credere

vivere senza pretese

Oltre i vetri case lavate dalla pioggia,
e finestre chiuse per l’acqua di stravento.
Nei minuscoli giardini s’agitano palme
con secco battere di foglie che sembra applauda al tempo.
Ci si stringe attorno, si rinserrano persiane e scuri,
ma non del tutto, restano pertugi
e occhi del tempo altrui curiosi.
In cielo nuvole tozze e grigie,
e raggi di luce che radono i profili.
Nella vasca dove son nati, due piccoli piccioni,
mescolano le piume infreddoliti, 
la mamma li copre, 
prima l’uno poi l’altro, assieme
e guardo loro
e i rosa e i gialli degli intonaci carichi di pioggia,
come se in essi l’inatteso avesse un senso arcano.
Con noi e senza di noi, muta tutto attorno,
così l’emozione prende e rinserra il cuore come casa e nume,
come porta che resiste al tocco,
e si chiude nel bene che l’attornia.
Si pensa il proprio stare,
terra fertile, nutrice di ricordi
e fiori di campo senza necessità d’un nome,
ma la sera cala come lacrima,
per dire: ancora di nulla e di tutto m’emoziono.
Storia potente è il vivere e la vita.

cose

mantra dei piccoli amori

foto d’interno con famiglia

Quasi tutti hanno gli occhi chiusi o altrove. La macchina fotografica è entrata nella casa, già ha modificato i rapporti tra l’apparire e l’essere. Atteggiarsi è più importante per dare misura dell’essere consoni al ruolo. Ognuna di queste persone ha una vita propria diversa. Siamo in Spagna, prima della grande guerra. L’interno è quello di una casa borghese, già si è superato il limite dell’affetto ottocentesco, il lei appartiene più ai genitori che ai figli. Il giovinotto segna il distacco pur mantenendo il legame. La posa, la camicia con il colletto rigido , il panciotto dal taglio elegante, lo fanno più adulto e un po’ zerbinotto. Ha già avuto le sue esperienze, i suoi amici lo attendono al caffè, è in apprendistato per il vivere.  In Spagna ci sono i casini, i circoli dei borghesi, dei nobili, della caccia e via dicendo, ma fa fatica ad espandersi il cabaret, soprattutto in provincia. La ragazza si affida alla casa, ai genitori, le troveranno un marito, ma i suoi occhi diretti, gli unici che guardano l’obbiettivo, fanno presupporre un’ingenuità, mista a coraggio. Forse il marito lo proporrà lei, anzi il pensiero è già presente. Si esce di casa presto, per maritarsi e per riprodurre l’agiatezza da cui si proviene. Lo status è un contenitore in cui le vite si sviluppano, un incubatore. Sopra l’ottomana, simmetrici ci sono i ritratti dei nonni, probabilmente entrambi morti, sono numi tutelari del ricordo di ciò che si è. I genitori sono intorno ai quarantanni, forse più giovani considerata l’età dei ragazzi, ma già molto maturi entrambi, infagottati negli abiti che diventano corazza verso gli altri e verso se stessi. I mobili, la tappezzeria, l’ampiezza della stanza e le suppellettili, testimoniano una condizione agiata. Adesso possiamo chiederci quali pensieri si aggirano nelle teste, quanto il fotografo abbia celato nel mestiere e quanto abbia lasciato trasparire nelle pose, nella noncuranza del marito sul bracciolo, nel comporre un ritratto rassicurante, che si avvicina più a quella del pittore che a quello di chi ruba lo sguardo e il lampo di pensiero. C’è un’apparente calma e unità, ma avverto una tensione che diverge, ogni persona ha un obbiettivo proprio. Quella che sembra con meno futuro, ovvero con un presente solido da riprodurre, è la madre. E’ ancora nell’altro secolo e la figlia cerca in lei l’affetto, non lo specchio. I due uomini si stanno rincorrendo, il padre tiene a bada, ha un buon controllo della situazione familiare, il figlio avrà le libertà che lui deciderà. Complessivamente l’affetto circola, non sono assieme per caso, la fotografia deve testimoniare un’unità, un come eravamo che sia esemplare. Se ci riesca o meno poi ognuno è libero di pensarlo. Mi interessano i pensieri, li sento tutti diversi, l’unità è il vincolo familiare, ma le vite divaricano. 

un cane abbaia nella notte

Un cane continuamente abbaia.
né vicino né lontano,
da ore è lui la notte per chi veglia.
Instancabile continua,
ferma un attimo,
per illudere silenzio e cuori,
poi ricomincia.
Nella solitudine che lo travolge,
non c’è mattino,
e nessuno lo consola dalle strade.
Sente lontano qualche auto,
fari che scrutano case, alberi bruni,
verde d’erba diaccia,
e un branco di betulle sotto la collina.
Chi veglia con lui scava nella notte,
vede spettri diurni delle cose,
funzioni che attendono il mattino.
Ma ora sono livide e silenti,
attonite nello sguardo che le vede,
impudiche si mostrano
solo per essere parvenza, forma e cosa.
è un attimo,
poi la notte abbraccia
e sparge nella mente il buio.  

la sera arriva sempre più presto

la memoria dell’aria

domani per noi è ferragosto

Nei paesi si festeggia,
tavolate, cibo e musichette,
le voci scivolano tra dialetti e cori: specialità tipiche del posto,
ma appena fuori non c’è più nessuno,
a sera solo voci da finestre illuminate,
luce di lampioni,
perimetri di case.

Segni d’una notte che non mente
che non avvolge e non rassicura.
il tramonto s’è riempito di nubi gialle e grigie,
la città lontana proietta voglie in cielo,
ma le stelle cadenti si nascondono
e neppure un desiderio durerà a lungo.

Vicini lampi annunciano la pioggia.
che verrà, presto, grigia,
e sporca d’abitudini,
pur di non lavare il mondo,
s’infilerà tra gli steli e bagnerà i fiori del campo,
gorgoglierà in grondaie di rame rosso verde,
si getterà tra scacchiere di chiusini
giocando con polvere e lamiere,
ma non con noi che abbiamo chiuso il cuore,

Non con noi che circondiamo l’amore di rifiuti,
non con noi che non ci stendiamo più sull’erba
e non guardiamo chi è vicino,
chi è lontano,
ma ancora ha forza di collocare un desiderio in cielo.

pleiadi