arrivammo

Arrivammo in tarda mattinata. Tirava un vento freddo che sollevava nuvole di polvere dalle stradine senza asfalto. Gli abitanti erano chiusi in casa e il fumo dai camini tentava il cielo ma poi piegava orizzontale e si spargeva tra case e vicoli. Mancavano persino le solite frotte di bambini in cerca di caramelle e monetine. Di certo non eravamo inosservati, il grosso pullman occupava l’intero parcheggio davanti a quello che doveva essere il nostro ristorante. Le rovine erano distanti qualche centinaio di metri oltre la fine delle case, mentre in centro, sotto la scritta museum e una tettoia, c’erano mosaici e resti di statue. Uno dei mosaici, di epoca romana, era molto particolare perché portava l’intero medio oriente con le città maggiori allora presenti, le strade e il mare con delfini e navi che viaggiavano tra Grecia e Syria.

In quel fazzoletto di terra, eravamo all’inizio della guerra civile in Syria, non erano ancora arrivate le battaglie, ma a qualche chilometro di distanza iniziavano le oltre cento città morte che nacquero e si spensero nell’alto medioevo. Dopo il pranzo, il villaggio si animò, arrivarono i venditori di reperti e cartoline. Oltre c’erano altre persone intente ai loro lavori, vivevano di pastorizia e agricoltura, non di turismo. Mentre mi incamminavo verso le rovine della chiesa e altri mosaici, pensavo che in tre generazioni, erano passate per quelle case almeno cinque diverse dominazioni e poteri. Che quelle persone erano diventati cittadini dell’uno o dell’altro stato, cambiando sistemi politici e continuando a fare quello che potevano, cioè vivere. In quel vivere c’erano state le stesse emozioni degli uomini delle grandi, civilizzate città d’occidente : amori, dolore, piccole gioie, feste, fatica, ma anche fame e morte. Non erano indifferenti quelli che vedevo, forse sapevano delle guerre mondiali, intanto guardavano e aspettavano che ci fosse qualcuno che li avrebbe fatto vivere meglio. E se guardavano con distacco ciò che accadeva in quel momento, probabilmente lo facevano anche quando il clamore era ben maggiore, al più immaginando la fuga e il suo dolore nel lasciare. Sapevano che il potere non sarebbe durato. Nessun potere. Solo le cose buone sembravano dare riposo e durare e loro attendevano quelle per lasciare la paura.

Però m’illudevo, il mio era il pensiero dell’occidentale che ha vissuto la pace per molti anni, loro, gli abitanti, avevano viste così tante invasioni che le avevano considerate parte delle vite e avevano resistito all’inimmaginabile. Si erano spostati solo un po’ oltre la collina, ma erano sempre rimasti, facendo largo a chi invadeva e voleva restare, restando fedeli ad una patria. Non so cosa sia la patria per un invasore, di sicuro non è un concetto praticato dalla geopolitica, però è qualcosa di radicato negli uomini che hanno bisogno di terra, di odori, di alberi e di punti di riferimento, di colori, di cibo cotto in un certo modo e di rumori diurni e notturni che sono suoni per chi ascolta. Questo sentire andrebbe rispettato perché è parte di quelle persone e senza esse sono molto meno. Il concetto di buono, di relazione, diventa labile quando manca la libertà di essere in un luogo. Il buono diventa impotenza e rabbia che cresce se porta via la terra, il lavoro, la sussistenza. Allora nasce la rivolta che vuole cessi la sopraffazione, la sottrazione di identità.

Ecco credo che allora pensai esattamente ciò che penso ora, il potere non dura, gli uomini restano, i valori profondi che una civiltà riesce a distillare, restano. E questi, se vengono ripuliti dalla retorica, danno la vera misura del valore, enunciano con verità gli obiettivi comuni, che poi sono semplici: vivere con dignità senza essere oggetto d’ingiustizia. E uniscono questi obiettivi, rispettando i vivi e morti, ma soprattutto conservano la dignità di essere ciò che non può essere tolto: essere uomini.

Lo penso in questi giorni in cui il vento non è più quello del deserto, sono in una casa calda, se fuori piove la mia città riluce ed è più antica di quelle città e anche se è stata distrutta è poi risorta più bella. Lo penso perché venti di guerra si gonfiano e non vedo preoccupazione sufficiente per la pace, non sento umanità per chi è stato privato di tutto e ora è ostaggio della carità dell’occidente. Lo penso perché ci sono indifferenza e inanità mescolate, perché le elezioni si vincono indicando un nemico e allora la guerra diventa plausibile. Ma ora questa guerra si avvicina e fosse pure per egoismo, servirebbe la pace, per chi muore e per chi ha timore che tutto questo non abbia una ragione sufficiente a evitare una catastrofe planetaria. 

Ma anche questa è brutta retorica.

 

8 febbraio 1944

I rifugi antiaerei in città erano di vario tipo, da quelli appositamente costruiti, alcuni talmente solidi che esistono ancora, altri erano cantine, gallerie ricavate sotto le piazze o le strade, oppure ricoveri sotto le mura cinquecentesche. Uno di questi era sotto il bastione “impossibile” vicino alle scuole Raggio di sole. Poco dopo la mezzanotte, l’8 febbraio 1944, le sirene antiaeree svegliarono gli abitanti e nel buio di una città oscurata, anziani, donne, bambini si avviarono ai rifugi o scapparono verso la campagna. Dobbiamo immaginarli, si muovono nel buio con le coperte addosso, un po’ di cibo, i pochi oggetti di valore e quelli che si fidano dei ricoveri, entrano in queste gallerie, dove nei corridoi sono disposte panche che li terranno stretti gli uni agli altri fino al cessato allarme. Nel rifugio Raggio di sole si affollano centinaia di persone.

Quella notte 45 bimotori Wellington sganciarono 72 tonnellate di bombe sulla città, una di queste colpì il terrapieno sovrastante la volta del rifugio, che non fu più tale. La volta in mattoni venne rotta e perforata dalla bomba che esplose nella sala sottostante. E’ un ambiente chiuso, l’onda d’urto è tremenda e le schegge vanno tutt’attorno, il bastione si apre ma non crolla, il disastro nella sala e nei corridoi a terra è immane. I morti non sono mai stati accertati con precisione, almeno duecento, forse cento di più. Sotto c’è una confusione terribile, i vivi sono assordati dallo scoppio, c’è un’ oscurità piena di urla dei feriti, di persone che si chiamano, di silenzi, di pianti dei bambini e degli adulti. C’è chi cerca chi aveva accanto e che lo spostamento d’aria ha tolto, le persone che si possono muovere cercano i loro cari e una via d’uscita, brancolano nel terrore che accompagna il buio. I soccorsi arriveranno dopo ore facendosi strada tra le macerie e poi i corpi. Bisogna portare via i feriti e chi è sopravvissuto. E’ un lavoro massacrante e orribile, poi verrà cercato un po’ di ordine per capire chi è rimasto ucciso, nel frattempo bisogna aiutare i vivi. Il bombardamento e la strage del rifugio Raggio di Sole, passerà di bocca in bocca senza notizie ufficiali, occultato dalla propaganda nei giorni successivi per non impaurire e demoralizzare la popolazione, perché già i primi due bombardamenti dei mesi precedenti avevano causato molte vittime e distruzioni, in particolare all’ Arcella.

Di quel bombardamento quand’ero piccolo, si parlò in casa. Una mia cugina era diventata tale a seguito dell’adozione da parte di una zia, mentre il fratello restò in orfanatrofio fino ai 18 anni e poi, dopo il militare e con un lavoro, venne a vivere a pensione a casa di mia nonna. Erano i figli di una coppia morta sul colpo e i bimbi si erano salvati forse protetti dai corpi dei genitori. Di quella notte non so se ricordassero qualcosa, di certo essa rimase in loro e nel proseguo delle vite, pur essendo persone amabili e di rara gentilezza. I miei zii furono amati di amore filiale e accuditi come meglio non si sarebbe potuto. A volte, nelle nostre case distanti, accanto al racconto di un successivo bombardamento che aveva distrutto la casa dei miei genitori, c’era il ricordo che, a mezza voce, riferiva della strage a Raggio di Sole. Naturalmente senza la presenza dei cugini e con l’intenzione di non impressionarci ma egualmente erano racconti scarni e terribili. Forse doppiamente terribili per i pochi particolari che facevano capire perché le persone non si potessero tutte identificare e perché emergeva anche la miseria degli sciacalli, come in ogni bombardamento.

p.s. Da bambino ho giocato molto nella chiesa degli Eremitani, in ricostruzione dopo la distruzione patita in un successivo bombardamento a Padova. In essa ci fu la più grande perdita al patrimonio artistico italiano con la distruzione degli affreschi del giovane Mantegna e del Guariento assieme a gran parte dell’edificio del ‘300. Quindi vedevamo le tracce della guerra ma i nostri erano giochi fatti correndo sui pavimenti di marmo scheggiato, nascondendo le pigne dietro gli altari, una guerra di bimbi fatta di gridi, dove alla fine ci sedevamo sudati e vicini a raccontare le nostre avventure. Non era la guerra che percepivo nei pochi racconti dei genitori a casa, le nostre guerre non facevano male, erano solo una grande gara a rincorrersi in cui la caduta di uno dispiaceva agli altri dopo il primo sorriso. Forse per questo non capivo e quei racconti terribili sono riemersi dopo, da adulto. Avevano lasciato traccia e il solo passare davanti a quel luogo ancor oggi riporta a un dolore immane e senza nessuna giustificazione.

minimi pensieri 5

Ci sono pomeriggi che sarebbe meglio dedicare al sonno o alla contemplazione. Per la seconda basterebbe una fotografia e porre nella testa di ciascuno dei raffigurati, i pensieri che li animano nella nostra rappresentazione. Commedie in un solo atto per interpreti che hanno bisogno di avere se stessi come pubblico. Succedanei della meditazione, dove essa fa il vuoto, la finzione (neanche tanto visto che è ciò che si sente) fa il pieno. Antidoti all’umore un po’ così. Affermazioni apodittiche come : ho troppi ricordi e poca capacità di tagliare pezzi di passato e non dolermene. Non sono utili. E neppure emerge lo Scontento di me. Lo tratto come esso fosse un alter ego che ti accompagna silente e paziente, mai infastidito dall’altro ego, chiassoso e ilare di sé. Buona è invece la voglia di isolata quiete che aiuta a ricomporre i cocci. Punto d’arrivo: c’è moltissimo di bello, emozioni, sentimenti profondi, cose di cui ringraziare per averle vissute. Percorso accidentato, pieno di distrazioni fastidiose, ricordi modesti e molesti, fallimenti grandi e piccoli. Che poi i fallimenti bisognerebbe rivalutarli, sono il successo meno un quid, non sono come i naufragi che ti tolgono tutto e che se arrivi in un’isola nuova ci sono pure le formiche cannibali, per cui devi davvero ripartire da zero. Con un fallimento parti da tre o anche da dieci, basta che tu li veda questi numeri tramutati in amori solidi e cose tangibili, senza considerarli meriti o fortune acquisite. Riassunto: pomeriggio sulle montagne russe, (le dolomiti sono meglio) e pensieri sparsi come le trecce morbide, ma senza affannoso petto. Insomma se non si è fatti bene sul lato del perdonarsi è possibile migliorare. E domani si può fare di più.

la saggezza non mi interessa

Non vorrei prepararmi ad essere vecchio e saggio,
un signore che abita i suoi pensieri,
e guarda con nostalgia il piacere,
sentendo il dileggio di chi non condivide ciò in cui crede.
Non la vorrei un’età che ha il nome del bisogno,
ma vorrei vivere appieno ciò che ho lasciato in disparte,
riparare alla noncuranza e alla superficialità
delle altre età veloci.
Avere la passione delle meccaniche del cielo e della terra, gli orologi come oggetti e il tempo come amico. 0
Sapere che ogni giornata è ancora nuova,
che ogni anno è un pezzo dell’eternita
consegnata con l’accendersi del pensiero.
Lasciare una traccia in me,
nell’ironia che si riguarda e sente il bello che l’attornia,
godere del tempo, del bene, delle cose e non sentirne colpa.

piccoli barbari

Sono scesi in silenzio dalle vecchie travi con i tarli lucidati nei restauri. Sono emersi dagli interstizi della malta antica. Si sono svegliati dai piccoli ricettacoli che offrono le arelle e i soffitti che hanno una storia. Sono calati di notte e si sono cibati di sudore e sangue, lasciando tracce invisibili. All’inizio. Non lo sapevano che ero allergico, quindi li posso scusare per la loro feroce scortesia. Avevano fame e non hanno chiesto il permesso. All’inizio neppure mi sembrava volassero, ho pensato alle pulci, ma non erano pulci. Certo erano minuscoli come un testo senza pretese, ma in grado di dire e di andare in profondità, sino a diventare l’argomento principale dei pensieri. Quindi dotati di una loro logica e persistenza nel manifestare la presenza e di far convergere nel loro esistere soluzioni e pensieri ricorrenti. Qualcuno ha perso lo scontro fisico, ma intuivano la mia debolezza e non si curavano delle perdite e neppure delle armi chimiche messe in campo. Finché me ne sono andato e forse questo volevano, ovvero che lasciassi il campo: quella stanza era loro. Ora, sono passati giorni, tra antistaminici e pomate le tracce dei pasti pian piano recedono, ma con la lentezza di ciò che vuol farsi ricordare. I segni del vecchio miles non sono gloriosi, ma segno di una sconfitta che ha lasciato il campo. Un prurito basta per ricordare che ci sono altre specie, piccole e ben attrezzate che non sono disponibili a condividere l’impero dell’uomo.

il caffè

Chi metteva il caffè nella cuccuma ogni mattina e lo lasciava bollire sulla stufa, bevendolo poco a poco e aggiungendo acqua. Era un caffè che alla sera non faceva male e faceva leggere i fondi a chi lo sapeva fare. C’era chi metteva su una caffettiera napoletana, usava l’acqua raccolta in un pentolino che era ancora bruna dei fondi del caffè precedente e aveva dei segreti nel macinare i grani e nel premerli nel filtro. Diceva che il suo caffè era il più buono e nessuno gli assomigliava. Lo sorbiva piano, annusandolo, era molto caldo e dolce, e aveva ragione perché il profumo era parte del caffè. C’era chi faceva sempre una caffettiera da sei, anche se era sola. Le piaceva berne due tazze e guardar fuori dalla finestra. Se quella notte aveva fatto l’amore era solo felice, altrimenti pensava alla sua vita. C’era chi faceva il caffè nella moka da tre molto presto al mattino. Era ancora assonnato e tutti dormivano. Sembrava che la casa respirasse piano e bisbigliasse i sogni. Lui scacciava sonno e stanchezza, poi si vestiva e usciva nel freddo o nel caldo, in quello che trovava, perché quella era la vita. C’era chi seguiva un rituale per riempire d’acqua la moka, mettere il caffè e premerlo piano. Aggiungeva poche gocce d’acqua nella parte superiore, dove il caffè si sarebbe raccolto, perché non bruciasse il gusto e questo restasse dolce e pieno. Lo sorbiva, da solo o in compagnia, pensando che le cose che si fanno bene sono buone e condividerle è un piacere. E valeva per ogni cosa. C’era chi il caffè lo offriva a tutti, in qualsiasi ora. Era un modo di accogliere e di iniziare una conversazione. Cercava di fare bene il caffè ma gli interessavano le persone, quello che avrebbero detto, la loro presenza. C’era chi aveva chiesto al medico che non gli togliesse il caffè e sorbiva l’unica tazza con piacere anche se poi gli batteva forte il cuore come quand’era innamorato. C’era chi il caffè lo beveva anche prima di dormire perché tanto non gli faceva nulla e aveva un’abitudine e il cuore in pace. C’era chi aveva comprato una moka da una tazza e mezza, aspettava la sua metà ma non arrivava mai e questo lo rendeva triste e pensieroso. C’era chi il caffè lo beveva al bar, a casa ci stava poco, giusto il necessario, mentre la barista gli sorrideva sempre. C’era chi il caffè neppure sapeva farlo ma non gli pesava perché chi lo amava lo condivideva con lui. C’erano tanti modi di fare e bere il caffè e ciascuno aveva un umore, un segno del vivere, un’attesa che sarebbe stata mantenuta. Era un modo per dire e accudire che ciascuno per suo conto viveva.

salmodia del tempo

Siamo una miniera di ricordi, di collegamenti a trama grossa,di fili annodati malamente che riportano a fatti, di sentimenti facili e difficili. Insiemi apparentemente incoerenti che hanno logiche profonde e personali senza le quali saremmo disorientati, privi di una traccia verso un futuro che ci accolga. Molto del sentire si è affievolito. Ha preso contorni indistinti e i colori si sono slavati, diventando involontari acquerelli d’apprendisti della realtà. Era questo il destino delle passioni, delle idee grandi che riempivano la testa, arrossavano le guance, che si prolungavano nelle notti e che chiedevano di fare, di essere, di diventare? Tu pensi sia una nostalgia il vivere. Non è così, è la coscienza di tutti i fuochi che si sono lasciati, una scia lunghissima di passi, di luci e di freddo, di ricerca di calore, di piccole disperazioni seppellite dentro speranze grandi e incoercibili che portavano altrove, perché la vita spingeva. E allora in cosa ci può essere nostalgia, se si è vissuto?

Ci sono dei versi di Mandel’štam che riassumono tutto il percorrere di vite che non sono la nostra e che al tempo stesso un poco lo sono, perché di tutti gli uomini le passioni provate, si spandono e hanno attimi che si trasmettono, che diventano nostri solo per aver letto, tremato, pianto, vissuto e riso, assieme. Quando è l’ora del riso che fa scordare ogni vincolo e crea ogni speranza fattibile, ogni forza invincibile, ogni coraggio che fuga la paura di non essere abbastanza.

Lo dico in brutta copia, a voce bassa

Lo dico in brutta copia, a voce bassa,
ché non è ancora venuto il momento:
il gioco del cielo irresponsabile
si attinge col sudore e l’esperienza.

E sotto il cielo dimentichiamo spesso
– sotto un purgatoriale cielo effimero –
che il felice deposito celeste
è una mobile casa della vita

O l’inizio di Tristia

Ho imparato l’arte degli addii
nei lamenti notturni a testa nuda.
Ruminano i buoi e si prolunga l’attesa –
ultima ora di veglie cittadine,
rispetto il rito di questa notte di gallo
quando, sollevato il fardello del dolore del viaggio,
guardavano lontano gli occhi rossi di pianto
e il lamento delle donne si confondeva col canto delle muse.

E di questo dovremmo essere fieri e insieme tristi e allegri: per aver vissuto e vivere. Per ogni lettera scritta. Per quelle spedite e per le altre finite nei cassetti. Per le parole che abbiamo lasciato germogliare, per ciò che non ha voce ma solo baci, per i batticuori e per le veglie a occhi aperti, per le domande che sembravano non avere risposta e poi le risposte sono venute. Per i gesti gratuiti, per l’inutile di cui ci siamo circondati, per ciò che non lasceremo mai, per quello che ci ha lasciato ma non c’è riuscito. Per il presente che è già futuro e per il passato che passato non è mai davvero. Per tutto il bene ricevuto e dato, per quello che abbiamo negato e poi ancora ricordiamo, per ogni gesto inutile, per ogni battaglia perduta e per quelle vinte e accantonate. Per il risveglio che ogni mattina apre a qualcosa che non sappiamo bene ma promette. Oh sì, promette di vivere, con noi. Nonostante. Con un amore sconfinato, che non ha ragione e neppure mai la pretenderà.

cose d’allora

Erano venuti a prendere la camera da letto con un carretto. Gente di campagna che aveva contrattato a lungo il prezzo. Nel caricare l’armadio, osservarono che pesava poco. Costruzioni moderne disse mio Padre, forti lo stesso. Finirono presto, avevano fretta. Il prezzo fu pagato in cucina, con un bicchiere di vino e una stretta di mano. Il giorno dopo si sarebbero sposati. Furono aggiunti gli auguri e un paio di lenzuola. Mio Padre andò a prendere la nuova camera che per sera era montata e pronta, già con la biancheria nei cassetti e la lavanda tra cotoni e lini. Mia Madre era felice dell’acquisto e credo anch’io, che abitavo nella sua pancia. Non li videro più, spero che la camera moderna abbia prodotto felicità.

la casa vuota

In questi mesi cio chi era paziente ha atteso,
altro ha preferito andarsene in silenzio,
il frigorifero ha tenuto da conto il vino,
sugli scaffali da soli si son letti i libri,
la musica, tra sé, ha canticchiato per farsi compagnia.
Tutti hanno atteso il rumore della chiave che girava,
intanto gli schiocchi del legno han fatto trasalire la polvere,
che delusa, s’è posata dopo aver danzato nelle lame di luce.
Sembra ci sia pace nella casa di persone vuota
e invece sferragliano i vecchi pensieri che guardano a sé.
Non le basta ciò che accade attorno.
l’essere scrigno sui tetti in attesa e pensata.
Ha paure d’amante e d’amata,
fuori pare si radunino confini e gelosie sovrapposte,
ma intanto tiene mappa del vivere la pianta col verde delle foglie nell’acqua
e sommessa dice che non è solitudine,
né fallimento ciò che ancora non avviene. 
C’è possibilità d’un nuovo ordine
mentre da fuori arriva il clamore del mondo
e il tubare dei piccioni sul poggiolo.

vorrei

 

Vorrei che tu, io, fossimo l’orlo di quella nuvola che sfrangia dal grigio al candido,
che parla col cielo che muta ed è solo bello di sé,
poi diventare per magia d’amore, la luce che muove le foglie
e tu credi sia vento, mentre è il suo calore che spinge l’aria.

Ancora vorrei fossimo il riflesso d’un sogno che muta,
la trasparenza del verde denudato dal chiarore,
la pace di essere e stare, apparentemente immoti,
mentre la pelle ciarla leggera dei racconti di noi.