Ma quanti comunisti ci sono ancora in Italia? Ieri il numero dei novant’anni de l’Unità è andato esaurito presto, tanto che lo ristamperanno domenica. Nella mia ricerca, gli edicolanti dicevano che di buon’ora erano rimasti senza ed erano loro stessi stupiti. Strana questa cosa in un Paese in cui anche il partito a cui il giornale fa riferimento, il PD, si guarda bene dal considerarlo un modo per tenere assieme idee ed elettorato. Strano che tanti ancora ricordino con piacere e nostalgia, anche se votano altro, il tempo in cui il PCI italiano era il più grande partito comunista occidentale, difendeva i lavoratori, i diritti dei cittadini, le pensioni, e diceva che il capitalismo rende gli uomini ineguali e alimenta l’ingiustizia. Strano che la generazione dei sessantottini, che poi leggeva il Manifesto, si ricordi con piacere de l’ Unità, perché da questo giornale era partita. E’ vero quello che dice Guccini, alcuni audaci in tasca l’ Unità, era un’ostentare una diversità, un’appartenenza. Tanto che la domenica mattina si diffondeva casa per casa, anche dai cattolici che, mai e poi mai, l’avrebbero comprato in edicola. Forse sono solo i vecchi che ricordano le spinte vitali dell’ideologia, le battaglie per il lavoro e i diritti di tutti, la risposta quasi pavloviana tra bisogno e lotta, però la settimana scorsa a parlare di costituzione, i giovani non mancavano, esprimevano disagio, voglia di essere visti oltre che ascoltati. Che bello sarebbe se il giornale che porta nel titolo l’idea dell’essere insieme, della solidarietà, diventasse la palestra delle idee dei giovani, il luogo del confronto oltre le notizie. Gramsci, quando lo fondò, voleva parlare a tutti, ma soprattutto a chi non aveva parola. Era il 1924, l’anno in cui sarebbe stato assassinato Matteotti dal fascismo, che pur vincente, non tollerava la critica e il dissenso, e quindi la libertà. Sembra che la data si perda in un nulla di secoli, eppure se ci guardiamo attorno eguaglianza, diritti, libertà, hanno bisogno di voce, di essere vissuti assieme, di incoscienza dentro al basso ventre. Buon compleanno a tutti i “comunisti” che ancora lo pensano.
Parli della difficoltà di distinguere tra un ministro di destra e uno di sinistra. Nelle cose, dici, sono uguali, e la politica delle larghe intese è stata il disvelamento che di fronte ad una crisi capitalista, dove chi ha i soldi ne fa di più e pagano tutto i deboli, la risposta è stata flebile, conservativa, come si dovessero al più attenuare le perdite di uguaglianza. Ché poi non c’è mai stata l’ uguaglianza, ma almeno prima era un tendere che motivava scelte e politiche. Insomma non è la destra ad essere in crisi e la differenza tra sinistra e destra è un problema della prima.
Messa così, non solo ti devo dar ragione ma mi togli la speranza che esista una sinistra che non sia marginale. Lascio perdere il velleitarismo, l’incapacità di cogliere la realtà che sento nei si potrebbe, che circolano e sono scambiati per azione reale. Lo so che c’è una differenza tra il sogno e ciò che ora possiamo sognare, mi accorgo che il discrimine vero non è l’ho etichetta del sogno ma i suoi ingredienti di realtà ovvero ciò che ne resta nel confronto con il reale, a partire dall’economia. Sull’eccesso e sull’appiattimento ai condizionamenti della presunta sinistra non posso che darti ragione. E qui viene un però, non ci credo più agli intellettuali e ai piccoli gruppi che fanno analisi nitide e poi non riescono a superare il divario tra pensiero e azione collettiva, e soprattutto non hanno la capacità di trovare grandi contenitori comuni per idee semplici. Questo erano i grandi partiti della sinistra del passato, obbiettivi semplici, comprensione e futuro. E chi ha capacità di capire, deve capire come unire nella propria diversità. Finché resto nel Pd, devo considerare che questo partito sia riformabile dall’interno, che un progetto di cambiamento possa essere costruito altrimenti non resta che il caniscioltismo. Abbiamo entrambi l’età per sapere di cosa parliamo e conosciamo i fallimenti del chiudersi nella propria ragione. Per costruire strade nuove servono analisi taglienti e vere e poi il valutare che la differenza tra sinistra e destra passa per cose semplici, tutelando e indicando come cambiare questa economia che esercita il suo potere sui deboli. Non mi piace la scelta verso l’individualismo, più per necessità che altro, continuo a pensare che si potrà cambiare, che serve un minuto di più dell’avversario, che essere di sinistra ora, significa dire ciò che si pensa e farlo.
Certo ho dubbi anch’io e spesso sono stanco, quando penserò che non è possibile, che bisogna lasciar fare alle cose, mi tirerò in disparte, ma per ora ci provo. Non ci sono alternative. Va bene discuterne, facciamolo quanto serve, non abbiamo le stesse idee, ma sono contento di parlarne e per le riflessioni che mi provochi. Grazie.
Confesso che da giorni inizio a scrivere queste righe. Le guardo e poi ricomincio insoddisfatto. Cos’è che vorrei dire? Chiunque scriva dovrebbe chiederselo. Anzitutto penso che quanto accade è complicato e che parte da un pregiudizio più che dall’oggettività, cioè che i nostri criteri vadano bene ovunque, poi che nell’est europeo ci sono non pochi movimenti nazionalisti e di destra estrema che da noi sarebbero tenuti a bada, in terzo luogo che l’Europa, ancora una volta, si dimostra inefficiente, sia in politica estera che nelle politiche economiche collettive, e infine che l’ Ucraina un po’ la conosco per esserci stato cinque volte. Detto questo sono al punto di prima. Così parto dalla fine.
Chi ha avuto modo di arrivare in Ucraina di giugno, venendo in auto da sud, ricorda le distese di grano tra le città e i villaggi. L’oro che si muove all’unisono con un vento piatto, un soffio lungo che rasenta il terreno scuro, quasi nero. E’ il vento che arriva dal mar Nero, da Odessa, è caldo e sa di terra grassa, la stessa che ti mostrano prendendola nella mano destra e sbriciolandola nel palmo. Una terra densa di umore vitale, calda. Da sempre una benedizione: è la più fertile terra al mondo. L’Ucraina è grande davvero e ospita più popoli, dal mar Nero alla Bielorussia è un susseguirsi di pianure in cui molti hanno dilagato fino al limite dei Carpazi. Anche le religioni hanno corso parecchio, il cristianesimo in particolare. Ci sono ortodossi fedeli al patriarcato di Kiev, ortodossi fedeli al patriarcato di Mosca, cattolici Uniati, cattolici vari, protestanti, ecc. Noi stiamo andando verso Lviv, la città che guarda la Polonia, e che è forse la più ucraina delle città, anche se a 120 km da Cracovia. Un punto di snodo prima dell’oriente russo. Lviv ha più nomi, Lvov per i russi, Lemberg per i tedeschi, Leopoli per noi, qui c’era il comando dell’Armir, per poco è stata pure italiana. Fa un po’ ridere pensare come un posto sia a seconda del principe di turno, tedesco, austriaco, polacco, russo, addirittura italiano. Chissà cosa pensano gli abitanti di tutto ciò. I buoni, bravi borghesi che si irritano solo se i commerci vengono toccati, se i privilegi cessano, se la libertà non serve davvero a fare i propri affari. Lviv è più città assieme, poco bombardata, conserva l’impianto medioevale e rinascimentale. In centro c’è ancora la sede dell’ambasciata di Venezia, che non è stata trasformata in boutique, ma è una casa in cui qualcuno abita. Molti non sanno che qui doveva arrivare un corridoio europeo per merci e persone, il Lisbona- Kiev, che non andava a Kiev ma si congiungeva a Lviv con un altro corridoio europeo che dal nord della Francia andava verso Mosca. Insomma un incrocio senza semaforo, dove tutto doveva arrivare e mescolarsi, ripartire, e alla fine non è ancora arrivato nulla. La sensazione è quella di essere in mittel europa, siamo in Galizia e l’impero austroungarico prima della fine nel 1918, ha costruito parecchio. Però se si guarda con attenzione si vede che le anime sono parecchie, Ucraina anzitutto, poi polacchi, russi, tedeschi, ebrei aschenaziti, gente del Baltico. Gli ebrei, oltre 200.000, tra residenti e immigrati furono sterminati dai nazisti, che cominciarono ad esercitarsi già dalla notte dei cristalli, uccidendo e dando fuoco alla sinagoga rosa, ma nonostante di ebrei ce ne siano pochi, si sente che esiste qualcosa di inconfondibile, di culturalmente importante che proviene da loro. La sera arriva presto a Lviv, le luci si accendono nelle strade piccole nel centro, illuminano i colori pastello delle case. La scelta dei colori sembra un togliere dalla pelle il buio, un ribadire il primato della luce.
Ero Lviv quando cominciò la rivoluzione arancione. Non la riconobbi e la presi inizialmente per una processione. C’era una lunga fila di persone che andava attraverso il viale della Libertà verso una piazza del centro, davanti stendardi religiosi, santi e madonne nere, icone tenute alte con le braccia, pope, turiboli e incenso. Dietro una folla a segmenti, gruppi folti, uno spazio, bandiere con scritte per me incomprensibili, bandiere nazionali, poi di nuovo un gruppo folto. Quando la testa arrivò davanti a un monumento si fermò e tutti assieme cominciarono a scandire slogan. Il clima si scaldò e un amico mi prese finché fotografavo portandomi alla sede della stampa estera. Parlo di Lviv e di quei giorni perché tutto iniziò da lì e successivamente è stato un continuo ribaltare di posizioni, con l’Europa incapace di dire altro che le solite litanie sulla democrazia, ma senza soldi la democrazia non vive. E così veniamo ai nostri giorni. La Russia di Putin ha messo sul tavolo 14 miliardi di dollari, in gran parte come forniture di gas, e in Ucraina adesso è -20, eppoi in contanti. L’Europa non ha messo sul tavolo nulla oltre l’inizio di un processo di adesione. E’ chiaro che quando il pil del paese è fatto per oltre il 50% di rimesse degli immigrati, oltre la povertà conseguente, la tentazione di spostarsi tutti verso dove pare ci sia il benessere è forte. Non è questo che ha motivato il percorso della razza umana dall’Africa fino alle estreme propaggini del mondo? Ma in un mondo governato, come si può non mettere logica ai processi, come si può pensare che non ci siano interessi forti strategici nell’area, come si può ignorare che quando si è in una zona d’influenza l’economia sarà sempre costretta dentro vincoli, con difficoltà a crescere? Eppoi se le elezioni, pur validate come democratiche hanno dato un risultato, come possono le democrazie ribaltarlo se non è soddisfacente? E’ accaduto in Egitto, sta riaccadendo in Ucraina, continuerà ad accadere, ma se investe ad esempio la Spagna con i processi autonomistici, che accadrà? In Ucraina sono presenti più partiti, non è una repubblica comunista, non pochi di questi partiti sono nazionalisti, altri rappresentano una destra estrema, da sempre presente nell’est europeo. La storia degli alleati del nazismo dimostra che il terreno era fertile, anche i pogrom di Lviv ebbero protagonisti locali. Già la contraddizione dell’Ungheria dovrebbe inquietare l’Europa, eppure sembra ci sia un distogliere lo sguardo, un combattere partite che poi i cittadini europei non saranno in grado di sostenere. Dal basso costo del lavoro agli aiuti economici allo sviluppo e alla gestione dello stato, ben superiori alle capacità comuni di tenuta in una economia che non ha prospettive comuni, ma nazionali. Il benessere della Germania resta tedesco, l’impoverimenti degli stati mediterranei è affar loro per gran parte. Quindi mi stupisce che si siano perduti almeno 10 anni per non analizzare un problema, quello dei confini dell’Europa, soprattutto ad est e non agire di conseguenza. Deficienze gravi di politica estera comune, di politica economica comune. Ecco perché guardo con preoccupazione quanto accade, perché non è una crisi governata, perché la piazza ha ragioni che dipendono dalla miseria e dalla speranza di superarla, ma non da un progetto politico economico. Dire che ci sono ultras del calcio, partiti nazionalisti, destre xenofobe accanto a patrioti che vogliono una indipendenza regionale piena, non basta. Guardare le immagini e pensarle nelle nostre piazze, incute paura. Sapere che ci saranno colloqui tra Unione Europea e Russia non basta. Sorprende infine il ruolo degli Stati Uniti, ben presente a Lviv con una università, che oscilla in politica estera, tra principi e convenienza. Se l’obbiettivo è dare fastidio a Putin, allora tutti sono usati, gli ucraini per primi, ma il risultato di tutto questo sarà una mossa di scacchi che non risolve una partita irresolvibile.
P.S. Di quelle piazze di Kiev, oggi piene di barricate di neve e mezzi bruciati, ho presenti gli alberghi da realismo socialista, le chiavi tenute al piano dalle portinaie che si svegliavano quando arrivavi, i casinò improbabili nella sala da colazione, le piazze e i viali, gli spazi scenografici da regime, poi l’ingresso dell’occidente con i marchi del commercio mondiale: abbigliamento, cibo, automobili, orologi ed elettronica. La sensazione era quella di una città che faceva fatica, dove il lavoro mancava, dove lusso e povertà si misuravano mostrandosi, non sapendo le ragioni dell’uno e dell’altra. Sono impressioni di una città visitata per lavoro, dove si vedono cose più che uomini, si sentono progetti più che idee, dove la misura economica travolge tutto. Però c’era un malessere che le prospettive non cancellavano, quello di essere usciti da un regime e di non vedere ancora i vantaggi della libertà. Su questo mi fermo a pensare perché insegnare la libertà non è semplicemente introdurre l’economia di mercato.
Non per fare d’ogni erba un fascio, ma l’impotenza del parlamento di fronte alla legge elettorale è la dimostrazione di una classe dirigente specchio del Paese. Sono i nostri rappresentanti, li abbiamo votati noi, rappresentano la nostra incapacità e impotenza a governarci. Perché per governare qualcosa bisogna interagire, partecipare, cambiare, avere coraggio. Noi e loro che dovrebbero rappresentarci. Rinviare i problemi ci porta in uno stagno di illegalità che prende tutto, dal lavoro alla gestione della cosa pubblica, passando attraverso la vita quotidiana. L’illegalità è permanente, conclamata, diventa interesse comune a fronte delle grandi parole, dello stigmatizzare, dello stupirsi, dell’auspicare. Le regole, i principi, le linee invalicabili del diritto sono violate in continuazione e lo sanno tutti. Ma per chi e per quanto questo accada, la misura del correo è diversificata, certo che un interesse alla connivenza c’è, non si spiega altrimenti questo costante voltarsi altrove, rimandare ad altri ciò che è compito di ciascuno. Diventiamo così un paese di furbi gabbati, dove l’etica non solo rende ridicoli, ma marginalizza le persone che la praticano. Tra le soluzioni, non è il pagliaccismo che risolve le cose, in Italia non è mai mancata la vena comica, noi solo noi possiamo riprendere il governo dei nostri rappresentanti, della gestione della vita collettiva che non va. Le indecisioni dei partiti sono la rappresentazione esplicita degli interessi, sottaciuti, ma evidenti, la vicenda della legge elettorale è lì a dimostrarlo, non si cerca il buono e il giusto, ma il vantaggio di parte, la rielezione, il potere da mantenere che non ha più fine collettivo, ma solo effetto collettivo. Il problema dell’essere governati torna a noi, dobbiamo chiederlo, imporre che ciò che si dice venga fatto, di essere difesi come individui e come collettività, perché lo stare assieme, la societas, ha questo significato. Non stanchiamoci, chiediamolo con forza, è nostro diritto, e pretendiamolo facendo il nostro dovere, perseguendo la legalità.
Non voglio parlare delle primarie del PD, non ero partito da questo fine, ma già da questa occasione, domenica verrà un segnale, tra la vecchia e la nuova espressione del potere, oppure può emergere una diversa maniera di intendere il protagonismo dei cittadini. Scegliamo e se possibile, scegliamo il diverso, quello che rompe con chiarezza questo stato di cose, le manda in frantumi per etica e necessità, perché così non si va avanti.
L’altra settimana c’è stata un’ispezione al centro Cina della mia città. Ne fanno spesso e oltre ai soliti quintali di merce contraffatta e pericolosa, hanno sequestrato dei locali di magazzino, perché c’era un asilo per bambini tra vestiti ed elettronica. Se avessero cercato in altri magazzini avrebbero trovato anche qualche dormitorio, speriamo senza sbarre. E’ così da anni e quando la guardia di finanza insiste troppo, interviene il console Cinese, ci ricorda l’interscambio e i capitali investiti in Italia, assicura il rispetto delle regole e dopo un mese tutto riprende come prima.
Nero, iva non versata, condizioni di lavoro inumane, mica sono solo alcuni cinesi a praticarle, da questo punto di vista l’Italia è un paese unito, dal nord al sud. Lo fanno tutti, senza distinzione di provenienza, lingua o cittadinanza, cambia solo il settore merceologico, da una parte l’agricoltura, altrove il tessile o le calzature o i pellami o la contraffazione dei grandi marchi, i servizi, la logistica, la ristorazione, ecc. ecc.. Anche il manifatturiero, comincia a sentire l’ingresso della manodopera senza diritti. E il bello è che tutti sanno, tollerano, si girano altrove. Mi spiace che il presidente della Repubblica non si renda conto che questo è il paese in cui viviamo, che non è il paese accanto con un’altra realtà. Il problema della legalità è problema più importante dell’Italia. Quello che attira investimenti cattivi e respinge investimenti buoni, quello che impedisce a chi rispetta le regole di fare bene il suo mestiere, quello che riempie i luoghi di lavoro di morti bianche. Questo Paese è il nostro, signor Presidente, non si stupisca, prenda informazioni e capirà che non servono i lutti cittadini e le cerimonie ufficiali, serve legalità, rispetto delle regole, non guardare in faccia nessuno per applicare la legge. Dalla legalità viene fuori un Paese migliore, rispettoso della dignità delle persone. Si continuerà a morire sul lavoro, ma se questo non accadrà per motivi di profitto, le parole tragica fatalità, riacquisteranno senso e si morirà di sicuro di meno.
il giorno dopo gli esami si respira una grande libertà, accade anche dopo una malattia, lo era il giorno dopo il militare quando era un obbligo o la mattina dopo la laurea e il festeggiamento. In un certo senso è anche così il giorno dopo il matrimonio e mi dicono che era così anche il giorno dopo la guerra. Il giorno dopo è una finestra che sembra aprirsi, un futuro che ricomincia. Eppure quasi subito ci si accorge che il giorno dopo è pieno della ferraglia di tutti i giorni. Le stesse abitudini, gli abiti e le scarpe che non mutano, anche le case, i volti delle persone sono gli stessi. C’è euforia ma passata quella subentra una piccola paura che il giorno dopo non sia davvero dopo, ma contenga ancora il prima. E’ un attimo, ci si dice, no, è davvero cambiato il mondo, almeno il mio mondo è cambiato, quello che prima era un timore, un obbligo, un’attesa, adesso non lo è più. Quindi si sorrid, si caccia il pensiero, ma poi il dubbio riprende: e se non fosse vero, se cioè tutte queste possibilità che mi pare di avere fossero fasulle, se esistessero ancora i condizionamenti di prima? Allora il giorno dopo sarebbe il giorno prima travestito. Non serve il principe di Salina per capirlo, basta fare una verifica facile facile: oggi davvero quello che prima non potevo fare lo posso fare? Ecco questo certifica il giorno dopo, la liberazione vera, il nuovo che è condizione di nuova vita. Se poi prima c’era contrasto, una verifica è il fatto che ci siano dei vinti e dei vincitori, ma se sul carro dei vincitori trovo compagnie che prima ricordavo altrove, chi ha vinto davvero? E soprattutto se restano gli stessi, davvero ho tirato una riga sul tempo e posso dire che questo è il giorno dopo? Ecco oggi 28 novembre, il giorno dopo, a me il dubbio che davvero sia cambiato molto, se non tutto, è rimasto.
In queste settimane, man mano che i leader del pd sceglievano Renzi e Cuperlo, l’aver scelto Civati, mi ha sempre più convinto. Mi dicevo che se nulla, o quasi, della politica praticata in questi due anni dal pd mi era andata a genio, il fatto che gli attori di quella politica fossero altrove mi confortava nell’idea che il nuovo e il necessario per cambiare non fossero da quella parte. Ne ho anche tratto una piccola sicurezza, che nei pochi noti che aderivano non potessero esserci i pugnalatori di Prodi, e neppure i fautori di un governo chicchessia per assicurare la continuità con quanto già sbagliato con Monti. Il potere ha aspetti strani, assuefa con immediatezza chi lo pratica e induce a perseverare negli errori, anche non propri, che potrebbero metterlo in discussione.
Così ho scelto Civati perché tra il nuovo che è pieno di vecchio e il vecchio che si vorrebbe mostrare rinnovato, solo il diverso qualche garanzia/speranza sembra darla. Poi ho letto il programma, i larghi spazi lasciati alla discussione assieme, il partire da consapevolezze condivise, il rifiuto della cultura dell’emergenza per far passare ogni azione che non appartiene né alla sinistra, né al riformismo, né al cambiamento, gli F35, una nuova economia, il lavoro. Ne ho ricavato l’impressione che attraverso una immane, ma esaltante e giusta fatica, cambiare si può. Partendo dal basso, rovesciando non le parole, ma la piramide del potere, ridiscutendo i presunti assiomi dell’economia che poi sono solo teorie., tornando ai bisogni veri, quotidiani, delle persone: il lavoro, l’assistenza, l’istruzione. E ho pensato che se torna la fiducia nella politica è perché il cittadino si sente protagonista, non applaude al nuovo attore, ma vuole recitare. E non ha più voglia di sentire il vecchio copione, ma vuole scrivere la sua vita. E questo accade se sente che la sua opinione conta, il suo gesto pesa, se ciò che dice e pensa ha un senso per chi lo ascolta. Per questo non sono corso a soccorrere il vincitore, ma ho preferito camminare con chi ha davvero voglia di darmi ascolto.
Mi turbano inezie, l’insipienza verso i disastri dell’agire quotidiano nei confronti del mondo in cui viviamo, il debito pubblico che toglie ogni prospettiva a tutti fuorché ai furbi, il tirare avanti sperando che qualcosa risolva tutto, il girarsi dall’altra parte, il dire sono tutti uguali, la politica e la sua incapacità a reagire, la difficoltà a perseguire il possibile come alternativa all’obbligato. Mi turba l’inerzia che accompagna gran parte delle passioni collettive, l’incapacità a vedere oltre il proprio interesse, l’esposizione delle persone in mondi fasulli, l’illusione degli amici che si possono cancellare, la difficoltà a sentirsi parte di un insieme vero, di un popolo. Mi turba l’incapacità di legare esterno e interno, la mia vita con le vite degli altri, la scelta di una dimensione piccola perché quella grande si fa fatica a capire, il rifugiarsi in ciò che si ha, il chiudere gli occhi e gli orecchi, il rifiutare ciò che sta fuori delle nostre vite. In definitiva il non capire. E tutte queste sono inezie perché gran parte delle persone cercano ogni giorno di affrontare i problemi del quotidiano, cercano di salvarsi oppure rifugio nella soddisfazione dei desideri, non si pongono più il problema del mutare, casomai se sono giovani, pensano di andarsene. E allora temo che stiamo tutti invecchiando velocemente, che abbiamo rotto gli specchi per non vederci, che nel difendere la nostra casa non ci accorgiamo che la città cade. Tutto questo pensare oltre è sciocchezza se non è pensiero collettivo, è solo dolore personale, incapacità che rende inani di fronte a ciò che è troppo grande per uno o pochi, ma che sarebbe risolvibile da molti. Ecco quel sentirsi soli o pochi traccia il limite della sciocchezza, la porta a colpa individuale, irrisolvibile e quindi senza speranza di soluzione personale. La sensibilità quando prevale l’egoismo è sciocchezza e purtroppo il turbamento nasce da lì.
Questa mattina ti piaceva la parola esiziale. L’hai ripetuta più volte e udendo ho sentito il ciglio d’una educata furia. Una cosa borghese, senza urli e alzar di mani per gesticolar la rabbia. Come se la passione densa e priva di esteriorità inutili, si rendesse conto, ma forse non importava, che diversi di quelli che udivano non avrebbero capito. Solo guardando meglio il volto e il suo rossore acceso ne avrebbero colto il significato, ma le parole si disperdono nei luoghi affollati di mattina, si inzuppano nei cappuccini, per cui sembrava dolce il tuo discorso.
Poi anche oligarchia s’è fatta strada ed è risuonata come fosse un sinonimo di dittatura mascherata. Così è parso chiaro che, anziché uno, fossero molti a conculcare diritti, assicurare ineguaglianze, consolidare privilegi. E, non solo spero, ne ho visto quel vile prevalere del gruppo nei confronti degli inermi. Potere senza servizio, insomma.
Alla fine mi sono fermato su queste due parole per vedere assieme il mondo in cui viviamo. Ed era un brulicare distante, pur sapendo d’esserne parte, preso dalla cura dell’entomologo che non si accorge, o non vuol sapere, che in realtà è l’antropologia che pratica ed è immerso in ciò che osserva e l’appassiona.
Bisogna dirle le cose: l’ideologia dell’emergenza nasconde pavidità e inutilità per la politica intesa come azione per il bene comune. Se a questo si aggiunge una insana commistione di idee politiche differenti, di veti contrapposti, si generano equilibri che non affrontano e non risolvono e così questo governo tira avanti e non affronta i nodi. E’ inutile al cambiamento. Certo c’è qualcosa che non è tipico dell’Italia, che fa parte di una deriva mondiale che ha cambiato le libertà e il modo di percepirle, ma che però da noi si aggrava in questa soluzione politica: chi governa non pensa primariamente al benessere del Paese, ma a rispondere agli obblighi veri o presunti dell’economia. E’ come se l’economia avesse preso il posto dell’uomo, si fosse assunta il ruolo di decidere cosa sia disuguaglianza, povertà, diritti. Come se l’economia disgiunta dall’uomo ed esercitata nei mercati, che poco hanno a che fare con i bisogni degli individui, fosse una gigantesca gabbia in cui gli uomini si agitano e sono liberi se appartengono a chi accetta il credo, le regole, i successi del denaro e della finanza, gli altri sono semplicemente funzionali ai fini.
Ma questa che non pretendo sia una verità, bensì un argomento del discutere, non si può dire ed emergono due grandi paraventi: l’emergenza (e quindi la necessità del decidere sotto obbligo) e il vincolo del debito, per cui ogni coperta sarà sempre corta e chi resterà scoperto indovinate chi sarà? Vorrei solo accennare all’emergenza e come questa diventi una foglia di fico per nascondere il baratro decisionale in cui è caduta la democrazia: se i popoli non possono decidere del loro destino, delle loro politiche, del loro benessere, a che serve condividere il potere? E’ in questa finzione che si alimenta la ammuina del rinvio, bisogna confondere, distogliere l’attenzione e al più dire che ogni decisione importante cade nelle tagliole della compatibilità, ogni bisogno è temperato dalla compatibilità. ogni decisione vera viene rinviata per trovare la compatibilità, ma compatibilità con chi? Con l’Uomo? No, con il debito. E così i bisogni immediati, il lavoro anzitutto, le ineguaglianze, lo scandalo dei privilegi scompaiono diventano accessori. Come gli uomini, servi del denaro, della rendita, della finanza.
« All’ordine Facite Ammuina: tutti chilli che stanno a prora vann’ a poppa e chilli che stann’ a poppa vann’ a prora: chilli che stann’ a dritta vann’ a sinistra e chilli che stanno a sinistra vann’ a dritta: tutti chilli che stanno abbascio vann’ ncoppa e chilli che stanno ncoppa vann’ bascio passann’ tutti p’o stesso pertuso: chi nun tene nient’ a ffà, s’ aremeni a ‘cca e a ‘ll à”. N.B.: da usare in occasione di visite a bordo delle Alte Autorità del Regno.»