libera nos

Libera i nostri occhi dal calzino bianco nella scarpa nera, dai sandali col fantasmino, dai calzoncini al ginocchio e dalle loro  gambe bianchicce e magre.

Suggerisci la libertà della noncuranza elegante che allieta l’anima e il suo trasparire.

Fa che i corpi stiano bene negli abiti senza voler dimostrare nulla.

Lascia che i colori riposino nel pantone, che gli abiti lascino guardare i visi, che la bellezza trovi se stessa senza assomigliare a chi non è.

Difendici dai pois e dai quadri scozzesi messi nei posti sbagliati.

Tieni a bada i colori forti nelle città che si sciolgono e portali in vacanza verso il mare.

Fa che i cappelli siano sbarazzini e sobri.

Difendi l’estate dei nostri corpi dal cattivo gusto e toglici dal suscitar ridicolo in chi ci vede.

Fa che lasciamo tracce leggere con le nostre parole, perché esse, come alito, se profumano di menta e di fresco, rendono più bella la vicinanza.

 

pare che i pensieri siano in fondo piccole mail

Pare che di ciò che siamo, restino a noi le cose importanti. Che sia ciò che vive in noi, che siamo noi: difficile chiamarli ricordi. Così il bello che ci è stato dato cresce e diventa parte di ciò che si è, porta verso un sorriso, oppure a un moto di malinconia, ma vive e mai lascia indifferenti. 

Pare, ma non ne sono sicuro, che mentre ci preoccupiamo del momento, chi ci ama si preoccupi di noi. Senta la notte come assenza e il giorno come possibilità quando non ci siamo.

Pare, che se mettessimo in fila i pensieri, le gioie, e tutte le piccole conquiste che abbiamo fatto sin da quando ci siamo fermati per la prima volta su quel sorriso che ci sorrideva, queste e molto d’altro, annullerebbero ogni peso, ogni fallimento, ogni sconfitta che abbiamo subito restando noi stessi. In fondo non ci perdoniamo il tradimento di quel noi che abbiamo dentro, e che è l’unica cosa che possiamo donare. 

Pare, ma non ne sono sicuro, che qualche volta ci vogliamo bene, che ci curiamo non degli altri, ma di noi e che quando succede si riesca a ritrovare, tutti assieme, il bambino, il ragazzo, l’uomo che siamo stati e ancora siamo. E pare che tutto questo dia una grande forza e contentezza, e aiuti non poco, a vedere che si può andare avanti, perché è bello farlo. Magari solo a volte, magari per poco, ma è bello e si ripete.

che dire sull’attimo fuggente…

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Avevo 20 anni e non permetterò a nessuno di dire che questa è la più bella età della vita.

Paul Nizan

Sul vivere gli aforismi si sprecano. Una parte non piccola delle riflessioni incastonate tra facebook e altri media web sono perle di saggezza che ruotano sull’insoddisfazione generalizzata che sembra le vite si portino dietro. Hanno successo. Fanno bene per qualche nanosecondo, ma non insegnano niente perché ogni insegnamento è fatto di fatica, pelle tagliata, di scelte. Fanno bene perché ci fanno sentire in compagnia nell’insoddisfatto brusio delle vite attorno. E sono variazioni sul tema: vivere ogni giorno come se fosse l’ultimo, salvo poi sperare che la vita duri indefinitamente.

Ed io su questo vorrei proporre una piccola riflessione che non sia un proverbio, ossia il mettere da parte, il rimandare non è sbagliato in sé, è un posporre qualcosa che non s’intende affrontare. Ciascuno di noi sa perché non vuole affrontare nel momento ciò che sarebbe possibile. Anche una cosa piacevole si rimanda, questo vorrà pur dire qualcosa. Credo dipenda da una concezione del vivere che vuole avere tutto, che non si accontenta, e che però lo senta riprovevole. Ma questo non basta perché lo stimolo rimane e imporrebbe una scelta e quando questa si rifiuta, allora si rifà su altro, prende quello che ha a disposizione, lo muta e tramuta in simulacro, cerca di rivivere un tempo che non ha più. Ciò comporta la necessità di una giovinezza, cioè di una disponibilità infinita di tempo e la si colloca indipendentemente dall’età, nel presente, al posto del tempo proprio, delle proprie scelte nel momento, come si potesse riparare ciò che non è stato e rivivere anziché vivere.

Però non esiste una ricetta, ciascuno fa quello che gli viene meglio, attraverso oscuri meandri che scomodano il sado masochismo, che vivacchiano nella facilità delle abitudini, che colgono la contraddizione di ciò che è perbenismo, ma si adattano ad esso. In fondo è sempre più facile dire un sì piuttosto che un no, mentre vivere nel momento dà un significato univoco ai no e ai sì. Consoliamoci, anche il rivoluzionario ha una vita fatta di abitudini e fisiologie del corpo. Volendo dare la colpa a qualcuno, cioè togliendosene un poca sulle proprie scelte rimandate, possiamo dire che l’educazione gioca forte e il condizionamento sociale pure, in questa idea che il piacere si possa rimandare, che la vita sia dovere. E questo non distingue tra il pubblico e il privato, così ciò che è socialmente dovuto irrompe nella vita personale. Questo prescinde dall’età. Ma allora il processo di liberazione interiore è personale, solo noi possiamo decidere ciò che vogliamo fare di noi. Se tenerci un piacere, se vivere quando la vita accade oppure se rimandare ciò che vorremmo a un indefinito futuro, quando ci sarà il tempo delle decisioni e tutto sarà più libero e semplice. Non c’è giudizio in tutto ciò, ciascuno vive a suo modo; importante  è che si capisca che vivere bene è meglio che vivere male e che questo vale a 20 anni come a 80.

Che dire sull’attimo fuggente se non che fugge.

 

semplicità

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Semplice non è buono, ma fa bene. E quindi aiuta. Sulla terrazzetta il verde aumenta, chiede acqua e una piccola attenzione. Le aromatiche ringraziano. L’elicriso, la menta, il basilico si sporgono arditi e curiosi verso la piazza d’aria tra le case. Lavanda e timo, più contenuti, osservano. Il ribes nero cresce lentamente, le sue foglie verdi e forti, partecipano alla confusione di profumi. Eppure sono distinti, quando la notte, nell’innaffiare, passo la mano e me ne viene una nuvola intensa, che penso amica. Non come la seppia che schizza il suo nero, ma la risposta a una carezza col buono che si ha.

Il pomodoro cresce nei frutti, lascia sulle mani un odore forte, di verde sapore selvatico; l’ultimo cespo d’insalata si nasconde tra due piante di peperoncini piccanti, ciliegini, ora provocanti nel frutto rosso che avvampa. Oltre, i due girasoli crescono, il rosmarino per suo conto, il rafano potente, i piccoli garofani e qualche pianta grassa. I bulbi sonnecchiano assieme a due cespuglietti un po’ stenti di lantana.

La vita semplice è verde, l’avete mai notato? Ed è pure generosa perché restituisce molto più di quanto riceve. 

la sindrome di Rigoletto

Se ogni giorno e ogni notte, la moglie (ma vale allo stesso modo per chiunque, marito, amico, amante) avesse ricordato a Rigoletto che era gobbo, questi non avrebbe fatto con lei una bella figlia. Questo per dire che non basta dire agli altri dove sbagliano, quali sono le loro carenze, come li vorremmo: lo sanno. Quello che invece ci si scorda spesso, è come capire l’errore, come riparare ad una carenza, come vedere oltre l’apparenza e dare una speranza. Insomma come condividere una strada da percorrere più che guardare a quella già percorsa.

tempo proprio

Gran parte del nostro tempo cosciente lo cediamo ad altri. Per fortuna siamo fatti talmente bene (o male per l’economia di rapina) che il sonno e il sogno ci sono dovuti. E questa felice incoscienza dei ruoli e delle necessità ci riporta a noi. Ma oltre a questa necessità, ognuno sceglie dei momenti che contengono l’amore per sé. Se posso regalare, scialacquare il tempo del giorno, il risveglio e la notte devono essere miei. E sono due momenti diversi in cui mi conformo alle mie nature.

Per alcuni il dire d’avere più nature adombra la duplicità, l’essere più persone, insomma l’essere infidi per la prevedibile normalità. Per altri nature ricorda la nudità dell’assenza di obblighi. Preferisco la seconda anche se potrei vantare l’ esser nato sotto il segno dei gemelli, ma per me, sono i gemelli che mi rincorrono nei loro oroscopi, non io che ascolto loro. Il vaticinare individua la nostra natura, non il nostro futuro, esso è conseguenza d’ essa. Cioè noi siamo i nostri bisogni e desideri e quale momento migliore del mattino, quando il sogno ha ceduto alla luce per trovare l’attimo lungo della sospensione e della libertà?

Al mattino sono il profumo del mio caffè, il pane che si tosta, la luce che invade la stanza, i tetti che non cessano di piacermi, le rondini che volteggiano e riempiono la piazza d’aria tra le case. E sono i miei tempi lenti, la mezz’ora prima del necessario perché necessario è non avere fretta e così dev’essere la cura della mente e del corpo. Sono la prima musica e le prime parole, il pensiero che vaga e si sofferma, sono il preannuncio della giornata senza assillo. Sono l’attesa senza fretta, l’accadere nuovo, il boccone di pane imburrato che mi stupisce per la sua pienezza. Sono una parola scritta per non dimenticarla, sono tutto quello che ancora non è preso da altro. Insomma sono. Poi verrà la giornata, le corse, le telefonate, i chilometri, la stanchezza del ripetere, i problemi che se fossero facili non te li darebbero da affrontare.

Te li darebbe chi? Questo chi in realtà contiene anche me, la mia volontà, nel contratto in cui si presuppone la responsabilità, ma questo è un altro discorso. Farebbe parte della libertà, del contrarre tra eguali, e spesso si sceglie di non essere eguali. Voglio dire che la dignità nel lavorare, nel fare, è una educazione severa di sé, faticosa perché presuppone una serenità interiore che semplicemente fa dire di no quando serve. Ma questo è l’altra natura e al mattino non ci pensa. 

E neppure la sera ci pensa. Passa la giornata e arriva la notte e si ripete la magia del ritrovarmi intero. Intero significa corpo, sentire, anima, pensiero, tempo proprio e libertà di non avere obblighi. E’ il raccogliersi per la notte. E anche quando si veglia, la notte ci possiede e la possediamo, ciò significa che essa è uno spazio in cui siamo. La notte esalta ciò che manca e ciò che si ha, mette a confronto i desideri con la quiete, il bisogno con la regola interiore.

Siamo tutto questo: ossimori. Solo la parola sente la contraddizione dell’ossimoro, non noi, che abbiamo più nature, più età, più generi se non c’accontentiamo. La notte con i suoi silenzi, i rumori lontani, le abitudini che preparano il sonno (meglio sarebbe pensare che preparino il sogno ovvero l’altro da noi) ha per ognuno i suoi codici. Sfortunato colui che dorme e basta, sfortunato chi non conosce la zona tenue in cui si addensa il pensiero della saudade, sfortunato chi non conosce la soddisfazione dell’ultima riga letta e ripetuta prima che gli occhi si chiudano, sfortunato chi non ha un desiderio dolce, un pensiero che prende, una mancanza che attende. Poi il sonno e il sogno e di nuovo un mattino. Mai lo stesso, se lo si vuole, come il tempo. Il proprio tempo. Non quello ceduto espropriato, regalato, rubato, il proprio tempo, la propria possibilità, quella che nessuno potrà mai prenderci se noi non vogliamo. E ciò che di più alto possiamo donare senza alcun eroismo è proprio questa nostra quiete dedicata: un me per te.

A uno solo, due sarebbero troppo.

chi scrive non ha patria

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I libri sono vite. Per sentirli davvero bisogna vestirsene, guardare come stanno addosso, lasciare che entrino, entrando noi in loro. Oppure tenerli alla porta, ignorarli quel tanto, che si sentano incompresi. Cacciati o messi a posto, perché ci stanno bene distanti, su altri scaffali. Il ciarpame non manca e chi scrive cose utili a pochi, non di rado pensa d’essere il definitivo contributo ad una storia. Già, non possiamo condividere tutto, quello che scava davvero, lo fa prima con i polpastrelli, e non teme di ferirsi, poi passa alle unghie. Anche se oggi c’è un gusto dell’estremo che ottunde. Come prendersi a pugni sullo stomaco per saluto. Così, ed è un artificio non da poco, la paura del colpo, irrigidisce, fa perdere la sensibilità del toccare con leggerezza, e si attende  la botta successiva, a questo punto ben più importante del narrare, del sentire e delle sue sfumature.

Chi, come me, ha una pulsione verso i libri, acquisisce abitudini particolari, spigola e cerca di capire al volo. Ho la fortuna di potermi fare un’idea di ciò che acquisto in libreria e un angolo in cui leggere a salti. Se oltre alla curiosità del titolo, della terza di copertina, vedo che la storia comincia subito a sanguinare, mi chiedo se ne ho bisogno. Non per quieto vivere, ma per partecipazione, perché è necessario scegliere con chi stare, cosa indossare e sentire addosso. Se emerge il tutto forte, o peggio, il banale, caffeina e oppiacei in vena, lascio perdere, perché a me piace il caffè, l’aroma, il suo gusto lento e persistente, non il gesto del berlo e l’agitazione da eccesso.

Chi scrive in fondo è apolide, ha come patria la sua testa, ciò che vede e sente. Può star bene ovunque e da nessuna parte, in città come sotto una pergola. E sta bene ascoltando tra mille segni di comunicazione, ma anche parlando alle oche o al cane in campagna. Apolide è chi scrive, perché persegue la sua autosufficienza, e per scrivere ha bisogno che sia imperfetta e forte. In fondo è un ossimoro quando sente ed è ciò che sente. Se si spoglia dell’appartenenza come fine, diventa di tutti e possiamo indossarlo e sentirlo nostro, oltre i confini e le patrie. Oltre. Allora la parola ci prende per mano, si deposita in noi, e ci riveste. Poi continueremo ad essere noi stessi, ma un po’ differenti.

Anche più alti e intelligenti.

Così pare. A volte…

if ovvero un flow chart circolare

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Lei si era innamorata di un altro, all’inizio senz’ avvedersene.

O forse se ne avvide?

C’erano le circostanze, il caso fece il resto.

Lui disse ch’era già accaduto, ma prima s’era potuto rimediare. Adesso non c’era più nulla da fare.

Passò il tempo, neanche tanto, anzi poco. Forse per un simmetrico bisogno d’attenzione, anche lui s’innamorò di un’altra.

All’inizio senz’avvedersene.

O forse se ne avvide?

Si generarono dolori, qualcun altro ne fu sorpreso, in passato, gli pareva, d’aver potuto rimediare.

Gli sembrò d’essere quasi ucciso dal dolore e che solo ferire gli riportasse vita, ma poi si stancò d’essere senza luce, e cominciò a vedere il mondo che gli ruotava attorno.

Mentre il tempo scorreva, nuovi nodi s’erano allacciati. Vite, che sembravano squassate, ritrovarono abitudini conosciute.

Ma anche le altre vite, ch’erano apparse nuove, diventarono un po’ usate. 

Forse l’ urgenza ormai non era più tale.

Tutto sembrò acquietarsi perché ciò che sembrava forte, lo fu un po’ meno e quello che brillava, perse un poco la sua luce.

Così avvenne che pensieri, più o meno uguali, si formarono in teste che s’erano profondamente conosciute: nei grovigli di destini, un capo sempre fugge e disegna nuovi eventi.

E ricominciò l’attesa che il nuovo accadesse e la storia facesse finta di ripetersi.

Perché anche nell’abitudine allo star bene, la speranza ha sempre porte da cui uscire.

If, si disse, e cominciò a sognare.

la psicoanalisi del feng shui

Una premessa è doverosa, quanto segue è poco più di una sensazione, un’ubbia di cui tengo conto, ma non è definita nell’analisi, prendetela come un inizio di riflessione e magari passate ad altro. Mica m’offendo.

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Oltre alle persone, cos’è che fa di una casa, un luogo percepito come sentimentalmente caldo, come possibile contenitore di felicità?

Ho l’ idea che le case, i luoghi che una persona ha abitato abbiano -e conservino- una loro immagine di felicità o meno. Anche per chi abita dopo, resta qualche sensazione di chi ha abitato prima. C’è una differenza tra una casa nuova ed una abitata magari da molto tempo, da molte storie e molti rimaneggiamenti. Non voglio parlare di cose che sconfinano nell’esoterico, ma molto semplicemente già interessarsi a chi abitava precedentemente è un rendersi conto che quella casa, quelle stanze, sono state viste e sentite con altri occhi, altre sensazioni.  

I luoghi seguono nell’umore i loro abitanti, ovvero sono allegri o tristi o indifferenti, e questo non dipende solo dalle persone, e neppure solo dalla bellezza o dagli arredi. C’è un’ iterazione del tutto con noi che, inconsapevoli pupari, tiriamo i fili del nostro ben essere ovvero del suo contrario. Quindi almeno c’è una necessità di essere consapevoli che i luoghi ci possono influenzare e che “governarli” va verso lo star bene.

Ma da cosa dipende questa sensazione? Dal colore delle stanze? Dalla luminosità? Dalle cose che contenute?  Il fatto che quel luogo sia cresciuto con noi, che sia nostra immagine?

Quand’è che una casa, anche la nostra, diventa il posto dove rifugiarsi, ma non è automaticamente il benessere che vorremmo?

Se torniamo indietro nelle nostre vite e pensiamo alla casa dell’infanzia, alle sue stanze, come la sentiamo? Era generatrice di felicità oppure solo contenitore delle persone?

Con queste domande vorrei afferrare quello che interagisce con le persone, che porta la casa oltre la sua funzione di sicurezza ed espressione ed entra nella percezione di essere un posto in cui si sta bene. Trovo elementi fisici, che chi fabbrica complementi d’arredo conosce bene, ad esempio i colori chiari, pastello, che infondono serenità. L’abbondanza di luce che aiuta ad essere più positivi, a guardare fuori della casa stessa e di noi. I mobili che scegliamo e non subiamo, le cose che diventano una nostra estensione, quindi parte di ciò che sentiamo. Potrei continuare pensando che lo spazio fisico è comunque un contenitore di desideri realizzati o meno e che questo influenza il grado di soddisfazione e quindi di benessere. Ma tutto questo non basta a far dire che quel luogo sia il possibile contenitore della felicità. Ecco, io penso che una casa sia un insieme che interagisce con i suoi abitanti e che viene percepita come un luogo felice se viene riempita di condizioni di equilibrio, di dinamiche non aggressive, di desideri soddisfacibili, di comunicazione attiva.

Se vado indietro nelle case della mia infanzia ci sono parti che sento come luoghi del ben essere ed altri invece come negativi. Allora devo chiedermi quanto hanno influenzato quei luoghi, la mia famiglia, l’amore che è circolato. Ne nasce una psicoanalisi delle case e dei luoghi come contenitori di sensazioni e di decisioni, comunque non neutri, bensì interagenti. In qualche momento questo apprendistato a rapportarsi con i luoghi si è maturato e compiuto. A mio avviso è stato dopo che eravamo usciti di casa. Se si pensano i tempi dell’andarsene che coincidono poi, con un progetto di vita, la casa ne diviene espressione. Da allora noi ci misuriamo con le nostre famiglie d’origine, oltre che per amore,  per confronto su quello che abbiamo creato e quello che abbiamo ricevuto per costruirci come siamo. Man mano si procede con gli anni, si capiscono cose che un tempo ci hanno fatto male ed allora emerge il bene ricevuto, anche i luoghi vissuti distrattamente capiamo e sentiamo, ma in fondo se siamo diversi dai nostri genitori, se abitiamo in luoghi diversi, un motivo c’è ed è che ci siamo costruiti -ed abbiamo costruito- a partire da loro, anche materialmente, ma non siamo come loro. Se immaginiamo come sarebbero loro adesso al posto nostro, dove viviamo e come siamo, il confronto salta nella nostra testa: non li riconosciamo più. Od almeno lo spero, perché con tutto il giovanilismo che circola, il rischio di avere genitori e figli in competizione sul versante dell’età percepita, luoghi compresi, non è inusuale e così le categorie di confronto saltano, sostituite da una perenne comune adolescenza. 

Mi si può obbiettare che i luoghi siamo noi, che tutto viene riportato a noi e quindi che è fatuo cercare all’esterno ciò che già abbiamo, ma se anche questo fosse solo un sintomo, una traccia, perché trascurarla, perché non riconnetterla a ciò che si desidera, ovvero il ben essere e il ben stare?

Voler vivere bene ovunque modifica i luoghi, ma dove si permane li modifica di più, siamo esigenti e non è incidentale il fatto che un luogo venga sentito come desiderabile, positivo, caldo. Questa sua natura percepita dipenderà da come noi lo viviamo, in tutti i sensi.

 

a ciascuno il suo

A volte penso che i carichi, presi con grande insensatezza (la generosità è tale), siano eccessivi. Lo sono perché projettano un’ombra sul mondo, sul tempo, su ciò che si vede.

Ribellarsi per tutta la vita alla schiavitù delle cose, al loro ingerirsi nella vita, proprio per il senso del dovere che merita la funzione che ricopriamo, significa rispettare le regole, ma non impedirsi di vivere. Forse si cade in altre costrizioni; penso a me che, coltivando le mie passioncelle, ho direzionato la nave tenendo equilibri che poco c’entravano con una visione usuale del presente, del mondo. L’essere fuori in realtà non pesa, è una scelta. E’ il folle che non sceglie la sua follia, ma la diversità non è un marchio d’infamia tra gli eguali, è una specialità, un seguire il demone, o il sogno che questo produce. Il problema, per non pochi, è proprio quello di avere un sogno, di alimentarlo, di svegliarsi, fare, e poi nuovamente sognare.

Qualche giorno fa, altrove, parlavo del sogno come generatore di passioni, credo sia davvero così, ma non sopravvaluto le passioni, hanno troppa letteratura in questi tempi e modificano poco le vite collettive. Soffrono della stessa sopravvalutazione dell’emozione che diventa il modo per sgravarsi di obbiettivi più ampi e faticosi. Ma pur ridotte passioni, emozioni, hanno comunque bisogno di un flusso in cui manifestarsi, una sorta di recinto in cui possono eplicarsi, correre. E parlo di passioni che non sono la soddisfazione del desiderio, del giorno per giorno; no, parlo di ciò che si può mostrare senza tema, perché è in sè chiaro, parla della diversità e della sua continuità e così ha un ambito in cui confrontarsi. In fondo quando raccontiamo (una parola terribile, che non sopporto, è il continuo uso del termine narrazione), ci sono almeno due realtà che si uniscono, quella delle nostre urgenze interiori, quelle che ci fanno star bene o male, e quella delle urgenze esteriori, con la loro violenza e scarsa creanza.

Quando lascio che l’urgenza esteriore mi espropri da me, allora non ho più equilibrio, cerco ciecamente la medietà, il confondermi nell’essere eguale perché questo è rifugio, è riposo. Ma non posso permettere che l’esterno ammazzi la capacità di sognare, di generare passione; non posso permetterlo perché ne morirei in ciò che ho di vero e quello che rimarrebbe sarebbe poca cosa: un codice di regole banali.