l’età in cui nasce la malinconia e la felicità

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La scuola aveva due sedi, e si frequentavano entrambe. Quell’anno in autunno, ci furono piogge torrenziali e il rione pellettieri, che attraversavo, era interamente allagato. Parti povere della città, anche quando la città frammischiava le case tra poveri e ricchi, ma lì non c’era traccia di ricchezza, una vecchia villa era un postribolo da poco chiuso, poi, verso il canale un’altra villa, trasformata in clinica, per il resto erano case miserevoli, malsane, appoggiate l’una all’altra, in strade basse che s’ allagavano ad ogni autunno e tra esse, una fabbrica di colori, inchiostri e crema per calzature che provvedeva con i suoi scarichi, a colorare i livelli d’acqua sui muri. Così c’era il diagramma del malstare sempre a disposizione. Capivo poco, ma la miseria era evidente e passandoci in mezzo, entrava dentro come umidità, faceva star male al pensiero. La mia casa era modesta, ma linda e piena di sole, c’era legno e terrazzo veneziano, non pavimenti in terra, i miei vestiti erano ordinati e puliti, mi portavo dietro un profumo di buono, ma passando tra quelle case mi sembrava che ciò che avevo fosse in più, tanto da accelerare il passo, per uscire dall’impressione di pesantezza del vivere loro. Poco dopo l’intero quartiere fu smantellato, gli abitanti deportati in condomini e appartamenti sani, con il bagno, mentre lì, nel pellettieri, i bagni non c’erano e finiva tutto in canale, ma dico deportati perché fu dispersa una cultura, non per loro scelta e i vecchi si intristirono, i ragazzi restarono separati dal resto delle bande giocherellone nostre e ne fecero per loro conto, ma più chiuse e cattive, senza più gioco. Accadeva e noi non sapevamo nulla e così ci godevamo le demolizioni, andavamo a vedere gli affreschi sulle pareti della casa di tolleranza e per completare il giro, chi sapeva, ci portava anche a vedere i mosaici di quell’altra di via santa Agnese. Di tutto quel bisbigliare, ridacchiare, capivo davvero poco, non avevo ancora alcun interesse che fosse esplicito a me, non era ancora tempo, vedevo i nudi, ridacchiavo ed avevo un vago senso di peccato, ma la cosa finiva col parroco al sabato e qualche pateravegloria.

Le due sedi della scuola erano davvero distanti. Per raggiungere quella vicina al Carmine attraversavo mezza città. Camminavo tantissimo in quegli anni, con un’abitudine (che m’è rimasta), connessa ad un senso di gioia, come se le gambe e il loro muoversi avessero un potere di allegria, quindi non mi pesava e tornavo spesso a giocarci il pomeriggio. Un giorno, scavalcando un muro, m’ accorsi di un ciliegio coperto di fiori, dei petali che volavano come neve e divenne evidente l’aria fresca, già piena di umori, che veniva dal canale. Fermai una corsa per dirlo, ma non era già più tempo, i giochi nuovi e non più da bimbi, la scoperta delle cose dette a bassa voce, ormai cancellavano la meraviglia dello stupirci assieme, finì con uno spintone e un canzonare che bruciava, ma che mi permette, oggi,di tenere il ricordo di quel bianco in mezzo alle rovine della città che cresceva. Era l’età in cui nasceva la malinconia e la felicità attesa ed io mica lo sapevo. Il quegli anni quello che era stato seminato in me, spuntava, prendeva forma, e accadeva tutto ciò che poi sarebbe diventato forte. C’era una consapevolezza della spinta a crescere che cambiava vestiti e scarpe, ma soprattutto cambiava i pensieri, ed io i pensieri non volevo farmeli cambiare troppo, ci tenevo alla fantasia, alla meraviglia di quei piccoli giochi appena trascorsi, al fabbricare cose che sembravano altro nella mia testa, come quegli aerei di compensato ritagliati già pregustando il loro volo con i razzi, e il parlare seduti all’ombra sulle cose impossibili, e dell’ultimo film visto e il repentino alzarsi e ricominciando a correre, e le figurine nuove da mostrare, e il concitato sovrapporsi di parole dei litigi, e i silenzi improvvisi. Insomma a tutto questo ci tenevo, pur nel mio crescere impellente, eppure fuori tutto mutava, così trasferivo dall’esterno all’interno quell’essere di prima che non voleva morire, ma non me ne accorgevo. 

Alcuni giorni alla settimana li trascorrevo nell’altra scuola. A fianco dell’ingresso, appena oltre al portico, c’era un salumiere di quartiere, con un bancone così alto che mi sembrava un muro. Ed io non ero piccolo, ero il più alto della mia classe. di quella di prima almeno, perché nella nuova c’erano un sacco di ripetenti, perfino uno che aveva fatto il militare. In quella salumeria si entrava durante l’intervallo, si veniva investiti da un odore fatto di cento odori diversi, di pane, di canfora, di mortadella, di spezie, di diluente, di stoffa, di prosciutto cotto, di baccalà, tanto da restare per un attimo sospesi a decifrare, ma era un attimo, poi cominciava l’acquolina e l’attesa, finchè si usciva con un panino fresco, ripieno di tonno e cipolline sbrodolanti e gocciolanti. Gusto. Puro gusto e piacere. Era una novità assoluta: l’intervallo, l’uscita furtiva dalla scuola, il panino, il rientro. Una bricconata da cuore in gola da celebrare come una vittoria, un essere grandi prima del tempo, una libertà, un disporre di sé e del poco denaro raccattato tra mancette e borsette compiacenti. Tutti spiccioli, anche le giornate, solo la vita era davvero piena, colma, traboccante, da passare con la lingua oltre al bordo per non perderne nulla. E invece veniva disperso talmente tanto, scialacquato con allegria il vivere quotidiano che, più che una vita, era una scia di fatti, impressioni forti, flash nel giorno che rischiaravano i visi e sfumavano i contorni, sovraesponevano, ma restava tutto, oh sì che restava. Ci fu un fatto, un incidente, una chiazza di sangue larga, la segatura ad assorbire, come stessero pulendo il pavimento, il corpo portato via subito, l’impressione fortissima, poi il racconto di chi c’era e aveva visto, noi eravamo appena fuori, in cortile, al grido. E nel dire concitato, si sovrapponevano le vanterie dei testimoni, ma un peso che non aveva nome, e avevamo tutti, toglieva ogni enfasi ai discorsi, anche le parole altisonanti si schiacciavano per terra. Il pensiero di casa, di noi, della vita e del suo interrompersi per la prima volta, almeno per me, aveva un valore diverso. Non erano più angioletti, come li chiavano prima, un compagno di giochi, una peritonite, forse, e non c’era più, e ancora, il fatto dove pure noi esploravamo il fiume, uno scoppio, corpi dilaniati, il ripetere in casa che le cose strane non si raccoglievano, che la guerra che non era ancora finita negli oggetti letali, ma allora la morte aveva un altro significato, forse non ne aveva, accadeva, non era una vita a cui veniva tolto il futuro, non lo capivo così prima. Solo nella nuova scuola, in quel fatto, si palesò, nella sua definitività ed era la prima vera percezione, la morte.

Di allora, mi pare tutto eccessivo, un pullulare di contrasti, quiete e fermenti che schizzavano ovunque, continuo a pensare che tutto già c’era, che nella pallina di energia che si era accumulata pochi anni prima qualcosa si stesse srotolando, un refe, rosso, forte che prendeva dentro e attorno, cucendo tutto. L’ho capito allora che contenevo il tempo, non quello dei libri di storia, non quello sequenziale dei doveri, degli obblighi e dell’attesa di un piacere circoscritto, no, contenevo il tempo arruffato e circolare, il mio tempo, quello fatto di una crescita multiforme, di un andare, di un obbligo alla visione che non è microscopio, ma neppure sguardo distratto, un elaborare continuo di stimoli, di sentimenti, di possibilità, piacere che resta, un tempo che solo io avevo e che durava, si rivoltolava in me, urgeva e cresceva, come quelle torte senza lievito che faceva mia mamma, mia nonna, tutti: la torta margherita. Un tempo che abbuffava e soffocava, che faceva tossire per la fretta, e poi si scioglieva e lasciava pasciuti, in attesa di un nuovo essere, anzi dell’essere che si svolgeva. Ecco, lì, mentre nasceva la consapevolezza dell’esistenza della malinconia e della felicità, oscuramente cominciavo a capire che l’essere mio si sarebbe d’ora in poi, svolto, e che io scrivevo il tema.

il grafo della fine dell’infanzia

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In fondo erano poche strade, anche se a me parevano tante, il grafo dei miei percorsi l’avevo in testa, con relative priorità e gradi di piacere, ma allora non sapevo cos’era un grafo ed erano solo strade e luoghi di congiunzione tra necessità e libertà. Avevo 11 anni, quasi 12, come il millequattro quasi  millecinque di non ci resta che piangere. Casa, campo da pallacanestro, patronato, scuola, i giardini di certe case in rovina, case di amici, il Prato e gli zii, i giardini dell’arena e le piazze. Percorsi con i calzoni corti, di corsa, da solo, in compagnia, nel sole delle estati afose di città, piano, sotto i portici, d’inverno. Alcuni pensieri ancora li ricordo, erano di attesa di cose buone, di futuro. E poi quella nuova scuola. Tetra come sanno essere i conventi strapazzati dagli usi civili, ricca di superfetazioni, laboratori, cemento e aule ricavate in spazi che un tempo dovevano essere belli. Una scuola professionale, perché questo aveva pensato per me il maestro, ed era stato pure ascoltato; che stupidaggine vista la mia manualità e la fantasia solitaria e galoppante. Comunque era un’ altra scuola e a me bastava per uscire dall’infanzia. Non più l’elementare vociante dei bambini, dei grembiuli e dei fiocchi, dei nonni in attesa, delle dita sporche d’inchiostro. Non più le aule che odoravano di vecchio e di legno, i finestroni altissimi che si riempivano di pioggia, le tende pesanti, nocciola di sporco e di canapa, gli alberi visti mentre desideravo esser fuori e lontano una voce spiegava, spiegava e io sognavo di tagliare un ramo del tasso che vedevo per farne un arco (come Robin Hood), non più lo stesso maestro, gli stessi compagni, gli stessi percorsi: tutto nuovo, strade nuove, occhi nuovi per un’età che cresceva troppo piano e troppo in fretta rispetto ai pensieri e al corpo che s’inerpicava nell’età prepubere. L’età informe e indecisa, la terra di nessuno in cui sarebbe accaduto molto, troppo, e capito nulla o quasi. l’età delle trasformazioni in cui scoprivo la libertà, la possibilità d’essere solo e felice. Eppure in quel vivere mi sembrava di non imparare nulla di confrontabile con il prima ed erano pochi i ricordi che restavano dei giorni, delle cose, quasi a negare l’età precedente, perché il ricordare è faccenda personale, un riposarsi nel passato, cosa davvero poco interessante quando si cresce o si esce da un’età e si entra trionfanti e timorosi nella successiva.

Eppoi c’era una nuova casa, perché in quell’anno traslocammo, nuovi pensieri e nuovi luoghi di gioco. Ambienti più grandi da odorare, un sole diverso che irrompeva da finestre disposte secondo nuovi orientamenti, odore di calcina e di lacca, pavimenti di legno a lunghe tavole, il terrazzo veneziano nel soggiorno, una televisione, un frigorifero, un giardino, un muro alto che separava da un convento pieno di ragazze che cantavano canzonette, una terrazzetta, due scalini di legno su cui mi sedevo guardando il Santo, con le sue cupole e l’angelo con la tromba che si muoveva con il vento e la soffitta e i mobili in cui nascondere fumetti e un tumulto dentro con la scoperta della malinconia. Forse mezzo chilometro, ma il mondo era davvero cambiato. Io ero davvero cambiato.

E continua…

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Di tutte le matite smozzicate, delle pennebic succhiate, dei morsetti nervosi sparsi ovunque, delle piccole gomme tormentate, dei residui di pensieri sospesi in un angolo minuscolo d’universo, resta segno. Chi è stato qui ha inanellato anni, temperato matite, fissato la macchia nell’angolo del soffitto, tormentato e sorriso il giusto, ha condiviso parole leggere e pesanti, pensieri indiscreti, chiacchiere e silenzi. Anche se li conosco, cosa so di lei/lui ? Nulla, ma posso leggere piccole abitudini, caccole di pensieri ripetuti che hanno lasciato traccia su piccoli appunti: la chiocciola dello scotch cosparsa di pezzi già tagliati e poi dimenticati, alcuni post- it accartocciati dal calore tra video e tastiera, quei trucioli di legno e mine colorate, compressi nel temperamatite. Timbri, mine 0.5 / 0.7, un perforatore per classificatori, il piccolo cestino di vimini ricordo di cioccolatini pretenziosi. Cose varie che non s’è osato gettare, sul lato una cucitrice vetusta col nome del possessore, un righello seghettato, il portapenne – tazza con la faccia di Bug Bunny, che magari avrà divertito per un attimo. Tracce di utensili che hanno racchiuso pensieri involontari: nulla d’importante e mai tra queste cose. Forse le voci che si sono scambiate nella stanza ora sono radiazione elettromagnetica dell’universo, come i sentimenti proseguono il respiro ampio del big bang, energia che c’impolvera ed impollina in continuazione. Forse le voci sono rimaste in qualche discorso importante, forse le teste hanno cambiato qualche connessione neuronica. Forse. Ma questo è un angolo di scrivania, testimone reticente ed annoiato del vivere. Che è fuori, comunque fuori, anche se qui si è trascorsa non poca parte del vivere. E chissà, se sapessi, cosa penseresti di me che mi perdo in questi pensieri inutili a ogni dire. Mi perdo.

breviario laico del limes

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Restare nell’attimo che precede l’azione, quando la forza è ancora una molla e il futuro non è scritto.

Ricordare il prima dell’accadere, quando non si sapeva e le cose erano consuete, percorse di pigro svolgere di tempo.

Percepire i piccoli segni di ciò che accadrà, con meraviglia tranquilla, lasciando che il possibile accada e diventi vita.

Sentire il filo, trasparente e forte, che lega le cose e ne fa tempo, ciò che sta prima e ciò che viene poi, amarlo in un sussulto d’amore che non si spegne.

Cogliere l’attimo e disporlo nel vaso, con ordinato amore, farne risaltare colore e bellezza, mettere l’armonia in accordo con esso perché sia per sempre nostro.

Restare sospeso nel meriggio del pensiero, fare del razionale una lama di luce netta in cui danzano i bagliori del sentire.

Guardare ciò che finora non si è visto, in un vuoto di pace che lascia agli occhi il loro lavoro.

Vedere e non sentire l’urgere di sé, quieto, in onde di respiro aperto, parte di una eternità che finalmente dura.

l’utilità del vuoto

Per chi considera l’utile come parte essenziale delle vite, consideri che altro si può pensare, che 2500 anni fa il Daodejing parlava di armonie che continuiamo a inseguire, a volte nel fare, a volte nell’accumulare, a volte negli studi degli analisti.

Sgombrando il viso da sorrisi, per un poco si rifletta che noi siamo contenitore per avere contenuto, corpo per avere pensiero, desideri per avere governo. E che non tutto ciò che riempie è sufficiente, e non tutto ciò che possiamo contenere ci fa bene e dona equilibrio.

E la bellezza e l’armonia sono misura del vuoto, di ciò che lo riempirà e di ciò che ne resterà.

Dal DAODEJING

capitolo XI- l’utilità del vuoto

Trenta raggi si uniscono in un sol mozzo

e del suo vuoto si ha l’utilità del carro,

s’impasta l’argilla per fare un vaso

e nel suo vuoto si ha l’utilità del vaso,

s’aprono porte e finestre per fare una casa

e nel suo vuoto si ha l’utilità della casa.

Perciò il pieno costituisce l’oggetto

e il vuoto costituisce l’utilità.

dialogo sulla bellezza

b.: credo che la sensualità e la bellezza abbiano aspetti soggettivi, personali, e che quelli si dovrebbero riconoscere per star bene con sé. Gli altri sono aspetti oggettivi, di relazione, ovvero quelli che gli altri riconoscono in noi perché sono parti di un canone comune.

A.:sentimi bellezza mia, io invece credo che la bellezza e la sensualità siano solo oggettive e comuni, cioè semplificando al massimo: io posso essere sensuale e bella per tizio o caio o per te, ma non per tutti se non sono davvero bella. L’attrazione fisica, sessuale, mentale è fatta di questo.

b.: certo, ma parliamo di cose diverse, tu ti fermi ad una idea di bellezza da rivista, mentre sei bella e sensuale sia oggettivamente, che soggettivamente ed entrambe le situazioni non dovrebbero impedirti di sentirti bella sempre e comunque. Anzi dovresti accettare che qualcuno veda la tua bellezza dove tu non la vedi e vedere dove indica il suo dito prima di escluderla. Solo così esci dallo stereotipo che ti condiziona. Prova a scoprirla, riconoscerla, non fermarti all’apparenza.

A.: sarà, a mio avviso tu costruisci relazioni per la tua testa, il mondo non funziona così, neppure la biologia funziona così.

b.: se questo fosse ci sarebbe un’idea stabile di bellezza e saremmo classificati alla nascita. Questo va bene per il senso comune, ma tu prova a vederti davvero, non con gli occhi degli altri, con i tuoi e senza specchio e scoprirai qualcosa che è solo tuo. Chiediti se è bello, riconoscilo come tale e la tua sicurezza di te, solo per te, sarà nuova, non soggetta al tempo. Lascia che la tua bellezza sia e basta.

il tempo e le cose

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Ho sempre fatto più cose, talora molte. Se questo servisse in realtà ad altri scopi, cito i verbi: esaltare, distogliere, amare, misurare, occultare, rispondere, soddisfare, ecc. ecc. , quasi certamente è vero. Mai un solo verbo applicato per volta, però, e la mistura era, -ed è- la mia interpretazione del vivere. Con questa premessa, è evidente che il tempo sembrava non bastare mai. Era vero allora, e neppure basta ora, che forte di vita vissuta potrei dire: ecco la lentezza non è più solo una modalità epicurea del vivere, ma piuttosto una necessità per assaporare ciò che c’è in relazione a ciò che è stato. Ma quale tempo non mi basta? Quello del vivere per necessità che è il contrario del piacere di vivere, per questo il mio tempo è diventato oggetto prima di riflessione e poi di sperimentazione. Ognuno si costruisce le sue ricette sull’uso del tempo, chi se ne fa dominare, chi lo rifiuta, chi si porta verso altri tempi oltre quello cronologico. Ciò che importa è che il tempo, e le cose, non prendano in mano noi, ci facciano scegliere ciò che non vogliamo e alla fine vivano al nostro posto. C’è tempo, tutto quello che c’è, e quello basterà per tutto il necessario e il soddisfacente, non possiamo averne di più. Ecco allora che la lentezza non è più un rallentare le cose, ma il governarle e si unisce alla leggerezza per riconquistare una libertà inusuale.

Ineffabile è la condizione di chi si pone al di fuori eppure è dentro, di chi non guarda l’ora e corre per il suo piacere, di chi fa e sente che quello che compie soddisfa. Chi? Naturalmente se stesso. E per gli altri non c’è bisogno di scuse se si è davvero se stessi.

cose

Tutti questi oggetti, libri, cd, feticci tecnologici quando li abbandonerò torneranno ad essere ciò che sono: cose. Quel velo d’anima che li ha rivestiti nella loro scelta, nell’immaginarne un uso, nell’utilizzo e nella consuetudine che è quasi amore, si perderà definitivamente. E’ il loro destino, hanno significato solo per me. Noi viviamo sui detriti, su ciò che è stato costruito e distrutto, amato e odiato da chi ci ha preceduto. Questa enorme massa di cose ha alzato le città, si è inabissata nei mari e nella terra per sciogliersi piano in molecole asessuate di sentimento che ora girano e si ricompongono. E’ una piccola parte del ciclo della vita ben più vitale e rorido di umori. Oggetti che prima degli inceneritori impiegavano più tempo a consumarsi e passavano più identità, ora spesso sono vapore, aria, isole galleggianti nell’oceano. Ma senza vita in comune con l’uomo.  

Esplorando una casa abbandonata, accanto a mobili rotti e fotografie sbocconcellate dai topi, c’era una lettera ancora in parte leggibile e scorrendola le parole hanno riacquistato senso e la carta non era più solo foglio, ma qualcuno che parlava. Ne ho ricavato una malinconia curiosa, sentendo che nel trasmettere qualcosa noi vorremmo fosse per sempre, come il nostro amore. E che ogni espressione di noi, quel pezzo impalpabile di passione, quel protendersi verso l’altro, vorremmo rientrasse nella nostra potestà. Anche nel gettare, chiudere, distruggere, non solo nell’amare e nel serbare. Pezzi di noi trasfusi nelle cose, uso e ricordo assieme. 

E pur con un tempo più lungo, con qualche scia che scavalca case, generazioni, anche gli amori, gli affetti più profondi che c’hanno legato, sfumano con la distanza, in un lasciar andare che non è distacco, ma vite che si sovrappongono. Frammenti di sentimenti su cui, e con cui si vive, e finché ci siamo sono ciò che ha senso in noi e ci è più caro.

inguaribili romantici

Portavo pantaloni neri alla zuava infilati negli stivali neri di cavallino, giacche di velluto chiaro e maglioni o camicie aperte. Mi piacevano (e mi piacciono i colli alla coreana), sentivo il cuore che pulsava all’unisono con il mondo. Il mio romanticismo era anche questo: passione in accordo con il fare, un buttarsi oltre perché ciò in cui credevo era più importante. Avvolgevo il tutto in un mantello nero a ruota che ho ancora oppure in un eskimo che finì a pescare con mio zio, quand’ero militare. Se c’è stata una costante in Europa per oltre un secolo e mezzo, questa è stata il romanticismo. Declinato in tutte le forme, ha infiammato, unito, rovesciato, diviso, creato, distrutto e costruito stati, economia, idee, scienza e sapere. Il novecento ha sepolto se stesso e il romanticismo, ma non l’idea che qualcosa possa far da collante al bisogno di cambiamento. Sarebbe triste un mondo che ripete se stesso, ma anche un mondo che muta con la sola tecnologia sarebbe altrettanto triste. Un imprenditore, padrone del vapore, portato allo scontro in fabbrica, mi diceva di sé che era un inguaribile romantico, forse intendendo che credeva nella forza che spinge oltre il singolo, che unisce e mantiene ben distinti gli slanci personali. Insomma credeva in qualcosa che non era il solo denaro, ma la crescita dell’uomo, e per farmelo capire bene paragonava la manifattura, che è fatta di forza, precisione, ingegno e trasforma, crea quello che prima non c’era e non ripete, rispetto alla finanza dove tutto questo non esiste e il denaro genera se stesso. Questo scontro tra padroni e operai, tra dominatori e liberatori era uno scontro tra romantici. Finito? Forse. Oltre al macro dato che alle aspirazioni alla libertà si sono sostituite altre aspirazioni, che creati gli stati ed esaurita la spinta coloniale ben poco rimaneva da fare, con la seconda guerra mondiale anche il romanticismo ha iniziato a scomparire dalle coscienze. Le ultime vampate del ’68 e degli anni ’70 hanno lasciato il posto al prevalere dell’individualismo, abbandonando il collante che ne permetteva il beneficio per tutti. Il mondo avanza sulla tecnologia e la passione è una virtù domestica da esercitare dove meglio si crede, tanto che è più facile unirla al sesso e al potere che ai progetti collettivi. Può bastare per un poco, ma credo lasci larghi spazi all’insoddisfazione senza nome. All’anomia che divora quando non si è parte di un progetto di futuro. Non importa se conduttori o passeggeri, ma un progetto è un veicolo con una forza enorme che trascina tutto in avanti.

Mi chiedo se chi è stato romantico lo sia per sempre, come fosse una cecità dello spirito che impedisce di vedere altro. Eppure mutiamo, non siamo quelli dei nostri anni giovani, se ci furono idee forti queste si sono attualizzate, più che invecchiate con noi. Mi impressiona sentir dire ai funerali di un compagno, di un partigiano, di uno spirito forte, che è stato fedele agli ideali della sua giovinezza, mi piacerebbe invece, che si dicesse che è stato sempre vivo, che di quegli ideali ha fatto motivo di una crescita personale che non si è mai conclusa e che non si è stancato di lottare per gli altri. In fondo questo fanno i romantici, vivono e lottano, provano passioni e cercano di condividerle. E sono un po’ fuori del tempo perché si richiamano a qualcosa che pare non sia specifico di un’età dell’uomo: la giovinezza. Mi pare sia così, forse lo dico per darmi speranza, per dirmi che se il romanticismo è morto non ha vinto il cinismo e che da qualche parte il fuoco è ancora acceso e che insieme si potrà andare avanti e che la libertà avrà un senso collettivo e che il mondo sarà un diverso terreno di competizione e di crescita per le idee e gli uomini, non solo il luogo per accumulare cose e denaro.

Mi chiedo anche quando, e se, sia finita l’età dell’innocenza dello sperare in qualcosa di comune. Me lo chiedo e lascio la domanda a ciascuno, perché in quel momento si inizia a diventare vecchi e non si smette più. Solo sperando contro l’evidenza si può essere giovani, invertire il corso del tempo reale. E allora gli ideali della giovinezza ritornano vivi, non gli stessi, ma quelli che permettono di sperare che cambierà e che spingono perché ciò si avveri.

Intelligenza, passione, fare insieme, credo sia tutto qui.

solitudini

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Inizia appena nati, poi continua attraverso una coscienza indistinta, fatta di paure e di certezze inoculate. E’ la solitudine. Chi ci educa trasferisce quello che può, anche il suo bisogno d’amore trasferisce. Assieme ai dubbi e a quello che ha sua volta ha ricevuto. Per questo i genitori sbagliano sempre e non sbagliano mai. Chiamati a un mestiere che si impara in corso d’opera, con la voglia di mettere una pezza a quello che è mancato loro, al più si può chiedere la buona volontà e quello che possono dare, non quello che non hanno. Eppure il bisogno insanabile di sicurezza comincia lì, tra le prime mura che conosciamo, dove è avvenuta la scissione dalla protezione assoluta che c’era prima di nascere e che cerca ragione in un’ educazione sempre carente, perché non può immaginare quello che verrà, ma al più quello che è stato.

Credo che la vita sia un perenne elaborare la solitudine, trovarne il senso e la forza. Non è poco se si pensa che in essa c’è l’individuo e la sua originalità. E anche la felicità promana da essa quando trova la sua compensazione in un riconoscimento, in una condivisione inattesa, in quello stato di vita altra, che per comodità chiamiamo amore. E’ in questo perenne bisogno d’amore e di individualità, si svolgono le vite. Una soluzione facile e biologicamente efficiente è la vita in due, ma spesso si è soli anche in due. Chi più, chi meno, ci si adatta, si trova un equilibrio, ma le solitudini ci differenziano. Se non fossero così pesanti a volte, si potrebbe dire che sono la parte interessante della vita, non solo il refe che la cuce, perché da loro parte il bisogno che spinge al nuovo e alla ricerca della felicità. Però raramente la solitudine si percepisce così e comunque, anche in compagnia, essa emerge, attraverso la chiusura in sé perché i canali comunicativi si chiudono, perché l’ affetto non è sufficiente alla domanda, perché semplicemente le risposte non sono più adeguate. Pareva risolto il problema, ma il tempo si preoccupa di togliere gli aggettivi assoluti.  Cos’è il rifiuto dell’altro, con cui si vive, se non la difficoltà di un progetto comune? Forse si cresce anche oltrepassando i limiti ricevuti, spesso si usano termini allusivi: complicità, compensazione, coppia aperta. A volte servono per tenere assieme persone che altrimenti andrebbero per loro conto, oppure sono un compromesso che tampona le falle, comunque non sono una soluzione definitiva, forse perché questa non c’è in due e la solitudine si riporta all’individuo.

Noi scegliamo, dopo aver lasciato la famiglia di origine, con chi crescere, sia esso uomo o donna. E’ una scelta nostra, di compensazione della solitudine esistenziale che ci accompagna, una parte della risposta e il bisogno primario dell’individuo. E’ una scelta che si verifica in continuazione con noi e con quello di cui abbiamo bisogno. Per questo bisognerebbe aver più rispetto delle scelte individuali d’amore, ben oltre il genere e la parola famiglia.