11 settembre

L’aereo non atterrava, nella mattina di luce,
volteggiava tra Roma e il Tirreno,
a terra venne il buio, ma per ciascuno a modo suo.
Molti anni prima, qui era sera,
ma lo stesso giorno, di mattina in Cile,
e anche allora ci parve che morisse un mondo.
Un altro mondo,
non quello che ora scinde l’inquietudine e l’attesa,
di chi e cosa, bene non si sa,
ma l’11 settembre chiede dov’eravamo e dove saremo.
E l’inquietudine storce le bocche
scuote capelli e teste,
non nobis Domine non basta più,
dove siamo noi quest’oggi?

le donne

Hanno ossa cave, come gli uccelli,
le donne,
e gli servono per volare.

Ma hanno anche i passi pesanti del piombo, le donne,

se un cuore non batte ciò sentono.

Così lasciano impronte profonde
anche quando volano,
le donne.

E se il loro udito si riempie dei suoni attorno,
a volte si mescola con la dolcezza dei pensieri,
e allora è musica,
nelle donne.

non possiamo essere diversi da ciò che siamo

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Stasera c’era una luna incredibile in cielo. Incredibile perché inattesa. Era grande, appena gialla, con le tracce dei crateri. Era sopra la basilica, poi sopra una statua, ancora sopra una giostra con i cavalli e le carrozze. Una giostra illuminata, di quelle antiche, dove i bimbi vanno finché non hanno gusti inutilmente forti e condizionati da mode, finché sanno ridere per un apparente nonnulla e non si sforzano. Era una giostra in cui a volte c’era qualche bambino piccolo con la mamma o con il nonno. I padri sono ancora a lavorare la sera e arrivano stanchi a casa: non amano le giostre come i bambini e così la giostra è sempre semivuota.

La luna era inattesa e grande, come la sera che calava dolce. Ed era dolce davvero perché l’aria non era più né calda né troppo fresca, non ancora. E le persone stavano sedute sui muretti, nei bar che sono sul corso o che guardano il Prato, e mangiavano o bevevano quieti, come si fa quando si vuole stare con una persona e si cena o si beve assieme, ma senza uno scopo vero perché ciò che importa è stare assieme.

Non possiamo essere diversi da quello che siamo, non possiamo fingere e adeguarci, e sottometterci o urlare sempre. Non possiamo e se guardassimo davvero dentro a quelle tracce che chiamiamo pensieri, se li liberassimo dal ragionamento resterebbero due poli: una grande immensa solitudine e un immenso grande amore che attende di avere un ponte. Per colmare la solitudine, per diluirla, per cancellare l’urgenza delle risposte e affievolire le domande.

Non possiamo essere diversi da ciò che siamo davvero, per questo la luna era incredibile, le parole usate per giustificarci non uscivano ed era chiaro che dobbiamo cercare dentro altre solitudini le parole che servivano. Che ne faremo di noi se tutto ciò che abbiamo è una giustificazione a non essere, un chiedere scusa e un prendere a prestito parole che non hanno consolato.

La luna era un ponte fragile di meraviglia tra una solitudine e un bisogno d’amore. E continuava a sorgere stasera, ed era grande di sé, attirava gli sguardi, forniva materia per qualche parola che aggiungesse dolcezza ai discorsi, al parlottare, persino ai silenzi che s’arrampicavano per scavalcare ostilità radicate, aggiungeva un punto di tregua. Era un dirsi sapendo troppe cose e così solo i bambini la guardavano davvero incantati, ma per poco prima di riprendere un gioco, una domanda, una corsa, o un giro di giostra su un cavallo di cartapesta. Loro, i bambini, sono abituati alla meraviglia e ancora non sono diversi da quello che sono e magari sono tornati dal mare, o sono rimasti a casa, e gli è sembrato naturale perché sono ancora bambini.

Non possiamo essere diversi da ciò che siamo e non possiamo far sempre tacere il bambino che è in noi, per questo guardavamo tutti la luna e lasciavamo che entrasse dentro, e lei entrava, girava con la giostra, addolciva i discorsi, gettava un ponte che faceva sognare.

la memoria dell’aria

Che sarà rimasto dell’impronta del corpo davanti al quadro di Bridget Riley?

Gli atomi e le molecole d’aria per accoglierlo si sono spostati, dei neutrini l’hanno attraversato indifferenti, qualcuno si è messo un po’ a lato e ha intrecciato le aure. Ma senza volere.

E del vedere che ha prima scrutato e poi cercato, è rimasta solo l’eco e l’impressione d’una vibrazione che si trasformava?

C’erano voci attorno. Alcune normali, altre sussurrate, avranno spinto l’aria addosso. Senza sapere hanno accarezzato un timpano e gli abiti che si muovevano, ma anche il viso e il collo d’uno sconosciuto.

E del viso che s’è girato, degli sguardi incrociati, dell’attenzione momentanea che ha trovato un particolare che stupiva, cos’è rimasto?

E mentre il quadro, lui fermo, faceva muovere piano i corpi eretti, piegava con gentilezza le teste, generava pensieri che cercavano appigli di conosciuto, lo sapeva che pian piano stava diventando un foglio su cui ciascuno scriveva con caratteri solo a lui conosciuti, che ne dipingeva un lato, che metteva sul bordo l’impressione sopraggiunta e che infine lo lasciava cadere volteggiando nella pila di fogli della sua memoria?

Poi il corpo si muoveva, gli occhi cercavano di essere sorpresi e occupavano nuovi spazi mentre vibrazioni, atomi rimescolati assieme a pulviscolo danzavano. Era la memoria dell’aria che finiva in uno stipo dell’universo dove tutto il possibile di quel momento si archiviava in attesa di un nuovo presente.

E il corpo era parte di quel possibile che coincideva con una delle infinite bellezze disponibili.

 

perché non me la prendo con i politici se non quando davvero serve

È facile prendersela con i politici. Si mostrano molto e pavoneggiano, dicono sempre troppo e senza obbligo di coerenza, fanno cose di parte spacciandole per tutti, non capiscono la realtà che viviamo davvero e non sono più intelligenti di molti di noi, ma solo furbi.  E si sa che i furbi non piacciono, anzi si piacciono solo tra loro e si stimano per questo.
E noi cosa c’entriamo?
Durante la formazione in quel percorso che ci ha fatto cittadini di un paese democratico, ci è stato insegnato che chi esercita il mestiere dell’amministrare e del fare leggi, è il terminale temporaneo di un processo di dislocazione del potere

Un potere che essendo del popolo dovrebbe partire da noi, approvando, attraverso il voto e la delega, un progetto e dar mandato a chi lo propone. Ma soprattutto verificarlo nella sua attuazione.
Tutto questo per ordinare e rendere equo e giusto il mondo in cui viviamo. Poi ci accorgiamo che non è vero, che non accade quello che ci era stato detto, ma soprattutto verifichiamo che non siamo uguali detentori del potere perché ci sono molti altri più “importanti” di noi che ne hanno uno infinitamente superiore al nostro e questi non hanno bisogno di delega per trattare con la politica: le banche, i potentati economici, i grandi funzionari pubblici, sono pezzi di potere senza elezione. E ci accorgiamo che le loro decisioni non hanno di fatto sindacabilità. Quindi solo un pezzo di potere viene da noi e questo non ci fa cambiare le cose, cosi preferiamo pensare che quando si vota si esaurisca la responsabilità di una scelta, mentre è in realtà il controllo che ci tiene in democrazia e ci fa contare davvero.
Il controllo è quella cosa che non accetta ciò che gli viene raccontato, ma fa la fatica di verificarlo e apprezza chi è indipendente più di chi si conforma.
Eppure viviamo in un livello crescente di baggianate, di eccitazione alle soluzioni semplici quando il mondo è invece complesso e rende tutto precario. Pensiamo alle nostre vite, di facile c’è ben poco ma sappiamo che senza un po’ di fatica non si va avanti, per questo dovremmo pretendere dalla politica e dai politici, di rispettare i programmi ed essere coerenti con la realtà. Però non basta perché trovato un evidente responsabile poi non ce la prendiamo allo stesso modo con il vicino che non pratica la legalità, che dice cose che non condividiamo, che è esso stesso furbo.

Al più si ribatte, si evita che invada i nostri spazi e in nome di una libertà precaria dal punto di vista concettuale permettiamo che pensieri e pratiche illiberali, coercitive, razziste allignino tra noi.
La religione con le sue barriere ha aiutato i processi di delega, ha giustificato il peggio in nome di qualcosa che doveva essere più alto e soprattutto ha reso indiscutibile la delega del potere. Aveva capito che nel portare il potere verso il basso si generano processi di discussione e di controllo che se aumentano la differenza rendono anche più evidenti le storture e urgente il loro metterci mano.

La società laica dovrebbe quindi esercitare costantemente la critica e controllare la delega ma non solo verso l’alto ma anche e sopratutto in orizzontale perché senza una presa di coscienza che le idee perniciose restano tali anche in democrazia non si riesce a vedere la stortura che esiste nei comportamenti, nella prassi quotidiana, nelle furbizie, nella giustificazione dei piccoli abusi, nell’interesse che pur essendo giustificato ha un limite: non togliere nulla agli altri, non far male, rispettare le regole comuni perché questa è la base del rispetto reciproco. E se le regole non vanno bene protestare finché cambieranno. Per questo me la prendo con i politici il giusto che conservi il rispetto per la funzione che hanno, ma me la prendo molto di più con la chiacchiera che osserva ciò che sta nel piatto dell’altro e non guarda nel proprio, me la prendo con chi non fa nulla e si lamenta, me la prendo con chi non ha un’idea comune, che non fa nulla per un futuro in cui si stia meglio. E questo è più difficile di imprecare contro qualcuno che è talmente distante da non sentire.

 

acua morta

Acua morta, che rabia
col so’e che bate
el remo pesca erba e scoasse,
sbrissia ‘a barca sensa movar aria,
l’acua xe brodo de pesse che lessa,
ch’el salta par sentir se cambia:
on tonfo de pansa, se sarà pian i serci
e xe passà ‘a speransa.
Resta on pensiero
che se gira e rigira
come se ‘a testa sercasse calcossa,
nel senso de ndar,
nea spiera de vento,
ne l’ombra del salgaro che pesca coe foie,
e tuto invesse se rompe
come el remo ne l’acua ch’el serca
na spinta
e intanto entra, se spaca
e quasi no se bagna.
Sbrissia via ‘a barca col pensiero
che se destriga e el se intriga,
ne l’ acua morta, nel sole,
che rabia.

Tamigi

Sotto la terrazza ci sono piccole onde marroni che sciacquano sassi marrone. Dove ci sono uffici e pub c’era una fabbrica di pesce affumicato e in salamoia. L’odore è entrato nella calce e nei mattoni che non sono stati demoliti, e si sente. Bisogna annusare e ascoltare ma si sente. Arrivava il pesce e le mani delle donne toglievano ciò che non era necessario. Fanno sempre così le donne. Poi immergevano i pesci squamati nella salamoia calda e poi in quella fredda. La mani erano rosse e levigate dal sale, se le avessero messe a bagno nell’acqua trasparente l’avrebbero colorata e succhiata dalle unghie, dai polpastrelli, dai palmi. Respirando sale e pesce il naso si affila, diventa trasparente come porcellana controluce, annusa e scarta. E sogna, ma per suo conto. Meglio la salamoia che l’affumicatura che entra in tutta la pelle, sotto i vestiti, ovunque ci sia qualcosa da imbibire di fumo e di carne di pesce. Però le cassette di aringhe allineate e luccicanti d’oro erano più belle dei barili pieni di pesce che guazzava in un sale marrone. Estetica del conservare. Ma questo era prima. Ora c’è una terrazza sull’acqua e si vede bene il tramonto. Anche attraverso la birra, si vede. Nell’angolo c’è un signore vestito di lana scura, pesante per la stagione: guarda l’acqua e i palazzi dell’altra riva. Ha un bastone di legno duro levigato dal palmo. E il palmo si è curvato per accogliere il bastone. Non guarda i ponti e nemmeno il tramonto, guarda l’acqua che si sovrappone con piccole onde marroni ai sassi marrone. Le mani sono grandi e pulite, nodose di artrite, solo le unghie hanno una corona nera del tempo in cui trasportava carbone dai barconi.
Pensa alla sera, a un naso che sembrava porcellana contro la lampada e le mani rosse che lavavano le sue nel secchio. A lungo.
Alza gli occhi verso i grattacieli e annusa il muro che sa ancora di salamoia e pesce. Poi guarda l’acqua che sposta i sassi e non sposta il tempo.

ad alta voce, inflessibili per un poco

I proclami, le prese di posizione “definitive”, spesso contengono l’insofferenza per la propria solitudine. Cosa sia poi la solitudine è difficile dirlo, perché contiene molte assenze, proprie e altrui, tanto che alla fine si mal sopporta persino la propria differenza. C’è il bisogno di una linea che definisca chi sta da una parte e chi dall’altra di noi, insomma di escludere per rafforzare la propria coincidenza con il mondo. Il nostro mondo. E perché mai perdere tempo con ciò che non è affine, utile o semplicemente troppo complicato? Non ne vale la pena, ma se non accade matura una frattura che fa dire cose assolute in un mondo evanescente e sostanzialmente indifferente. Quasi ad enunciare dei principi che poi principi non sono ma sono ingarbugliate sofferenze senza voglia di nome. Non ritorna molto delle nostre posizioni e un embè seppellisce come un like. Allora tornare a noi, che conteniamo problemi e soluzioni, sembra l’unica cosa davvero giusta.

tra pudore e nudità

Sono talmente tante le ignoranze dell’uno e dell’altro che ci affidiamo a modalità precarie come l’intuito e la speranza.
Dovrebbe esserci una leggerezza pensosa tra noi che fa rifulgere il gioco in cui c’è molto di ciò che si limita, o ancora ascoltare, partecipando, le mutevoli allegrie e tristezze.
La vita arranca e si cela, lascia trapelare ciò che sembra lenire o non causare danno e male e ogni volta che si parla all’altro ci si ferma al limite della luce o della notte.
Il profondo trasloca allora in noi, si chiude in scrigni d’ambra o di cristallo. Vorremmo fossero saggiati dai palmi, percorsi da dita amorose, sentiti nella dolcezza e nell’affilarsi dei limiti, aperti piano e col giusto batticuore.
Senza risparmio di tempo perché la nudità esige l’infinito mentre il pudore s’accontenta dell’attimo e del giorno.

gli amori del limite

I confini, che a nessuno davvero appartengono,
sono il luogo dove tutto accade
e resta immobile, in attesa del farsi:
lì sono gli amori del limite.
E sembra vi sia la sfida
del cercare di noi lo sconosciuto desiderio,
ma non è questa l’insaziabile irrequietezza,
e neppure il rifiuto d’ogni ragione,
è quel farsi che affascina,
come accade vedendo un fiore che sboccia,
eppure era erba,
un verde senza pensiero,
ma prefigurava una stella
dove ora s’annodano energie convergenti
e prima  era vuoto apparente di tempo.
Nell’area dove tutto è possibile,
la determinazione assume la giusta modestia
ed è grande la pazienza,
così vede la crepa del cemento che si popola di steli e di foglie,
il verde che si nutre di grigio per essere rosso,
nella stagione che rifulge.
E ha il sapore dell’adesso e del profumo che sarà,
e ogni muscolo è pronto alla corsa
mentre ora muove placido nel fare consueto,
così anche il coccio di vetro rifulge
mentre il sole lo rende diamante.