c’era chi era comunista

Perché dopo essere stato comunista, tutto quello che è venuto poi, in politica, è stato meno? Un progressivo adattarsi a una realtà che diventava sempre più irriformabile, dove la speranza si affievoliva e per questo il fare diveniva relativo, incapace di suscitare le stesse passioni, speranze, volontà di cambiamento di un tempo. Forse questo approccio alla società, al sentirsi parte di qualcosa di più grande, era tipico dell’età giovanile, che si portava innanzi con quella carica di passione e d’assoluto che scorre dentro quando il proprio mondo è da fare, diviene contenuto dell’oggi, si sostanzia in progetti, scadenze che fanno ritenere tutto vicino. E anche il camminare diveniva una certezza che coincideva con la strada che si percorreva. Quell’entusiasmo però aveva caratteristiche profonde, come tutti gli idealismi, ed era capace di incidere sulle vite mettendole dentro una interpretazione etica di ciò che era buono per tutti, cambiava i comportamenti, la gestione del tempo, gli affetti, ciò che si faceva e si sceglieva. Ciò che è venuto poi è stato insieme una libertà nuova e un relativo che le ha tolto gusto, riportandola su un sé talmente isolante che non era più possibile dire noi e sentirsi parte di una rivendicazione condivisa, di una forza che cambiava. Credo una scelta politica allora somigliasse a tutto quello che ha capacità di incidere dentro di noi: gli amori, le emozioni forti, le paure. E che essere stato parte di un progetto che voleva cambiare il mondo e la vita delle persone verso una maggiore giustizia e condivisione, in una libertà mai raggiunta prima, restasse, pur senza i risultati che si sarebbero voluti, la possibilità di una vita alternativa. Più piena, condivisa e felice di quella vissuta poi.

Certo il comunismo attuato era altra cosa, lo vedevamo nei viaggi all’est. Negli anni ’70 arrivavano i primi esempi terribili che si assommavano a quelli passati, di regimi inumani, coercitivi oltremisura. Ma noi pensavamo, e uso il plurale perché con varie gradazioni lo pensavamo in molti, che si potesse riportare sulla giusta via quello che non andava, raddrizzare le storture, eliminare i culti della personalità, le resistenze che impedivano di avere una società cooperante e meno burocratizzata. In fondo eravamo anarchici e il comunismo era solo il passaggio verso quell’individuo libero e solidale che era il vero punto di arrivo della società realizzata. Del resto il capitalismo, con la sua libertà e democrazia, per lo più raccontate, veniva da guerre ed eccidi terribili, era lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo teorizzato e visibile. Credo che questa fosse una ragione che ci spingeva comunque a credere nel comunismo, spinti forse da quella tradizione romantica che non si esauriva. Ed ora che non si crede più, che il capitalismo ha vinto, migliorare sembra sia un problema da risolvere assieme al fondo monetario internazionale o la BCE, cose distanti che rispondono a un mondo che include solo il denaro e relativizza gli uomini, cose che non hanno una possibilità di riforma vera, si autogovernano e non rispondono a nessuno pur determinando il benessere e le vite di ciascuno. Di fronte all’impotenza, senza più un ideale che spinga a governare le proprie vite resta la ricerca del meno peggio, per questo una nostalgia di quell’amore che durò a lungo relativizza tutto e rende stanchi quando si deve affrontare una nuova battaglia. Anzi non ci saranno più battaglie se non c’è una bandiera per cui combattere e vincere. Al più qualche san Martino che taglia il proprio mantello e condivide.

facite ammuina

Bisogna dirle le cose: l’ideologia dell’emergenza nasconde pavidità e inutilità per la politica intesa come azione per il bene comune.  Se a questo si aggiunge una insana commistione di idee politiche differenti, di veti contrapposti, si generano equilibri che non affrontano e non risolvono e così questo governo tira avanti e non affronta i nodi. E’ inutile al cambiamento. Certo c’è qualcosa che non è tipico dell’Italia, che fa parte di una deriva mondiale che ha cambiato le libertà e il modo di percepirle, ma che però da noi si aggrava in questa soluzione politica: chi governa non pensa primariamente al benessere del Paese, ma a rispondere agli obblighi veri o presunti dell’economia. E’ come se l’economia avesse preso il posto dell’uomo, si fosse assunta il ruolo di decidere cosa sia disuguaglianza, povertà, diritti. Come se l’economia disgiunta dall’uomo ed esercitata nei mercati, che poco hanno a che fare con i bisogni degli individui, fosse una gigantesca gabbia in cui gli uomini si agitano e sono liberi se appartengono a chi accetta il credo, le regole, i successi del denaro e della finanza, gli altri sono semplicemente funzionali ai fini.

Ma questa che non pretendo sia una verità, bensì un argomento del discutere, non si può dire ed emergono due grandi paraventi: l’emergenza (e quindi la necessità del decidere sotto obbligo) e il vincolo del debito, per cui ogni coperta sarà sempre corta e chi resterà scoperto indovinate chi sarà? Vorrei solo accennare all’emergenza e come questa diventi una foglia di fico per nascondere il baratro decisionale in cui è caduta la democrazia: se i popoli non possono decidere del loro destino, delle loro politiche, del loro benessere, a che serve condividere il potere? E’ in questa finzione che si alimenta la ammuina del rinvio, bisogna confondere, distogliere l’attenzione e al più dire che ogni decisione importante cade nelle tagliole della compatibilità, ogni bisogno è temperato dalla compatibilità. ogni decisione vera viene rinviata per trovare la compatibilità, ma compatibilità con chi? Con l’Uomo? No, con il debito. E così i bisogni immediati, il lavoro anzitutto, le ineguaglianze, lo scandalo dei privilegi scompaiono diventano accessori. Come gli uomini, servi del denaro, della rendita, della finanza.

« All’ordine Facite Ammuina: tutti chilli che stanno a prora vann’ a poppa
e chilli che stann’ a poppa vann’ a prora:
chilli che stann’ a dritta vann’ a sinistra
e chilli che stanno a sinistra vann’ a dritta:
tutti chilli che stanno abbascio vann’ ncoppa
e chilli che stanno ncoppa vann’ bascio
passann’ tutti p’o stesso pertuso:
chi nun tene nient’ a ffà, s’ aremeni a ‘cca e a ‘ll à”.
N.B.: da usare in occasione di visite a bordo delle Alte Autorità del Regno. »

dialogo sull’invisibilità

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“Ieri sera a cena ho provato la sensazione di essere trasparente, come non ci fossi. E non è la prima volta. Parlavo, qualcuno mi pareva rispondesse, si rideva, mangiavamo, si beveva molto vino rosso. Chissà perché c’è questa mania del vino rosso. Poi alla fine mi sono accorto che parlavamo tutti assieme e nessuno mi ascoltava davvero. Così ho riprovato la sensazione che si aveva da adolescenti, ossia che gli altri non ti vedessero proprio.” 

“Credo sia un problema dell’età, ci sono stagioni in cui vorremmo più attenzione, essere ascoltati davvero. Accade anche a me di fermarmi di colpo perché ho la sensazione di parlare al vuoto. Che gli altri stiano pensando ai fatti loro e che sia al più la cortesia a impedire loro di girarsi e mettersi a parlare d’altro. Così cambio gli argomenti, cerco qualcosa di interessante. O almeno mi pare. Ma non è così, in realtà se non dico quello che penso annoio anche me stesso e così sto zitto. O si parla troppo o si sta zitti, non c’è misura. E così si diventa invisibili.”

“Il problema è quando ti accorgi che non ti ascoltano neppure più nei negozi, che i commessi non ti badano…”

“Quando succede a me verrebbe da spaccare qualcosa, tirare un urlo. E’ così priva di rispetto per le persone, la disattenzione…”

“In realtà l’attenzione si concentra tra persone che si cercano, quando la perdi significa che non hai più fascino, quindi puoi non esistere. Sei in più. Mi colpisce questa cosa perché la sento ineluttabile, come avvenisse per una legge di natura, ma non è così. Forse si determina quando si è persa importanza, ruolo, ma quand’è che noi cominciamo a sentire che si perde visibilità? Quando si esce dal lavoro? Quando si deve ancora entrare? Quando vorremmo un amore e non ce l’abbiamo? “

“Sai penso che bisognerebbe condividere uno stato con chi ci sta attorno. Comunicare qualcosa. E invece si comunica sempre meno, non significa avere le stesse idee, ma essere parte di un interesse. Ma se anche le commesse non ti badano, di cosa vuoi far parte…”

“Posso fregarmene, sto bene per conto mio, ma lo so che non è così, ho bisogno di comunicare, scambiare con gli altri. Solo che la cerchia si restringe sempre più e si diventa sempre più esigenti. Introspettivi. Così quelli che conosci ti conoscono a memoria come tu conosci loro e non sorprendi più. In fondo anche loro tu li ascolti meno, perché sai già cosa diranno…”

“Il fatto è che perdiamo sicurezza di noi stessi, come non ce l’avevamo a 18 anni. E questo si sente. Siamo animali negli istinti e il branco sente se conti. Se non conti ti rende invisibile. Bisognerebbe puntare i piedi, lottare per imporsi, ma si diventa ridicoli. Ecco, al ridicolo preferisco essere trasparente. “

“Basta non essere noiosi, in questo dovremmo impegnarci. Non annoiare noi e gli altri. Abbiamo molto che non c’era a 18 anni, una vita, dei percorsi, capacità di giudizio, sicurezze che allora non c’erano. E insicurezze nuove, con quelle dovremmo misurarci.”

“Lo sai che questa dell’invisibilità è una soglia che si sta abbassando? Parlavo con un’amica che ha poco più di 40 anni e si lamentava di non avere più l’attenzione a cui era abituata. Forse pesa l’aspetto fisico, ma non è solo questo, le manca la battuta, il parere richiesto, la cortesia ripetuta. Anche lei mi diceva che a volte le sembra di essere invisibile.”

“E’ il vivere così come l’abbiamo accettato che accentua tutto, ci porta verso competitività esasperate e se non ti imponi non sei nessuno. E a un certo punto vedi che tutto questo è vuoto, non ha nessun premio, solo l’attenzione perché rispondi a qualcosa. E quando lo capisci ti casca il mondo addosso. Diventa tutto relativo. 

“Già e invece le persone hanno bisogno di assoluti o di chi li faccia ridere per scordare chi sono veramente diventati. “

E invece noi gli assoluti li abbiamo persi per strada e per far ridere adoperiamo il paradosso: quello che ti mostra come sei davvero.”

“Forse è meglio approfittare dell’invisibilità e non pagare il conto di un vivere che non appartiene. Selezionare chi può capire davvero e lasciar perdere il resto. Che conta poco. Affrontare il rischio della solitudine, finché non si trova chi ascolta. E’ un buon discrimine per selezionare, per non accontentarsi.”

 

non troppo distante

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Decisioni che toccano le coscienze. La guerra, l’embargo. Vorrei chiamare chi conoscevo. Sentire come va davvero, se stanno tutti bene. Guardare fuori dalla sua finestra, confrontare nel ricordo il paesaggio, le situazioni vissute, parlare assieme quei magici quotidiani incroci di persone ora dispersi. Parlare al telefono cercando di rassicurarci del suo capire, fargli sapere che non tutti la pensiamo allo stesso modo. Dirci che passerà presto, che tornerà la ragione, che nessuno è troppo distante.

Ma in una sua lettera diceva che molto non c’era più, che le comunità erano disperse e i luoghi conosciuti, devastati. E sono passati i mesi, la guerra è continuata, Resta il peso della propria appartenenza che gonfia il cuore di tristezza, la cittadinanza che corresponsabilizza, chissà dove sarà adesso in questa che per noi è solo notte?

Non in mio nome, non basta a togliere il dolere di ciò che non s’è fatto, la stanchezza profonda che il nostro mondo provoca alle coscienze quando non segue la via della ragione, del giusto, della vita.

l’abito e il monaco

Giacca e camicia bianca, sì, cravatta no. Meglio l’abito scuro, evitare il pastello. La divisa dei dirigenti pd non concede molto alla fantasia. Qui il Formigoni pensiero non ha allignato. Per fortuna, in tutti i sensi. C’è una visione ottocentesca del dirigente progressista, da borghese che parla e persegue cose differenti rispetto all’abito. Era così anche nei funzionari del pci, abito scuro per i comizi e camicia bianca, come i contadini quando volevano protestare. I rivoluzionari e i teorici della rivoluzione non erano descamisados, mettevano anche nell’abito il carisma, la compostezza di un pensiero che andava alla radice, rivoltava la malapianta, faceva emergere un futuro diverso, dove l’uomo stava bene e non veniva sopraffatto dall’uomo.

Il dirigente attuale, dipende se populista o meno (anche nel pd il populismo ha allignato), nell’abito porta il discorso, le idee. La proposta politica ed economica no, perché quella non l’ho ancora sentita, casomai le allusioni ad essa. Poi in questa stagione di feste del pd, si è diffusa la moda dei talk show o dell’intervista, il discorso non è comizio ma dialogo con un intervistatore. L’intervistatore si sceglie in campo non immediatamente amico, così si toglie l’alea che ci sia una combine e poi lo si invita ad essere libero: domande anche scomode. Quasi tutti lo fanno davvero perché le domande sono le solite e nella testa di tutti: perché il pd non vince? Nelle risposte l’abilità sta nel convincere senza dire che si è sbagliato molto, che non si è capito bene cosa accadeva. Un tratto comune è quello del non dare colpa all’elettore, ossia appena un poco, accennata, come a dire: se siamo nella cacca non è mica tutta colpa nostra, tu come hai votato? Dov’eri quando ti disfacevano il Paese lisciandoti il pelo?

Il passato però non fa bene a nessuno e quindi il discorso sfuma, anche perché i fatti hanno una loro forza che andrebbe imbrigliata, ricondotta verso un destino comune da raccontare chiaro e limpido. Ecco, questa del destino comune è una narrazione zoppa, si evidenziano le tinte corrusche, le difficoltà, ma cosa ci sia oltre il livido, è avvolto nel buio. L’economia sembra una gabbia da cui, non solo non è possibile uscire, ma che ha poche possibilità di essere modificata nei vincoli. Qui manca un pensiero robusto, di pensatori lunghi e forti che interagiscano con la politica, la condizionino nell’intelligenza e nella visione della realtà, propongano soluzioni da dibattere e questo si sente.

In altri casi dall’intervista si torna al comizio, reinterpretato come spettacolo, Renzi è bravo in questo, ha capito che per arringare bisogna usare frasi brevi, praticare l’arte del mordi e fuggi, cucire la battuta con la realtà, che significa conciliare l’assurdo con il reale, usare immagini più che metafore, perché le metafore esigono ripensamento eppoi sono pericolose quando si trasformano in slogan. Bersani non l’ha ancora capito, anche se ha un pensiero più solido e consapevole, sofferente nel dire, ma per un po’ i giaguari sono al sicuro, nessuno li smacchierà più. In Renzi la sostanza latita, viene rinviata, manca cioè il pensiero politico forte a medio termine, si capisce più o meno cosa si farà subito, ma perché non si sa. In realtà la categoria dell’emergenza ha contagiato tutta la politica e attira con il fascino del quotidiano, del sondaggio che assicura di essere amati, producendo una tendenza al consenso, al lisciare il pelo e dire ciò che chi ascolta vorrebbe sentirsi dire. Con ciò si perde di vista la necessità che ci sia sostanza in ciò che viene proposto e che i no abbiano una loro necessità, ma anche un beneficio futuro. Da Renzi non ho capito ciò che vuole per sé e se il pd è per lui strumento, oppure se si metta al servizio di una proposta, che non è ancora enunciata, che diventi di tutti e da perseguire comunque, anche oltre la sua persona.

Il dibattito sulle proposte è cosa che latita assai e a parte i contributi di Barca, non ho letto nulla che sia davvero una prospettiva a largo spettro, ma questo è altro discorso.

Comunque, tutti hanno imparato da Veltroni, che per dare accento al discorso, arringare, se si è da soli su un palco, ci si toglie la giacca, si arrotolano le maniche della camicia bianca e non si mostra la canottiera come fece Craxi in un congresso del psi, al più la maglietta della salute come fa Landini, sintomo di attenzione al benessere.  

Però esistono anche le frange, i folletti che praticano un abbigliamento più fantasioso, Civati ad esempio, e queste tendono a sottolineare che c’è un modo d’essere e pensare alternativo e possibile, restando sé stessi e parlando di politica. Sono minoranza e non ho mai capito bene perché. Forse il modo di porsi, l’abito, e se questo tocchi il carisma non è dato sapere, anche perché il carisma sembra una virtù transeunte nella politica e nel pd in particolare.

Tutti privilegiano l’intelligenza, e questa è buona cosa. Da qualche tempo anche la battuta e la frecciatina interna, fa parte del discorso, per la gioia dei giornalisti credo, ché altrimenti avrebbero problemi a interessare i lettori. Nessuno è in grado di rispondere a una domanda che suona più o meno così: perché questo Paese è governato da una coalizione che nessun elettore ha votato? Al più rispondono con il mantra dell’emergenza, ma la riflessione si ferma a quel punto, forse si dovrebbe dire che tornare a votare senza una prospettiva è prematuro, che le idee mancano, che governare è una cosa e che proporre una evoluzione della società è un’altra.  

Ho parlato solo del pd, degli altri non so che dire, almeno nel pd c’è dibattito, si discute, ci si conta, altrove c’è il pensiero unico, nessuno ha un’idea diversa da quella del leader, non c’è una proposta di futuro che regga il confronto con la realtà. C’è un atteggiarsi, un dire che sposta l’attenzione, ma non riesco a sentire una proposta che si renda conto che pezzi del Paese stanno precipitando. Neppure sul contingente sento proposte vere e così temo che oltre l’abito non ci sia davvero nulla.

puzza

La povertà puzza, la vecchiaia puzza, i giovani da tempo puzzano, nella puzza intellettuale che distoglie il pensiero dalla realtà, si rifiuta l’immagine di ciò che potremmo diventare. Così viene accantonato, segregato, tolto potere e possibilità di parola alla stragrande parte della società.

I ricchi si trovano tra loro, si frequentano, sono introdotti, hanno amicizie, si scambiano favori. Lo fanno nei circoli esclusivi, nelle barche, nei salotti, nelle feste e nelle loro associazioni. I poveri sono soli, i giovani sono soli, i vecchi sono soli. Non sono forza ma debolezza, non hanno gruppi di pressione, lobby, non contano nei parlamenti, sono divisi persino nella povertà, nell’indigenza. Questo è il dramma di questa società, i deboli hanno accettato di essere ricondotti alla solitudine. Gli hanno mentito, gli hanno detto che bastava l’ingegno, la volontà per progredire nella scala sociale, l’arrichissez vous ha sprofondato tutti nella solitudine illudendo che fosse possibile arrampicarsi in una scala sociale a cui sono stati tolti i gradini intermedi. O poveri o ricchi. Un lavoratore ogni 4 è sotto la soglia di povertà, se guardiamo i giovani non arriviamo a uno su due. E’ tollerabile tutto questo? Può essere che si accetti indefinitamente di aver perso la capacità di vedere il proprio presente e il proprio futuro?

E’ stata compiuta una gigantesca operazione di trasferimento dei fallimenti: dagli stati, dalle banche, dalle imprese, dalla finanza si è trasferito sugli individui più deboli il fallimento dello stato e delle imprese mantenendo i privilegi per chi ha causato quel fallimento. E tutto sembra senza rimedio, senza possibilità di cambiamento se non per un intervento magico che ristabilisca un’età dell’oro in cui c’è lavoro, protezione sociale, rispetto dei diritti. Così si racconta la favola che nel mercato globale la ricchezza possa essere a portata di mano, che basti un’idea vincente, un prodotto che diventa di massa, dicono : non è stato forse così con il cellulare, con la tv, con i computer? In realtà nel mondo globale il successo e la ricchezza si polarizzano ancora di più perché l’asticella si alza indefinitamente e scavalcarla diventa impossibile. Competono sistemi che si basano su intelligenze collettive e asservite alla produzione di denaro, che orientano interessi e abitudini, che condizionano stili di vita privi di etica. Non ci sono intelligenze sociali in competizione, sistemi di benessere, ma individualità e ricchezze in competizione. Quindi senza capire cosa accade gli sforzi diventano palliativi  e vani, distolgono l’attenzione dalla realtà che diventa sempre più misera.

Il capitalismo finanziario genera l’incapacità di essere liberi dai vincoli che stanno strozzando i popoli degli stati attraverso i debiti sovrani e questo non mollerà la presa finché il debito non sarà pagato, indovinate da chi. Senza una reazione il futuro sarà fatto di schiavitù reali e libertà apparenti. Ma se si attacca il virus che è stato instillato, ovvero la solitudine, le cose possono mutare. Abbiamo necessità di parlarci, di usare il reale, quello che vediamo e l’intelligenza per capire profondamente che le cose non si risolvono da sole. Uscire dalla solitudine significa ridiventare società, essere forti e agire come pressione per il mutamento. Non ci sono soluzioni magiche, dipende dalla nostra capacità di essere solidali, avere obbiettivi comuni. Questa è l’unica strada.

solo sfortune?

L’aumento vertiginoso dei compro oro testimonia la miseria crescente e la grande quantità di contante che esiste ed è altrettanto presente. In altre mani naturalmente. Così piccole antiche fortune, momenti di tenerezza tangibile, affetti oggettivati, vanno sul bilancino e cambiano proprietario. La pubblicità di un orologio famoso, e caro, dice che non lo si possiede mai interamente, ma lo si trasmette, adesso non è più così per un italiano su quattro che affronta i problemi momentanei con quello che ha e aprendo la porta di un compro oro, ma non risolve la sua condizione che ha bisogno di ben altro intervento. Anche di consapevolezza. C’è una solitudine emblematica in chi entra in questi luoghi, invero squalliducci ed è quella di non essere assieme sui problemi veri. Ci si diverte assieme e si soffre da soli. Verità polverose, ma come mai emergono tutti questi soldi per comprare, e che fine farà tutto quell’oro, quegli oggetti, quelle pietre? Sembra non ci sia nulla di speciale, è tutto alla luce del sole, anzi pare serva una autorizzazione della Banca d’Italia, per fare questo lavoro. Sì, ma da dove viene tutto questo denaro?

Un paese sano è quello che conserva le proprie fortune, che costruisce su di sé e quindi tiene nelle case le testimonianze dei sentimenti e del benessere raggiunto con fatica. Un paese sano aiuta i propri cittadini a non scivolare nella miseria. Un paese sano segue la ricchezza e il denaro e chiede da dove proviene. Invece oggi più di ieri, sembra emergere una visione di potere del denaro e di equivalente debolezza di chi può contare solo su di sé. Si sono comprate anime, vite, adesso oggetti che verranno fusi, solo ciò che è più pregiato resisterà intero e verrà rivenduto come oggetto. Anche gli uomini? Miseria e ricchezza, impotenza e potere, possibile che non ci sia nulla da dire?

io non ho paura

Parlare di B. con la giusta distanza, non farsi coinvolgere nella canea rabbiosa, usare l’indifferenza e occuparsi di ciò che conta davvero: l’Italia e gli italiani. Bisogna ripeterselo il mantra : io non ho paura. Ripeterlo perché con la paura si accetta tutto, anche le regole dell’avversario e adesso dopo 20 anni, e nella condizione di sofferenza in cui ci troviamo, non è più tempo. Io non ho paura, per quanto minaccia B. e i suoi, perché la miseria cresce, le speranze dei giovani scompaiono assieme all’energia del Paese, la rassegnazione investe tutti. 

Io non ho paura  che B. venga trattato come un cittadino normale e che venga affidato ai servizi sociali o sconti la pena ai domiciliari non mi interessa. Mi interessa invece che si esca dal pantano in cui siamo finiti anche per grande suo merito. Come vedete non gli attribuisco tutta la colpa, molti sono stati i conniventi, i distratti, gli interessati che non si sono opposti, ma non c’è dubbio che la visione del Paese di B. ci abbia portato in questa situazione. Basti pensare che la sua azienda ha sottratto soldi al fisco e così agli italiani anche finché era presidente del consiglio. Questo hanno detto tre gradi di giudizio, una garanzia che nessun paese occidentale ha, per una presunzione di colpevolezza, e ancora non basta. Ma questi soldi sottratti al fisco a agli azionisti, e sono tanti, sono il modo di vede il Paese del signor B., ovvero il prevalere della forza e della furbizia, il fare i propri interessi, senza alcun ravvedimento. 

Quello che sarebbe punito negli Stati Uniti e negli altri paesi occidentali, semplicemente con il carcere, una multa colossale e l’espulsione dalla politica , qui è oggetto di minacce, ricatti, manifestazioni contro l’assetto del Paese. C’è una condanna, chi ha commesso il reato è giusto paghi ed è giusto che paghi fino in fondo perché non c’è ravvedimento, ma ostentazione, uso inaudito di mezzi di comunicazione per ribaltare la verità dei giudici. Chiunque di noi sarebbe già stato colpito da altri provvedimenti giudiziari in un comportamento consimile, il vilipendio, l’oltraggio, sembrano esistere solo per i normali cittadini, e questo fuorvia le persone, fa pensare che la giustizia non sia equanime. Non occupiamocene più, pensiamo ai problemi veri dell’Italia.

Io non ho paura di andare ad elezioni, di affrontare la realtà, di uscire dalla necessità che rischia di diventare omertà e accettazione supina. Basta governi di larghe intese, salviamo davvero il Paese che sta affondando nella mancanza di lavoro, di prospettive, nell’indifferenza di chi non crede più. Basta omissioni, rinvii, reticenze, teste che si girano dall’altra parte, necessità che pagano solo i più deboli. Basta. 

Io non ho paura, ripetiamocelo guardando il pantano in cui siamo finiti, è l’unico modo per uscirne. Lasciamo che la dimensione del signor B. torni normale, ignoriamo le minacce, usiamo l’indignazione e l’ironia, non spaventiamoci davanti ai gradassi allevati a denaro e prebende, riportiamo la normalità tra noi. Ridiamoci sopra e occupiamoci del nostro futuro, non di quello di B. che non capirà mai i danni inferti a tutti noi. E’ ora di dire davvero basta e per farlo non dobbiamo avere paura di perdere qualcosa di importante, casomai quello ce l’hanno sottratto prima.

Io non ho paura.

p.s. in questi giorni circola su FB , la riproduzione del rifiuto della domanda di grazia scritta da Pertini al Tribunale speciale dopo l’intervento della Madre. Rifiutiamo i paragoni: la distanza, gli ideali, la testimonianza dei valori, la vita profusa per la democrazia da Pertini o da Gramsci (altra persona che non volle la grazia) sono incommensurabili con quanto sta accadendo.

materie seconde

Dal marmista, recuperano le lastre;

tra cari e inconsolabili,

graffiati su vecchie lapidi,

dalla casa viene odore di soffritto

e pomodoro che sobbolle.

La vita si fa strada come i rami nell’aria.

era del cartaceo

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Oggi ci sono i nativi digitali, io appartengo al cartaceo, era sporca d’inchiostro, inchiodata alla dimensione delle pagine. Meglio l’A4 per scrivere, ma più o meno, senza sottilizzare, ché già il formato americano è troppo lungo. Meglio la carta pesantuccia, facciamo oltre i 90 g/mq. Facciamo, ma in realtà è un piacere scrivere ovunque: sulle buste in verticale, sul verso di fogli stampati, sullo spazio bianco lasciato dai sintetici adulatori dei comunicati, sui fogli A4 piegati per lungo, a metà. E chissà in quanti altri luoghi si può scrivere, tenendo una penna con tre dita e senza percuotere una tastiera con sette, otto. Eppure sia un pennino o una sfera (preferisco il primo o almeno l’inchiostro liquido) ad accarezzare la carta, tirare file lunghe di caratteri, riconoscersi, nelle volute, nel taglio delle t, nella chiusura delle vocali, nel cancellare (bello riconoscere il proprio modo di cancellare, ché in questo si coglie dove è svoltato il pensiero, tornato indietro, c’è la traccia della scelta barrata nella parola oppure il diniego a leggere, che si vergogna di ciò che era sfuggito. Dove leggi questo nei nativi digitali?), in tutto questo c’è il procedere spinto dalla forza incoercibile di un pensiero, da una voglia che si somma, che trabocca, che prende per mano. Eh, già, per mano. Controllare i muscoli della mano, del braccio, la pressione è diversa, segue le emozioni, si vede. Non potrei con una tastiera, dovrei descrivere ciò che è impalpabile e che vale per me, per la mia sensibilità, per il peso dei miei pensieri. Non potrei per me che ammiro i calligrafi cinesi e giapponesi, che scorro un testo cercando il carattere di chi l’ha scritto. Oltre, dentro, tra il testo. Già, il testo. Vanno bene i testi a stampa per tutti, per quegli schizzi di endorfine e adrenalina che provocò l’emozione dello scrivere e che ci tornano addosso, ma leggere un testo scritto a mano è qualcosa che supera il limite della pudicizia, espone la nudità perché mostra una nascita.

Il calligrafo si ferma, si bea, si perde nel carattere e come per il lessicografo, seziona dentro di sé per farlo, taglia il resto, mostra il particolare, sembra trascurare la storia, mentre si ferma su chi scrisse e scrive, e legge negli spessori, nelle distanze, l’umore, l’arte veritiera ed esigente dello scrivere. Arte, perché propria e senza veli che non siano i propri, ma spesso oltre questi trasuda e non c’è tecnologia che freni, si sovrapponga, insegni e guidi, ma solo qualcosa che estrae, espone ciò che risiedeva in fondo ad un’anima. E sarà riconosciuto da molti come propria cosa, quel descrivere, oppure così dissimile da essere unico, e importa poco se l’una o l’altra condizione si verificherà: qualche sintonia, in qualche luogo, sancirà la magia di un incontro senza fisicità, solo sensazione comune.

Ci fu un tempo in cui questo non c’era e ci sarà un tempo -lo è già questo- in cui sarà diverso. La tecnologia rende differenti, cambia l’uomo, e ciò che c’era prima diviene obsoleto come l’abilità per farlo, ma le idee e il modo di produrle, resta. Cambiano solo i limiti in cui tutto questo avviene. Così chi usa la propria calligrafia si bea un poco dell’abilità inutile che possiede, come facevano i suoi nonni che sapevano convenientemente scrivere ciò che serviva e raccontavano a voce ciò si poteva narrare con una abilità che faceva sembrare sempre nuovo e attuale ciò che già si sapeva. Storie vere, senza caratteri scritti, che sospendevano il fiato o facevano esplodere il sollievo e quel raccontare gli bastava perché era pieno di segni, di sospensioni, di voce che mutava, che sarebbe stato impossibile mettere nei fogli, nei caratteri, nelle pagine da leggere faticosamente. Ci fu un predominio dell’oralità, poi venne la scrittura, ma coesisterono entrambe a lungo, oggi è più difficile.

Sono un nativo cartaceo, molto inchiostrato, e il mondo è già digitale, insomma una curiosità antropologica tra poco. Mi sembra strano non sentirmi fuori posto, continuare a provare il piacere sensuale di scrivere con una penna, tener da conto questa condizione come una diversità che conta, considerare che ciò che scrivo ora su una tastiera, è qui a fianco e ha i suoi caratteri allineati sulla carta. Mi sembra lo strano che provoca la meraviglia, non la paura d’essere superato, ma lo stupore di vedere come procede il mondo e cosa perde per strada. C’è la tirannia dell’utile come possono sopravvivere le abilità manuali? Però in questo angolo di passato mi trovo bene, e mi avvicino a cose e persone per me un tempo inimmaginabili, al calligrafo cinese o giapponese che ammiro nel suo dipingere, alle parole che perdono senso se non sono scavate nei caratteri, al riconoscere i propri simili in ciò che lasciano come tracce, al fermarsi con curiosità davanti a una pagina scritta a mano. Mi basta e avanza.