La nostra misura è poca cosa ma è tutto ciò che abbiamo, e in essa si mescola la ragione e l’ambire dell’infinire nostro. Sentendo l’orlo della speranza, e la cinica attrazione dell’abisso, è ancora bello cercare nell’affinità, l’aria per dare ali all’intuire e non sentirci soli.
Ho mani grandi, che hanno appreso la leggerezza, per contenere e prendere, i polsi sono teneri, non a tutti i pesi indifferenti, come ai pensieri che debordano, sguaiati.
Aveva mani forti, mio padre, precise e ad ogni giorno adatte, parlava il necessario, ci amava forte senza dirlo troppo. Mia madre era attenta e delicata, belle e morbide, le mani, use a onorare la fantasia d’ogni concretezza. Mia nonna aveva mani magre, avezze al lavoro e all’affetto, sapeva percorrere la mia guancia con cura leggera, la stessa con cui aveva percorso il mondo. Nel loro suono collocava le parole, figurine d’album dal profumo di violetta e sorprendeva senza parere, il sogno. Dell’amore, nella casa, nulla lesinava così il bene tracimava, lo si sentiva nell’abbraccio, nella parola che fioriva anche d’inverno. Nella febbre di bambino rinfrescata era la fronte, nelle prime lettere, il pennino sostenuto e accompagnato, dopo un giorno di corse e giochi, polvere e sudore, venivano lavati.
Nelle mani che sono casa e vita c’è il compendio dell’amore, la sua passione, l’intelligenza e la cura innata, il sapere, la parola da tenere a mente, la frattura che si ricompone, il pianto deterso e spento. Se il tempo d’ognuno converge, mescola e s’unisce, accade in una carezza del profondo nostro universo che non teme di generare un sole.
Per innumeri passi lo sguardo s’è sparso, portici, selciati e palazzi, luoghi di voci e memorie felici. Il cielo ha raccolto amorevole ha proteso la luce ad avvolgere, e intese le cose, perché muto non è il non dire ma l’indifferenza senza l’ascolto. Indifferenti a sé prima che ad altri sepolto l’udito e lo sguardo, diventano inutili l’azzurro e le nuvole, eppure non se ne vanno, è paziente l’attesa, filo d’acqua che scrive la pietra e scioglie legami di molecole. Altrove le sparge perché continui la vita e sia fecondo il sentire. Ecco, che l’attenzione a te nasce da una parola pensata, non tua, dal tempo che libero, è stato posato ed essa ha parlato. Di te. Mi sono soffermato, e mentre intorno scorre la piccola folla, le case hanno alzato lo sguardo, il cielo si è unito al pensiero così si è sciolto l’arcano e palesata l’unione. E mai come prima urge sentire la tua voce, mentre cantano le cose.
Immagino l’attimo che precede l’evento, l’energia pura e senza nome, prima d’essere materia. È lo scoccare da cui il tempo inizia, prima era polvere di vibrazioni, ricerca di coagulo, ora implode, s’inabissa, sceglie, guarda stupita il sé che non conosce, ed era disperso in mille abitudini di pensiero. È la prima attesa in essa è ogni possibile, ma essa ha deciso: necessità libera d’assoluto, genera. È corpo velato e suono che sveste, tutto combacia e scopre nel tocco: è armonia di coscienza e desiderio d’essere, acqua di vita che scorre incessante, portando e ricevendo i doni del profondo.
La linea dei monti risucchia la luce, cova un bagliore di rosso che posa velluto d’ombra agli angoli e precede la notte. Il liquore di realtà che scalda e brucia, è dolore nel capire, condizione d’umore e d’assenza è la quiete pasciuta dove son finite le parole e gli aggettivi, le iperboli sono vuote di senso e non servono più per illudere. La vita è altro, ha distanze a disposizione, luoghi per svolgersi, distante e vicino coincidono in noi, se lo vogliamo, come fantasia e pensiero, e sono lo scrocchiare delle ossute dita del reale, che digrigna dubbi indicando dove ci perdiamo.
Se la strada mi calpesta, se il mare mi sommerge, se il cielo mi schiaccia, di chi sono io? Sono terra, acqua, aria? Oppure nella mia pretesa individualità, nella differenza che ostento, nell’offendermi dinanzi all’essere accomunato, in realtà sono pasta nel mortaio, mescolanza tra le dita di un demiurgo a cui incautamente mi sono affidato? La mia libertà è essere elemento e direzione, cosa ed essenza, ghepardo, delfino e aquila. E uomo. Tutto e infine, solo uomo.
Acqua notturna, divoratrice di luce, ogni ritocco suona nel lago, là oltre le tavole fruste del pontile, nella barca sommersa che attende ristoro Nelle chiglie che si sfiorano, vivono ciglia di promesse mai mantenute, là dove l’acqua sprofonda e conserva si mescola e sospira, ma non cessa di aggiungere sasso a sasso, onda a onda. Vende merce arcana di specchi, scintille di fuoco, e odore di freddo, di ferro, di sangue. Dai monti scende nell’acqua la quiete, disfa gli anni del cielo, e mostra, a chi si sofferma col cuore, il tessuto sottile, la trama, il tempo e lo specchio del suo volto profondo.
La pena è un vento senza vela né riparo, è polvere degli interstizi del pensiero. Ciò che depone uova di serpe lo fa secondo arbitrio, non usa chiedere e se lo fa è perché dietro ogni angolo s’acquatta una scelta, animale per brevi consolazioni, o risvolto da comprendere appieno. Il dolore ha i segni del silenzio, e chi sente il calore che toglie, ha rispetto, distoglie lo sguardo: è il pudore che vede ed attende che la carta muti il suo segno.
Il freddo era più freddo e più caldo il corpo. Nel pomeriggio cominciavano a fiorire desideri, nuovi come l’età, densi e vischiosi, d’un ordine difficile nell’ordine bambino. Guardarsi crescere in ogni dove e capire poco mentre ci si forma, di quel tempo vedo il colore, del rosso carico di lampi e del blu che cade, mescolati nel buio della conoscenza nuova. L’anelata chiarezza, mentre tutto era esagitato e fermo, era nel fresco d’acqua lasciato scorrere tra dita e aveva un nuovo senso, com’era senso il sentire acuto del tempo tra necessità piegato e poi disteso nelle improvvise voglie. Crescere è fatica senza riconoscenza e nome, nido di paure e liquido metallo dove il futuro cova e traccia per suo conto. Di quella età vedo le forze e le ferite, la gioia che cercava guida, tutto, ora, s’allinea mentre coriandoli ne estraggo per il carnevale della vita. Tra pensose identità e silenziosi sbagli c’è stata allegria e passione e sono certo d’essere perché allora sono stato.
Capivo allora lo sguardo assorto, e paziente, di chi lavorava e mutava l’anima del legno e del ferro, i muscoli attenti a saggiare materia animata nel tatto, la forza e il profumo scambiati. L’esattezza costruiva le cose metteva nel gesto il suo senso, allineata in un patto sequenze segrete tra polvere, trucioli e fumo. Scivolava la pialla, levava l’essenza dal faggio e dal noce, poneva l’anime diversa nella vena del ricciolo tolto. E profumava di sana foresta di soli d’estate e notti trascorse, d’umori fermentati in attesa. Le dita accarezzavano un liscio di lama, un biondo vestito di pelle pronta all’incontro. Diverso il ferro, scorza più dura, da lima da sgrosso per l’ossido forte curato dal fuoco, i gesti erano lunghi con l’odore del sangue nel naso come dopo la caduta che batte sul viso. Le lime e le loro grane diverse, erano monodiare di laiche sequenze, dal grosso allo specchio che riluceva il metallo, perifrasi alchemica di costante anelare dal grezzo al sublime. Il mio giovane sentire si misurava e coincideva tra volontà e desideri, la teologia del fare mi giudicava, tra minio e micrometro portato nel ferro. Odore di fatica e bellezza, di pene e coscienza del limite, nei pomeriggi d’adolescenti sudori. Del tempo serbo ricordo, ma poco come traccia di un amore disperso. La piccola sapienza d’allora, è svanita, scordata e inutile, anche al racconto, di quel fare non resta l’esempio e il sapore è donato alle macchine senz’anima e tempo.