il giorno dopo gli esami si respira una grande libertà, accade anche dopo una malattia, lo era il giorno dopo il militare quando era un obbligo o la mattina dopo la laurea e il festeggiamento. In un certo senso è anche così il giorno dopo il matrimonio e mi dicono che era così anche il giorno dopo la guerra. Il giorno dopo è una finestra che sembra aprirsi, un futuro che ricomincia. Eppure quasi subito ci si accorge che il giorno dopo è pieno della ferraglia di tutti i giorni. Le stesse abitudini, gli abiti e le scarpe che non mutano, anche le case, i volti delle persone sono gli stessi. C’è euforia ma passata quella subentra una piccola paura che il giorno dopo non sia davvero dopo, ma contenga ancora il prima. E’ un attimo, ci si dice, no, è davvero cambiato il mondo, almeno il mio mondo è cambiato, quello che prima era un timore, un obbligo, un’attesa, adesso non lo è più. Quindi si sorrid, si caccia il pensiero, ma poi il dubbio riprende: e se non fosse vero, se cioè tutte queste possibilità che mi pare di avere fossero fasulle, se esistessero ancora i condizionamenti di prima? Allora il giorno dopo sarebbe il giorno prima travestito. Non serve il principe di Salina per capirlo, basta fare una verifica facile facile: oggi davvero quello che prima non potevo fare lo posso fare? Ecco questo certifica il giorno dopo, la liberazione vera, il nuovo che è condizione di nuova vita. Se poi prima c’era contrasto, una verifica è il fatto che ci siano dei vinti e dei vincitori, ma se sul carro dei vincitori trovo compagnie che prima ricordavo altrove, chi ha vinto davvero? E soprattutto se restano gli stessi, davvero ho tirato una riga sul tempo e posso dire che questo è il giorno dopo? Ecco oggi 28 novembre, il giorno dopo, a me il dubbio che davvero sia cambiato molto, se non tutto, è rimasto.
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così ho scelto Civati
In queste settimane, man mano che i leader del pd sceglievano Renzi e Cuperlo, l’aver scelto Civati, mi ha sempre più convinto. Mi dicevo che se nulla, o quasi, della politica praticata in questi due anni dal pd mi era andata a genio, il fatto che gli attori di quella politica fossero altrove mi confortava nell’idea che il nuovo e il necessario per cambiare non fossero da quella parte. Ne ho anche tratto una piccola sicurezza, che nei pochi noti che aderivano non potessero esserci i pugnalatori di Prodi, e neppure i fautori di un governo chicchessia per assicurare la continuità con quanto già sbagliato con Monti. Il potere ha aspetti strani, assuefa con immediatezza chi lo pratica e induce a perseverare negli errori, anche non propri, che potrebbero metterlo in discussione.
Così ho scelto Civati perché tra il nuovo che è pieno di vecchio e il vecchio che si vorrebbe mostrare rinnovato, solo il diverso qualche garanzia/speranza sembra darla. Poi ho letto il programma, i larghi spazi lasciati alla discussione assieme, il partire da consapevolezze condivise, il rifiuto della cultura dell’emergenza per far passare ogni azione che non appartiene né alla sinistra, né al riformismo, né al cambiamento, gli F35, una nuova economia, il lavoro. Ne ho ricavato l’impressione che attraverso una immane, ma esaltante e giusta fatica, cambiare si può. Partendo dal basso, rovesciando non le parole, ma la piramide del potere, ridiscutendo i presunti assiomi dell’economia che poi sono solo teorie., tornando ai bisogni veri, quotidiani, delle persone: il lavoro, l’assistenza, l’istruzione. E ho pensato che se torna la fiducia nella politica è perché il cittadino si sente protagonista, non applaude al nuovo attore, ma vuole recitare. E non ha più voglia di sentire il vecchio copione, ma vuole scrivere la sua vita. E questo accade se sente che la sua opinione conta, il suo gesto pesa, se ciò che dice e pensa ha un senso per chi lo ascolta. Per questo non sono corso a soccorrere il vincitore, ma ho preferito camminare con chi ha davvero voglia di darmi ascolto.
sciocchezze
Mi turbano inezie, l’insipienza verso i disastri dell’agire quotidiano nei confronti del mondo in cui viviamo, il debito pubblico che toglie ogni prospettiva a tutti fuorché ai furbi, il tirare avanti sperando che qualcosa risolva tutto, il girarsi dall’altra parte, il dire sono tutti uguali, la politica e la sua incapacità a reagire, la difficoltà a perseguire il possibile come alternativa all’obbligato. Mi turba l’inerzia che accompagna gran parte delle passioni collettive, l’incapacità a vedere oltre il proprio interesse, l’esposizione delle persone in mondi fasulli, l’illusione degli amici che si possono cancellare, la difficoltà a sentirsi parte di un insieme vero, di un popolo. Mi turba l’incapacità di legare esterno e interno, la mia vita con le vite degli altri, la scelta di una dimensione piccola perché quella grande si fa fatica a capire, il rifugiarsi in ciò che si ha, il chiudere gli occhi e gli orecchi, il rifiutare ciò che sta fuori delle nostre vite. In definitiva il non capire. E tutte queste sono inezie perché gran parte delle persone cercano ogni giorno di affrontare i problemi del quotidiano, cercano di salvarsi oppure rifugio nella soddisfazione dei desideri, non si pongono più il problema del mutare, casomai se sono giovani, pensano di andarsene. E allora temo che stiamo tutti invecchiando velocemente, che abbiamo rotto gli specchi per non vederci, che nel difendere la nostra casa non ci accorgiamo che la città cade. Tutto questo pensare oltre è sciocchezza se non è pensiero collettivo, è solo dolore personale, incapacità che rende inani di fronte a ciò che è troppo grande per uno o pochi, ma che sarebbe risolvibile da molti. Ecco quel sentirsi soli o pochi traccia il limite della sciocchezza, la porta a colpa individuale, irrisolvibile e quindi senza speranza di soluzione personale. La sensibilità quando prevale l’egoismo è sciocchezza e purtroppo il turbamento nasce da lì.
educate stra parole
Questa mattina ti piaceva la parola esiziale. L’hai ripetuta più volte e udendo ho sentito il ciglio d’una educata furia. Una cosa borghese, senza urli e alzar di mani per gesticolar la rabbia. Come se la passione densa e priva di esteriorità inutili, si rendesse conto, ma forse non importava, che diversi di quelli che udivano non avrebbero capito. Solo guardando meglio il volto e il suo rossore acceso ne avrebbero colto il significato, ma le parole si disperdono nei luoghi affollati di mattina, si inzuppano nei cappuccini, per cui sembrava dolce il tuo discorso.
Poi anche oligarchia s’è fatta strada ed è risuonata come fosse un sinonimo di dittatura mascherata. Così è parso chiaro che, anziché uno, fossero molti a conculcare diritti, assicurare ineguaglianze, consolidare privilegi. E, non solo spero, ne ho visto quel vile prevalere del gruppo nei confronti degli inermi. Potere senza servizio, insomma.
Alla fine mi sono fermato su queste due parole per vedere assieme il mondo in cui viviamo. Ed era un brulicare distante, pur sapendo d’esserne parte, preso dalla cura dell’entomologo che non si accorge, o non vuol sapere, che in realtà è l’antropologia che pratica ed è immerso in ciò che osserva e l’appassiona.
facite ammuina
Bisogna dirle le cose: l’ideologia dell’emergenza nasconde pavidità e inutilità per la politica intesa come azione per il bene comune. Se a questo si aggiunge una insana commistione di idee politiche differenti, di veti contrapposti, si generano equilibri che non affrontano e non risolvono e così questo governo tira avanti e non affronta i nodi. E’ inutile al cambiamento. Certo c’è qualcosa che non è tipico dell’Italia, che fa parte di una deriva mondiale che ha cambiato le libertà e il modo di percepirle, ma che però da noi si aggrava in questa soluzione politica: chi governa non pensa primariamente al benessere del Paese, ma a rispondere agli obblighi veri o presunti dell’economia. E’ come se l’economia avesse preso il posto dell’uomo, si fosse assunta il ruolo di decidere cosa sia disuguaglianza, povertà, diritti. Come se l’economia disgiunta dall’uomo ed esercitata nei mercati, che poco hanno a che fare con i bisogni degli individui, fosse una gigantesca gabbia in cui gli uomini si agitano e sono liberi se appartengono a chi accetta il credo, le regole, i successi del denaro e della finanza, gli altri sono semplicemente funzionali ai fini.
Ma questa che non pretendo sia una verità, bensì un argomento del discutere, non si può dire ed emergono due grandi paraventi: l’emergenza (e quindi la necessità del decidere sotto obbligo) e il vincolo del debito, per cui ogni coperta sarà sempre corta e chi resterà scoperto indovinate chi sarà? Vorrei solo accennare all’emergenza e come questa diventi una foglia di fico per nascondere il baratro decisionale in cui è caduta la democrazia: se i popoli non possono decidere del loro destino, delle loro politiche, del loro benessere, a che serve condividere il potere? E’ in questa finzione che si alimenta la ammuina del rinvio, bisogna confondere, distogliere l’attenzione e al più dire che ogni decisione importante cade nelle tagliole della compatibilità, ogni bisogno è temperato dalla compatibilità. ogni decisione vera viene rinviata per trovare la compatibilità, ma compatibilità con chi? Con l’Uomo? No, con il debito. E così i bisogni immediati, il lavoro anzitutto, le ineguaglianze, lo scandalo dei privilegi scompaiono diventano accessori. Come gli uomini, servi del denaro, della rendita, della finanza.
« All’ordine Facite Ammuina: tutti chilli che stanno a prora vann’ a poppa
e chilli che stann’ a poppa vann’ a prora:
chilli che stann’ a dritta vann’ a sinistra
e chilli che stanno a sinistra vann’ a dritta:
tutti chilli che stanno abbascio vann’ ncoppa
e chilli che stanno ncoppa vann’ bascio
passann’ tutti p’o stesso pertuso:
chi nun tene nient’ a ffà, s’ aremeni a ‘cca e a ‘ll à”.
N.B.: da usare in occasione di visite a bordo delle Alte Autorità del Regno. »
dalla parte di chi perde
L’altra sera ad una riunione politica regionale del PD, un vecchio amico mi ha detto ridendo: sempre dalla parte dove si perde, eh… Gli ho risposto ridendo anch’io: hai ragione, mi piace perdere. In realtà non mi piace perdere, ma accetto di perdere se la battaglia che faccio mi corrisponde, se non devo scendere a compromessi che mi farebbero star male. In fondo combattere così è un modo per stare bene. E anche se mi dicono che tra noi non ci si combatte, ma si discute, in realtà se sei dalla parte giusta conti qualcosa all’esterno, se invece ti collochi tra chi non vincerà, conterai solo per te. Questa è la vera scelta in uno scontro tra poteri, scegliere ciò che si pensa davvero, stare dalla propria parte. Ed è indubbio che da tempo lo scontro non è solo tra idee, ma tra poteri, tra chi governa la politica del partito da 30 anni e tra chi vorrebbe prenderne il posto. Anche per questo ho scelto Civati, perché non ha un esercito alle spalle, non ha poteri che aspirano a sostituire altri poteri, si muove in un’area in cui c’è spazio per le idee di alcuni giovinetti come Rodotà, o Zagrebelsky. Che dire però della realtà, con la sua dura agenda, io credo che altra questione cruciale sarà il governo delle larghe intese, ovvero un patto del potere tra poteri che usa l’emergenza come ideologia. Non sono favorevole a questo governo, anche se ne vedo la necessità, l’economia, i mercati, le situazioni ereditate da non poco berlusconismo al potere. Tutto vero, ma come se ne esce? Ecco questo è il tema, un partito con un nuovo segretario deve avere il coraggio di dire che l’imu i ricchi la pagano, che se ci si deve sacrificare, chi ha di più sacrifica di più. Questo tocca le alleanze trasversali, la gestione del potere che è stata fatta con il retrobottega più che con la chiareza dei fini e delle proposte, c’è un principio di realtà, è vero, una dittatura dei fatti, ed è altrettanto vero, che si esce dall’emergenza anche restando chi si è davvero. Senza cambiare faccia, in questo penso ci sia una battaglia: per destrutturare un potere e riportarlo alle persone, agli elettori, anche a quelli che ora non sanno che farsene o l’hanno adoperato male, questo potere. Una battaglia perché ci sia corrispondenza tra ciò che si fa e quello che si dice. Con intelligenza, per costruire, perseguendo il possibile. Se anche non si vince è una battaglia che val la pena di combattere, qualcosa che fa stare bene. E cosa si potrebbe chiedere di più dalla politica praticata se non che ti faccia star bene?
minestrone alla Mendelssohn
Tuberi, verdure fresche, zucchine, peperone, carote, pomidoro (due), verdure congelate. Tutto a tocchetti, prima il soffritto, poi le verdure a stufare e infine a cuocere. 20 minuti di pentola a pressione, alla fine basilico fresco, sale e olio crudo e si può mangiare. Minestrone bollente sul pane tostato. Buono!
Allontano il pensiero dall’altro minestrone, quello della politica italiana, vincolata alle sorti di Berlusconi. E chi se ne frega, non se può più, basta! La stessa minestra per 20 anni, e pure oggi è passato il messaggio con il solito copione dell’attacco ai giudici, dove Forza Italia, è l’ultima spiaggia. E non pochi ci cascheranno ancora. Lasciamoli al loro destino. Anche del governo mi importa poco. Che si può fare quando ciò che si deve salvare, ovvero l’Italia, non è condiviso. Parliamo di due Italie e di italiani diversi, ci sono quelli che sono senza lavoro, oppure anche con il lavoro non arrivano alla fine del mese e quelli che questi problemi non li hanno. Non c’è un solo paese perché la solidarietà non c’è, si toglie l’imu sulle case di lusso e si aumenta l’iva che pagano tutti, che vergogna.
L’impressione è che tutto sia stato inutile, che i sacrifici di questi anni siano stati bruciati in una fornace, ma soprattutto che siamo finiti in una situazione di prigionia e chi ci tiene prigionieri, è l’eterna vicenda di Berlusconi che passa tutto in seconda fila. I problemi italiani si chiamano lavoro, ilva, inquinamento nel napoletano, servizi a costi sempre più elevati, povertà crescente. E invece si continuano a riempire i giornali di analisi sottili sulla decadenza, e sulle sentenze. Basta non se ne può più. Dopo tre gradi di giudizio, chi di noi, compresi quelli che votano forza italia, avrebbe la possibilità di ottenere tali e tante garanzie, tale e tanta pubblicità, di offendere un potere dello stato senza querele. Nessuno. E quindi il problema non sono i nostri diritti ma un eccesso di garantismo nei confronti di una sola persona. un fatto mai accaduto in una democrazia con tale protervia e insistenza. Così il paese smarrisce la realtà dei problemi e diventa una pentola a pressione.
Libero il cervello, questo problema non deve più condizionarmi, punto sul mio minestrone, ascolto la terza di Mendelssohn e faccio pure il bis.
l’abito e il monaco
Giacca e camicia bianca, sì, cravatta no. Meglio l’abito scuro, evitare il pastello. La divisa dei dirigenti pd non concede molto alla fantasia. Qui il Formigoni pensiero non ha allignato. Per fortuna, in tutti i sensi. C’è una visione ottocentesca del dirigente progressista, da borghese che parla e persegue cose differenti rispetto all’abito. Era così anche nei funzionari del pci, abito scuro per i comizi e camicia bianca, come i contadini quando volevano protestare. I rivoluzionari e i teorici della rivoluzione non erano descamisados, mettevano anche nell’abito il carisma, la compostezza di un pensiero che andava alla radice, rivoltava la malapianta, faceva emergere un futuro diverso, dove l’uomo stava bene e non veniva sopraffatto dall’uomo.
Il dirigente attuale, dipende se populista o meno (anche nel pd il populismo ha allignato), nell’abito porta il discorso, le idee. La proposta politica ed economica no, perché quella non l’ho ancora sentita, casomai le allusioni ad essa. Poi in questa stagione di feste del pd, si è diffusa la moda dei talk show o dell’intervista, il discorso non è comizio ma dialogo con un intervistatore. L’intervistatore si sceglie in campo non immediatamente amico, così si toglie l’alea che ci sia una combine e poi lo si invita ad essere libero: domande anche scomode. Quasi tutti lo fanno davvero perché le domande sono le solite e nella testa di tutti: perché il pd non vince? Nelle risposte l’abilità sta nel convincere senza dire che si è sbagliato molto, che non si è capito bene cosa accadeva. Un tratto comune è quello del non dare colpa all’elettore, ossia appena un poco, accennata, come a dire: se siamo nella cacca non è mica tutta colpa nostra, tu come hai votato? Dov’eri quando ti disfacevano il Paese lisciandoti il pelo?
Il passato però non fa bene a nessuno e quindi il discorso sfuma, anche perché i fatti hanno una loro forza che andrebbe imbrigliata, ricondotta verso un destino comune da raccontare chiaro e limpido. Ecco, questa del destino comune è una narrazione zoppa, si evidenziano le tinte corrusche, le difficoltà, ma cosa ci sia oltre il livido, è avvolto nel buio. L’economia sembra una gabbia da cui, non solo non è possibile uscire, ma che ha poche possibilità di essere modificata nei vincoli. Qui manca un pensiero robusto, di pensatori lunghi e forti che interagiscano con la politica, la condizionino nell’intelligenza e nella visione della realtà, propongano soluzioni da dibattere e questo si sente.
In altri casi dall’intervista si torna al comizio, reinterpretato come spettacolo, Renzi è bravo in questo, ha capito che per arringare bisogna usare frasi brevi, praticare l’arte del mordi e fuggi, cucire la battuta con la realtà, che significa conciliare l’assurdo con il reale, usare immagini più che metafore, perché le metafore esigono ripensamento eppoi sono pericolose quando si trasformano in slogan. Bersani non l’ha ancora capito, anche se ha un pensiero più solido e consapevole, sofferente nel dire, ma per un po’ i giaguari sono al sicuro, nessuno li smacchierà più. In Renzi la sostanza latita, viene rinviata, manca cioè il pensiero politico forte a medio termine, si capisce più o meno cosa si farà subito, ma perché non si sa. In realtà la categoria dell’emergenza ha contagiato tutta la politica e attira con il fascino del quotidiano, del sondaggio che assicura di essere amati, producendo una tendenza al consenso, al lisciare il pelo e dire ciò che chi ascolta vorrebbe sentirsi dire. Con ciò si perde di vista la necessità che ci sia sostanza in ciò che viene proposto e che i no abbiano una loro necessità, ma anche un beneficio futuro. Da Renzi non ho capito ciò che vuole per sé e se il pd è per lui strumento, oppure se si metta al servizio di una proposta, che non è ancora enunciata, che diventi di tutti e da perseguire comunque, anche oltre la sua persona.
Il dibattito sulle proposte è cosa che latita assai e a parte i contributi di Barca, non ho letto nulla che sia davvero una prospettiva a largo spettro, ma questo è altro discorso.
Comunque, tutti hanno imparato da Veltroni, che per dare accento al discorso, arringare, se si è da soli su un palco, ci si toglie la giacca, si arrotolano le maniche della camicia bianca e non si mostra la canottiera come fece Craxi in un congresso del psi, al più la maglietta della salute come fa Landini, sintomo di attenzione al benessere.
Però esistono anche le frange, i folletti che praticano un abbigliamento più fantasioso, Civati ad esempio, e queste tendono a sottolineare che c’è un modo d’essere e pensare alternativo e possibile, restando sé stessi e parlando di politica. Sono minoranza e non ho mai capito bene perché. Forse il modo di porsi, l’abito, e se questo tocchi il carisma non è dato sapere, anche perché il carisma sembra una virtù transeunte nella politica e nel pd in particolare.
Tutti privilegiano l’intelligenza, e questa è buona cosa. Da qualche tempo anche la battuta e la frecciatina interna, fa parte del discorso, per la gioia dei giornalisti credo, ché altrimenti avrebbero problemi a interessare i lettori. Nessuno è in grado di rispondere a una domanda che suona più o meno così: perché questo Paese è governato da una coalizione che nessun elettore ha votato? Al più rispondono con il mantra dell’emergenza, ma la riflessione si ferma a quel punto, forse si dovrebbe dire che tornare a votare senza una prospettiva è prematuro, che le idee mancano, che governare è una cosa e che proporre una evoluzione della società è un’altra.
Ho parlato solo del pd, degli altri non so che dire, almeno nel pd c’è dibattito, si discute, ci si conta, altrove c’è il pensiero unico, nessuno ha un’idea diversa da quella del leader, non c’è una proposta di futuro che regga il confronto con la realtà. C’è un atteggiarsi, un dire che sposta l’attenzione, ma non riesco a sentire una proposta che si renda conto che pezzi del Paese stanno precipitando. Neppure sul contingente sento proposte vere e così temo che oltre l’abito non ci sia davvero nulla.
puzza
La povertà puzza, la vecchiaia puzza, i giovani da tempo puzzano, nella puzza intellettuale che distoglie il pensiero dalla realtà, si rifiuta l’immagine di ciò che potremmo diventare. Così viene accantonato, segregato, tolto potere e possibilità di parola alla stragrande parte della società.
I ricchi si trovano tra loro, si frequentano, sono introdotti, hanno amicizie, si scambiano favori. Lo fanno nei circoli esclusivi, nelle barche, nei salotti, nelle feste e nelle loro associazioni. I poveri sono soli, i giovani sono soli, i vecchi sono soli. Non sono forza ma debolezza, non hanno gruppi di pressione, lobby, non contano nei parlamenti, sono divisi persino nella povertà, nell’indigenza. Questo è il dramma di questa società, i deboli hanno accettato di essere ricondotti alla solitudine. Gli hanno mentito, gli hanno detto che bastava l’ingegno, la volontà per progredire nella scala sociale, l’arrichissez vous ha sprofondato tutti nella solitudine illudendo che fosse possibile arrampicarsi in una scala sociale a cui sono stati tolti i gradini intermedi. O poveri o ricchi. Un lavoratore ogni 4 è sotto la soglia di povertà, se guardiamo i giovani non arriviamo a uno su due. E’ tollerabile tutto questo? Può essere che si accetti indefinitamente di aver perso la capacità di vedere il proprio presente e il proprio futuro?
E’ stata compiuta una gigantesca operazione di trasferimento dei fallimenti: dagli stati, dalle banche, dalle imprese, dalla finanza si è trasferito sugli individui più deboli il fallimento dello stato e delle imprese mantenendo i privilegi per chi ha causato quel fallimento. E tutto sembra senza rimedio, senza possibilità di cambiamento se non per un intervento magico che ristabilisca un’età dell’oro in cui c’è lavoro, protezione sociale, rispetto dei diritti. Così si racconta la favola che nel mercato globale la ricchezza possa essere a portata di mano, che basti un’idea vincente, un prodotto che diventa di massa, dicono : non è stato forse così con il cellulare, con la tv, con i computer? In realtà nel mondo globale il successo e la ricchezza si polarizzano ancora di più perché l’asticella si alza indefinitamente e scavalcarla diventa impossibile. Competono sistemi che si basano su intelligenze collettive e asservite alla produzione di denaro, che orientano interessi e abitudini, che condizionano stili di vita privi di etica. Non ci sono intelligenze sociali in competizione, sistemi di benessere, ma individualità e ricchezze in competizione. Quindi senza capire cosa accade gli sforzi diventano palliativi e vani, distolgono l’attenzione dalla realtà che diventa sempre più misera.
Il capitalismo finanziario genera l’incapacità di essere liberi dai vincoli che stanno strozzando i popoli degli stati attraverso i debiti sovrani e questo non mollerà la presa finché il debito non sarà pagato, indovinate da chi. Senza una reazione il futuro sarà fatto di schiavitù reali e libertà apparenti. Ma se si attacca il virus che è stato instillato, ovvero la solitudine, le cose possono mutare. Abbiamo necessità di parlarci, di usare il reale, quello che vediamo e l’intelligenza per capire profondamente che le cose non si risolvono da sole. Uscire dalla solitudine significa ridiventare società, essere forti e agire come pressione per il mutamento. Non ci sono soluzioni magiche, dipende dalla nostra capacità di essere solidali, avere obbiettivi comuni. Questa è l’unica strada.
non il mio stato
Questo stato non è il mio Stato. Non lo è nel suo pesare sui deboli. Non lo è nella povertà che cresce, nei giovani senza lavoro, nella quotidiana distrazione della politica dai problemi. Questo stato che si perde nei bizantinismi e non è equo tra i suoi cittadini, non è il mio stato.
Nell’accumulare debito improduttivo, nel soggiacere alla finanza e al potere di ricatto dei gruppi di pressione, non è il mio stato. Nell’aver creato un povero ogni quattro lavoratori, nel togliere la possibilità a una generazione di entrare nel mondo del lavoro, nel non mantenere la dignità ai suoi cittadini, nel non decidere le norme che tolgano i privilegi, non è il mio stato.
Nella disperazione senza solidarietà, nelle leggi per pochi, nell’accanimento su chi sbaglia ed è debole, non è il mio stato. Nei territori senza legalità, nelle fabbriche dove il lavoro è un ricatto per chi lavora, nella corruzione tollerata, nell’anomalia che si fa scudo con la legge, nei servizi che non funzionano, nelle promesse non mantenute, nella burocrazia che impedisce il bene, non è il mio stato.

