aveva ragione e torto assieme

Ho risentito la sua voce per radio, lo stesso tono, lo stesso incespicare nella costruzione della frase che deriva dall’abitudine di usare l’inglese come prima lingua. Come allora lo stesso atteggiamento tranchant che mi aveva così colpito e indisposto. Eravamo entrambi di vent’anni più giovani. Al consolato italiano, un cocktail di presentazione e di benvenuto. Invitati della comunità italiana e americani, tutti in piedi e impegnati in quell’esercizio da polipi che tiene insieme un piatto, un bicchiere mezzo pieno e una forchetta, tra un tonnarello e una polpetta al sugo lui si avvicinò e mi chiese cosa vendessimo davvero. Il tono e il sorriso ironico sottolineava che degli italiani non c’era da fidarsi molto, Che eravamo un po’ magliari e che comunque non avevamo la giusta dimensione per il paese che ci ospitava. Ero un po’ offeso, non ci conoscevamo e mi sembrava avesse la puzza sotto il naso, solo che la puzza eravamo noi. Gli dissi che avevo conosciuto suo padre, professore all’università al mio corso, e gli chiesi cosa ricordava della città in cui era stato a lungo. Sapeva poco e ricordava meno, però aveva un giudizio. Ne ricavai una ulteriore sensazione negativa, ingenerosa, per noi, per me, che ci davamo da fare e che, con difficoltà, cercavamo di rappresentare un Paese, il suo e nostro, e insieme un territorio degno di considerazione, geloso della propria dignità.

C’ho ripensato più volte in questi anni e ho concluso che aveva ragione e torto assieme. Che spesso le missioni economiche fallivano gli obbiettivi, che mancava la continuità nel lavoro di promozione, che rappresentare l’eccellenza non era facile perché quella conclamata si rappresentava per suo conto, mentre mostrare la fatica, le speranze, il lavoro certosino, le unghie rotte e le notti insonni non portava nessun lustro, Però c’era il territorio, la storia, l’eccellenza delle menti, l’insegnamento, una grande capacità di intuizione e di lavoro.  In fondo ci facevamo lustro dei parenti ricchi, del successo altrui, mentre del nostro cosa potevamo dire se non che c’era voglia di lavorare, di fare, di crescere.

Aveva ragione sulla dimensione delle imprese, sul fatto che assieme alle realtà vendevamo la voglia di crescere, le speranze che sembravano cosa fatta, la ricerca in corso con gli scarsi mezzi, le idee povere anche se aperte. Eravamo parenti poveri, merce da lavoro, da sfruttare per penetrare  il mercato che con il suo risparmio un po’ di potere d’acquisto l’aveva.

Aveva torto nel pensare che fossimo piazzisti, che ci fosse un voi e un noi. Per dimostrare che questa parte della realtà non salva nessuno, c’ha pensato il mercato finanziario, le crisi immani degli ultimi anni, il mutamento troppo veloce dei Paesi e della incapacità di crescita del benessere. Noi eravamo di una ricchezza cosi labile e recente da sapere il duro prezzo dell’impoverimento, lui non lo sapeva ma questo avrebbe investito anche il Paese ricco per antonomasia: gli Stati Uniti, demolendo la sua classe media.

L’ho visto più volte in televisione, letto e ascoltato. È un opinionista autorevole e ricercato, esponente di quella scienza, l’economia, che non risolve i problemi, ma propone in continuazione soluzioni. Si è un poco ammorbidito, forse l’età, però ancora giudica e fa capire che possiede verità incontrovertibili. Ho rivisto la mia opinione d’allora, non mi infastidisce più, aveva ragioni e non verità allora come adesso. E questo mi rassicura che in tutti gli errori che si possono fare, la buona volontà è ancora un motore mentre chi giudica si ferma oppure viene trasportato, ma non aiuta ad andare avanti. Però abbiamo bisogno anche di critici feroci. Ci riportano alla nostra dimensione, basta non essere schiantati dalla critica e pensare che non c’è speranza.

la lingua di casa

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Senza che nessuno se ne accorgesse s’era formata una lingua di casa dove le parole avevano un significato particolare. E come per le ricette e i sapori, l’odore fresco delle stanze, il suono della strada, anche l’accento del dialetto, i termini privati e inusuali erano famiglia e casa. Non c’era un esercizio critico, i significati venivano appresi e considerati inequivocabili, inglobati in un lessico che comprendeva espressioni e gesti. Era la nostra lingua, con i nomignoli di ciascuno, le carinerie, i giri di parole per non dire. Un mondo particolare fatto di parole, credenze, assiomi, che si era creato in modo dinamico accostando il vecchio ricevuto e le esperienze nuove. Ed erano entrati i luoghi della vita, qualche termine straniero, mescolati nella ricchezza del dialetto, nei modi dire mutati, nella solarità banale delle forme proverbiali. Era una lingua di rara e impervia scrittura perché tra noi non ci si scriveva se non nella lontananza e anche questo, con frasi brevi, in italiano. Quasi un codice che doveva dire l’essenziale: che si stava bene, che si pensava a chi era lontano, oppure che serviva qualcosa. Bastava questo. La grafia del dialetto era difficile, più onomatopeica che codificata ed era impossibile tradurre in essa la lingua di casa. Meglio lasciar scivolare qualche termine che si sapeva avrebbe fatto sorridere e si sarebbe interpretato come una vicinanza maggiore. Un tra noi.

Un bambino è una tabula rasa, ma anche chi entrava nella famiglia sposando qualcuno, lo era, e pur portando con sé la sua lingua di casa, veniva a contatto con nuovi significati e importanze che modificavano il lessico e la lettura del quotidiano. Ed erano abitudini diverse, priorità, scherzi, modalità del ridere, lettura del reale, etica, banalità, sciocchezze che contaminavano una conoscenza ed erano esse stesse contaminate con qualche significato nuovo. Tutto avveniva in un feed back vitale di scambio, anche se ineguale, perché era vero che il nuovo veniva inglobato, ma vi era anche una gerarchia e per entrare ci si puliva le scarpe, si ascoltava e poi si veniva ascoltato.

Accade dappertutto questo processo di familiarizzazione della lingua, quindi niente di particolare, anche se era più forte un tempo quando le famiglie dovevano fare argine all’esterno, e lasciar filtrare ciò che era compatibile. La religione, i principi su cui articolare il vivere: l’onestà, la laboriosità, il decoro, il lecito. Erano filtri, assieme ad altro, per conformarsi a un buon nome acquisito. Cosa contenesse questo buon nome non ci si chiedeva più di tanto. Era la considerazione degli altri, la stima, il valore insomma, per questo non veniva mai messo in discussione che le faccende personali dovessero restare tra le mura di casa. Ma quello che ho capito poi, impiegando molti anni per farlo, era la vulnerabilità delle cose date per incontrovertibili. Allora erano e basta, come a saltare il dubbio, ad avere qualcosa a cui attaccarsi in un mondo incerto e spesso patrigno. Certezze come le parole tra noi, il fraseggio, gli accenti, i termini per indicare le cose. Alla fine si tornava sempre alla lingua antica, alla solidità del dialetto, perché questo già conteneva ciò che poteva essere detto con tranquillità: tutto il dicibile vicino al reale, scurrilità comprese. Non soccorreva però sui sentimenti, perché in questi era ritroso e pudico, ed allora emergevano i nomignoli che già contenevano il bene senza dirlo, e anche quando prendevano in giro lo facevano per ridere. Per questo erano custoditi con cura perché non era bello mostrare troppa tenerezza in pubblico. Erano cose tra noi, per l’appunto.  

La lingua di casa trasformava il dialetto in qualcosa di molto vivo, e anche quando adoperava la lingua di Ruzante evoluta, ed emergevano i pezzi d’arcaico che non era più tale, le tracce di conquiste veneziane, i residui di invasori passati, questa veniva trasformata da ciascun nucleo familiare in un lessico proprio. Cosicché dicevamo transete per dire che si andava avanti facendosene una ragione, ed era il latino di transeat, oppure si diceva muci zaba per intimare un silenzio senza repliche ed era il croato di muci, e se nelle feste arrostiva in forno il dindio, il tacchino, nessuno pensava che quel nome fosse francese. Si usava ancora dire palanche o svanzeghe per parlare di denaro spicciolo, perché dell’altro denaro, quello importante, i bessi, i schei, era da villani parlarne. Insomma era una lingua viva e ricca di significati comuni e particolari, che pescava dove c’era pesce. E se si fosse interrotto quel processo di trasmissione e incorporazione, destrutturata quella lingua madre per riportarla alla razionalità dell’italiano, le si sarebbe tolto l’intero significato, privando il nucleo, il nostro piccolo clan, della differenza e dell’identità. Essere uguali e differenti al tempo stesso, perché una lingua intima e segreta ci differenziava. Non lo sapevamo, ma in fondo questa è la lingua dell’amore che ha ogni coppia e poi ogni famiglia. Era una lingua naturale, ricca, aderente al giorno e alla sua interpretazione, e in più conteneva una storia di udito e di significati. Aveva l’attualità e quello che era accaduto. E non era poco, davvero non era poco.

portolani: il tavolo

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Non so come altri vedano il mio tavolo da lavoro.  Entrano davvero poche persone in questa casa. E non lo saprò mai perché non chiederei. Avrei il pregiudizio dei iei occhi che nel vedere si mescolano con i significati. Con le piccole tracce d’amore che permettono di identificare le cose, collocarle, dar loro un pezzettino della nostra anima attraverso il legame con l’uso del tempo. Del nostro tempo. La cosa più preziosa che abbiamo. Non ascolterei a sufficienza con la mente libera da pregiudizi. E a me non piacciono i pregiudizi. E neppure i giudizi.

Il mio tavolo da lavoro è una mappa dei miei interessi, delle speranze, delle possibilità, ma anche della confusione, del sovrapporsi, del ridurre la chiarezza a un cammino tra asperità e morbidezze. C’è molta carta, scritta e bianca. Ci sono molte penne, due lampade, lenti d’ingrandimento. Mi piace molto la magia delle lenti, come pure il cristallo tagliato, le sfaccettature, i colori che generano. Quindi ci sono tra le cose apparentemente dormienti.

Poi molte matite. Colorate o meno. Inchiostri, forbici, attrezzi per la scrittura, tagliacarte, regoli, bianchetti, righelli, astucci. Disegno poco, la scrittura a mano mi sembra un buon modo per disegnare significati, però mi piacciono i colori, il loro entrare nella pagina. Le stilografiche e i pennini attendono il loro turno. Ci sono preferenze e rotazioni. 

Il computer è circondato da dischi fissi, memorie sovrapposte, un baule di tracce, di scoperte che si aggiungono quando il tempo li ricomprende. Sulla parete si vedono quadri e fotografie. Nell’angolo una bacheca di sughero, zeppa di ritagli, foto, scritti, pezzi di carte geografiche. C’è molta musica attorno e ci sono molti libri. Sono una compagnia discreta, un sussurro piacevole, contorno e pietanza per una curiosità, un interesse piacevole. Il tavolo serve per scrivere e contenere. Contenere cosa? È un portolano che ricorda e intanto mette assieme e percorre il nuovo, un sovrapporsi di segni che desidera essere interpretato e intanto  interroga. Gli orologi ad esempio, questa casa ne ha molti, meccanici per lo più, ma non solo. Sono una tangibilità di un tempo che solo in parte condivido. Il mio tempo coincide col portolano che si dispiega davanti a me, con la difficoltà attuale delle passioni, con i punti fermi, le bricole a cui attaccare la barca che mi ospita. Interessi e disattenzioni, uso dissennato e inutile del mio tempo. Mi piacciono queste due condizioni: l’inutile e il dissennato nel personale dialogo col tempo, sono libertà importanti. Di esse sono cosciente e non di rado contento. Serve leggerezza per non prendersi troppo sul serio, furie brevi, occhi che si riempiono nel vedere particolari e insiemi. Sposto le cose, le raduno e le dispongo. Sono attente e disponibili, proiettano un futuro di piccole tracce di me. Questo è un contenitore prima che un tavolo. Posso coglierne un senso perché non c’è confusione, ma volontà. La leggerezza salva dalla prigionia dell’ordine.

Confutatis, la maledizione che perde l’uomo, lo smarrisce, viene assolta dalla leggerezza. Dal significato e dall’autoironia congiunte. Libera me dalla dipendenza, dall’omologazione, dalla geografia che non corrisponde all’anima. Libera me dalla solitudine dell’ordine, dall’innocenza travisata. Le cose non sono innocenti e non sono colpe. Sono noi. Questo tavolo è un pezzetto, un’approssimazione. Sono asintotico a me stesso, come potrebbe essere compreso il mio ordine/disordine apparente? È una nudità che implica intimità, pudore verso chi non ama, un essere che nel mostrarsi include. Non esiste amplessare ma questo sarebbe il significato del compenetrare il senso delle cose. La Crusca provveda se può, ma anche non potesse per ciascuno c’è un angolo che lo racchiude. Lo spero, lo vorrei.

Confutatis. Confondi, perdi l’utile e il suo simulacro, porta a noi ciò ci approssima, la nostra confusione apparente, l’ordine che non è tale, lascia il senso. lascialo in noi, in tutte le sue accezioni, il senso, perché di sentire abbiamo bisogno.

a difesa della confusione

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Le situazioni confuse pare generino infelicità, ma non subito, verso la fine, quando l’ordine reclama ascolto.

All’inizio tutto era chiaro: desideri, prospettive, attese. Poi il vivere s’è ingarbugliato in qualche laccio ben visibile, ma non sembrava così importante. E neppure urgente. Adesso per liberarsi dovrà decidere qualcosa.

Sarà comunque qualcosa che toglie, insomma una piccola o grande infelicità.

Poi ci si ricorderà della confusione perché nel suo periodo sospeso, ci sono non poche grandi e improvvise felicità. 

Ma dopo, e a collo torto, perché ci si riposa nell’ordine e si ha tempo di pensare. Quel pensiero un po’ stanco del miles che ha bisogno di deporre le armi. O quello del bimbo la sera, quando si getta tra le braccia ordinate del sonno.

L’ordine non è mai felice, al più è calmo. Non è neppure sereno e adopera una innocenza che non possiede. 

Chi conosce l’andare delle cose, sostiene che le felicità nate dalla confusione sono transitorie e fugaci.

Ma non sono sempre così, le felicità?

scrittura

Cos’è importante in una scrittura, in un discorso? Che si capisca quello che vuoi dire, diceva la mia insegnante d’italiano. Non l’ho mai ascoltata molto. Caparbio e testone, propenso a fare per mio conto, non mi sono mai curato davvero che si capisse tutto.  Però pur senza regole e senza obbiettivi chiari, ma con gli anni, qualcosa si è venuto a codificare dentro. Ho modi di dire, giri di frase che assomigliano a giri di blues, note di preferenza, meccaniche consumate come tasti di chitarre solitarie. Quando parlo in pubblico mi chiedo a chi sto parlando, organizzo le frasi su un contenuto, ma poi, parlando a braccio, le cose vanno per loro conto e le scalette mentali si confondono nell’economia di un messaggio. Lì il testo si piega a un fine, a un tempo prefissato, invece quando scrivo la ricerca della libertà da vincoli è più evidente.

Si può scrivere di tutto, ma ciò che scriviamo parla di noi. Per questo la mia curiosità di lettore si esercita su chi m’ interessa: leggo tra le righe, mi chiedo cos’ abbia motivato esattamente quelle parole, cerco d’ intuire i momenti di stanchezza, decifrarla nelle frasi che chiudono non perché non ci sia null’altro da dire, ma perché bisogna pur chiudere, o non dire, o non eccedere.

Leggendo, trasporto sulle mie abitudini di penna quelle di chi leggo. Faccio paralleli, ma soprattutto ascolto.  È facile raccontarsela e raccontarla. Quante volte la scrittura libera e quante volte, invece, prosegue una prigionia rendendola più leggera?

Forse dalla scrittura e dalle parole ho imparato ad avere preferenze piuttosto che giudizi, antipatie piuttosto che rifiuti. Se ha qualcosa da dire si ascolta anche l’antipatico, non ci si pone su un piano di superiorità. Ecco, un altro insegnamento della scrittura e delle parole appropriate è che siamo tutti sullo stesso piano, qualcuno è più bravo, altri meno, ma questo non tocca più di tanto le persone. O almeno a me così pare.

Non ho una scrittura facilissima, me ne rendo conto, sotto sotto dico parecchio di più dell’evidenza, ma questa è una cifra che lascio a chi legge e se mi sorprendo di non essere compreso, non spiego e non giustifico. Dire che si è stati male interpretati è una furbizia squallida della politica, cioè il dire e il ritrarre la parola, il senso. Se si dice, le parole sono di per sé esaustive e ciò che non viene capito si capirà, oppure no, ma davvero importa così tanto?

Se guardo al passato, oggi vedo una scrittura a trama fitta, ricca di particolari, di aggettivi e verbi collocati secondo il pensiero più che secondo la sintassi. Il governo del senso vorrebbe essere simile a quello del direttore d’orchestra senza bacchetta, che accarezza e accompagna i movimenti. Purtroppo non è così, o almeno lo è di rado. Vedo anche un ripetersi di modalità e la voglia di far emergere squarci di luce, qua e là, dove la trama dirada. Prendere per mano e portare l’interlocutore verso il particolare, come fa una luce spot in teatro. Illuminarlo per un momento, far in modo che ne resti consapevolezza e una domanda: che ho visto? Nei dettagli si nasconde molto, anche il riposo dell’andare, ma mai la noia.

Sembra ci sia un programma, un interlocutore, un fine, ebbene vorrei disilludere: racconto a me stesso e a chi condivide,ciò che vedo. Senza ambizioni, con molte velleità.

Avere il senso del limite e il sorriso malinconico, questa è la scrittura che mi piacerebbe davvero saper fare, ma forse dovrei assoggettarmi a regole. E a me le regole piacciono davvero poco.

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Cercare di guardare, vedere l’altro lato, soffermarsi, trarre qualche possibilità interpretativa. Richiamo l’attenzione: qualche possibilità interpretativa. Tre parole ipotetiche che limitano l’assoluto. Questo è il regno del dubbio. Ha bisogno di gambe forte, di piedi ben piantati, di alcuni principi, molta auto ironia. Alt. Basta.

Dicono che raramente si arrivi a sfruttare il 20% del potenziale del cervello, non so cosa contenga l’80%, ma di sicuro già in quel 20 c’è una differenza importante sull’uso, ovvero cosa si collega e come.

Esemplifico mettendo i piedi sulla tavola: se cosifico i sentimenti quel 20% razionalizza e relativizza, riporta a schemi conosciuti, evita l’errore successivo reiterando la conclusione negativa del precedente. E allora? Ho usato il mio 20%, per creare il nuovo oppure per ossificare il vecchio?

Che sia per questo che non mi affeziono agli assoluti e al per sempre, ma li considero un lavoro lieto e faticoso e non di rado pure pesantuccio? Il collegare dinamico è per me fondamentale, di fatto una continua rielaborazione del passato nel laboratorio del presente, ma con una sua relativizzazione. E qui il sentiero è davvero stretto, l’orlo è quello del vulcano: si sente il calore infernale dell’abisso, ma anche la vertigine, eppure non è data altra strada che il procedere. Guardare innanzi, vedendo il presente e l’altro lato delle cose, esercizio di realtà, ventipercento da connettere secondo nuove sinapsi, e accettare che il pensiero ci metta in crisi.

Esemplifico ulteriormente: un principio mi fornisce sicurezza interpretativa, so dov’è il giusto e ciò che non lo è.

Bene, accettata l’etica, riesco a togliere il giudizio e vedere dove ciò che non è giusto m’assomiglia?  Perché se in questo esercizio metto l’autoironia, riesco a cogliere ciò che è nuovo nell’ingiusto e che mi riguarda. Basti pensare ai luoghi comuni oppure al non sono razzista, ma… Queste zone grigie sono me e rappresentano il limite di ciò che davvero penso di essere. Ovvero penso di essere migliore di ciò che sono in realtà e per risolvere le mie contraddizioni ho un bivio: o le accetto oppure le affronto. Il diavolo è seduto dove si divaricano le strade e aspetta sorridente. Io sono il diavolo e la cosa mi può rendere pure allegro, ma basta saperlo che l’indecisione occultata di scelta è il mio modo di vedermi migliore.

Connettere il 20% in modo nuovo, sembrerà strano ma lo si può fare ad ogni età, in ogni condizione. Si può affrontare il titanico sforzo di mettere assieme ragione, sentimento, realtà, sogno, passione, incoerenza, limite con l’allegra presunzione di voler vivere diversamente. Di essere differenti, non per partito preso o insicurezza, ma per consapevolezza. E soprattutto evitando di cosare le persone e noi stessi: non siamo cosa. Non accettiamo di essere ridotti a oggetto, numero, entità marginale, ma 20% in divenire. E anche se quel 20 in realtà è 5, non importa, chi può misurare la nostra capacità di essere davvero altro.

l’imperturbabilità del ragno

Per casa girava una correntina fresca. Bassa, a livello pavimento, pian piano raffreddava piedi e caviglie. Tutte le finestre erano sin troppo chiuse, quindi il tutto doveva derivare da quei pertugi, aperti per sicurezza in cucina ad evitare accumuli di gas. Oppure da quella piccola lama d’aria sotto l’ingresso. O ancora, dagli sfiati dei bagni e del fornello. Oppure erano tutti assieme che si parlavano con l’aria, che comunicavano linguaggi misteriosi di molecole, che allegramente si facevano gli affari loro. Che stessero dentro o fuori. Mi sembrava una libertà eccessiva, e a me preclusa, in quanto ben educato, d’inverno non stavo sull’uscio a parlare, ma limitavo al minimo la permanenza nel limite, i convenevoli, anche le affettuosità di saluto.

Loro, i pertugi, invece stavano indecisi. Anzi vivevano d’indecisione. Parlavano attraverso essa, cogliendo dell’uno e dell’altro stato. Poi, i più ciarlieri, o dispettosi, adattati dai diametri, diventavano dei tubi Venturi e acceleravano il moto d’aria fino a generare quella lama costante, pur piacevole d’estate, che d’inverno raffreddava caviglie e piedi. Solo quelli, ma l’effetto invadeva il corpo e spingeva a mettere calzini più pesanti. Inutili dopo un primo effetto barriera. Considerata l’ineluttabilità della cosa, assieme all’alzare le estremità, l’assumere pose accoccolate, o orientaleggianti, oppure tornare il ragazzino che privo di voglia di fare i compiti, si dimenava sulla sedia, raccoglieva le gambe, ci si sedeva sopra, e poi si spostava e s’allungava, in un moto che cercava nei gesti la voglia che non c’era e che pertanto mai sarebbe giunta, nonostante tutte queste manovre, dicevo, il pensiero che quell’aria scambiata contenesse un codice d’ una comunicazione mi affascinava. Perché di certo era così, quell’aria mossa e appena fresca era intrisa di significati, e parte di quel misterioso di cui vediamo solo gli effetti, e cogliamo magari un piccolo sollievo o fastidio, ma di cui ci sfugge totalmente la meccanica e la vera essenza che ci sta sotto. Pollini, microscopiche bestiole, granelli di polvere, gas, profumi, ferormoni primaverili, molecole di carbonio e d’azoto, ossigeno in più forme molecolari, fino a micro spray di vapore e oli, quindi acidi grassi e probabilmente basi e chissà quanto d’altro, si scambiavano informazioni indifferenti o interessate. Eh sì, perché sia pure in piccolissima parte, qualcosa si combinava in nuove molecole, qualche esercito d’ acarucci mangiava polvere e residui organici, qualche ossigeno instabile per i temporali di marzo o per l’eccesso di gas di scarico, trovava nell’aria quieta di casa, modo d’accoppiarsi, di mutare stato. E se anche la temperatura s’abbassava di quel tanto, e solo a livello pavimento, da far sentire i suoi effetti, chissà cos’era accaduto al moto dei gas, alle molecole stanziali e pacifiche come me, alla termodinamica generale della casa. E la mia era una casa moderna, con infissi nuovi, ché in altri tempi ben diverso sarebbe stato l’effetto e soprattutto lo scambio.

Ragionare sui modi del comunicare non formale, partendo dai piedi, non era proprio un elegante esercizio di pensiero, e il pensiero che Dickens scrivesse a letto i suoi primi capolavori, attanagliato da spifferi e gelo londinese, di certo non lo nobilitava anzi dimostrava le vite parallele e indifferenti del genio e dell’ambiente. E non essendo il mio caso il primo, ciò mi portava a considerare che i pensieri inutili erano una pigra percezione di quel gps che possediamo tutti e che dovrebbe dirci, oltre al dove siamo, chi siamo davvero, con la divertita autoironica percezione del proprio limite. Poi lo sguardo era corso a quell’angolo vicino alla trave, dove un modellino di biplano sembrava oscillare appena. Ma era un’impressione. E lì c’era una ragnatela, piccola e perfetta, immagino sfuggita alle attenzioni delle pulizie per la fragilità dell’oggetto. E nella ragnatela, un piccolo ragnetto imperturbabile, attendeva, e capiva che in quell’aria accadeva molto. Capiva e attendeva che qualcosa di sufficientemente grosso arrivasse nella sua rete. Non so quale livello di intelligenza abbia un ragno, ma per la sua capacità di attendere e di capire quanto accadeva attorno, di certo era maggiore della mia. E di certo non aveva i piedi freddi. 

il senso del limite della linea continua

Mentre la linea dei monti risucchia la luce e cova un bagliore di rosso inusitato, qui l’ombra diventa nero e scende la percezione della notte. Liquore di realtà che scalda e brucia, condizione dell’umore o dell’assenza che dir si voglia. Allora ci si accorge che sono finite le parole e gli aggettivi, che le iperboli sono vuote per conservare abbastanza chiaro, che non servono per illudere la vita e dirle, persuadenti, ch’essa è altro, che ha distanze a disposizione, luoghi per svolgersi, che distante e vicino coincidono in noi, che fantasia e pensiero sono un’antidoto allo scrocchiare delle ossute dita del reale, che esso al più digrigna dubbi mentre noi…
No, non è così che ci si scinde tra una parte che altro vive ed una che invece s’imbeve d’abitudine e di reale.
È una quotidiana resa dei conti che riporta a sé, la sera, mentre prima siamo stati altri. Anche d’altri. Forse per questo conserva in sé il germe della malinconia dell’assenza, dello scemare, della piccola fine del segmento che ancora è linea. Senso del limite che diventa parentesi prima della stanchezza insoddisfacente d’essere stati altri da sé, prima della realta del sogno. Come se a tutti noi fosse concesso d’essere più volte e differenti, ma senza consapevolezza. E quando ne parliamo, invece, dicessimo del poco che appartiene a tutti.

P.s. e nella sera mi difendo dalla piccola delusione dell’ incomprensione, dalla distrazione di chi può contare, dalla dislessia di chi non legge tra le righe. E sorrido, sí sorrido, perche nessuno l’insegna la lettura dei silenzi e degli spazi dove scrive il cuore.

domattina

Domattina mi alzerò parecchio prima del solito, accade più volte nella settimana, ma c’è chi lo fa sempre e io sono fortunato. Compirò i gesti che vanno bene per il mattino. Per ogni mattino indipendentemente dall’ora. Gesti che rassicurano. In questo ripetere c’è ciò che un tempo abbiamo ricevuto come cura al risveglio, poi lo rendiamo nostro ed è affetto verso noi. Ci saranno molti chilometri in auto, radiotre e il silenzio, alternati. Di questo tragitto conosco bene i luoghi del vedere, gli alberi e la campagna, i cartelli e gli abitati a lato dell’autostrada, il campanile delle chiese, le case ammassate prima della grande curva che divide le autostrade, la montagna sullo sfondo, poi ancora pioppi da cellulosa vicini ai fiumi, le petraie che scruto per vedere se piove in montagna, i campi limitati da alberi fatti solo di rami, fabbriche e ponti. Attraverso parecchi fiumi con nomi sconosciuti o altisonanti. Fino all’ultimo, prima di uscire, immerso nel verde, poi il traffico di città e un altro caffè per cancellare la stanchezza prima di iniziare.

La mattina, le cose da fare, gli appuntamenti, i problemi. Tanti e sempre gli stessi. Domani sarà diverso, tornerò in un luogo che conosco, bello come un lavoro scelto, perduto come un’area industriale fatta nei tempi in cui tutto cresceva.  È un bar tra le fabbriche, in una piazza che non è mai stata tale. Mi piace sedere all’aperto e guardare. Ne scrissi anni fa. Sentivo il fascino di questi luoghi in cui ci può essere una poesia indistinta che dialoga tra natura e fabbriche, e le fa sentire meno solide, piccole di gloria e destino, ma vere. L’uomo c’è e c’è il contorno. Guasto e redimibile, che diventerà diverso, ma resterà a ricordare un’epoca, più che persone o fatti. 

Il bar si riempie ad ore canoniche di operai e poi è vuoto, ha baristi che leggono il giornale o puliscono la macchina del caffè. Si può mangiare fuori orario e non sempre bene, c’è quello che avanza, ma anche una sensazione di libertà da orari. Seduto su sedie di alluminio, pronte a qualsiasi stagione, guarderò, oltre i capannoni, le dolomiti neglette e aspre, quelle senza turisti lontani, conosciute solo da queste parti eppure bellissime. Quest’anno solo qualche cima è spruzzata di neve, i fianchi sono grigi di roccia e marroni di faggi, il cielo è spesso azzurro intenso. Ma tutto questo non riguarda i capannoni che ronzano di macchine, e sono senza voci d’uomo. Al loro posto il ritmato sospiro delle calandre e il traffico quieto dei camion pomeridiani. In fabbrica si parla poco, quelli che lavorano e usciranno a notte, hanno il pensiero rapido di tornare a casa.

Guardare e ascoltare darà un senso di pace, svuoterà di ragioni la fretta, e le scaramucce che sembrano battaglie torneranno ad essere quello che sono, ovvero piccole sciocchezze di posizione e d’orgoglio. Nell’aria fresca, penserò che potrei essere altrove, che potrei farne a meno, eppure faccio. Penserò che ci sarà una ragione a tutto ciò. Poi riprenderò l’auto per tornare in sede, fino a notte. Il ritorno lungo, la stanchezza stemperata con la radio e le telefonate. E la strada sembrerà diversa, punteggiata di cartelli e di lavori che procedono lenti, ma non lo sarà. I riferimenti saranno l’arco dei ponti, le torri piezometriche degli acquedotti col faro rosso in cima, qualche svincolo mal segnalato da non sbagliare, le stazioni di servizio, i caselli. Ho scoperto di nutrire affetto per le luci gialle, rosse e bianche delle stazioni di servizio. Ma solo per le luci. Di rado mi fermo, lo faccio solo nei tragitti davvero lunghi. Le autostrade sono luoghi di solitudine, con i loro riti, e le stazioni di servizio sono anch’esse parte di quella solitudine. Ma ognuno ha i suoi riti e la sua solitudine.

Poi ci sarà la casa, e ancora una volta ci saranno altre abitudini o diversità, la notte profonda, il sonno. Dopo.

il tappeto sbagliato

È un tappeto d’oriente e sbagliato. Amato per questa sua irregolarità. Indagato anche sul rovescio, per capire il perché di questa fine anticipata di tessitura. In fretta si chiuse con la ripetizione del bordo, trovando soluzioni irregolari e tranciando forme geometriche. Mancano 7-8 cm di tappeto che non sono surrogati dalla fantasia dell’introdurre piccoli decori non simmetrici, è come fosse mutata la mano per un qualche motivo irrevocabile. Portata via la mano originale? L’irregolarità e il rovescio, portano a una tessitura artigiana, casalinga, poco intrisa di tecnica e programmata. Penso a dita veloci e sottili, rovinate dai fili di lana, percorse di tagli e inusuali callosità. Una geografia che forse veniva guardata in momenti di tenerezza, amore lento, scambiato, attento. Per guardare le mani serve tempo, attenzione amorosa e confidenza, e allora si seguono i fili tracciati sulla carne, se ne sentono i presagi e la ricchezza. La contrattazione sul tappeto sbagliato certamente ne alterò il prezzo e venne comprato per una cifra irrisoria rispetto al lavoro. Buttato poi sul mercato, senza garbo, affidato più all’ignoranza che alla perizia del compratore. Una seconda scelta. Il mistero che porta con sé, me lo rende prezioso, è un generatore di immagini. Evoca sabbia e luce accecante filtrata dall’incannucciato alle finestre, polvere, matasse policrome di lana, colori caldi, richiami, silenzi e parole smozzicate, quasi colpi di tosse. Riso bianco e spezie con carne rossa e dura, dita che lo prendono e lo portano alla bocca, rimproveri, notte che scende nera e rapida, luci fioche, freddo, sonno e sveglia all’alba. Così sempre, sembra, e poi qualcosa sposta, spinge via, interrompe, riprende, dimentica e ricorda. Altrove. Tornare e già sono mille, duemila anni di cerchi, di ellissi. Mille anni di polvere di tarlo, di telaio, di odore di lana, di grasso sulle mani. Si chiama lanolina. Non importa. Quello è l’odore delle greggi che passano tra le case la notte e aspettano in periferia, che strappano erba, che lasciano ciuffi di lana sui fili di ferro, sui reticolati. Mille anni di contrattazioni sbagliate, di subordinazione, di mercanti col passo leggero, le vesti strane e distanti, che ripartono carichi di tappeti. Mille anni di acqua limpida e freschissima, offerta con un sorriso, aromatizzata, infusa nelle foglie d’ibisco e nei pezzetti di cannella e di mela, nel tè. Mille anni di richiami tra una stanza e l’altra, di pianti di bimbo, di filastrocche sussurrate, di vestiti rigidi, rossi, ricamati d’oro e monete. Portavano zecchini per ornare le donne e volevano tappeti e tessuti di Damasco. Non il deserto, non la luce abbagliante, non il caldo, ma il lavoro, le mani, l’ingegno. Mille anni e un tappeto interrotto, sbagliato. Dita veloci, fruscio di telaio, la soluzione abbozzata. Bisognava venderlo, darlo, che andasse distante. Un tappeto che ricorda così platealmente l’imperfezione dell’uomo è un’eresia, un’accusa per chi l’ha fatto. Cosa volevi dimostrare, gli avrebbero chiesto sbattendo la porta, sedendosi senza grazia e senza permesso, la tua imperizia, oppure dire qualcosa con le figure interrotte? Meglio evitare, via, via… In ogni tappeto c’è un errore che restituisce all’Innominato la perfezione, bisogna però cercarlo, perché mentre l’Innominato è evidente, l’uomo si deve trovare nella sua opera. Ma qui l’errore è squillante, dice troppo dell’uomo. L’eresia di un buon tessitore dice troppo: è una deviazione dalla canonicità del disegnare, del far incontrare serenamente le strade dei fili. Come fossero cammino degli uomini. Cosa volevi dimostrare?  Quell’errore dice troppo, rompe una consuetudine, è uno scatto d’ orgoglio, oppure d’ avidità. Non si poteva tenere in casa, quel tappeto, bisognava mandarlo distante attraverso i mercanti che vengono e vanno,  che confondono, che lasciano sul posto, che non spingono via. Mille o duemila anni che sono qui, l’errore voluto per gettare un ponte, per farsi riconoscere, per restare, perché si ama la polvere della lana, la luce accecante, la notte nera di luce, l’alba, il fruscio del telaio. 

 

mi rendo conto della lunghezza, non biasimo chi non condivide, chi non legge sino alla fine, ma se qualcuno ha pazienza bisognerebbe leggerlo a voce sommessa, percettibile. Come mille anni fa, perché scrivendo ci si parla sempre.