che il mondo vada come meglio crede perché ogni impegno in fondo, è un atto di superbia e onnipotenza e mentre non muta nulla attorno lascia sempre meno energie. Ma senza l’impegno non esisterei, di questo me ne sono reso conto e come da tempo non penso di avere più una ragione universale, mi aggrappo a quelle piccole pratiche che attengono al noi, che vogliono più legalità, maggiore solidarietà, una libertà che non abbia altro limite che la legge e l’offesa dell’altro. Utopie, che mi riportano all’io. Strano vero che chi parla di noi, lo faccia in prima persona come se questo fosse un bisogno individuale e non una analisi applicabile alla collettività. 

Caro Raffaele, non ho verità, qualche principio a cui non rinuncio e alcuni ideali che non sono mai stati un peso. Non posso difendere un partito in cui non ci sono e nella mia condizione di “cane sciolto” non ho nulla di dogmatico a cui attaccarmi, capisco però che il mondo sta mutando. Rapidamente e in direzione imprevedibile. Servirà una bussola, una direzione nella quale muoversi proprio per essere, come lei diceva, dalla parte del torto. Ecco questa bussola la costruisco guardando e cercando il buono che emerge, le contraddizioni, in una parola, mi fido ancora dell’uomo come genere collettivo e penso che alcune condizioni siano ancora possibili perché esso si salvi da se stesso. Capisco che è poco, che il ragionamento è arruffato, ma avevo premessa la mia confusione e il non avere verità da spendere. Un tempo l’analisi della modernità era una buona prassi per interpretarla e cercare di guidarla, ora c’è un sentimento ambivalente che oscilla tra il luddismo e la fede illimitata nella tecnologia come risolutrice di ogni problema. Naturalmente tutto questo testimonia la grande confusione collettiva, la mancanza di guide che si preoccupino di un bene comune, ma se non ci fossero moltissime persone che ora sono insoddisfatte, che ritengono che capire venga prima del fare, che si cimentano con nuovi paradigmi, tutto sarebbe perduto. Ma io credo ci siano Raffaele, credo che siano contro e a favore di qualcos’altro e che non abbiano torto. Cerco di capire da loro, per l’egoismo di avere un senso in questa società.

E’ poco, me ne rendo conto, ma non saprei fare altrimenti. 

La ringrazio di cuore, la riflessione continuerà e avere qualcuno con cui parlare è davvero un regalo.

Roberto

fidare

C’è stato un tempo in cui si incontravano le parole, erano esatti pezzi d’incanto fatto di confidenza, intimità, fiducia, desiderio. Tutto poteva essere detto perché si annodava in un procedere assieme. No, non poteva esserci alcun male e quindi timore. Parole dette in attesa dell’amore o stesi dopo averlo fatto, guardando il soffitto per ascoltarne meglio il suono, erano parole sussurrate, criptate per orecchi estranei, inzuppate del senso infinito che solo un rapporto profondo può avere. Non di rado erano parole titubanti per la grandezza che contenevano, eppure coraggiose per il presente che scrivevano. Parole senza paura che aprivano porte, che innocenti affrontavano la verità senza timore. Parole dolci e appaganti che riempivano e stremavano di dolcezza. Parole trattenute, oppure sciolte in un silenzio sorridente, lasciando al corpo il compito di dire. Parole svergognate, felici di mostrarsi a quegli occhi che soli potevano vederle. Parole così intime che non si sarebbero dette a sé.

È un tempo che volendo si rinnova e di cui la parola è segnale del fidare e fidarsi.

Fidare ha un senso arduo quando, attorno, il potere cospira per esaltare la minaccia. Nessuno ne resta immune anche dentro le mura, perché sibila tra noi, mette inquietudine e fa tacere, mentre fidare è una riflessione che si abbandona, che mentre coglie il buono ha l’urgenza del raccontare. E in molti modi lo dice, con i linguaggi di tutti i sensi; così fidare è controcorrente, e fa bene anche su chi ci è vicino, rassicura e tiene assieme. Più stretti, con parole che raccontano ancora di noi e non solo dei suoni che stridono oltre le finestre. Certo è difficile cogliere la sfumatura che apre un uscio e non temere la luce, ma che saremmo noi senza le nostre verità sussurrate che diventano fare, azione, vita?