cambiare verso dove?

Basterebbe che la fiducia fosse mediamente ben riposta e durasse abbastanza a lungo da poter permettere gli effetti di un progetto. Invece la fiducia nella politica, e in chi amministra, non c’è più e non si è disponibili, complice anche la crisi, ad attendere ciò che sarebbe naturale, ovvero gli effetti del fare. Ciò comporta un agire del governare, contingente, episodico, un continuo tamponare e rinviare che non cambia nulla, anzi peggiora la situazione e la rende irreparabile. Questa condizione, in parte è insita nella ricerca del consenso che accompagna il metodo democratico, ma in grande parte si è accelerata ed è diventata comportamento comune, dalla discesa in campo di B. che sin dall’inizio ha promesso tantissimo e subito. salvo poi non mantenere nulla o quasi, trascinando però anche gli altri partiti in un rapporto innaturale del cambiamento, ovvero il tutto e subito.

Questo modo di far politica sembra ormai senza uscita, coinvolge maggioranza e opposizione, con l’aggiunta del ricatto insito nelle maggioranze di governo contro natura (come fosse possibile trarre positività da posizioni antinomiche che considerano in maniera opposta il bene dei cittadini), della crisi strutturale del Paese, della difficoltà di avere leader autorevoli e nuovi che propongano programmi credibili. Tutto questo spinge verso una rottura che sarà traumatica, passando attraverso un peggio che poi farà considerare meglio l’attuale. Quale sia questo peggio non è dato sapere, ma sarà comunque populista, demolitore di rapporti e pagato da una grande quantità di cittadini. E’ ancora possibile fare qualcosa, e non è neppure questione di risorse, le potenzialità d’innovazione del Paese sono sostanzialmente intatte, nella competizione economica -e politica- internazionale, non poche armi non sono mai state adoperate, ciò che conta è avere un progetto con una solida maggioranza e un gruppo in grado di realizzarlo, in cambio il Paese deve dare fiducia per un tempo possibile a far sì che i fatti dispieghino i loro effetti, tre-cinque anni.

Uscire dall’emergenza è questo: ritrovare la capacità di progettare e realizzare per un fine che sia la crescita e il cambiamento e non solo il salvarsi. Se ci si pensa un momento, è difficile non notare che la proposta del tutto e subito, è quella dei dittatori, che cambiano radicalmente il modo di vivere delle persone, instaurando un diverso schema di priorità che attira l’attenzione altrove, inventando identità fittizie, proponendo nemici contro cui scagliarsi. E’ la tentazione che esiste sempre dopo la delusione, il capopopolo, colui che rompe con il presente, viene preferito a quello che modifica profondamente e gradualmente. Credo ci sia una sopravvalutazione dei poteri reali di cambiamento della politica se questi vengono disgiunti dalla condizione in cui essa si attua, ma ciò non implica la morta gora in cui siamo finiti. Nel bene e nel male, un paese corre quando un popolo diviene cosciente di essere tale e si mette in moto verso un fine, se il fine è tragico sarà la tragedia, e la storia europea del novecento lo insegna. Ma c’è ancora una via d’uscita: una cessione di fiducia su un progetto che riguardi l’Italia, la sua capacità di cambiamento e di crescita. Se ci guardiamo attorno, il successo di molte città ed economie, si fonda sulla capacità di attirare ingegno, nell’attitudine a fare, a creare il nuovo. Quindi è possibile mutare, ma l’assunzione di responsabilità di chi lo propone dev’essere adeguata.

E’ sul serio l’ultima spiaggia e senza una serietà, un rigore, una dimostrazione di affidabilità e di novità, anche i nuovi leader sono destinati a fallire. E non sarebbe il fallimento di una classe dirigente, bensì il fallimento del Paese. Per questo oggi è necessario, non accontentarsi, ma pretendere e partecipare attivamente, non delegare il nostro futuro. Se non vogliamo cadere nelle mani dei demagoghi o nel totalitarismo basato sul disinteresse, è necessario uno sforzo inaudito. E’ questo che la dirigenza attuale del PD non capisce, non vuole capire, ovvero che il cursus honorum passato non solo non basta per essere autorevoli, ma impedisce di vedere la realtà, di agire per il suo mutamento. Eppure questo compito del mutare ricade sul PD, è a questo partito che si rivolgono le accuse e le speranze. Difficile per un partito far coincidere l’avvenire proprio con il futuro del paese, non sarebbe il ruolo di un partito che in realtà vive di dialettica con le altre forze politiche, ma ora questi destini sono profondamente connessi e il PD dovrà realizzare e pagare il cambiamento per essere una proposta alternativa alla stagnazione in cui siamo. Non sarà pacifico, non lo sarà per tutti quelli che capiscono che senza un colpo d’ala non se ne esce, che traccheggiando non si procede. Settembre porterà molte verità e non poche scadenze, lì si potrà misurare se c’è ancora speranza oppure se tutto andrà per il verso in cui è stato posto da questi 20 anni di acquiescenza dell’elettorato e dei partiti. Quel che è certo è che non sarà indolore, né pacifico, ciò che accadrà.

io non ho paura

Parlare di B. con la giusta distanza, non farsi coinvolgere nella canea rabbiosa, usare l’indifferenza e occuparsi di ciò che conta davvero: l’Italia e gli italiani. Bisogna ripeterselo il mantra : io non ho paura. Ripeterlo perché con la paura si accetta tutto, anche le regole dell’avversario e adesso dopo 20 anni, e nella condizione di sofferenza in cui ci troviamo, non è più tempo. Io non ho paura, per quanto minaccia B. e i suoi, perché la miseria cresce, le speranze dei giovani scompaiono assieme all’energia del Paese, la rassegnazione investe tutti. 

Io non ho paura  che B. venga trattato come un cittadino normale e che venga affidato ai servizi sociali o sconti la pena ai domiciliari non mi interessa. Mi interessa invece che si esca dal pantano in cui siamo finiti anche per grande suo merito. Come vedete non gli attribuisco tutta la colpa, molti sono stati i conniventi, i distratti, gli interessati che non si sono opposti, ma non c’è dubbio che la visione del Paese di B. ci abbia portato in questa situazione. Basti pensare che la sua azienda ha sottratto soldi al fisco e così agli italiani anche finché era presidente del consiglio. Questo hanno detto tre gradi di giudizio, una garanzia che nessun paese occidentale ha, per una presunzione di colpevolezza, e ancora non basta. Ma questi soldi sottratti al fisco a agli azionisti, e sono tanti, sono il modo di vede il Paese del signor B., ovvero il prevalere della forza e della furbizia, il fare i propri interessi, senza alcun ravvedimento. 

Quello che sarebbe punito negli Stati Uniti e negli altri paesi occidentali, semplicemente con il carcere, una multa colossale e l’espulsione dalla politica , qui è oggetto di minacce, ricatti, manifestazioni contro l’assetto del Paese. C’è una condanna, chi ha commesso il reato è giusto paghi ed è giusto che paghi fino in fondo perché non c’è ravvedimento, ma ostentazione, uso inaudito di mezzi di comunicazione per ribaltare la verità dei giudici. Chiunque di noi sarebbe già stato colpito da altri provvedimenti giudiziari in un comportamento consimile, il vilipendio, l’oltraggio, sembrano esistere solo per i normali cittadini, e questo fuorvia le persone, fa pensare che la giustizia non sia equanime. Non occupiamocene più, pensiamo ai problemi veri dell’Italia.

Io non ho paura di andare ad elezioni, di affrontare la realtà, di uscire dalla necessità che rischia di diventare omertà e accettazione supina. Basta governi di larghe intese, salviamo davvero il Paese che sta affondando nella mancanza di lavoro, di prospettive, nell’indifferenza di chi non crede più. Basta omissioni, rinvii, reticenze, teste che si girano dall’altra parte, necessità che pagano solo i più deboli. Basta. 

Io non ho paura, ripetiamocelo guardando il pantano in cui siamo finiti, è l’unico modo per uscirne. Lasciamo che la dimensione del signor B. torni normale, ignoriamo le minacce, usiamo l’indignazione e l’ironia, non spaventiamoci davanti ai gradassi allevati a denaro e prebende, riportiamo la normalità tra noi. Ridiamoci sopra e occupiamoci del nostro futuro, non di quello di B. che non capirà mai i danni inferti a tutti noi. E’ ora di dire davvero basta e per farlo non dobbiamo avere paura di perdere qualcosa di importante, casomai quello ce l’hanno sottratto prima.

Io non ho paura.

p.s. in questi giorni circola su FB , la riproduzione del rifiuto della domanda di grazia scritta da Pertini al Tribunale speciale dopo l’intervento della Madre. Rifiutiamo i paragoni: la distanza, gli ideali, la testimonianza dei valori, la vita profusa per la democrazia da Pertini o da Gramsci (altra persona che non volle la grazia) sono incommensurabili con quanto sta accadendo.

7 giugno 1984 : “Compagni, lavorate tutti, casa per casa, strada per strada, azienda per azienda”

Stasera eravamo in 60, quella sera in 5000, una settimana dopo a Roma più di un milione. Stasera stessa piazza, molti volti sono gli stessi di allora. E gli altri?

Di quei giorni ricordo molto e ancor più la sensazione che cominciò a crescere a partire dai basta che si cominciarono ad urlare in piazza vedendo che stava male, fino alle notizie, prima frammentarie e poi nella notte più certe, che arrivarono: Berlinguer era in ospedale, operato, ma non era morto. Chissà. Dal momento in cui iniziai il servizio d’ordine in ospedale fino all’epilogo corsero tre giorni. Tre giorni fatti di visi importanti per la sinistra, entravano Pertini, Pajetta, dirigenti nazionali, uomini, donne e la famiglia. A noi, che eravamo fuori ad arginare gli intrusi, pareva d’ essere una membrana osmotica umana tra un dolore che riguardava chi l’aveva conosciuto e vissuto da vicino e gli altri, fuori, ad attendere notizie, che l’avevano parimenti vissuto, intuito e sentito come la parte buona del Paese. Poi ci fu il giorno della morte e l’inizio di un funerale che cominciò a Padova e finì a Roma due giorni dopo. C’era un’acqua battente, quel giorno a Padova, eravamo zuppi, con una folla che cresceva, che accompagnava. La stessa che per giorni aveva atteso sul piazzale, solo che diventava fiume, portava verso Roma.

Rischio molto con i sentimenti di allora, a ricordare, ma fu quello un momento di consapevolezza per come avrei voluto essere allora e poi. E non era solo una questione politica, ma la vita, la responsabilità, la società attorno erano state proposte nelle modalità giuste. Si poteva derogare, far diverso, ma il giusto si sapeva qual’era. Austerità nel vivere e nel consumare, quella che ora si chiama decrescita felice, lotta alla corruzione nella cosa pubblica e nei partiti, che adesso come allora si chiama moralità, diritti delle donne, crescita basata sulla conoscenza, difesa dei diritti dei lavoratori e del lavoro, eguaglianza, libertà tra i popoli. Nel discorso all’Eliseo del ’77, c’era un programma sociale per il Paese, per un’Italia diversa e giusta e il PCI perse 4 punti alle elezioni. Non si accettarono quei principi che facevano, e fanno ancora la differenza. Dopo la sua morte, tra le cose che furono eliminate presto, ci fu la diversità, e invece in un paese conforme, sempre dalla parte del vincitore, disposto a giustificarlo sempre e comunque, la diversità serviva.

Qualche volta mi chiedono perché ero comunista, come se pensare all’eguaglianza, al diritto dell’uomo di essere pienamente tale, alla solidarietà, alla liberazione dalla schiavitù dei rapporti di subordinazione di genere e di classe siano cose non più necessarie. Con pazienza spiego che non è un’ubbia da giovani, un modo di non riconoscere la realtà, ma proprio il modo di vederla e di pensare cos’è giusto e cosa non lo è. E magari aggiungo che Berlinguer queste cose le mostrava con le parole e con l’esempio. Stasera non c’erano molti giovani in piazza, c’erano le bandiere della diaspora, almeno 4, perché Berlinguer non era di nessuno e neppure oggi lo è, però quello che diceva, l’esempio che portava nel fare politica, quello è di tutti. Per questo mi piacerebbe che molti giovani lo conoscessero, perché il suo modo d’essere, era il loro, con la visione, l’entusiasmo e la fede nel cambiare che solo i giovani o chi resta tale, possono avere.

« La questione morale esiste da tempo, ma ormai essa è diventata la questione politica prima ed essenziale perché dalla sua soluzione dipende la ripresa di fiducia nelle istituzioni, la effettiva governabilità del paese e la tenuta del regime democratico. »
(Enrico Berlinguer, da un’intervista a la Repubblica del 28 luglio 1981)

felicità d’un momento

La sera dei risultati elettorali è sempre così lunga e invariabilmente melanconica che stanotte mi lascio andare ad una felicità priva d’analisi. Sono contento, ebbene non si può? E lo sono non solo perché il mio partito vince, ché questo sarebbe già grande cosa, ma lascerebbe intatto tutto quello che non va dalle mie parti politiche. No, sono contento, perché ha vinto chi ha perso a febbraio. E non parlo di Bersani o dei capi che poco si curano del vincere e del perdere. Come i generali combattono guerre e le battaglie sono solo un fatto che passa. Parlo invece del cambiamento, quello che nel volto nuovo dei sindaci si mostra fuori degli apparati, dei soliti noti. Marino era sin troppo disarmante nel suo non interferire con il manovratore, glielo dicevamo che non s’era in america, che qui si combatteva diverso. E lui andava avanti per la sua strada. Se il gruppetto di noi non s’è poi allontanato è stato anche per l’aria buona respirata allora. La stessa che faceva scordare le sberle ricevute. Eguale sensazione si ha per quel fenomeno che fa perdere ai candidati di apparato del Pd le primarie e poi fa vincere i comuni. Come non ci fosse una relazione tra il partito e chi lo vota, quando il voto è libero e senza  apparati. Per questo stanotte sono doppiamente contento, perché ha vinto il nuovo, quello che non si distilla negli incontri riservati. E questa è una grande speranza per il Paese, ovvero che ci siano energie nuove per fare diverso, per suscitare nuovi entusiasmi, indicare traguardi possibili e più vicini alla vita delle persone. Molti di voi diranno: c’è l’astensionismo, le persone hanno già abbandonato il campo, non ci credono più. E’ vero, ma se avesse vinto Alemanno o Gentilini, per loro sarebbe stato un problema l’astensionismo? No, si sarebbero goduti la vittoria e avrebbero continuato come prima. Ed invece ora si possono mutare le cose, riportare interesse e partecipazione tra le persone. Con il fare, con l’occuparsi dei problemi, con la moralità dell’agire. Ed è davvero una grande occasione.

Sarà per questo che mi godo la felicità del momento e mi ripeto che ha vinto chi prima aveva perso, cioè tutti noi.

l’inutilità dei reduci

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28 maggio 1974, Brescia, piazza della Loggia.

Di quegli anni non resta nulla, come per le famiglie, il ricordo si circoscrive, perde l’emozione, diventa una data, una figura. Così non si impara nulla, ci si muove nella nebbia inseguendo luci, e non si rafforza lo spirito delle vite, la loro direzione, se alla fine ciò che accadde è cancellato, confinato. E l’emozione diventa non solo irripetibile, ma irraccontabile, se non per i pochi che ancora considerano importante ciò che è accaduto. Ma questi ultimi lo sanno già, e allora a che serve?

Difficile spiegare cosa furono gli anni ’70, non solo in Italia. Oggi, chi sente ancora la pericolosità dell’eversione, ricorda la strage di Brescia tra gli episodi più gravi di quella stagione, ma come spiegare che allora viaggiare in treno non era così sicuro, che le gallerie si facevano dicendo alla fine: è andata. Oggi che non ci sono più manifestazioni o quasi, come spiegare che andare a una manifestazione, o fare servizio d’ordine era un atto di coraggio prima che di libertà. Eppure le piazze erano piene.

Come raccontare che allora tutto deviava: servizi segreti, nazioni “amiche”, polizia, carabinieri, corpi dello stato, senza chiedersi perché deviavano, e a chi interessava tutto questo? C’era una teoria degli opposti estremismi, probabilmente la stessa che fece intervenire la polizia a manganellate, a Brescia, in piazza, dopo la bomba, per disperdere la folla che si prodigava sui feriti, e in base a questa teoria ogni avvenimento aveva una interpretazione ideologica ancor prima della realtà, addirittura prima che accadesse, fino a violentare l’evidenza. Insomma, l’eversione in quegli anni, per i corpi dello stato e per non poca opinione pubblica, era naturaliter di sinistra.

Come raccontarlo,oggi, tutto questo, l’emozione che allora colpì chi faceva politica alla notizia delle bombe, la voglia di non piegarsi alla violenza, l’andare in piazza apposta per dimostrare che non avrebbero vinto. Chi? Gli oscuri pupari, i fascisti, gli eversori veri, i bombaroli, assieme a quella parte del paese che restava in silenzio e sembrava approvare che le libertà si dovevano ridurre, che gli scioperi facevano male al padrone, che non si doveva cambiare perché andava bene così, ecc. ecc. Oggi è difficile spiegarlo, anche perché le poche manifestazioni che si fanno sono sempre contro qualcuno anziché per qualcosa e la gente preferisce andare ad ascoltare un comico che fa ridere, che usa il turpiloquio, anziché prendere in mano essa stessa il suo futuro. Ormai ci si chiude nel personale anche quando si è in tanti e così è difficile lottare per lo stesso obbiettivo comune. Per questo sono inutili i reduci, perché parlano di qualcosa che non c’è più, perché tracciano una relazione tra il passato e il presente.

Questi sono i pensieri e le domande dei reduci, inutili come loro stessi e se le ripetono non è per trovare un senso, ma per affermare che non c’è un solo modo di gestire la vita, che non c’è solo un qui e ora, ma una direzione, un prima e un dopo. E il dopo è meglio che neppure assomigli al prima. Ma tutto questo costa fatica a dirlo in pubblico per questo i reduci spesso parlano da soli.

tempi di ferro

Sono tempi di ferro: ideali pochi, troppi interessi personali che si contrappongono. Come nelle fasi dure della storia le persone si dividono, non hanno prospettive, puntano sull’oggi. E da soli perdono la nozione della comunità, della giustizia, del bene comune. Prevale l’interesse immediato. Eppure quelli che sperano non sono pochi. Sono quelli -e sono tanti- che operano ogni giorno perché è giusto farlo, compiono il loro dovere, credono che ci sia un domani migliore dell’oggi che ci riguarda. Sono in prima fila, dove arrivano gli sputi e il rischio, eppure non si tirano indietro. Molti di questi sono anche dentro al mio partito, il PD, e non sono ciechi esecutori, no, sperano e operano conformemente alla speranza. Sono stati fatti molti danni alla politica di cambiamento e di sinistra, in quest’ultimo periodo, i 101 non sono mai emersi, non hanno mai messo la faccia sul loro voto contro Prodi, ma io continuo a pensare che se c’è un senso nella storia, questo è rappresentato dagli uomini, da quelli che si fanno carico. Non so se il PD resisterà alla doppia prova del governo in un momento difficile e con gli attacchi del Pdl preoccupato non del paese, ma della sorte del suo capo, però vorrei che, se questo sogno di mettere assieme le anime del cambiamento italiano finirà, fosse come avvenne per il Partito d’Azione. A testa alta, con quella gloria che c’è nella consapevolezza di chi non sopporta di veder ridurre i propri ideali oltre il limite della dignità e che conserva come un senso alto del bene comune. Per queste persone se un luogo finisce, non finisce un’appartenenza, perché l’agire segna nel profondo. Ci saranno altri luoghi dove portare ciò che si fa e si pensa giusto, perché questo possa continuare a rappresentare una strada, un orizzonte.

p.s. lo so che questi discorsi sembrano enfatici e lontani, che è più semplice parlare di sentimenti, ma voi credete che il sentire tra chi si vuol bene non sia influenzato dal provare passioni civili forti? Pensate davvero che sia tutto eguale e ci si possa chiudere nelle proprie vite ritenendole il massimo che si può vivere? E quando un torto vi sarà fatto, che forza avrete per chiedere aiuto se ora si lasciano prevalere le visioni di parte e le leggi ad personam?

Se le nostre passioni usciranno dalle case, cambierà ciò che abbiamo attorno e anche noi cambieremo.

a cercar oltre la rossa primavera

Sono una piccola parte di un processo sociale e politico, nella mia libertà esercitata, appartengo, m’appassiono, condiziono la vita e ne sono condizionato, ma per scelta. Una persona che vive così cerca un compromesso per vivere, un accordo tra i principi e la realtà. Non lo si fa forse ogni giorno nell’esercizio delle passioni domestiche, nei piccoli grandi amori che c’accompagnano? Perché quindi le passioni civili non dovrebbero irrompere ed essere contiguità del nostro vivere. Così mi pongo domande, soffro ed esulto per cose che una parte grande dei miei amici ( ma vorrei dire per gran parte dei cittadini di questo Paese) sono importanti e marginali. Importanti quando accadono e marginali nello svolgere personale del vivere. Ecco, invece per me queste cose sono importanti e basta.

Parlare di passioni, di amori, di problemi quotidiani, di lavoro, in fondo è facile. Si sente il pathos e raramente il giudizio morale, si empatizza con chi racconta, ma se tutto questo si trasferisce in politica, allora il primo giudizio è negativo, poi il resto diventano considerazioni da perditempo. Si discute di politica come si discute di sport, ovvero senza giocare e si ha sempre la risposta per vincere. Per questo semplifico il discorso, procedo per giudizi netti, perché l’argomentare risulta, alla fine, poco efficace. E’ come se, pur essendoci attenzione, si dovesse derubricare il discorso, sfumarlo. Come si fa del resto quando c’è un retro giudizio morale che fa dire: sì, ma…

Sono quindi un rompicoglioni moderato dal dubbio, dal dubbio che chi ascolta, davvero senta cosa per me rappresenta ciò di cui parlo e quindi appartengo a una categoria politico sociale fatta di solitari (lupi o meno), che non coagula consenso, non trova ragione di gruppo per la propria visione, che è al tempo stesso, analitica e dubbiosa. Però ritengo che questo modo di vedere, post ideologico, sia l’unico che può ancora sorreggere passioni forti. Ché le altre si nutrono molto più della convenienza e del disegno futuro di sé, più che del gruppo e della prospettiva forte che dovrebbe tenerlo assieme. Così in questi giorni, tra i miei pochi compagni d’idee, con cui ci si ritrova e s’approfondisce, emerge che la vera battaglia sarà lunga, che stancarsi è facile, che una fiducia a un governo che assembla l’acqua e l’olio, è, al più, atto di necessità furba, ma che la vera scelta è dare il giusto peso alle cose e che la battaglia vera si combatterà al congresso del PD. Sconcerta vedere che il distacco tra votanti e partito democratico, nei parlamentari scompare, che dopo i riti, siano essi le primarie, la nomina del Presidente della Repubblica o il governo, con sollievo si passa alla normalità. Tipico questo delle religioni vuote, dove il rito diviene lo scopo. Ma la normalità ha pur sempre una carica enorme di realtà e di verità, e nel lavoro parlamentare, nelle leggi, nei provvedimenti governativi, nelle priorità e nei modi di soluzione, emergerà la differenza tra chi considera il mandato come tale, ovvero come interpretazione dell’elettore e chi invece scinde la fase delle elezioni da ciò che avviene dopo. I provvedimenti veri, e il discrimine, riguarderanno il conflitto di interessi, la giustizia, la legge elettorale, la corruzione, la legge sui partiti, la riforma dello stato, l’evasione fiscale, i privilegi della casta. Qui si misurerà il governo e la sua innovazione e nel consenso o dissenso, la coerenza di ciascuno. Ma collettivamente, questo sarà il prodotto della battaglia congressuale che porterà il PD fuori dalla terra di nessuno in cui si trova e lì si verificherà se esse potrà essere un possibile contenitore di passioni, il luogo di maggioranze, ma anche di minoranze forti e decise, che producono una visione del reale legata a un progetto di società e di diritti individuali oppure un insieme di interessi, di parti che conciliano dove hanno meno da perdere.  Il resto è solo un passaggio dove la mediocrità del sentire è stata soverchiata dalla scienza del mediare. Non il migliore dei mondi possibili, ma una possibilità.  

Ha vinto Macchiavelli, le leggi del potere sono ferree, e non poteva essere altrimenti, però… Ecco bisogna considerare che se il potere è fatto di lucide geometrie, la passione ha una sua nitidezza semplice e solo noi possiamo derubricarla dalle nostre vite, scegliere le complessità che nascondono la difficoltà del giustificare a noi ciò che facciamo e non facciamo.  Passare il proprio tempo nel tentativo di mostrare che Macchiavelli non sempre ha ragione, sarà pur cosa da perditempo, ma è un gran modo di vivere.

ai grandi elettori del capo dello stato di pd e di sel

oggi avete fatto fuori prima Prodi, e non se lo meritava, poi Bersani, e neppure lui se lo meritava. Certo in politica la pietà non esiste, forse neppure il giusto esiste, ma ciò che abbiamo visto in questi giorni non fa sperare bene, per noi e neppure per voi. Eppure abbiamo bisogno di sperare bene, ne abbiamo bisogno, perché molti di noi sono in difficoltà, hanno un presente incerto e un futuro che non si vede, non vorremmo che subentrasse in noi la sensazione di aspettare inerti qualsiasi cosa, perché qualsiasi cosa è meglio di ciò che state facendo accadere, ma è anche peggio di ciò che siamo ora. Dimenticavo di dire chi parla: siamo il senso comune, o almeno un pezzo del senso comune, insomma quella parte del Paese snobbettina e adesso molto  demodé che crede nel pd e in sel. Siamo un po’ fuori, è vero, pensate che prediligiamo il lavoro come strumento di sostentamento e promozione sociale, crediamo nelle istituzioni e, siccome abbiamo tempo libero da perdere in cose futili, ci interessiamo pure ai problemi di tutti i comuni mortali. Con molta supponenza arriviamo a pensare che problemi come la carenza di lavoro, di eguaglianza, di legalità, di diritti individuali e collettivi, siano anche i problemi del Paese e se prima di dormire non siamo troppo stanchi, ancora ci ostiniamo a sperare che le cose cambino risolvendoli quei problemi. Molti di voi hanno tradito questa speranza, magari questo non vi dirà nulla, ci prenderete per sentimentali e illusi, ma qualsiasi cosa farete adesso, a noi non servirà per cancellare le ore pessime che ci avete fatto vivere. Voi non avete fatto fuori Prodi e Bersani, ma anche l’idea politica che vi ha messo dove siete. Eppure bastava poco, bastava dire che non eravate d’accordo, gli uomini fanno così, sono fedeli alla propria coscienza, prima quando dicono una cosa e poi quando la fanno. Che esempio state dando al paese, che modo avete di rappresentare il nuovo? Io credo che uno su quattro di voi si debba vergognare non per quello che ha votato, ma per quello che aveva detto di fare. Magari non vi interessa nulla di tutto ciò, solo che abbiamo capito che il scilipotismo non è una eccezione che appartiene ad altri, ma anche a noi e ce l’avete fatto capire. Anzi Scilipoti è stato più coerente di voi, che tristezza…

Forse penserete che passa, che tutto si scorda presto in Italia, se è stato votato Berlusconi da nove milioni di italiani, perché dovremmo ricordarci di voi? E invece vi sbagliate, esistono gli immemori e i furbi di professione, poi ci sono gli altri e se pensate che siamo una minoranza aliena significa che stiamo parlando con le persone giuste, che queste parole sono proprio dirette a voi. Noi non vi abbiamo scelto, qualcuno ha scritto i vostri nomi sulla scheda elettorale e con euforia vi abbiamo votati, ma potendo scegliervi, molti di voi non sarebbero lì dove siete, allora capiamo che in fondo siamo reciprocamente sconosciuti. Avevamo una possibilità usando le stesse parole, ad esempio: cambiamento. Cosa significa per voi cambiamento? Per noi significa che il nuovo è diverso dal vecchio, nei contenuti e nel metodo.  Ma per noi ciò che è avvenuto in questi giorni non ha niente di nuovo, forse la vostra paura era nuova, l’insicurezza che avete, la capacità di sbagliare così tanto, che fa pensare che improvvisamente abbiate perso il senso della realtà e la testa, è nuova. Ma comunque siete inadatti a rappresentarci e non vi giustifichiamo. Bersani è una persona per bene, ora non serve a nulla, Prodi è una persona per bene, ora non è più utile. Qualcuno di voi avrà pensato che era l’ora di regolare qualche conto, ma le vostre non sono faccende personali, siamo noi che vi abbiamo votato che avete usato come stracci. Molti di noi si aspettano una parola di scusa da parte vostra e un comportamento degno, non vi perdoneremo, ma la dignità almeno ve la riprenderete. Non avete distrutto un sogno, sappiamo di cosa parliamo perché la nostra vita è concreta, avete distrutto una realtà, ecco di questo a molti di voi resterà la colpa.

Non si preoccupi di aver detto la verità professor Onida

Ogni giorno si scoprono notizie che si conoscono, verità che sappiamo, comportamenti che sono sotto gli occhi di tutti e improvvisamente questi diventano notizia, argomento di scandalo spesso ipocrita. In questi giorni si parla di impiegati che fanno la spesa in orario di lavoro, di tangenti senza questo nome, di favori e funzionari consenzienti. Li vediamo tutti, li abbiamo semplicemente derubricati a normalità assieme alle  aziende che chiudono silenziosamente, alle persone che chiedono lavoro abbassando gli occhi, alle scortesie inutili di chi fa un lavoro al servizio del  pubblico, alle persone che non pagano il biglietto in autobus senza cessare d’essere benpensanti, ai furbetti che parlano di legalità. Crescono i poveri, li vediamo ovunque, si aprono mense silenti che mettono in mano del pane senza chiedere e ci sembra normale, la scuola taglia il necessario che non si può acquistare e si regge sulla passione degli insegnanti, centinaia di migliaia di precari tengono assieme i servizi di prima necessità, gli ospedali, gli uffici pubblici e ci sembra normale.

Stiamo vedendo tutto, ogni giorno sotto i nostri occhi, dignità e piccole malversazioni, arroganze, silenzi dolorosi, povertà crescenti, ma quando tutto questo diventerà notizia, urgenza, oggetto d’azione? Chi è il giornalista che aspetta che sia un finanziere zelante ad accorgersi che i dipendenti di un comune fanno la spesa o vanno al bar? Dov’era, cosa vedeva e vede attorno? E noi cosa vediamo, cos’ è notevole per noi?

Ieri sera alla fine di un dibattito nervoso, ascoltavo un deputato che mi parlava, a fronte delle mie proteste per il mancato decreto sui debiti della pubblica amministrazione, dei vincoli assoluti di bilancio dello stato e in più m’ha detto: lo sai perché non fanno il decreto? Perché non ci sono soldi, eppoi gran parte di quei lavori erano in sovrappiù, inutili, una eredità dell’epoca delle vacche grasse. Che vuol dire questo, gli ho obbiettato, che se a casa mia faccio un lavoro inutile non pago l’artigiano? Ma se ogni spesa pubblica per essere fatta ha bisogno di una copertura di bilancio, come si sono spesi oltre 100 miliardi senza copertura? Perché non si mandano in galera gli amministratori che hanno creato un disavanzo che dovremo pagare tutti? E degli F35 che mi dici? Mi ha risposto: quelli non sono soldi, ma impegno di spesa, forse si spenderanno. E le missioni all’estero possiamo permettercele allora? quello è denaro contante, e la tav allora? Io non sono contrario alla tav, ma adesso questo paese non si può permettere di spendere soldi su opere che non funzionino subito e non producano benefici immediati, non possiamo più permetterci un sacco di cose. Viviamo da poveri, che senso ha viaggiare in alta velocità quando non ci sono i soldi per spostarsi? 

Mi ha guardato come uno che non capisce la realtà, che è un sognatore. E allora gli ho detto che la mia è la realtà, non la sua, che i problemi li conosciamo, e che non serve pagare chi non li risolve. Che non ci interessa più chi ci racconta ciò che vediamo tutti, ma ci interessa chi cambia questo stato di cose. Che a chi non ha un lavoro, un reddito, un conto in banca, dell’Europa non gliene frega più nulla e che senza risposte sul lavoro, un partito riformista, di sinistra, è semplicemente inutile. E che Grillo è una conseguenza dell’insufficienza delle nostre risposte,  della disattenzione con cui abbiamo circondato il fare e il cambiare. Non solo noi che eravamo minoranza, ma anche noi. Certo Grillo è un incosciente, non vede la realtà, non si accorge del disastro che c’è e che sta accelerando. Le sue risposte sono fantasiose, impossibili per buona parte, come quella di dare un reddito a tutti senza che nessuno paghi, oppure  fare subito la riforma elettorale, trascurando il fatto che se si abroga il porcellum semplicemente c’è il nulla, come ha sancito la corte costituzionale, oppure che il parlamento può legiferare senza le commissioni, mentre non è possibile e che queste si devono inventare in quanto, anche grazie al 5 stelle, non si sa chi è maggioranza e chi è minoranza. Questo e molto d’altro è vero, difficile, impervio, ma stiamo discutendo della marca della macchina o del fatto che si è rotto lo sterzo e i freni e stiamo puntando sul burrone?

Tutta questa impasse dovrebbe essere coscienza di tutti, ma come la realtà che tutti vedono e semplicemente fa scuotere il capo, non è notizia, non rileva, fa parte di questo paese che sta crollando nella sua incapacità di essere Paese. Non è solo colpa della politica se non siamo normali, c’è un menefreghismo abissale che non fa vedere la realtà come deviante dal normale, dal giusto ( la signorina Ruby insegna), che non spinge i giornalisti a tempestare le pagine di etica, di comportamenti, di pubblica riprovazione per ciò che non va. Folclore finché non viene perseguito e la situazione diventa tragica. Nessuno tra noi, tranne i soliti potenti e ben informati, è in grado di uscirne intero da questa situazione e i segnali li abbiamo attorno. La vogliamo vedere e dire la verità, perdio, la vogliamo mettere nel presente, perché adesso non vedere è una colpa, non fare è un delitto contro noi stessi e contro tutti. Vogliamo almeno salvarci visto che la crociera è finita malamente? Non si preoccupi professor Onida per aver detto la verità, ovverossia che i saggi non servono e che Berlusconi vuole semplicemente salvare se stesso, lo sappiamo tutti. Piuttosto qualcuno dica a Grillo, a Renzi, a Berlusconi che questo è un gioco terribile, che non è il potere ad essere in gioco, e neppure i destini personali, ma l’intero Paese e che questo chiederà ragione, non di quello che è sotto gli occhi di tutti, ma di ciò che accadrà. E qualcuno lo dica alla stampa, all’informazione che sta giocando a creare le notizie piuttosto che a vedere la realtà. Anzi, per favore, diciamoglielo tutti.

non sum dignus

Ricordo una piazza strapiena, si era alla metà degli anni ’90, gli slogan: meno stato e più mercato. Io sotto il portico, più incuriosito che preoccupato a guardare questo nuovo che non era il mio. I giovani che c’erano, tanti, ciellini per lo più, ma non solo. Anche gli orfani del rampantismo degli anni prima c’erano. Festanti. Stavano vincendo e la vittoria si annusa a volte.  Poi negli anni successivi, c’è stato sempre più stato e meno economia, ovvero si è lasciato fare e si sono socializzate le perdite. Il debito non è un caso, i salvataggi continui di banche e dei soliti noti,non sono un caso, ma il contrario di quello che proprio quelle persone chiedevano, ovvero meno stato e più mercato. Solo che il mercato è un tritacarne umana e non ha etica se non la crescita, il profitto, il denaro. Era questo che volevano?

A volte ci si sbaglia, ma non si ricorda. Anche noi ci facevamo domande, oltre la propaganda, eravamo mutati, e non poco, anche noi sentivamo che una stagione era finita. Si discuteva e sembrava che il competere fosse un di più da affiancare all’eguaglianza e alla solidarietà. Eppoi con tutto il favoritismo e le raccomandazioni democristiane, socialiste, di trent’anni di repubblica, si era pur creato un corpaccione malato e inefficiente, un peso che gravava su tutti. Più mercato e meno stato, per noi, voleva dire che allo stato spettava aiutare chi non poteva, che vigeva la sussidiarietà, ovvero che le cose venivano decise e fatte al livello minimo di potere e non tutto dall’alto e in un mercato solidale, gli altri potevano correre liberamente, crescere, competere.  Ma c’era un baco in questo ragionamento, si perdeva facilmente il gruppo e restava l’individuo, però nessuno di noi avrebbe mai pensato che l‘individuo era in realtà uno e tutti gli altri erano sì individui, ma solo nella testa. Non lo pensavano neppure i giovani festanti di quella piazza, che lavoravano per eleggere l’Individuo, e hanno continuato a non pensarlo. Anche oggi è difficile riconoscere di aver sbagliato, si vede dai risultati. Ma quello che persevera non è lo sbaglio comune, quello lo facciamo tutti. Quanto si è sbagliato nel centro e a sinistra, quante divisioni inutili,tempo sprecato, cecità, incapacità, accomodamenti. Non quegli errori, ma l’Errore principale, quello che consente ad un uomo di essere intoccabile e di rappresentare tutti, quello che devia il corso di un gruppo, una massa, un popolo, quello è l’errore mortale. Quell’errore dovrebbero sentirlo quelli di quella piazza, dovrebbe essere un errore che trascende la persona, le leggi individuali fatte dagli avvocati difensori eletti in parlamento, dovrebbe essere qualcosa che supera i conflitti di interesse. Dovrebbe diventare coscienza e comunque la si pensi, non si dovrebbe fare più, o almeno non con facilità. Vedete c’è una differenza tra le tante, nell’intendere la democrazia e il governo, entrambe le parole esprimono un concetto che contiene un concetto fondamentale: non per uno, ma per tutti. Un tempo si trovava nei pensieri una frase, che dalla religione era passata, magari come vezzo un po’ ipocrita e autoironico, nel vivere sociale: non sum dignus. Anche senza il Domine, quel concetto aveva effetto, faceva pensare, ed era coscienza del limite e del servizio. Questo vorrei tornasse, nel meditare a ciò che serviamo noi in democrazia, con il nostro voto attivo: produrre governanti responsabili, senza interessi personali, intercambiabili, che non si sentono onnipotenti e soprattutto che non sono unici.