Per prati cosparsi di bianco, bagnati di luna e di neve, preghiamo la terra e il cielo, perché s’uniscano, anche in questa patria solo dall’acqua bagnata, e sia profondo il nostro sentire fino al cuore del mondo. Forse l’ansia del cuore non reggerà la luce di casa, il ritorno all’umano, col calore delle parole, conosciute e familiari, e così la fatica dell’aria e del buio sarà infranta. Oppure no e appena oltre i vetri d’una casa, deposti i pensieri e l’intuizione dell’oltre, questo basterà per un poco a lasciarsi andare, stanchi di camminare fino al dolore. Nel silenzio caldo, allora, porre lo sguardo al cielo, che amorevolmente accudisce e spinge l’amore sarà trovare equilibrio e pietà nel fare.
Nella sera un arco rosso intriso di emozioni, nel canale gli uccelli, rompono il ghiaccio davanti ai nidi: con un suono di vetro, senza echi. Forse l’acqua ricorda la sua morbidezza, l’esser stata pioggia sul tetto, e poi il lento fluire. Nel meriggio il sole accarezzava l’ombra, scavava immagini sepolte nel tappeto, poi cercava tra il bianco del soffitto, e bussava ai vetri spargendo polvere nell’aria. Aveva il suono sommesso, del ricordo che fatica, della carezza attesa. Il tempo è acqua, conchiglia e mare, onda limpida che trascina, maceria di vita e attesa d’essere altro senza memoria dello sconosciuto nuovo.
Epifania significa manifestazione del soprannaturale. Chi viene prescelto dallo spirito o da ciò che l’umano sente superiore a sé, è destinatario di una conoscenza che altri non hanno e che egli stesso può scegliere se rivelare meno. Nell’ accezione cristiana il mostrarsi della divinità porta in sé la meraviglia e il dono, ovvero fa nascere l’ omaggio in chi riconosce la divinità che si palesa. Tutta questa premessa se non per dire che l’Epifania per un laico significa manifestazione dell’ inatteso, di ciò che gli muterà la vita. E chi viene prescelto è destinatario di una conoscenza nuova di sé che altri non hanno e che egli stesso può scegliere se rivelare o meno.
Ho pensato al significato terreno e laico che è connesso al dono e a questo giorno. Dono è molte cose, presenza anzitutto, creazione della sorpresa, o anche rivelare qualcosa di sé, metterlo in comune, non possederlo più da soli. Ho anche pensato che sia un prendersi cura della meraviglia dopo averla riconosciuta, un voler sorprendere chi si ama. Per questo tra persone ci si dovrebbe far doni e raccontarsi la bellezza che si sente, l’emozione che si prova, come accade con un innamoramento che alla fine si deve pur dire a qualcuno perché non riusciamo più a contenerlo dentro di noi. Il dono è un terreno particolare che ci rappresenta: può includere tutto il buono e tutta la finzione che possediamo. Il dono è esercizio di amore o di potere, o entrambe le cose. Prende la connotazione di ciò che sentiamo oppure non sentiamo e chi lo riceve lo percepisce. Anche quando non c’è un dono, sente che qualcosa manca e non basta dire che tanto ormai si può acquistare ciò che si desidera, che abbiamo tutto. La sorpresa è il consueto e il differente, è l’ attenzione.
Oggi pensavo anche alla gioia sorgiva dei bimbi, al loro rapporto con il dono, a come dobbiamo non banalizzarlo ma neppure farlo mancare. C’è un’ educazione al dono, allo stato di disponibilità a lasciarsi sorprendere e meravigliare, e se la riceviamo da bambini la conserveremo per sempre. In fondo sono cose che hanno molto a che fare con l’amore, con l’ attesa; invecchiamo davvero quando non attendiamo più nulla, quando tutto è scontato.
Allora ho pensato che prendersi cura della meraviglia di chi si ama sia un dare spazio alla vita, impedire che tutto diventi già visto e provato. Per questo tra le persone che si amano dovrebbe esserci la naturale scelta del dono e del raccontarsi la meraviglia che si è palesata tra noi. Allora l’Epifania durerebbe tutto l’ anno.
Fuori c’era il sole limpido rosso di pomeriggio come il viso dopo una corsa di bambini, il vento accarezzava con piccole raffiche fredde e tra l’una e l’altra, c’era illusione che fosse ormai quieta la gelida tramontana, ma gli abeti si scuotevano, e i faggi vibravano, in una danza dionisiaca d’elfi giganti intenti a sciupare vita e ultime foglie. Mucchi di rametti secchi, lasciati dall’autunno attorno ai tronchi con foglie e aghi si disperdevano in colonne e mulinelli danzando le raffiche di vento. Guardando questo inverno ancora povero di neve attorno ai ricordi m’aggiravo e di ciò ch’ero stato vedevo il risultato, come in uno specchio d’acqua che si confonde per il salto d’una rana, e poi ritorna immoto sentivo il nuovo nel ripetersi dei giorni, fatti d’abitudini e di gesti, ma ancora imprevedibili nel vento del presente, e scordati nel loro risultato, stupiva la radio che parlava ancora della forza del più forte e del suo arbitrio, e di Venezuela come se l’uomo non fosse speranza e attesa, desideri e carne. Usando degli affini il noi, desideravo l’abitudine e del mondo giustizia e quiete per le certezze d’umana identità e il nuovo che in essa si produce. Intanto chiuso s’era il tramonto e nel tiepido del forno tra i pensieri densi infornavo il pane solo per avere un profumo amato e un porto a cui approdare.
Le cose s’avvolgono d’un silenzio immoto e greve, nella luce umida di nebbia, è il pigro scorrere delle ore nei giorni di festa quando sazi del cibo e di parole, s’ascoltano echi: ti voglio bene, ci sei, è bello ritrovarsi nell’anno che verrà, di certo sarà buono, forse. Resta l’ indecisione che si fa casa, nel sonno da tepore e d’aria respirata, mentre fuori la luce cala presto e la nebbia sale.
È passato, non ha lasciato tracce, neppure un’orma sulla neve. Neppure la neve. Si rammarica il cuore (?), l’anima (?), il semplice sentire (?), dell’aver perso un treno, ma da tempo non si sa dove sia finita la stazione.
Forse per questo molti fuggono via dalle feste, dal pensare, da questa nebbia che da troppo tempo parla e non si vuol capire. Forse per questo, o per altro, ma nel cuore del mondo nessuno fugge più, e stupito ascolta parole che capisce a stento, immagina, intuisce, guarda, mentre attorno scavano fossati.
Ho vecchi doni, tracce di passate considerazioni, che fanno compagnia più dei ricordi, e suonano come usano le voci antiche, dolci e sommesse, intonate nel coro assottigliato. Molto è diverso d’allora ma ciò che resta non sono gusci vuoti, residui di vita altra che la risacca del tempo allinea e toglie dalla riva, no, sono miracoli di vita che si trasforma e ancora estende radici assetate. È buona con noi l’età se cerca limpidezze nell’innocenza inerme di chi mai s’arrende. Distratti abbiamo percorso le stagioni, c’era la foglia e il fiore, e splendevano al mattino, nella bellezza loro cantavano I colori donati senza ritegno agli occhi e al cuore e seguivano il tempo senza opporre fatica al pifferaio lieto, ora sono gemme fiduciose impavide nel gelo in attesa della promessa primavera. Siamo rimasti non so quanti, un tempo ci conoscevamo tutti, alcuni han salutato, ed ora il coro è mutato, quasi un quartetto d’archi dove la furia posa, ed emerge la passione quieta d’una carola sommessa, guardo e mi soffermo, come a ripassare una parte appresa, una musica che torna alle labbra, lieta.
Nei natali vissuti la mappa delle attese, del nuovo che attinge alla speranza. Nei ricordi trovo chi ora sono, cosa si è compiuto, quello ch’è mancato. Ho una vita di natali diversi, di caldi pensieri scivolati nel sonno, di neve e cappotti spinati, di sciarpe rosse e guanti di lana bucati, di trepidi ultimi giorni di scuola, di interrogazioni e disfatte, mai perdonate nelle pagelle a gennaio. Le notti di Natale a lungo ho cantato e anche quando più non credevo ho sentito l’amore che univa I giorni e l’attesa. Ho visto persone vagare le notti della vigilia e nessuna chiesa li cercava, quando al freddo guardavano le luci, chi usciva felice, finché il portone chiudeva, allora s’allontanavano nel buio in cerca di risposta o anche solo d’una parola, ma nessuno parlava. Chissà che fine hanno fatto tante tristezze sotto il cielo, dove hanno riposato, e cosa è stato per loro il mattino di festa. Ogni anno la neve ho atteso e qualche volta è accaduto, allora c’è stato il gioco e la gioia, le guance infuocate il cappotto con i segni delle risate, poi a casa la cura, la cannella, il vino bollente, le mele una carezza sui ricci e il sonno felice che la festa ha concluso.
Buon Natale alle donne e agli uomini di buona volontà. .
Ero lì a cena l’antivigilia di natale, le guance rosse per l’aria gelida ed il chianti, si mangiavano verze e cotechino e questo faceva ridere parecchio. Entrò un’orchestrina di fiati. Canzoni natalizie con tromba, trombone e bassotuba. Uno strepito incredibile nell’ambiente ridotto e pieno di persone. La cosa mise un’irrefrenabile allegria gli occhi e i commenti correvano tra i tavoli urlando e poi ridendo, assordati, c’affrettammo a dare mance generose e loro, i musicisti, riprendevano con un bis di ringraziamento, finché ci fu uno scambiare di sfottò tra le note di un’allegria generale. Solo il ragioniere era rimasto imperturbabile. Mangiava il suo brodo e alzava appena gli occhi, poi rivolgendosi al vuoto distintamente disse: ma come l’è, di nuovo il natale? E ridacchiò. Ecco, allora ho capito che la mia solitudine era un lusso.
Mi piaceva quel posto, c’arrivavo la sera da un corso, mai solo e con molta allegria. Mi piacevano le tovaglie pulite, il cotone pesante, gli antichi lini un po’ lisi, alle feste, le stoviglie retrò, le pesanti posate. Mi piaceva il menù consigliato la cucina milanese e toscana, la cassoeula ed i pici, il parlarsi tra i tavoli, le vecchie glorie sulle pareti, il fiasco di chianti al consumo, la scelta del pane tra sciapo o salato. Tra muri bianchi rivestiti di legno un angolo di fotografie, e un tavolo singolo per il ragioniere. Col cappotto addosso d’inverno cenava, d’estate un gessato, la cravatta col nodo stretto mai fatto di fresco. A monosillabi ordinava, un sopra ciglio o l’indice alzava, e non i piatti ma una sequenza del suo menù personale in cui c’era solo L’inverno e l’estate. D’inverno un brodo di pollo, la pastina sottile, poi patate lesse e costatina Ben cotta. Un minestrone d’estate, a volte insalata o verdura cotta e il pollo lessato, un bicchiere di vino, il fernet e il caffè. Sempre solo, in mezz’ora mangiava, alzava lo sguardo mentre i denti puliva, poi il cappello metteva e salutando usciva. Il mercoledì il posto alle otto era vuoto più tardi arrivava. C’era il varietà e al ragioniere piaceva, le ballerine com’erano? Il cameriere ammiccava il ragioniere taceva. Sorridevano entrambi. E la cena iniziava.
La città sembrava inerme, pacifica, ma incredula per le prime occupazioni. All’università gli studenti volevano toccare la libertà senza l’ossequio al potere baronale. Bestemmie, in un dialetto che le intercalava. Era una città divertita o infastidita, abituata alle intemperanze giovanili, altrove, però, nell’oscurità torbida di rancori mai sopiti covava uova di serpente. Tornava il nero che mai era morto per davvero. Arrivò la nuova violenza dalla strage di Milano, troppo intelligente per non essere parte d’un oscuro piano, di quella destra che s’era esercitata nei tentativi di rovesciare la democrazia. Ciò che sconvolse per un poco la città e soprattutto me, furono i nomi dei fascisti rivelati. Quel Freda con lo studio d’avvocato davanti alla biblioteca dove studiavo, che beveva il caffè dove anch’io andavo, e poi quel Facchini, conosciuto da ragazzo. Abitava allora vicino a casa mia, molto per suo conto ma anche lui i fumetti li scambiava. e mostrava con orgoglio la sua abilità nel costruire radio e nel trafficare con resistenze e condensatori. E in quella valigeria di piazza Duomo, s’erano comprate le cartelle per la scuola, la borghesia, borse di lusso e le valige in pelle. Tutto era concentrato in poco spazio, in persone e luoghi noti, in cognomi e in mestieri usati, ma sembrava che oltre l’apparenza sempre ci fosse ben altro d’importante. Il Configliachi, l’ istituto per I ciechi, dalle cui scale volò il bidello era un posto come un altro, ma lui aveva iniziato a dire di questo nero di città. E poi un filo ricuciva nella mente Il rettorato ch’era saltato in aria poco dopo un incontro con rettore, l’antifascista Opocher, fatto con noi studenti. Ricordo ancora le sue parole, che citavano quelle dell’amico suo Marchesi: neppure i fascisti furono in grado di togliere la libertà all’università, volete farlo voi? E noi non occupammo il Bo, tramutando quella sera la protesta, in un corteo. Dopo scoppiò la bomba e il caso evitò la strage non la volontà di chi la pose. Chi doveva capire non capi e chi sapeva preparava altro. Ricordare quegli anni è ricordare ciò che venne poi : Iniziava la stagione del terrore, la paura di viaggiare sui treni e capire che quelle uova di serpente, quel nero, non se n’era andato mai ma aveva figliato. E figlia ancora, molto più indisturbato.