è ora di mettere lane e colori per l’anima

Il pensiero del freddo, prende lento il campo. A pennellate larghe d’azzurro, oggi nel cielo terso con il sole.  Stanotte era una luna nitida, dai contorni stagliati tra stelle. Morbida luce bianca di bellezza algida ed indifferente. Poi il giorno ed il sole, caldo e senza promesse: scalda a termine, fino al ciglio della notte.

Lascio definitivamente il pensiero dell’estate, in fondo è stato un regalo cullato nella consapevolezza della ciclicità del tempo. Lo so che il tempo lineare ferisce, mentre quello circolare è solido, lenitivo, con speranze certe e concrete. Ci racconta che si ritroverà la bellezza se la cogliamo ogni giorno in quello che ci viene offerto. Anche in ciò che non si ama. M’affeziono al tempo circolare che fa irrompere la natura in noi, che promette ciò che manterrà, che tornerà il caldo, il nuovo che ha piedi sull’antico solido che si ripete, ma non è mai eguale.

Ora è il tempo dei colori dell’aria, delle pennellate dense che trascolorano nel blù, ma non disdegnano il grigio. Ier sera un rosa giallo colorava nubi grigie, poi le nuvole se ne sono andate ed il nero della notte è sembrato annullare ciò che stava attorno. Sembrava il predominio dell’artificiale, degli stop rossi delle auto, delle luci gialle al sodio per pozze di luce nei marciapiedi, delle lampade inutili in strade deserte, ma è bastato attendere la calma della cena e poi della notte piena perché la luna rifulgesse e rendesse tutto meno importante.

La bellezza ha una sua ragione interiore, non ha bisogno d’essere riconosciuta, si offre e trova in sé la sua spiegazione. Questa è l’indifferenza della bellezza della natura, forse la stessa che nel nostro profondo non vogliamo indagare, paurosi che un suo riconoscimento ci renda soli, autosufficienti, mentre vogliamo il calore dell’essere riconosciuti, amati per quello che vediamo di noi e per quello che intuiamo, ma vediamo solo attraverso gli occhi degli altri. Debolezza? Non credo, probabilmente, direbbero gli analisti, quel legame tagliato alla nascita ci impedisce di vedere, più che di sentire. Com’era nell’utero materno? Si udiva e sentiva attraverso in un calore animato. E’ qui che il freddo ha acquisito una sua realtà negativa di vita che sfugge, da allora lo associamo alla solitudine, all’assenza di contatto, e quindi al bisogno d’amore insoddisfatto.

Torna il freddo, lo sapevo e non lo volevo, con esso le luci al neon dei bar di periferia virano verso lo sfacciato, cerco luoghi gialli di calore, luoghi da cui vedere passanti radi e frettolosi scorrere verso case. C’è già un indeciso preannuncio di festa, dobbiamo collocare scadenze allegre in tempi che consentano di valicare il colle del freddo, ma lo sappiamo che le feste imploderanno nelle nostre teste d’adulti lasciando il vuoto, un tempo era la meraviglia e l’attesa a riempire quel vuoto. Basta saperlo e sapere la ciclicità del tempo della bellezza, non attaccarsi al nostro povero tempo lineare. Quanti anni ho? Sto invecchiando, sono già vecchio, ho bisogno di parole dense per commiserarmi della fatica di vivere? Tempo buttato nella ricerca di un retrocedere del tempo lineare, solo il tempo circolare contiene la bellezza e la sua sussistenza in sé, nel suo ripetersi mai eguale c’è l’indifferenza rispetto alle povere cose del momento, la certezza che la bellezza esiste e si mostra ai nostri occhi. Sentire e vedere, ecco il nascere.  

Di tutto questo, confondermi, avere sottili refoli di sensazione, tenerli stretti, farne sostanza e sguardo che fa scorrere la sabbia tra le dita e intanto guarda oltre, attendendo.

E’ ora di mettere lane per il corpo e colori per l’anima.

bora

Fino a stanotte speravo di ridacchiare dei metereologi, perturbazione dal Portogallo, dicevano, con forti venti ed abbassamento delle temperature. I soliti pessimisti, pensavo, ma se è tiepido. O almeno, quasi tiepido, sì è vero, la pioggia insiste a scrosci, ma il forte vento non c’è. Poi stanotte la bora ha riacceso il ciocco nel camino, ha flagellato gli alberi scuotendoli per far capire che la stagione è cambiata davvero e che le foglie è ora di lasciarle. Adesso i giuggioli, i cachi, il mandorlo mostrano frutti tardivi non raccolti, molte foglie resistono, ma la battaglia è perduta. Tra poco sarà la rugiada e la galiverna ad ingentilire ciò che rimane. L’erba vira verso il verde spento, tanto vale adattarsi. Guardavo le bandiere che indicano la forza e l’indecisione della bora. Sembra un vento circolare, da queste parti dovrebbe venire da est-nord est, siamo pur sempre nel grande golfo che da Trieste si chiude a Venezia, invece ci sono raffiche da ovest, refoli da sud (refoli si dice da queste parti; è una bella parola refoli, sono rivoli di vento, forti e consistenti, ma limitati di ampiezza, come ruscelli impetuosi d’aria che prendono ed avvolgono), che improvvisamente tacciono e vengono soverchiati da ondate di vento da nord est. Attacchi e calma, la bora è così. La penso a Trieste dove le barche non s’azzardano d’uscire, che chiude gli uomini nelle case o nei caffè, al caldo, e all’uscita prende i foresti come me, li blocca increduli, attaccati ai corrimani nelle salite, come in ferrata, mentre vecchiette sottili risalgono tranquille verso casa. La penso a Venezia dove oggi c’è acqua alta, mica cose importanti, 125 cm, ma quanto basta perché ci si incolonni sulle passerelle, la laguna sciacqui san Marco, la città prenda, fuori dai percorsi affollati, il suo carattere malinconico e lamentoso. I turisti ridono, hanno una Venezia insolita, ne hanno sentito parlare della minaccia del mare che vuol riprendersi la città, gli sembra di vivere qualcosa di irripetibile, una nave che affonda. Non sarà così, la città si salverà, ma come? Ecco sul come e su cosa resti della città e dei suoi abitanti ci sarebbe molto da dire. La bora spazza tutto, anche i discorsi, rende la pioggia quasi orizzontale, inutili gli ombrelli, lava uomini e palazzi, indifferentemente.

Avevano ragione i metereologi è autunno, anche se non fa il freddo previsto, restare nelle case e al caldo porta un tepore interiore, pigro, di luce e pensieri. Nelle pasticcerie che hanno la creanza di ricordarsi dove sono, le favette dei morti fanno bella vista con i loro colori. Il loro sapore si scioglie sul palato, si sente la mandorla, che non invade (siamo a nord), lo zucchero a granelli, la consistenza morbida e croccante. E’ possibile avere una consistenza morbida e croccante? Certo se c’è la bora che è un vento circolare, saranno pur possibili diversi sapori nello stesso tempo.

E’ la bora che ha preso la scena e scuote gli alberi, è la bora che rinchiude nelle case, è la bora che ricorda che l’estate è andata, che ci saranno mesi in cui il sole sarà un dono da cogliere, prevarrà il grigio, il marrone e l’azzurro intenso, quando il cielo vorrà donare il suo occhio agli uomini. Si vive d’autunno e s’attende, imparare la pazienza dà molte soddisfazioni in quello che verrà.

invisibile

Collegato al vedere senza essere visti, il gioco dell’invisibilità lo portiamo con noi. Da bambini guardare tra le dita semi aperte ci mette in una capsula di protezione, un luogo dove noi spiamo senz’essere veduti. Invisibilità bambine, come il gioco dell’apparire e scomparire, il cucù-ciàa che tanto fa ridere i piccoli. Questo gioco prosegue anche da adulti, tra uno scomparire e riapparire fatto di fughe, supposizioni fasulle, impressioni.

Ma c’è uno scomparire  che non si tollera, che mortifica, ovvero quello in cui ci pare d’essere diventati trasparenti. Chi vorremmo ci vedesse, ci ascoltasse, si accorgesse di noi in realtà guarda attraverso, attorno, sopra o sotto, comunque non noi. La sensazione è quella del non esserci più e la considerazione che abbiamo di noi se ne va. Semplicemente sparisce, tanto che non si strepita o si batte i piedi per far capire che ci siamo. Piano piano le parole si spengono sulle labbra, l’atteggiamento diventa remissivo e si vorrebbe davvero sparire, o meglio non esserci stati.

Passa, ci si dimentica e si riprova ad esserci, ma ogni volta si sbiadisce un poco e ci si chiude un po’ di più. Così quando mi fanno sparire, faccio sparire. Lo so che non va bene, che è infantile, ma mi serve per recuperare consistenza.

Bisogna ricordarsene, foss’altro per le nostre invisibilità patite, che l’attenzione dovuta a chi si rivolge a noi dovrebbe essere quella di vederlo, di scrutarlo per la sua importanza e corporeità. Non è questione di gentilezza o sensibilità, non solo, ma il modo di restare noi e di esserlo di più proprio perché non si fa sparire la prova che noi esistiamo, siamo importanti, amati, cercati: l’altro che abbiamo davanti. 

p.s. alleggeriamo un po’ con una lezione di tecnica sull’interesse

e buon dì di festa 🙂

orsetto mangia e dormi

Si parla del tempo, di ciò che si vede (preferibile), di ciò che si sente (meglio non eccedere e farlo solo tra intimi, perché non di rado si è noiosi), di affari, di lavoro, di politica, ecc.ecc. però delle cose necessarie per vivere non si parla mai. Volevo intitolare queste parole: filosofia del bidè, ma non fa fino, eppure gli equilibri della nostra vita si reggono su quanto accade in luoghi riservati, con pensieri altrettanto riservati. Bukowsky era un grande nell’esporre l’altro lato della luna, mica posso rivaleggiare, allora le mie considerazioni si fermano sul destino del cibo e poco più.

Comunque la si senta, la serenità sul destino del cibo è un problema dell’umanità, specialmente dove di cibo ce n’è troppo, dalle altre parti la ricerca dello stesso è talmente spasmodica che non c’è tempo per pensare alla sua fine. Se noi siamo ciò che mangiamo, in senso di umore, abitudini, soddisfazione e non solo, dobbiamo concludere che il bilancio personale tra entrate ed uscite dell‘attività, è un fatto desiderato, personale, importante, da programmare accuratamente nel budget giornaliero ed attuare in tranquillità. Almeno si spera, perché il luogo della contabilità sopraddetta, soprattutto quando ci sono bambini in casa, ha più ingressi ed uscite di un saloon.

Invece servirebbe raccoglimento per meditare su ciò che grava sul bilancio, sulla congiuntura, sui consumi e ritrovare un equilibrio, una forma canonica, quello che la suora di “foto di gruppo con signora” elevava a modo di interpretare la persona e financo lettura del suo destino futuro. E questo equilibrio è talmente personale che, pur parlandone con la dovuta discrezione, resta una contabilità segreta di cui solo l’interessato conosce vincoli, difficoltà, usi e importanza. Insomma un’economia individuale, non di rado ansiosa, difficile, che spesso viene assunta a specchio delle difficoltà del Paese, tanto che si dice un paese asfittico o di m…, proprio perché mette assieme la legittima attesa con ciò che accade davvero. Si può dire che questo rapporto interiore sia la madre di tutte le attese e di tutte le impazienze, almeno dal momento in cui si è davvero integrati nella società, ma di questo si parlerà poi.

Il bidè è lo strumento contabile della transizione esterno/interno, una sorta di prospetto illustrativo sulla accettabilità del bilancio nel più vasto ambito della società e sana quel rapporto difficile, compulsivo e segreto, rimette in ordine le apparenze contabili, si potrebbe dire che rinobilita il corpo dopo la transazione diradando le oscure pulsioni che, da tempo immemore , facciamo coincidere con questa funzione oltremodo necessaria. Quindi il bidè è il traite d’union tra un prima e un dopo, come quei prospetti che fanno luccicare le società quando vogliono essere ben viste dagli investitori, quindi ci riporta ad un ruolo pubblico, insomma ci rimette in società. Riequilibrate le contabilità interiori, il rapporto societario, corpo, mente, umore, rassettate le apparenze, torniamo tra gli altri. Se il lavoro sporco è stato fatto ci attende un luminoso avvenire, altrimenti il bidè è solo un pallido palliativo che imbelletta l’impresa, ma non la rende tranquilla e porta nostalgia dell’infanzia, dei tempi in cui questi problemi non esistevano e l’orsetto mangia e dormi era pienamente inconsapevole, cioè felice e sociale oltre ogni limite contabile.

E qui riprendo il ragionamento sull’età anarchica sopra accennato, un’era felice senza rudimenti di conto personali,  che conosce la sua prima spinta verso una disciplina di bilancio proprio a partire da quella funzione contabile. forse la vera spinta verso l’indipendenza, prima personale e poi economica, e quindi contiene il germe dell’autosufficienza e del pensiero singolo, insomma il cogito regolato, nasce quando ci viene insegnato a trattenere, regolare, lasciar andare, fluire ed essere soddisfatti dei risultati. C’è un’educazione così incidente che attiva volontà, intelligenza, muscoli, sistema simpatico, spranga porte nella mente (alcune non verranno aperte mai più, neppure dall’interessato), instilla meccanismi di vergogna (il fallimento, ovvero la perdita assoluta dell’immagine esteriore, quindi devastante per quella interiore), modifica l’architettura dei bisogni, l’immagine  e la funzionalità del produrre, ecc. ecc. ? No, questo dimostra la forza dei numeri, e non solo, e quell’epoca in cui si perde la prima innocenza, la popò diventa cacca e poi si trasformerà in m…., fa nascere un rapporto con il proprio corpo che in nessun’altra parte riceverà tanta disciplina ed impossibilità di derogare le regole. Alcuni ipotizzano lo stato di natura, un’anarchia perenne che prescinda da luoghi, abitudini, regole, tempi. Tracce di questa oscura confraternita si trovano ovunque, segno di una sua diffusione poco studiata, spacciano, i congiurati, i prodotti propri come attività animali, destituite quindi da responsabilità, ma non cadete nel tranelli, uno spettro si aggira per l’europa e dopo aver colpito non si fa il bidè.

Ma torniamo ai buoni cittadini, c’è un rispetto, una buona norma che dovrebbe essere instillata assieme all’educazione contabile interiore, ovvero: almeno in quei momenti di meditazione, di riesame della propria vita recente, bisogna lasciare l’individuo con se stesso, farlo riflettere sulle difficoltà contingenti, portarlo verso una sana pianificazione del suo futuro più intimo, insomma lasciatelo c…. in pace e tutti ne avremo benefici.

le vanità oggettive

In quell’attività dell’anima,

ch’è guardarsi nel mio specchio,

vedo segni del tempo,

un lampeggiare d’occhi,

tratti che riconosco,

e allora indugio nei pensieri,

che resistenti, han modellato solchi, tracciato mappe:

segni ch’io seguo e ricordo.

Chi mi vede, scivola su tutto questo,

chissà che cerca,

ma anch’io mostro la vanità d’esser un po’ sopra il ripiegar la schiena,

e tengo per me, e per pochi altri davvero,

il senso di quelle strade che anch’io costante indago.

Di tanti anni, ed errori, m’è riuscito il riconoscermi

(il ricordo è così mutevole e creativo),

mentre a dire ciò ch’è accaduto, solo i segni restano oggettivi ,

forse ciò rende contento, d’improvviso, il sapere

che una mano ancora lasci impronte di calore sulla mia.

Andare, mentre mi guardo,

andare in scelta compagnia,

andare restando qui,

in cerca di me stesso.

camminare 1.

Le prefazioni si scrivono quando si è già scritto, anche le premesse è giusto si trovino un po’ per volta nel percorso, cos’è questa smania di dover precisare, al massimo si viene fraintesi, quindi non preoccupiamoci, almeno non tanto da perdere il flusso dei pensieri.

A me piace camminare, e Venezia è il posto migliore per iniziare un viaggio a piedi che in realtà continua da una vita, ma dove a Venezia? Non da quei gradini della stazione di santa Lucia, pieni di ragazzi al sole, e preannuncio d’altri viaggi, neppure dal ponte degli Scalzi affollato di venditori di patacche o da san Simeon grande sempre così misterioso e quasi terra ferma, meglio più in là, appena dopo i Frari: parto dalla scuola grande di san Rocco.

Una precisazione è dovuta: ci sono molti modi di camminare, a me piace quello fisico, spesso senza meta e quello mentale che continua anche seduti. Dopo.

La scuola grande di san Rocco 

Venezia è una città piccola con edifici grandi. Basta guardare il canal Grande per capire le dimensioni della terra, il vero canale largo è quello della Giudecca, ma è già periferia per la città antica, non conta. E’ tutto piccolo tra gli edifici grandi, fatto per navi piccole, barche piccole, eppure Venezia è stata capitale per 900 anni, di cui almeno 250 grandissimi, a dimensione europea dove l’Europa era il mondo, quello importante almeno, e si fermava sulle brume e sulle spiagge del baltico perché tutto quello che contava era in quel grande lago a sud che era il Mediterraneo.

Cosa fa di una città piccola una capitale? Anzitutto le dimensioni del mondo circostante, ma molto di più gli abitanti, la certezza che hanno della loro identità, del loro passato che diventa forza nel presente e nel futuro. E quindi spinta a fare, osare, intraprendere, gestire il proprio destino. I popoli hanno una loro giovinezza quasi inconsapevole che spumeggia sull’età matura, forte di determinazione, e poi scivolano in una decadenza senile. Questo fa ora dell’Italia un paese vecchio prima che un paese di vecchi, un paese che non riesce a capire chi è e quindi non sposta le geografie del mondo. Anche i giovani, in un paese così, invecchiano presto, non si ribellano davvero, non portano idee che spingano tutti più avanti. al più chiedono di sostituire i vecchi e spesso neppure quello.

Alla scuola grande di san Rocco, Jacopo Tintoretto dipinge a stipendio, è figlio d’un appartenente alla confraternita, non fa il mestiere del padre, è pittore e pure un po’ scapestrato, e sopratutto, non riesce a vincere nessuno dei concorsi appalto della Serenissima, non lo amano. Però è un secolo con grandi epidemie, molti grandi muoiono e lui s’accontenta di parcelle basse. Così nascono cicli eccezionali per lavoro ed intensità unitaria. Le tele di Tintoretto sono così zeppe di figure, di gesti, di popolane che l’oggetto del dipinto è nel contesto della vita, non i pochi, ma il brulicare attorno al fatto, al miracolo, dove ognuno percepisce a suo modo, oppure neppure percepisce. La storia che comprende la meraviglia, i miracoli, l’inatteso, è così. Quanti di noi vivono nella storia che gli passa sopra , sotto, a fianco, al più distinguiamo gli epifenomeni, ma senza percezione di ciò che davvero sarà ricordato, immemori vediamo per riconoscere poi d’esserci stati. E’ il grande brusio della storia, che include, massimizza gli eventi riduce il meraviglioso a fatto e lo banalizza, c’è un cinismo del deja vu, nel non riconoscere che tranquillizza, non siamo abituati a gestire l’inconsueto, tanto più adesso che la scienza ha confinato il mistero tra le ombre della superstizione e dell’esoterismo. Il positivismo è una fiducia immane nei destini del mondo che consegna ad una casta -gli scienziati- il monopolio dell’ottimismo del mondo. Ciò che prima era nel mistero, nell’inconoscibile che irrompeva nel quotidiano, adesso rientra nel non ancora scoperto, in ciò che si chiarirà, basta attendere. Ciò emargina, temporizza, confina la meraviglia e la religione dell’ottimismo fuori dall’uomo e la consegna ai sacerdoti del conoscere, rende dipendenti, non dell’eccezionale, ma del nuovo che si attende fuori della porta di un negozio, pazientemente, oppure si confina nella decima notizia di un telegiornale o nel supplemento settimanale del quotidiano.

Tintoretto lavorava in una capitale piccola di dimensioni, ma grande di aspirazioni, poteva fare a meno di rendere domestica la gloria, il miracolo senza toccarne la meraviglia? Una grande capacità, non solo dei veneziani, era quella di rendere casalingo ciò che aveva cambiato l’umanità che loro consideravano importante. Gesù avrebbe potuto nascere in una calle, predicare in piazza san Marco, o meglio in campo dei Frari, a poco serviva il contesto storico, era qualcosa di miracoloso, di eccezionale che sarebbe potuto accadere tra loro. Aveva cominciato il Veronese con le sue cene in casa di Levi, c’era stato scandalo, inquisizione, ma in fondo non gli era accaduto nulla, eppure si era scardinata la porta d’ingresso ad uso di tutti. Prima il compito dell’ascendenza importante e nobile connessa al primato, era conferita da dio e spettava ai soli re ed a quelli che godevano della loro luce riflessa, ora tutti erano coinvolti dall’accadimento eccezionale, potevano essere partecipi o distratti, mangiare, bere, pensare ad altro, ma c’erano davvero. Merito del neo platonismo sviluppato a Padova? Oppure erano i toscani che avevano attualizzato il trascendente nel buon vivere dell’umano e lo avevano portato a visione del mondo? O forse era la spinta dell’aggregazione dei molti, piccoli regni e signorie, in entità più vaste che aveva bisogno di nuove legittimazioni più popolari, di nuove coesioni per le genti messe assieme a forza, insomma di una nuova religione? Ciò che sembrava era, ed in questa formalizzazione ecumenica di saperi, credenze, rivoli di pensiero arcaico, ci stava tutto, la scienza e il suo contrario, il limite e il suo superamento. Nel ribollire di generazioni che avevano fretta, che sapevano cos’era il precario tra una peste, una guerra, una carestia c’era pur bisogno di una organizzazione collettiva dello spirito. D’altronde a Venezia, ma lo stesso era a Roma, o a Mantova, o a Vienna, o a Firenze, o a Napoli, o a Madrid con una moltitudine di chiese, di congregazioni, di reliquie, i miracoli dovevano per forza essere fatti comuni.

Nella scuola grande di san Rocco, c’è un dipinto di Giorgione che raffigura Gesù che porta la croce, è un’immagine che per miracoli, devozione, identificazione ha portato offerte e donazioni che hanno consentito non poca della gloria della confraternita, eppure se si guarda il quadro non si vede la gloria, si vede la fatica e la rassegnazione del portare il peso delle scelte, quindi un’umanità che non ha la trascendenza potente del divino, ed è piuttosto la rappresentazione delle vite, di tutte le vite, condensate in un gesto esemplare, eponimo d’un intero percorso. Non importa quanto lunga sarà la strada, essa contiene fatiche, direzione, destino, insomma umano, molto umano, con una contaminazione che un mediocre inquisitore avrebbe potuto trovare monofisita in quel tenere a fatica e con rassegnazione dolore, corpo, e anima assieme. Ma in questo riconoscersi quanto c’era del quotidiano, del conosciuto in chi guardava il dipinto con  occhi devoti. Oltre gli ori, gl’ intarsi, la gloria degli stucchi e degli altorilievi, i grandi teleri appesi al soffitto, oltre tutto il luccicare, quanto c’era  di quotidiano che permetteva di chiedere una grazia, un miracolo ad uno che soffriva come il supplicante. In questo essere nella storia, nel coevo, c’era una potenza nuova. Poi bastava uscire e già nel campo dei Frari, verso la Madonna dell’Orio,  il nuovo, il vecchio, era tutto tenuto assieme, dalle case, dall’aria di un futuro che si respirava  e veniva travasato nei simboli e nei modi di vivere.  Fuori, ma anche dentro, serpeggiava un razionalismo geometrico che portava a crescere perché quello era il destino d’ una città, d’ una capitale e non aveva bisogno di dimostrazioni se non nei fatti, nell’andare, nell’essere.

E’ un buon posto per cominciare a camminare.

(continua quando si potrà)

il senso delle ferite ricevute

Con la distanza le ferite non fanno più male, ma non si dimentica, l’indifferenza non è possibile. Se qualcosa colpisce chi ha ferito, si generano sentimenti ambivalenti, una triste soddisfazione ed una comprensione, altrettanto triste. E’ la misura dell’imperfezione, ci hanno raccontato storie sulla perfezione, credo che solo accettando ciò si è, sia possibile cambiare. Un’altra storia a doppia faccia che è comodo credere, è che si possa cambiare sempre oppure che ormai non si cambia più. Già l’esigenza di porre il problema, in realtà pone una questione che riguarda non la necessità di cambiare, ma come affrontiamo la cosa, ovvero se si vogliono mettere le mani in ciò che ci fa male, che non ci piace, oppure se ci si rassegni a tenerci, non la parte migliore di noi, ma quella meno faticosa. Credo che questa sia la scelta e che l’una o l’altra opzione non abbia un valore morale, che visto che il dolore è una faccenda personale alla fine ognuno avrà vissuto come voleva vivere.

Nei rapporti tra persone ci si può scambiare, e fare, molto bene, ma anche ferire in profondità. Non di rado entrambe le cose. Se il rapporto è stretto, forzato o meno, una strada si trova, magari molto costretta e fatta di necessità. Se il rapporto è una scelta, allora le conseguenze delle ferite hanno un aspetto che dovrebbe essere valutato guardando dentro e fuori: ricevere una ferita è un bagno di verità, aiuta a vedere l’altro nella sua realtà, quella che abbiamo accuratamente evitato di vedere perché ci faceva comodo fosse come noi lo volevamo. Si pensa fino a prova contraria: sei come io ti voglio. Quindi una ferita aiuta a vedere, ma aiuta anche a distaccarsi, sia fisicamente che mentalmente, perciò ha una sua positività di cui faremmo volentieri a meno. Infatti l’essere feriti è comunque un tradimento di fiducia in sé, anzitutto, e questo provoca un secondo effetto, ovvero ci mette davanti alla scelta: andiamo avanti, teniamo il rapporto anche se non sarà più come prima perché il velo è caduto, oppure rompiamo il rapporto e senza vivere in ciò che non sarà, si procede, ritornando a noi? Credo che in entrambi i casi ci sia un cambiamento, il che significa che si può cambiare sempre, e che accade anche attraverso la gioia e non solo la tristezza, ma quanto profondo sia il cambiamento dipende da noi. L’errore, in chi lo riconosce, è il più potente motore dell’apprendimento.

Non c’è nessuna idea di perfezione in quanto penso, gli errori insegnano molto, ma non a non farne e neppure l’accettazione di sé, se non vogliamo diventi una mortificazione, è un fatto statico, è tutto dinamico e riportato a noi che esaminiamo, comprendiamo, viviamo anche le emozioni negative, magari cercando di non permettere che queste aggiungano male al vivere. Quello che non è utile, penso, è non capire che il dolore può cambiarci, renderci migliori a noi e che per questo è un fatto personale. Tornare sui propri passi, rifugiarsi nei porti tranquilli, pensando che sia sempre tutto come prima, è chiudere gli occhi,  raccontarci una storia che testimonia tutta la nostra debolezza e la non volontà di utilizzare il dolore della ferita per vederci davvero come siamo. E cambiare.

p.s. voglio spiegare la scelta del filmato: Farinelli è un castrato, credo che poche violenze per il piacere altrui abbiano avuto, per secoli, meno riprovazione morale. Quindi ferita doppia, non sanabile e in più giustificata. Persone costrette a soffrire, accettare la sorte e cambiare. Ma lo stesso si potrebbe dire per molto d’altro che conculca l’espressione del sé, la costringe e mortifica. Fino al quotidiano più piccolo, che si vive, nelle nostre piccoli, grandi ferite.

Lascia ch’io pianga

mia cruda sorte,

e che sospiri la libertà.

Il duolo infranga queste ritorte

de’ mei martiri sol per pietà.

il cielo consola

Le case nelle città medie sono basse, tre, quattro piani e basta alzare lo sguardo perché il cielo entri negli occhi. Nella testa. Nubi grigie, bianche o azzurro. Oppure quei rossi aranciati, impossibili, che solo qui si vedono e che il Tiepolo a lungo ha inseguito e guardava, arretrava, insisteva sugli azzurri, li rendeva trasparenti, si portava sulla pennellata, scuoteva la testa e riprovava. Ma non tentava gli aranciati, meglio i visi, le persone del cielo, quel cielo che lo attirava, ma diventava protagonista, inglobava le persone, ne sapeva qualcosa Jacopo Tintoretto che quasi vedeva le persone risucchiate nell’infinito, tenute solo da quelle nuvole, da quegli azzurri e rossi, che avrebbero divorato ogni espressione e così chiudeva i cieli, li stipava di angeli e santi. Cose di colori, pensieri da città.

L’abbiamo sempre saputo senza impararlo: il cielo consola. E’ un sapere innato nel nascere, ovunque. E nella città o nella campagna, ancor più consola, finito, infinito, in un’oscillare dentro, fuori, che porta a noi con gli occhi persi nelle nuvole, che fantastichiamo, meditiamo, e siamo qui e altrove.

Con sé, mentre sbiadiscono le nostre tracce lievi di ricordo, il cielo porta un senso di equilibrio, di spersa serenità che si diffonde e prende. Certo esistono i cieli di battaglia, cieli collettivi, cieli che fanno paura, ma per noi, fortunati, il cielo domestico riporta a noi. A noi come persona, non più collettività, tanti, a noi singoli, nudi di intenti urgenti in un rimboccare materno che avvolge e permette di crescere.

Nelle città medie il cielo c’è ancora e gli uomini costruiscono, rispettosi senza sapere, ma in qualche fondo c’è memoria della Babele, ovvero del “confondere” le menti, del differenziare e del dividere contrario all’ abitare con della città. Forse per questo, qui, più che altrove, il cielo non è indifferente e fa la parte degli uomini, racconta loro d’un rapporto con sé che non isola; li differenzia in un meditare quieto sulle grandi domande.

E li lascia senza risposte, ricchi di speranza: domani è un altro giorno. E’ una certezza così forte che permette d’addormentarsi, mentre la coscienza lascia il posto ad altre realtà, in attesa d’una nuova luce.

prevista pioggia, ma il cielo non lo sa

Fino a poco fa le parole si sono mescolate al pranzo, colleghi, forse, comunque cose di lavoro, ed essendoci le ragazze, anche gli abiti rallegravano l’aria. Chissà chi si è ricordata la nebbiolina di stamattina, oppure il cielo coperto di ieri, il grigio ferro delle nubi che trascolorava a sera in squarci d’azzurro. Ma poi è piovuto e di mattina l’aria era fresca d’autunno e del primo vapore dei riscaldamenti anticipati. Attorno al tavolo si sono incrociati cinque pensieri leggeri, cinque discorsi che non lasciavano traccia. Sono andati meglio cinque paia di sguardi spaiati, con qualche maliziosità rubata. Infine lo spegnersi improvviso dell’allegria: è tardi, non c’è altro tempo per restare. Peccato, il dolce era buono.

Così, come una frotta di passeri, sono usciti, sciamando verso le auto al sole. Nella sala in ombra è sceso il silenzio, e ci siamo guardati, ciascuno cercando ragione per il discorso sospeso, impigliato da qualche parte che non si sbrogliava. Era in attesa di quel suono di fondo fatto di voci di donna, risate maschili, silenzi sorridenti, improvvisamente sparito. 

Poi, superato il silenzio, tutto è ripreso, e mentre i ragionamenti si contrapponevano quietamente – non si è amici per nulla- un raggio di sole ha illuminato la stanza.

La terra continua a girare per suo conto, a dispetto di chi tutto prevede e controlla, forse per quello la luce s’è messa a giocare con i bicchieri vuoti, riempiendoli di colore: prima c’era stato donato il senso di un’allegria inconsapevole e non ce n’eravamo accorti.

p.s. anche stavolta devo spiegare il video: premesso che sono un innamorato di Shostakovich, il secondo walzer è splendido, in questa edizione è quanto di più squinternato e folle posso immaginare in una sala da concerto (la Royal Albert Hall in questo caso) e mi mette allegria

meglio dir poco e praticare di più

Ci sono parole che sarebbe meglio non dire, ma piuttosto praticare, parole come mai, per sempre, solo tu …

Il fatto è che ripetere ad altri, i nostri mantra, dà sicurezza, conferma, ma non rafforza il normale condursi delle cose, queste andranno per loro conto, con qualche obbligo in più da rispettare. Se il voler bene a se stessi e connesso con il voler bene agli altri non può esserci qualcosa che nega il nostro bene comunque e che questa cosa sia assoluta, come il mai, sempre, ecc. Deve esistere la possibilità di contraddirsi perché chi non si contraddice resta prigioniero infelice di se stesso. Altra cosa è la coerenza, ovvero il rispondere ai principi profondi, quelli che coincidono con noi e che se non rispettassimo ci sarebbe solo infelicità.

Di converso altra cosa è la leggerezza, ovvero il camminare senza far male ad altri e neppure a sé.

Perseguire il piacere è una spinta naturale, che ha punti di confine in noi, ma la confusione è appena dietro l’angolo e il raccontarsi delle storie diviene naturale come cura contro la disperazione di non avere una direzione, per questo è meglio non dire, ne esce la somma delle nostre debolezze, paure, giustificazioni.

p.s. lo dico perché altrimenti non si capirà mai il perché della ritirata di Madrid di Boccherini reinterpretata da Berio: l’ho messa per la sua capacità di vedere un tema in modi diversi e di reinterpretarsi, se ci fosse un’unica versione la musica sarebbe più povera, ciò che conta è l’onestà e il rigore nel riscrivere.