Tutto quello che c’era prima è sotto scacco. Ciò non significa che la partita sia perduta ma che qualcosa si è inserito tra gli ingranaggi e modificherà abitudini, regole, socialità prima consolidate. Questo riguarderà anche la politica ma ancor più quella parte di noi che viene ceduta al sociale. Il presente è stato proposto come unico tempo delle vite e con la pandemia ci si è accorti che non bastava più; che il presente è il tempo del condannato e se non prepara il futuro, il suo svolgersi è un insieme di inquietudini. Abbiamo bisogno di avere punti interiori di riferimento che siano componenti condivise della società e questo a lungo fu il ruolo delle ideologie, ma esse sono cadute ed è rimasto solo il capitalismo e l’infinita corsa a prevalere. Questo sembra sia quello che si vorrà ricostruire anche dopo la pandemia, credo che adesso non basterà più. La Cina non è più una potenza sussidiaria di contadini che morivano a centinaia di milioni per un raccolto andato male, ma è una potenza globale che supererà gli Stati Uniti nel 2028 per tecnologia ed economia. La pandemia ha accelerato tutto e accorciato i tempi e la geografia del mondo sta mutando velocemente. Così le nostre nozioni, il nostro percepire rischia di essere guasto, andato a male perché riferito a un’idea di luoghi che non ci sono più. E se anche quello in cui abbiamo creduto si rivela senza luogo. Se la speranza cede e sembra non esservi più parte. Se le parole perdono significato e calore, cosa si può fare? Un enorme rivolgimento interiore ed esteriore, sta accadendo, e investirà l’uomo, la sua capacità di capirsi, il sentire e i sentimenti, i diritti, le libertà e la possibilità di avere una vita degna.
Rifugiarsi in qualche passione sostitutiva, provare sempre cose nuove perché il conosciuto in quanto non assoluto annoia, costruirsi castelli che proteggano dalle domande?
Molti di noi sono orfani non della propria gioventù ma dei sogni che essa ha generato e rinunciare definitivamente ad essi significherebbe rinunciare all’idea di uomo e di società che giustifica il lottare per vivere assieme. Lasciarsi andare, rinunciare in fondo é facile se non si è creduto abbastanza, più difficile disfarsi delle passioni, della volontà di cambiare il mondo che ci sta attorno. È il significato di questo mutare che ci differenzia, ma comunque è un muoversi verso qualcosa che sta dentro e fuori di noi e noi ne siamo protagonisti se consapevoli. Perché vi sarà, già c’è, uno scontro di idee su cosa sia l’uomo, su quali confini possono essere messi tra le libertà interiori e quelle esteriori. Su come questo agisca sulla qualità del vivere, sui sentimenti possibili. È un rivolgimento immane che ha molteplici risposte, dal chiudersi entro confini e rifiutare il mutamento che comunque avviene, sino al tentare di governarlo proponendo nuove idee e soprattutto dando realtà a quei tre principi di umanesimo che sono riassunti nella giustizia, libertà, solidarietà. A questo può essere aggiunta un’ urgenza che farà la differenza ovvero la lotta alle diseguaglianze e la salvezza del pianeta. Nessuno di questi pensieri è privo di una attuazione pratica, non sono principi vuoti, ma le basi su cui si può avere un governo del pianeta basato sull’umanesimo oppure una distopica realtà di pochi che schiavizzano in vari modi il resto dell’umanità.
La pandemia è lo specchio di tutte le nostre fragilità, l’entropia che sconvolge la nozione di tempo, in questa consapevolezza ciascuno può trovare un fine, un ruolo, un modo di essere e di sentire che distingue vinti e vincitori. Questa volta i vinti, per conservare l’umanità dovranno vincere, ecco la nuova ideologia: il futuro deve appartenere a tutti.
Buon anno e buoni anni di passioni forti e belle da vivere.
Hai detto, con una certa perentorietà: vivo nel presente. Come non ci fosse un passato che invece molto spesso appare nel vivere anche tuo e quindi ha un peso, e insieme a quel passato c’è un futuro da costruire. Aggrapparsi al presente è la condizione dei naufraghi, dei realisti senza sogni, quelli a cui qualcosa di importante è stato tolto, ma hanno il futuro e finché non disperano lo sanno. Lasciamo la disperazione a chi veramente non ha nulla e casomai diamogli una mano, togliendo la negatività di questa parola, naufraghi, e ricordando che si sono salvati e aspirano a tornare a qualcosa e vivere una vita. Si può vivere una vita fatta solo di presente? Credo di sì perché lo fanno in molti e pare si trovino bene, ma il presente è la realtà nuda e cruda, con le sue interpretazioni che non le tolgono la severità di una condizione da affrontare. Qui, subito, adesso. E c’è bisogno di futuro per quella triade, di fatica e di un’idea del mutare. Almeno un’idea. Chi si affida al fato non compie la volontà degli dei ma ne è prigioniero. Credo ci si convinca di essere realisti e in realtà la speranza, la voglia di cambiare sia sempre presente perché ben pochi possono dire che era questa la vita che avevano sognato.
Finisce un anno difficile. Era iniziato con qualche presagio di negatività ma sembrava che tutto potesse sistemarsi. Era accaduto altre volte che minacce endemiche si fossero affacciate alle vite di tutti, ma poi erano state confinate. C’erano stati contagiati e vittime, ma era in un altrove poco vicino, che non turbava troppo i sogni e la vita usuale. Poi pian piano si spegneva la minaccia e il suo ricordo con quella indifferenza che aumenta con il quadrato della distanza dagli eventi che non ci riguardano. Per troppo tempo siamo stati abituati che le cose gravi accadono agli altri, che in questa parte del mondo, pasciuta e veloce, le cose vengono respinte con facilità. Un pensiero arrogante sul dominio dell’intelligenza e la potenza della tecnologia ci accompagna. Anche ora la fiducia nella scienza le chiede di essere veloce, di togliere di mezzo le minacce ancora non ben comprese. E la scienza, le multinazionali del farmaco, lo fanno lasciando al poi e ad altri il compito di capire le ragioni della minaccia. A dire il vero i virologi da tempo ci parlano di queste forze che risvegliamo, ma finché tutto funziona sono poco amati profeti di sventura e sono convinto che non si sia ancora ben compreso che è la vita che facciamo tutti che non è in accordo con il mondo. Con ciò che vive e perfino con ciò che non ha vita.
Comunque in quest’anno, un riordino delle priorità è avvenuto naturalmente e mentre il futuro è scivolato in una nebbia densa, ciò che si muove intorno alle vite e dentro ai pensieri ha tutte le gamme dell’incomprensione. Voglio dire che c’è chi nega e chi non ne vede un’uscita, ma entrambi oscuramente vorrebbero una normalità che assomigliasse per quanto possibile a ciò che c’era prima. Sono pensieri banali, ma cosa non è banale nelle nostre vite che si ripetono, che corrono dietro a mode e miti, che si lasciano guidare consciamente da potenze crescenti che ci conoscono nel dettaglio e al tempo stesso pensiamo di essere liberi. Essere liberi senza fare lo sforzo di liberarsi, attribuendo al denaro e al potere la capacità di essere fuori dalle costrizioni e dalle piccole infelicità indotte o naturali. È accaduto molto in quest’anno che contraddiceva questo modo di pensare ma credo che ben poco, per ora sia transitato nella nostra volontà di mutare le vite per mutare priorità e destini. A dire il vero c’è una forza che non è soggetta, se non in parte, a tutto questo, ed è l’amore. Dovremmo però parlare anche dell’amore al tempo del virus, alle sue difficoltà per chi non è vicino, al suo svolgersi con una modalità che comunque tiene conto del futuro incerto. Comunque è dall’amore, dalla condivisione, dalla comprensione che dovremmo partire per capire sino a che punto vogliamo essere liberi, determinare le nostre vite, avere un nuovo rapporto con il mondo inanimato e con la nostra e le altre specie. Forse il termine felicità dev’essere ridefinito, e anche il benessere psico fisico ha componenti nuove. Questo esigerebbe un pensiero che oltrepassi il contingente, che si difenda e voglia superare la bufera ma al tempo stesso immagini come essere domani, quando tutto sarà più sicuro. Il mondo si riorganizza e riorganizzerà anche noi, allora quella parola abusata in passato, resilienza, potrebbe essere coniugata in altro modo e pensare che l’aspetto esteriore può tornare ad assomigliare al precedente ma che gli atomi, le molecole si sono disposte in modo differente e che nuove scale di priorità, nuovi diritti, un nuovo concetto di bene comune si fa strada negli uomini.
Pensando queste cose oso parlare di speranza, di attesa del futuro e del suo farsi e penso che i naufraghi abbiano una vita da ridisegnare. Questo pensiero è allegro, dà forza come tutte le cose che sono almeno in parte nuove e che ci fanno sentire nuovi. Vivere il presente, oggi, è capire ciò che accade e sulla base dell’esperienza e dell’intelligenza mutare ciò che è ripetizione di errori già fatti. E credo occorra una nuova consapevolezza e speranza comune, che dica che il tempo dell’egoismo spacciato per cura del sé è in difficoltà, che questo pianeta, questa nostra specie deve essere una sola cosa nel benessere reciproco. Il benessere del pianeta deve diventare il motore delle intelligenze, delle energie degli uomini e cambiare in meglio le vite.
Questi giorni di semi cattività sono stati giorni pieni, guardati in filigrana mentre si sta stesi sul divano e si osserva quella crepa sul soffitto, hanno un senso strano, un essere coperti di qualcosa dove sotto l’apparenza si nasconde un’irrequietezza, un timore che ci sia un pezzo che manca e che non ha nome. Ci sono stati e ci saranno, giorni vuoti e giorni pieni che s’assomigliano, ci saranno tempi in cui ciò che spinge a fare, non è mai abbastanza e sono quelli in cui esce un equilibrio inusitato fatto di corse e di arresti improvvisi, entrambi felici. Noi dovremmo lavorare in noi per costruire quei tempi nuovi, perché lì la vita si moltiplica e risplende. Si sono tolti i calendari vecchi, si sono messi i nuovi con la speranza che tutti quei giorni che contengono portino cose che fanno bene, ma dipenderà da noi. Questo ti auguro, che il tuo presente sia intriso di futuro e che quel futuro sia quello che vorresti o forse anche diverso ma che ti faccia comunque bene e lo faccia a tutti noi.
C’era un gioco, eravamo bambini pieni di stupore e d’inventiva, che veniva fatto con un “Gelosino”; un registratore che era quasi un simbolo di classe media nei regali di Natale. Un parallelepipedo marroncino con due bobinette che aveva un microfono e poteva registrare con un fruscio che sembrava un respiro e diventava parte delle conversazioni. Lasciandolo acceso, un amico d’allora, aveva registrato le conversazioni dei grandi e poi ce le aveva fatte ascoltare. Parole e fatti strani che non venivano detti davanti ai bambini ora erano spiattellati in un linguaggio inusitato. Ridacchiavamo nel sentire e nell’indovinare i proprietari delle voci, poi le parole ci colpivano e il parlare così aperto d’altri, che a noi stupiva, visto che veniva proibito di rivolgersi persino direttamente agli adulti non di famiglia. Era un gioco che ci divertì per quasi un pomeriggio prima d’essere scoperti ad ascoltare per l’ennesima volta le voci che venivano da quell’aggeggio misterioso. Forse eravamo troppo intenti e silenziosi per non essere presi, o forse volevamo farci scoprire in questo gioco così intimo, come accade agli amanti che dopo essersi nascosti a lungo fanno in modo che sia l’evidenza a dire ciò che da soli non direbbero mai. Comunque fu una bella strigliata per il mio amico che metteva gli affari di famiglia in piazza e il nastro fu immediatamente cancellato. Anzi fu proibito a me e a lui di parlarne con alcuno del contenuto. Un po’ ci sentivamo agenti segreti e mantenemmo il segreto, forse per una dozzina d’ore prima di parlarne con altri amichetti. Grandi risate e grandi segreti, soprattutto nei confronti dei figli di quelli che erano stati oggetto dei racconti più salaci.
C’ho ripensato tempo fa, riascoltando cassette incise in occasione di riunioni o anche di conversazioni che dovevano essere poi trascritte in verbali. E mi è parso così strano sentire come il linguaggio parlato sia più libero e sintatticamente privo di una pagina su cui scrivere. Come i silenzi, le interiezioni, le ripetizioni si inframmezzano nel discorso e come questo abbia la qualità di liberare oltre la sintassi anche il giudizio, la parola che eccede il significato. Come sia semplice parlar d’altri in presenza e in assenza e come emerga l’io, in questo dire che vorrebbe essere assoluto ed è invece così precario e infarcito di convenzioni, di modi di dire e di incertezze anche quando sembra essere assertivo od ordinatorio. Ho poi ascoltato la mia voce incisa quando pensavo che registrare fosse un buon modo per fermare i pensieri troppo veloci e poi ho trovato un esemplare di quelle che un tempo erano le segreterie telefoniche, quegli aggeggi che in fondo erano un registratore in cui chi non era in casa magari qualificava sé con un messaggio spiritoso e chi chiamava doveva raccogliere le idee per dire qualcosa di sensato e di esaustivo prima del beep che chiudeva la comunicazione. C’erano messaggi ancora incisi. Voci che davano appuntamenti, che chiedevano, esitando, d’essere richiamate, ma soprattutto persone. E allora ho pensato alla riva del mare, a come le onde portino una scia di piccoli rottami di ciò che s’annida negli abissi e lo dispongano davanti a noi a ricordare che molto è stato vivo, o aveva altra funzione, oppure semplicemente è arrivato da altre parti. E queste cose si dispongono secondo l’onda, per poi sparire, ma ci sono state con un esistere che non è passato, ed è la somma delle voci che si sono succedute anche nell’inanimato. E ci accade anche quando camminiamo in una foresta e il rumore sembra all’inizio solo quello dei nostri passi, oppure di notte nel deserto, sotto una tenda, e si sente la sabbia fluire dalle dune, o ancora quando guardiamo il soffitto insonni, nel buio e gli scricchiolii dei legni e della casa si mescolano con la sensazione d’aria smossa. E magari il pensiero va a chi c’è stato prima di noi, ha abitato, pensato, parlato tra quelle mura. Si racconta in qualche libro di semifantascienza che nulla in realtà si perde quando viene generato, che le voci delle cose o degli uomini, trasformate in onda divengono parte di questo universo e che questo sia un modo per conservare l’energia. Come un brusio di fondo che accompagna ogni nuovo generarsi. E allora ho pensato che forse così accade anche al sentire e ai sentimenti e che essi non si disperdano, come sa chi conserva fortemente il senso di un amore o di una persona conosciuta. Come vivessimo, noi immersi in un acquario d’onde e luci che hanno la capacità di combinare ciò che è stato con quello che c’è e ci sarà. E mi è sembrato che in questo essere mediatori del tempo, solo il conoscere di più, il sentire di più, ovvero il contrario di ciò che ci veniva insegnato, ci renda più ricchi, più immersi nell’universo e parte di esso.
Questo sentire che trascina in basso, non è niente, è una tua fantasia, un tassello che giocando hai perduto, ma non è niente. E non vivi come un animale perché la loro cura del restare assieme non conosci, non è niente e anche se fa male, è un male lieve, una scalfittura di memoria, un catalogo d’assenze. Davvero vorresti vivere nel silenzio, nei rumori lievi che giungono ovattati dai lontani marciapiedi, nell’ombra che s’allunga mentre per ricordare chiudi gli occhi? Lo sai che non è niente, neppure quando emerge ciò che manca, quello che mai farai, i desideri stropicciati e poi gettati ad attendere un giorno, una congiunzione d’astri che non è arrivata. Non è niente, passa, bevi, dormi, sogna e passa. Lo sai che le radici vanno oltre ciò che vedi, lo senti che un umore amaro si mescola col chiaro, e di tutto questo mettere assieme hai il privilegio, per questo non è niente. È un prezzo, ma si può pagare. Non è niente se pensi cambi e possa mutare, non è niente.
Con la fiaccola ben stretta nella mano generiamo sfere di luce, attonite presenze ci guardano per poi essere ricacciate nel buio, camminiamo e vediamo il piccolo tratto, le sue asperità mentre la direzione è un intuito dell’andare. Restano i desideri che vorrebbero colmare domande, ma senza un seme amoroso il vuoto sgretola certezze. Solo la passione per un poco ci salva, e oltre quella sfera di luce, indica un senso, un’attesa, un luogo perché tornare sia nostro come l’andare. E la parabola d’una torcia gettata nel buio genera il giorno.
Per la vigilia di Natale, dovunque fossi, comunque tornavo. Spesso stanco, con gli occhi e la testa ancora pieni di altri luoghi, aerei che tardavano, problemi irrisolti, ma tornavo. Anche mio Padre lo aveva sempre fatto, tornava dai suoi lavori troppo distanti da casa e l’antivigilia, la sera, sentivo il suo passo salire le scale, la delicatezza con cui apriva la porta, il poggiare il cappotto e la valigia, il sorriso mentre salutava. Poteva essere tardi, ma arrivava. Era una certezza che faceva bene e accentuava la magia di quei giorni in cui eravamo tutti assieme.
Nelle mie programmazioni di lavoro non accadeva spesso che viaggi lunghi o incontri, fossero ancora urgenti a dicembre, ma succedeva. Cercavo di fare le cose in fretta, di chiudere attività non necessarie, però non sempre era possibile. Di fatto i giorni in cui si fermava tutto erano quelli che seguivano il Natale fino ai primi dell’anno, forse per questo alcune urgenze presunte o incontri indifferibili, venivano sollecitati prima. MI sembravano forzature e le subivo con un fastidio che mobilitava la pazienza, ma sul rientro alla vigilia ero inflessibile. MI sono accorto molti anni dopo, quando mio Padre non c’era più che quel tornare aveva un senso profondo e ho pensato che forse era un sentire comune che condividevamo pur tanti anni dopo. Credo fossimo attratti da qualcosa che non era sempre ripetibile: la nostra famiglia unita e strana si trovava ancora più presente a Natale. Non è mai mancato nulla: ci sono stati tutti i riti che hanno reso particolari quei giorni che diventavano il giorno della festa. Prima fra tutte la vicinanza e l’amore, poi i gesti, le letterine sotto il piatto e la poesia recitata, le stoviglie della festa, la tovaglia di lino bianchissima, il calore che faceva gocciolare i vetri, l’albero luccicante nell’angolo con i doni ben avvolti in quelle carte colorate con grandi fiocchi, che già erano regalo.
Mio Padre tornava da luoghi di fatica dove il Natale era una festa che si consumava in fretta, magari a turni di presenza. Tornava da locande in cui dormiva e consumava pasti anonimi, piccoli paesi in posti isolati dove al più Natale era un giorno che assomigliava a una domenica fuori calendario e i proprietari sbuffavano perché perdevano qualche giorno di pensione da parte degli ospiti. Per me, molto dopo, erano altri anni e tornavo da luoghi che riempivano di luci il centro della città in cui ero, che assiepavano bancarelle di dolci nei mercatini. In quel passar d’anni il giorno era già mutato, diventato opulento, con nuovi riti ed era uguale e diverso dovunque fossi. Uguale nelle luci, nelle strade, nel calore che veniva dalle porte sempre aperte dei negozi, dall’atrio dell’albergo con il grande albero e negli auguri dei portieri e degli inservienti. Era uguale nelle strade attorno, nei regali portati con passo sorridente da uomini e donne incappottate, già vestiti quasi da festa. C’erano pochi anziani, molti poveri per strada. Era come da noi, e chi acquistava sembrava felice di poter fare festa. Se guardavo attentamente le persone m’accorgevo che chi comprava apparteneva a quella fascia d’età in cui ancora tutto accade. Insomma sembrava che la festa fosse uguale a quella che viveva la mia città, anche se c’erano abitudini diverse a fare la differenza: le musiche per strada, gli stessi abiti e soprattutto le tradizioni di cui toccavo la novità. E c’era un cibo particolare per l’antivigilia, oppure i dolci che avrei portato a casa, riti che non coincidevano, come le lingue parlate, però tutto sembrava convergere in una necessità di stare assieme tra persone che si volevano bene o almeno si conoscevano profondamente. Anche le case sembravano differenti da quelle delle mie strade, più piccole, con balconi e stili diversi ma era la stessa luce che illuminava famiglie raccolte per la cena e così le chiese che già avevano il presepe e gli addobbi che sarebbero serviti per la messa di mezzanotte. Tutto metteva l’urgenza di tornare.
Mio Padre arrivava almeno due giorni prima, c’era una cura che le donne di casa riservavano alla sua fatica e che esigeva tempo, per ritrovare la diversità di una vita più calma, senza pesi e impegni a cui pensare. Il vestito grigio, dalla stoffa morbida e calda, ben stirato, la camicia di seta per la mattina della vigilia, la cravatta e la sciarpa color cammello da lasciare slacciata sul cappotto, come a prevedere un improvviso accesso di freddo. Il tutto nella luce di mezza mattina. Era importante quella luce per incontrare gli amici di una vita, nel centro della nostra piccola città, perché era un ritrovare persone e luoghi con la tranquillità di non avere fretta. Anche questo ho capito dopo: la luce, l’amicizia che dura, i saluti che mi sembravano sempre così calorosi tra uomini, il fatto che mi coccolassero e chiedessero di mio fratello se non c’era. E poi il parlare e il sorridere spesso, mettendo nei discorsi altri amici, altre storie che non conoscevo. A questo serviva il giorno della vigilia, a rimettere a posto le cose che contavano, apparecchiare la festa. Il pranzo della vigilia era già particolare, i bigoi in salsa e il bisato, Spaghetti riservati a quelle occasioni, che avrei rivisto al venerdì di Pasqua, strani nel colore bruno, nella ruvidezza e dimensione, conditi con quel sugo fatto di sarde sotto sale sciolte con la cipolla tagliata sottilissima. L’anguilla poteva essere cotta in vari modi ma non mancava mai di affogare nella polenta bianca.
Tutto si svolgeva come un rito, anche il pomeriggio che scorreva tranquillo. La stufa economica in cucina aveva i cerchi rossi di calore e i bolliti riempivano di vapore la stanza con un affaccendarsi quieto delle due donne di casa, che parlottavano tra loro di segreti che evidentemente ci erano preclusi. Poi ci sarebbe stata la messa a mezzanotte, i canti natalizi nella chiesa e un tornare assonnato verso casa nel freddo che pungeva sotto i cappotti. Quand’ero piccolo, qualcuno mi portava in braccio perché m’addormentavo prima dell’uscita dalla chiesa e mi trovavo la mattina dopo nel letto con le lenzuola che profumavano di sapone e la cioccolata fumante d’aroma con i biscotti che veniva portata, solo per quel giorno, a letto. Era anche questo un rito di casa che riguardava mio padre e noi ragazzi, come a sottolineare sia la cura che l’eccezionalità del giorno. Poi ci sarebbero stati i regali, il pranzo particolare e interminabile per la poesia recitata, le promesse da fare, l’attesa del dolce, e quel conversare che non aveva né fretta né tempo e sfociava nel pomeriggio inoltrato. Sarebbe venuta la sera e la certezza che il giorno dopo sarebbe stata ancora festa, ma minore e senza lo splendore dell’attesa. Però avevo un giocattolo nuovo e questo avrebbe accompagnato fantasie da inventare sul momento, in un angolo di casa tutto mio dove solo il gioco avrebbe posseduto il tempo.
Tornavo a casa in tempo per fare l’albero, con i doni già acquistati nei giorni precedenti, ma il dono più grande era essere a casa. Avevo il viaggio per prepararmi, per lasciar cadere le stanchezze, per ritrovare il rapporto con le persone che erano la presenza forte nella vita. Avrei ritrovato chi non era un biglietto d’auguri, sentito la casa, riconosciuta la città. Sentivo che Natale era un giorno speciale, che anche per chi si voleva bene era un giorno che aveva un’unicità particolare, perché ci sono cose che sono più uniche di altre e le chiamiamo magiche. E i bambini questa magia la sentono perché la lasciano affiorare, la vivono ed è attesa, felicità che deve arrivare, disposizione dell’animo verso un giorno che si carica di significati. Non importa quali perché la magia è la capacità di stupire se stessi prima che gli altri, accettare come naturale il nuovo e vederne la meraviglia. E tutto questo condividerlo senza limiti in una dimensione che mette accanto le persone importanti, care, quelle che capiscono oltre le parole, i gesti, gli stessi silenzi e accolgono. La magia che abbiamo dentro può essere il ricordo di qualcosa che si è perduto oppure la certezza che essa si nasconda da qualche parte in noi e che solo con l’innocenza possa emergere. L’innocenza del fidarsi dell’amore e dell’essere amati. Questa è la magia che abbiamo e che ha in sé una nascita che si ripete perché l’amore si ripete ed è diverso, nuovo e meraviglioso. Il fatto che accada a Natale o in qualsiasi giorno dell’anno dipende da noi.
Dipendeva da me che tornavo e che ora capivo mio Padre, capivo il suo quieto lasciarsi andare alle persone che voleva ritrovare, il tornare a casa per essere quello che era senza un ruolo. Essere se stesso con la vita che aveva costruito, solo felice di essere con noi.
Ma non basterà la vita per trovarli tutti e questo mi rende più forte.
Parlo di chi riduce e tralascia, sceglie la via facile.
Si pensa compiuto e corrispondente a ciò che è: un groppo di desideri da spendere.
Potrebbe fare cose grandi e lo sa, ma si ferma, preferisce altro. Oppure non gli interessa di saperlo. E si ferma. Ciò che desidera è più importante del futuro, è l’adesso che lo soddisfa.
Verrà il tempo dei sospiri verso l’alto, o verso terra, perché il pensiero di sé non è soddisfatto: allora ciò che si è perduto sembrerà assoluto.
Mentre esiste un guardare innanzi che è ancora tutto nuovo e se lo si accoglie, è una nascita.
Tra piccole passioni, ricerche strane mi perdevo. Su tavoloni di massiccio castagno biondo mi venivano consegnati libri antichi da consultare, faldoni di documenti pieni di carte spesse ingiallite e scritte con inchiostri forti. Il profumo della carta si mescolava alla polvere e sentivo un ricongiungere anni e uomini trascorsi, dimenticati, che avevano lasciato tracce di vita e pensieri prima che di un lavoro. Questo mi stupiva, ovvero che lavoro e poteri, importanza, patrimoni si fossero cancellati, mentre restava traccia di cose importanti ma minute e che questo fosse tutto quello che testimonia a continuità e vite. Non viviamo a singulti rappresentati da ciò che siamo in un tempo che inizia e finisce con noi, ma c’è altro che prosegue. Questo ho capito in quella giovinezza strana dove tra ciò che si doveva apprendere e il piacere, c’era la stessa distinzione tra una vita irregimentata ed una libera. Forse per questo mi ribellavo in silenzio e la mente scappava ovunque, non si soffermava se non il necessario per comprendere ciò che assicurava una sufficienza. E spesso nemmeno quella. Era questione d’intelligenza, di volontà carenti? Forse, anche. Certo che l’attitudine pesava e procedeva a dissipare le giornate senza alcun ritegno, quasi con una gioia libera passata in quei luoghi strani o camminando per strade desuete, ma quel tempo lo pagavo alla sera e prendeva alla gola la sera e strozzava d’insofferenza e di colpa. Capire che tutto ciò era sbagliato era quasi naturale, ma non resisteva a quell’andare controcorrente. Quando si sta male per un dovere non assolto diviene logico pensare che ci siano altri, che le cose si condividano anche nel negativo: una società sbagliata e un individuo inadatto. Mi veniva da pensare così. È andata bene, si poteva finire in qualcuna di quelle istituzioni che volevano fare il tuo bene distruggendoti. E allora se penso troppo al molto che ho perso per strada, cerco di accettare la stranezza e costruire il molto che aspetta. Anche perché non si reggerebbe il peso di uno sbaglio continuo se esso non fosse indole. Questo consola e così il sonno non si perde del tutto.
Per trovare le tracce degli anni passati, occorrerebbero dita sottili, sensibili come quelle intente dei bambini che cercano tra le cose e sfogliano con curiosità. Scrutano il lento depositarsi dell’accadere e per quelle ditaocchi è tutto nuovo e allegro questo succedersi di fatti e meraviglie. Non hanno, come noi, l’astuzia che recuperiamo dal Tom di Twain mentre dipinge la staccionata della zia e osserva il colore che si sovrappone prima di vendere il lavoro al migliore offerente. E neppure soccorre la malinconica ricerca di un passo che ormai vaga nel libro, visto che non si trova nel capitolo giusto e lascia un vuoto che ci giudica, mentre i ricordi ballano ritmi d’un tempo che non conosciamo più. Anche se i piedi si muovono, la mano si porta al ventre e la schiena si raddrizza, la musica è fatta di colori più che d’armonia e ciò che è stato necessario si confonde con le scelte. Esattamente come accade in uno spartito, ma qual era la musica che si era scritta allora? Malamud mette il passato come somma di presenti, come volontà bisbigliante, nel retrobottega assieme al commesso e ai suoi sogni che diventeranno necessità per la figlia del padrone. Si è creduto di poter essere tutto, si è imitato e si è stati originali, ma poi si è scritta una storia passando dalla libertà verso piccole costrizioni che determinavano scelte e realtà. S’è scritto un libro dove le passioni hanno giocato alla grande, hanno fatto correre il cuore e i pensieri, prima d’adagiarsi per riflettere. Lo spirito degli anni futuri questo chiede: fermarsi per riflettere, guardarsi con bonomia e tollerare allegramente che molto si dissolva in un nuovo che ancora non conosciamo, ma che vogliamo benevolo e allegro quanto basta per aver voglia di scrivere e scegliere ancora. Vogliamo sogni nuovi di zecca e il profumo della carta e dell’inchiostro di quando eravamo bambini. Vogliamo l’accennare dei sorrisi che promettono assieme alla realtà di ciò che mette insieme parole e baci. Insomma una realtà per spiriti che hanno sperimentato la cecità di chi era vicino e la speranza perduta tra appuntamenti mancati. Non è così che le tante Helen dell’America alla fine scelgono chi non avevano visto sino a quel momento? E di questo depositare d’anni il vecchio Scrooge di Dickens non conosceva bene il freddo effetto eppure non ci badava troppo sino alla rivelazione di un sogno che mentre lo minaccia gli promette caldo e futuro più sereno? Basta fare qualcosa che sia davvero nuovo e scriverlo dentro di sé. Ma noi che abbiamo Natali e ricordi che si confondono, nevi che ormai sono nell’aria, corse e palpitare di speranze che allora annullavano ogni dovere. Noi che ci siamo messi a ricordare e abbiamo smesso subito perché il ricordo è un veleno che non fa crescere nulla se non la consapevolezza. Noi che vorremmo essere nuovi e inconsapevoli, immemori e memori creativi. Per noi lo spirito degli anni che verranno regga la luce, ci mostri il leggero e ciò che appesantisce, ci permetta di tenere il buono, il mediocre e il possibile e lasci che il resto diventi polvere e fatica per la mente che non ha più voglia di sbagliare troppo. Solo il giusto errare, quello che serve per imparare e che rende sottili le dita che sfogliano gli anni passati e strappano lacrime e sorrisi, mescolati a ciò che s’è vissuto e che vuol ancora vivere con noi.
Ciò che ci rappresenta ci precede, perché non siamo mai perfettamente allineati tra una realtà che ci strattona e un io che fatica a riconoscersi.
Tu l’hai fatto e sei stata mirabile. Mirabile è una parola che solleva lo sguardo, senza mani addita e consola, ha la materia dei desideri sereni, il bacio sfiorato della bellezza, suscita speranze senza invidia. Mirabile è ciò che coincide e non era conosciuto, solo c’attendeva per essere disvelato, unica sorte di desiderio che non s’appaga per questo profondo e simile alla pulsione. E ancora torna una parola che fa battere il cuore, che solo quando non è cieca, coincide con esso e riempie della scienza gaia di sé.