Leopardi aveva capito tutto

L’abbiamo sempre saputo che la domenica pomeriggio ci prende il blues. Le coccole culinarie ( l’amore a tavola tende sempre all’eccesso), ma anche i digiuni temperati (quelli del disintossico il corpo così sto bene, ma intanto mi prende una tristezza da costrizione che bene non mi fa stare)  confluiscono in quell’ora in cui si capisce che la festa se ne sta andando assieme alla luce. Anzi se n’è già andata e il lunedì prepotente bussa ai pensieri come una distesa di deserto di piaceri, sassi e piante spinose, mentre in distanza c’è certamente un’altro dì di festa, ma è così lontano che non se vede traccia.

Diman tristezza e noia

recheran l’ore ed al travaglio usato

ciascun in suo pensier farà ritorno

Si era esaurito tutto nel giorno della vigilia che pure era festa e che lasciava spazio ai tempi lunghi del giorno successivo, come se la festa non avesse fine. Avevamo rimosso, ma il pomeriggio della domenica, prepotente ha riportato alla condizione dell’obbligo. Credevate voi di farla franca, di avere una vita di lazzi e frizzi, uno sterminato cammino tra delizie e soprattutto tempo senza obblighi. Credevate, ma l’avete sempre saputo che non era così e quindi quella sensazione di leggera malinconia che vi prende è la consapevolezza che finisce la libertà del non fare. Poi che, come un pesce sulla battigia, vi agitiate in una corsa serale all’oblio, al divertimento sfrenato o a quello tranquillo, nessuno vi toglierà dalla sensazione che qualcosa se n’è andato e che il suo ritorno si dovrà con pazienza costruire per una settimana. 

Per questo le feste infrasettimanali, i ponti rendono allegri, perché prolungano una visione positiva sul futuro senza costrizioni, bollette, o superiori a cui rispondere. Vallo dire al Monti che abolirebbe pure il sabato.

Gli inglesi hanno studiato il problema del blues domenicale, hanno intervistato, compulsato, valutato le diverse fattispecie e ne è uscito che alle 16.13 della domenica, minuto più minuto meno, la festa è già finita per il 44% dei 2000 intervistati, che il sentore del lunedì incipiente è già cosciente e comincia ad esercitare tutta la sua devastante malinconia.

E per gli altri? O è finita prima, schiantati dall’arrosto freddo di montone innaffiato di birra scura, oppure lo spleen era presente da mò e percorreva le parole rade, gli occhi azzurri, le valutazioni sul tempo, arrampicandosi verso il thé delle cinque, che è pur sempre una gran bella botta di vita. Restano quelli che fino alle nove di sera sbevazzeranno al pub, per poi tornare a casa a smaltire la festa e il suo stress alcoolico, in fondo, per questi, il lunedì fa bene. Al fegato perlomeno.

E c’era bisogno di fare un’inchiesta, mobilitare sociologhi e psicologi comportamentali, bastava leggere quel bontempone di Leopardi che aveva capito tutto ed agire, per contraddirlo, sulla percezione della festività come costanza, non eccezione del vivere. In fondo quello che ci manca, è una sana coltivazione della noia se il 75% degli intervistati dichiara che passerà la festa in tuta e cardigan liso, ma non ne sarà contento, preoccupato com’è, di cosa racconterà ai colleghi il lunedì mattina per nobilitare quella voglia di far niente, noia appunto, che pare sia un sentire deteriore.

Ci abituano sin da bambini al primato del fare, tanto che il non ho nulla da fare mi annoio, viene subito colmato di impegni faticosi (credo che se i bambini si rendessero conto che ogni volta che si lamentano perché non hanno giochi interessanti, eccitano nell’adulto la sindrome del riempire il tempo di fatica, starebbero zitti e semplicemente si metterebbero a guardar per aria), la religione ci mette di suo e considera l’anticamera del vizio il bearsi nel non far nulla, cosicché si cresce con il senso che il lunedì arriverà il castigamatti, l’impegno, il lavoro, ciò che non si è fatto, studiato, che è sempre una colpa che aggredisce, fa scappare il senso della festa, la possibilità della noia, il divertimento dello stare finalmente liberi da un vincolo.  

Domani si vedrà, ma soprattutto i giorni della liberazione dalla costrizione del tempo torneranno, quindi il blues della domenica coccoliamolo come una canzone che parla della vita, ma non la esaurisce. Per fortuna.

nuovo elogio dell’ignoranza

Non si deve per forza capire tutto, né tanto meno razionalizzarlo sempre, lasciamo spazio al mistero, all’apparente inconciliabilità di ciò che ci accade, già lo stare bene, non il bene momentaneo, transitorio, ma il progetto dello stare bene, introduce la speranza e quindi una mitigazione forte del razionale. Lasciare che le cose si facciano anziché voler determinare tutto, apre gli occhi, consente di guardare avanti ed attorno, libera perché non si è prigionieri di un ragionamento assoluto.

La filosofia del momento è la razionalizzazione del pessimismo del vivere, del sapere già cosa accadrà e quindi negare un progetto  personale aperto alla sorpresa, ci rinchiude unicamente nel sé, non consente di posticipare perché presume che tutto finirà presto e che nulla è davvero solido.

Noi non siamo un progetto razionale; con i nostri costanti bisogni d’amore, di benessere nostro e di chi ci sta vicino, introduciamo la speranza, la fiducia nel corso positivo del mondo, del nostro mondo. Questo è un progetto irrazionale e inclusivo, dove la relazione ha n aspetto sostanziale: noi siamo esternamente ciò con cui vogliamo avere una relazione. Questo implica il dare, e qui c’è un passaggio che ognuno risolve a suo modo: il dare implica una idea di vantaggio relazionale oppure è un bisogno di equilibrio interiore? Se io do perché m’aspetto di ricevere, ho già messo un limite, un giudizio, a ciò che riceverò e questo mi toglierà speranza, inatteso dal vivere. Se invece il dare è “solo” un bisogno di dare concretezza a ciò che sento, un’apertura senza oggetto, il rischio è di essere solo e quindi di fraintendere ciò mi arriva, di attribuirgli significati impropri. Tutti abbiamo esperienza dell’innamoramento, momento in cui la comunicazione si basa enormemente sul dare, ma sappiamo, poi, che se questo dare non è equilibrato diviene un prendere, un pretendere, ovvero il fraintendimento emerge con tutta la sua carica negativa.

Ciò che penso è che la necessità di un progetto personale implichi dosi molto misurate di razionalità, che la percezione del proprio ignorare sia cosciente e accetti il mistero, ovvero ciò che non si conosce e non si razionalizza, l’imprevisto. Penso che la proiezione in avanti di un progetto personale includa il momento, la soddisfazione del desiderio, ma anche il suo divenire e quindi introduca prepotentemente la speranza come filo rosso del vivere.

Chi scarta tutto ciò che dura, e il suo rischio, ha paura di essere privato di qualcosa, si consegna al transitorio, alla sua finitezza immediata perché vuol portare a casa subito, tanto tutto è destinato a finire, quindi meglio conservare per la propria solitudine. Non è forse questo il presupposto per impedire una risposta positiva al bisogno d’amore?

per Te

Per Te il vero e il falso erano indifferenti nelle cose, ti piaceva il colore, il sentirti in sintonia con ciò che ti accompagnava nella vita. Così diventava Te e si nobilitava. Era questa la tua magia. Dicevi ciò che credevi, si poteva non condividere, pensare che c’erano forzature, ma il tuo candore rendeva plausibile ciò che dicevi, anche per noi che, dissenzienti a volte, lasciavamo che l’amore prevalesse ed eravamo teneri a modo nostro. Mi piaceva che la tua capacità di modificare la realtà fosse il segno dell’irruenza del vivere, del tuo vivere, che riordinava per sé ciò che stava attorno, oppure lo ignorava. Una forza vitale che in cambio non chiedeva nulla di particolare, solo amore come tutti, ma non da tutti, in questo m’hai insegnato che c’è una aristocrazia dell’amore e non bisogna mai mendicarlo. 

Oggi sarebbe il tuo compleanno, ma anche questa data non ti andava bene, per questo ti scrivevo e l’abbiamo sempre festeggiato quando dicevi Tu. Fosse stato vero o meno, quella era la realtà, la Tua realtà, e non ce n’erano altre tra noi. Non è forse così che funziona davvero il mondo quando si libera dagli altri e punta su se stesso?

Questo ancora l’ho imparato da Te, che tra le molte libertà, quella di avere il proprio mondo è tra le più grandi e che questo non impedisce di vivere con gli altri, anzi genera generosità improvvise e partecipazione fuori d’ogni calcolo.

A tuo modo, come sempre hai fatto. 

anche gli uomini scrivono lettere che non spediscono

Qualche anno fa, un romanzo parlava del perché le donne scrivono delle lettere che poi non spediscono, accade anche agli uomini o meglio accade anche a me. Eppure non dimentico le lettere, le lascio sulla scrivania dopo l’ultima parola che ha esaurito la spinta a scriverle, può essere che poi, passato il tempo di spedirle, finiscano nei cassetti. Una loro funzione comunque l’hanno avuta, su di me, almeno, per capirmi di più e se qualcuno non ha letto, ha perso il pensiero del momento, non ciò che penso davvero. Mi riprometto -e molto spesso lo faccio- di riprendere quella comunicazione, di farlo quando ho capito meglio.

Dovrei seguire l’attimo, forse, spedire e non pensare, come si fa per le mail che magari un attimo dopo vorremmo precisare, invece rileggo ciò che ho scritto a mano, di getto, e il riscrivere è davvero nuovo e posticipa.

Ma poi, non tutte, le lettere partono; per uno che scrive con la stilografica, il piacere di scrivere esiste, eccome, e lo scrivere a mano fa parte della cura e dell’intimità che riservo a chi mi è caro, quando posso farlo. Nello scrivere a mano c’è un denudarsi, un mostrare a chi sa leggere, le caratteristiche del momento, ma anche quelle profonde. Oltre le parole si rivelano tratti del carattere, propensioni, una lettera è come un testo a doppia lettura, dice con le parole rivela con lo scrivere. 

Non è per romanticismo, ma per piacere personale che guardo le lettere, le parole allinearsi sulla carta, penso che chi le riceve le legga con disponibilità attenta e mi pare che le parole acquistino profondità, che il loro sapore verrà, almeno come eco, trasfuso in chi legge.

Alcune lettere non partiranno mai (di solito quelle dei giorni dell’ira), altre verranno cambiate, le lettere di dimissioni da qualcosa, saranno pesate, espunte dei sentimenti profondi, al più mostreranno amarezza. Mi ha ferito che qualche lettera non sia stata aperta  forse per timore del contenuto, l’ho sentito come un rifiuto ed una incomprensione ingiustificabile e totale, ed a questo s’aggiungeva il mio non aver compreso i limiti dell’altro, la sua distanza dall’immagine che m’ero fatta di lui. E’ accaduto tre o quattro volte, ed anche se le lettere sono state dopo tempo, aperte, non mi interessava più, ne era nata una cautela, un alzare barriere interiori e ciò (sentivo) mi impoveriva. Non sono riuscito a dimenticare e quando non si dimentica non si perdona mai davvero.

lasciar andare

Bisogna far andare per suo conto ciò che abbiamo fatto, lasciare che abbia vita propria e sopportare il dolore, se va dove non vorremmo. Vale molto per cose e per i progetti realizzati, è diverso per le persone, ma anche per queste il lasciar andare è un atto cosciente di amore e di forza. Amore per sé e forza di sapersi privare di qualcosa che riteniamo nostro. Sottolineo l’amore per sé prima che quello per gli altri, perché bisogna avere amore per vedersi davvero nella nostra incapacità di rinunciare ed evolverla sino a rifiutarsi di tenere a forza qualcosa che sarebbe snaturato dal nostro abbraccio e poi ritorto contro di noi. Il possesso, non l’amore, per le cose, i progetti, le persone ci avvelena ed infine genera solo tristezza. Forse questo è il senso che ciò che è importante davvero rimane mentre il resto si perde, perché era giusto fosse così.

Il fatto è che quando facciamo qualcosa di importante, questo diviene un pezzo di noi e quella proiezione della parte per il tutto sembra essere la nostra vita, come fossero due percorsi sovrapposti. Sembra, ma non è, ed il passaggio, la nascita di qualcosa che si separa da noi, è doloroso, ci mette di fronte alla nostra incapacità di tenere ciò che amiamo. Assieme a quel pezzo di noi che erano speranze, possibilità, fiducia riposta, progetti sembra se ne vada la nostra capacità di creare, di dare e ricevere amore. Credo che tutto ruoti in questa percezione di fallimento, dove il non riuscire a tenere, diviene amore negato, ovvero il fallimento della risposta al bisogno principale che abbiamo.

Le cose, i progetti, le persone hanno possessi diversi e vite diverse, ma tutto ruota nell’antinomia perdere/tenere e nel vuoto che ogni assenza genera. Bisogna riempire quel vuoto, non comunque, ma di noi, della capacità di creare che è rimasta integra, della capacità di amare che è disponibilità a ricevere amore, nella capacità di ripartire da sé sapendo che non si è tornati a capo come nel gioco dell’oca, ma si è ben più avanti di quando è iniziato il gioco cosciente del vivere. Non vorrei usare la parola futuro, troppo abusata e troppo consegnata agli illusionisti, ma i sinonimi non rendono, e il futuro ci appartiene, è qualcosa che solo nelle nostre mani e nei pensieri prende forma. Il futuro siamo noi, non altri, e soprattutto il futuro non è ciò che abbiamo fatto, vissuto, conosciuto, ma ciò che ancora non conosciamo, faremo, vivremo.

C’è un fare virtuale/reale che dipende da noi, che approfitta del dolore della perdita, lo elabora e non ne resta prigioniero, un fare sconsiderato che rifiuta il cinismo, la lettura buia della luce. Di questo fare/essere che non dimentica, eppure non resta prigioniero del passato, dobbiamo fare un mantra personale, una preghiera che non chiede ad altri, ma a noi di continuare a donarci la meraviglia del vivere.

crocchiare tra luce pallida e compresa

Parlerò poco di foglie, forse solo questa volta. In autunno bisogna pur trattenersi, anche perché la consistenza della foglia secca sulle dita non interessa a nessuno e quindi in realtà si parla del colore e del calpestare. Per il primo sarebbe più semplice parlare del pantone, ne avremmo per tutta la vita e anche di più. Quindi trionfi di gialli, rossi, aranciati (che bella questa parola da bere) stagliati contro un verde che brunisce e s’impacca, insomma una gioia transeunte per gli occhi che se la bevono felici, ma oltre al colore che sfuma, muta e vira inevitabilmente al marrone come punto finale ( che sia per questo che il marrone è colore da vecchi ? ), un classico è il rapporto tra piedi e foglia, un misto di udito e tatto dove il tatto è pur sempre mediato da una scarpa, eppure si sente una sensazione positiva oltre la suola. Potrebbe essere una pubblicità di scarpe: il benessere oltre la suola. La parola che definisce questo suono di calpestio spesso è crocchiare, le foglie bagnate sono molto meno interessanti, afone e pure scivolose. Crocchiare evoca qualcosa da mettere sotto i denti, qualcosa che risuona nel cervello e nel carnivoro che ci portiamo dietro da sempre, quello che si mangiava tutto, ossi compresi. Magari in testa si associa  il crocchiare al croccante ed una dolcezza autunnale trova il suo corrispondente di stagione nella natura, tutto un consonare piacevole, acqualinoso che fa dell’autunno una stagione saporosa e odorosa.

Comunque sia le foglie crocchiano perché sono secche, non perché abbiano un’attitudine al crocchiare, loro preferivano trasudare fotosintesi, ma tant’è, si adattano anche ai nostri piedi calpestanti, trituranti, scalcianti. Ecco tre azioni che ci riportano al bambino che abbiamo dentro, quello che sente i piedini solleticati dalle foglie, che ha un oggetto soffice e rumoroso che può essere preso a calci e scatenare energia, è per questo che ride, modifica il mondo, lo frantuma ed al tempo stesso lo sente alla sua portata. Un senso di dominio delle cose che non può che rendere allegri. Ecco, quel bambino che si nutre di suoni e di colori in autunno può ancora espandersi, correre, sentire che il mondo muta eppure è sempre bello. Il senso dell’autunno e delle foglie non è forse questo? Il mondo muta e ci stupisce e ci consente di vivere nel giorno. Il bambino che abbiamo dentro non pensa alla primavera, alla prossima estate, ogni sera, quando va a dormire, ha una sottile paura del buio perché ha paura che la luce non torni ai suoi occhi, per questo ha bisogno di vivere ciò che ha, di consumarlo.

Così adesso mi godo assieme al bambino che m’accompagna, il colore e il suono delle foglie, lascio che entrino dentro, provochino felicità di esistere. Sapete da dove deriva la felicità di esistere, dalla meraviglia, dall’inatteso, le foglie che mutano sono inattese, il bambino ci trasmette il sorriso e l’autunno comincia a promettere nuove meraviglie.

il bene minuscolo

C’è un bene che si scrive minuscolo, molto personale, spesso abusato nel raccontarlo: preferisce il silenzio. E’ sottile, pervasivo e di sua natura importante per chi lo prova. Riscalda il cuore e non si tiene dentro, ma silenziosamente lo si invia. Produce benessere in chi lo riceve, perché di questo bene abbiamo bisogno come antidoto all’insicurezza, come certezza su cui contare. E’ un bene che lascia liberi e fa crescere. Assieme. Non ha attese impossibili, torna nella giornata, è un pensiero, un moto di tenerezza, una carezza sorridente, un sentire lento e forte del cuore. La sua dolcezza permette di contenere la tristezza e la gioia dell’altro, di partecipare, spesso con parole rade che abbracciano e molto silenzio.

Non è un bene inferiore, è il tessuto su cui si stagliano i colori forti del vivere, ci avvolge, ci riscalda, ci fa sentire oggetto d’amore. Che forse è il bisogno e il vuoto più grande che abbiamo.

la poesia diffusa

A volte una frase, una parola, risplende: è il tassello che s’incastra nel nostro puzzle di pensieri. Sono parole semplici, apparentemente prive di forza, il rosa di questa luce, e si sente che quel rosa è l’astrazione del rosa e la realtà del colore che coincidono, che la parola è sapida di significato. La sensazione è che questo accada quando c’è una sospensione del tempo,  che genera un equilibrio che ha una dinamica interna e non ha bisogno di moto.

Coincidere con noi e dare un nome alle cose fermandosi ad assaporarne il sapore, come fosse un’onomatopea che non ha bisogno di rifare un verso. A volte le parole proseguono, acquistano ritmo, suonano di vibrazione esterna e diventano definitive. In quei momenti le parole scandiscono blocchi di emozione, di significato, sono importanti per noi. Ci pare diventino importanti anche per gli altri e il bisogno di dirle è urgente a qualcuno che può capire. C’è un entusiasmo della parola, ma non so cosa sia davvero la poesia diffusa. Non quella dei poeti veri, quelli in cui si trovano i pezzi di noi, del nostro mondo, che ci fanno sentire disvelati e  nudi e parte di un tutto improvvisamente chiaro. Parlo della poesia diffusa, quella che ci permette di leggere una realtà come libro comune a tutti, quella che ci si porta appresso, quella che affolla non poco i blog e sembra corrispondere a qualcosa di più alto e comune, tanto che la posseggono, senza dirlo, anche a quelli che dichiarano che non amano la poesia. Ebbene se non ho opinioni precise di questo sentire, so però che i poeti fanno compagnia, che ci mostrano verità comuni, non importa se allegre o tristi, e che così rispondono affermativamente alle nostre domande. Forse a loro, ciò che a noi accade di rado, ovvero sentire che il pensiero e le parole sono un tutt’uno di significato, accade più spesso ed è con semplicità che fanno alzare il sole mentre l’aurora ha lunghe dita di rosa per toccare le cose, e noi vediamo questo rosa nei palazzi, sulle pietre, sull’acqua improvvisamente simile al nostro. E questo regala un attimo di comunione e d’improvvisa felicità.

pronomi personali

L’io sembra essere il pronome prevalente della nuova comunicazione. Sono stato educato a non usarlo pubblicamente, ai miei tempi lo stile coincideva con il non apparire e anche la modestia veniva considerata un tratto positivo del porsi, ma adesso lo scrivere (anche mio, meno per fortuna il parlare) è zeppo di identità. Su fb si chiede cosa stai pensando, non cosa pensi di… , e la risposta non può che parlare di sé, o direttamente o attraverso il sentire.

Non so se ci faccia bene tutto questo centrare su di noi; da un lato siamo più consapevoli (forse), cresce l’autostima, dall’altro siamo più soli, abbiamo una misura di noi stessi e del mondo forzatamente limitata. Entrare ed uscire da noi stessi ci porta a vederci, e ad essere assieme agli altri, ovvero a pensare in termini di noi. Non è una minore considerazione o libertà, anzi direi che entrambe sono maggiori con questa modalità. Basti pensare a quanto ci stupisce trovare le consonanze con gli altri, proprio mentre ci sentiamo unici ed irripetibili. Proviamo sensazioni comuni, viviamo vite simili, usiamo oggetti ed abitudini allo stesso modo, eppure ce ne meravigliamo, mentre bene lo sanno gli esperti di marketing e di psicologia sociale.

L’unicità, l’io, è in quel 5%, forse, che ci portiamo dietro come dna, educazione personale, cultura, appartenenza per scelta, mescolati assieme alle qualità ed ai difetti di ognuno ( che, gioverebbe pensarlo, neppure questi ultimi sono così singolari), eppure quel 5% ci fa sentire molto parte di noi e poco parte degli altri. 

Come si dovesse dimostrare qualcosa, mentre non c’è nulla da dimostrare e già sentire questa necessità ci rende meno liberi. 

autosuggestione

Mi fa paura la capacita di auto convincimento che parte dalle proprie vite e poi diventa quell’adattarsi alle situazioni, ai vincoli coinvolgendo anche le menti critiche. Trovare una ragione, sembra un imperativo per vivere accettando la forza del reale medio come fosse immodificabile, anche a costo di rendere meno solidi i principi, l’etica, la morale.

E’ necessario mettere un limite all’inalienabile, tenerci da conto perché oltre quel limite si mina la considerazione di sé e la capacità di cambiamento. In fondo, la maggior fatica e’ conservarsi non disponibili a trattare su ciò che siamo davvero ed è una fatica immane quando sembra non esistere più nessuna regola a cui appoggiarsi, mentre la regola del conformismo è così generale e ferrea da essere confusa, attraverso il meccanismo di approvazione che porta con sé, come equilibrio e buon vivere. Così si vivono vite apparenti e vite secondarie, mentre manca il senso comune che il vivere sia, oltre che questione personale, patrimonio comune. La libertà, ad esempio, è connaturata ad una vita che crea, che oltrepassa paradigmi, ma se questa non è sentire comune, la stessa libertà diventa vita nascosta, non mostrabile perché il senso comune la censurerebbe.  E’ questa condizione che avverto con paura, perché e’ sulla frontiera del vivere tenendo presenti se stessi e gli altri, che si cede e ci si autoconvince ed oggi il limite è sottoposto a continui attacchi.

Certo era più pesante durante il fascismo, una intera nazione s’adeguava, sia alla politica che al vivere sociale, usava al più l’ironia e il sarcasmo, ma accettava. La libertà di pensiero quando e’ scissa dalle libertà di dire e di fare e di essere, rischia di essere il velacro sotto cui si nasconde il compromesso.