il topo e la buca

programma elettorale

Vorrei rassicurarti caro elettore, non ti dirò poi molto, 13.8 cm di scrittura. È un quadrato d’impegni sulle nostre poche vere necessità, nella certezza che staremo bene assieme. E vale per entrambi, perché cammineremo a lungo in compagnia. Cominceremo a far in modo che l’acqua defluisca senza invadere le case, che la cultura cresca per suo conto trovando spazi e ascolto. Le spazzature se ne andranno la mattina presto, e parlare davanti casa tornerà ad essere un piacere. Risparmieremo il necessario per l’inverno, senza lesinare nel divertimento nell’estate, e ci sarà nuova erba per far correre i bambini e alberi per farli riposare. Pianteremo nuovi fiori perché la primavera ne ha bisogno e rimetteremo in ordine le scuole perché è più bello imparare dove si sta bene. Sarà bello camminare e correre con la bicicletta tra colori e bianco per allietare il giorno e luce sufficiente per far scorrere la notte. Il vigile ci abituerà a non prendere le multe, il poliziotto a vedere il pericolo dove c’è davvero. Ci saranno sempre luoghi aperti a chi non sa più dove andare e una spalla su cui mettere la mano per chi fatica a camminare. Per curare non mancherà un ambulatorio senza orari con medici accoglienti. E ci preoccuperemo della vita di chi ha perso il necessario per sperare. Cacceremo il topo e colmeremo le buche nelle strade. Scegliendo il buono, cureremo il bello, per sentire d’aver vissuto bene in questi anni. E tutto questo non ti sembri poco perché scoprire che si sta bene assieme, ci rassicurerà di esser sempre ricchi di presente e di futuro. 

ballata dell’andare e venire

saliamo sulle nostre macchine veloci,

e andiamo, andiamo, 

per poi tornare.

Dietro gli occhiali scuri difrangono le nubi, 

tagli di luce nei cieli gonfi e

insegne di stazioni e fari nella notte,

e code alle casse, caffè nelle piazzole,

erba zeppa di rifiuti e camion stanchi,

per poi ancora andare.

A volte cogliamo un verde che ci sfugge,

un suono di campane, 

un fumo che si perde,

ma comunque andiamo,

oltre campi chiazzati di papaveri, 

verso montagne che restano orizzonte,

andiamo,

fendendo stanchezze da mangiare,

e asfalto che si somma,

al tempo sciolto nell’andare,

andiamo per tornare. 

Senza un grande senso,

senza neppure un sogno che davvero possa dirsi grande,

semplicemente andiamo per tornare

e in questa piccola parentesi chiudiamo gli anni,

sporchi di necessità senza verifica,

andiamo per venire e poi partire.

il tempo dell’elicriso

Fuori piove. L’elicriso ha rallentato la fioritura, così la lavanda e il rosmarino. Nella mia immaginazione, essi s’interrogano perplessi degli improvvisi sbalzi di temperatura. Ieri era un caldo quasi estivo e oggi fa freddo. E sarebbe tempo di coccole e calduccio di pelle con un tempo infinito e vuoto davanti. Un tempo in 3D. Da riempire oppure sospendere, da bere e assaporare, tempo proprio e non d’altri. È un’invenzione recente il tempo. Quello esatto e invadente, intendo. Prima trionfava un tempo pressapoco. Come quello dell’elicriso: è ora di fiorire, di mandare profumo di sera, di godersi il sole, di passare verso la maturità del verde, toh, guarda, fa freddino, è ora di scivolare nel letargo vigile dell’inverno. Tempo regolato sull’altezza del sole e sul succedersi delle lune. È bello il tempo regolato dalle lune, stabilisce quando è ora di crescere e di declinare, incessantemente. Dà una sicurezza che il tempo esatto non fornisce, ovvero quella che qualcosa comunque accade. In questo sta il tempo lento del riempire, il tempo 3D, che non è retta, freccia, ma è vischioso o fluido, e ha quella piccola baulatura della tensione superficiale che fa credere che qualcosa spinga da sotto. Come ci fosse un sentimento che vuol emergere, che rende vivo il tempo. Ecco il tempo dell’elicriso è un tempo del sentimento. Dell’amore sospeso e di quello impellente. Dell’amore ciclico che rinnova se stesso e di quello fedele a ciò che muta. Un tempo che accade, esattamente come l’amore, cioè pressapoco.

sei maggio

Erano le nove di sera, più o meno, e ci fu la scossa. Lunga come solo l’interminabile e il definitivo sanno essere. E con essa la paura, lo stupore, la ricerca scomposta di una soluzione. Poi in strada. Ma noi eravamo, seppure vicini, lontani e il disastro era altrove. La memoria diventa personale, poco interessante, resta la sensazione che questi fatti siano uno spartiacque nelle vite, nella coscienza collettiva. Ci fu in Friuli, un nascere di un metodo friulano nell’affrontare i disastri che non fu replicato in Italia. Eppure ci furono altri terremoti importanti, come altri ve n’erano stati prima. Paghiamo ancora, non le vittime, ma le mancate ricostruzioni di città andando indietro fino al terremoto di Messina. Non è un panegirico sulla capacità e sulla determinazione degli abitanti di un territorio che non volle essere ricostruito altrove, neppure un acritico dire che tutto andò bene. Fu la manifestazione di una identità, di un appartenere e sentire come veri i valori del luogo, degli affetti, delle relazioni. La cosa era possibile perché quei luoghi e quelle persone sapevano cos’era la diaspora e la piccola patria del cuore, sapevano che il com’era e dov’era non erano valori estetici, ma sostanza per non essere sradicati. Andarono molti soldi nel Friuli Venezia Giulia, meno però che in altre occasioni consimili, solo che in questo caso le cose si fecero e ci fu una rinascita produttiva che dura ancora. Fu anche l’occasione per rimettere in ordine il patrimonio, per rendere più bello e accogliente quello che già era un punto di possibile attrazione. Di questo vorrei ricordare che tutti fecero la loro parte, da chi abitava e aveva lutti a chi era volontario e cercava di dare una mano. Prima le case e poi le chiese, anche i preti erano popolo, anche monsignor Battisti, vescovo di Udine, tra Andreotti, capo del governo e i comitati dei terremotati, scelse i secondi. Questo per dire che se il potere si mette al servizio dell’uomo, lo ascolta, ne ricava una forza incredibile nel fare. Genera un noi. Dopo quarant’anni ricordare non riguarda i vecchi, ma proprio quella generazione che nacque allora: il passato non è tutto da buttare, ci sono state cose grandi e uomini grandi e non servono per costruire i calendari o intitolare le piazze, ma per imparare a fare il futuro.

tempo grosso

Ruote dentate, bilancieri, spirali, ancorette, tutto che ruota, pulsa e muove, però con una dimensione inusitata. L’ orologiaio ha trasferito attraverso la passione e una stampante 3d le complicazioni della meccanica degli orologi in una macchina grande e funzionante.

È un tempo grosso, paffuto, amichevole. Non si può portare al polso, e ticchetta con allegra incongruenza. Pur essendo preciso, sconvolge la nozione della precisione, del rapporto tra vita e tempo e come per gli astrari medievali, l’ora non è importante, conta la propria posizione nell’universo e riguardo al proprio tempo. Non credo che l’orologiaio abbia fatto tutti questi pensieri, s’è ingegnato a fare una cosa bella, che dimostra ed esemplifica un funzionare armonico. Il tempo e il suo pensiero, non riguarda l’oggetto in sé, però magistralmente questo lo scompone in una relazione tra scorrere e funzionare. Il tempo di quel grosso orologio non è fatto solo di funzionamenti ma di scorrere e quindi di essere.

Emerge la nostra relazione con il tempo: qual è il nostro tempo? Capisco che gli appuntamenti contano perché sono utili, che la precisione diviene un’ancora di salvezza per sciogliere l’essenza delle cose. Abbiamo bisogno di ritmi, scadenze, abitudini per non pensare alle domande fondamentali. Per non vedere ciò che accade attorno. C’è un tempo del devo che portiamo al polso, spesso coincide con il posso e ha internamente una irrevocabilità. Cogliere l’occasione per principio è sentire la morte, il disfarsi della possibilità. Quindi il tempo che ho al polso mi è poco amico, mi dice in continuazione ciò che perdo. La sua inesorabilità è la stessa della sabbia che scorreva nella clessidra e che si raccoglieva desolata al fondo: è scorsa. Come il giorno, le stagioni, gli anni, il passato. Invece il tempo grosso che vedo ruotare indica il funzionare, la sua regolarità è crescita inesauribile.

Capisco che è importante la relazione tra dove sono e la mia posizione nell’universo e che questo implica il vedere e il vedermi per capire il presente e il futuro. Altrimenti farei coincidere la soddisfazione con l’occasione che si spegne. Lasciare che quell’attimo possa anche fuggire e mettere al suo il kairos, l’occasione che si ripete purché io sia in grado di vederla.

In questi giorni si celebrano due ricorrenze che riguardano due autori fondamentali per la storia dell’occidente e del mondo moderno: Shakespeare e Cervantes. Di loro è stato detto che hanno rappresentato la sofferenza, i sogni, la gloria e la speranza di un’epoca che entrava in crisi e ne coglievano l’esemplarità e la contraddizione. Ebbene penso che ogni vita cosciente, che conosce il suo tempo, il luogo e la realtà, viva la crisi di un’epoca. Penso che interpretare la crisi sia leggere il proprio tempo e quindi avere un passato, vivere il presente, perseguire un’idea di futuro.

Sapere dove si è e cosa si vede.

Quei grossi meccanismi che ruotano e ritmicamente si muovono sono la conseguenza d’un anarchico sogno di conquista del proprio tempo. Il loro scorrere culla riflessioni sul sé e il mondo:  materia del risveglio, non preparazione della notte.

coercizioni

I balconi aggettanti, dei palazzi sembrano ornamenti vuoti.  Neppure un fiore, nelle rigorose geometrie ed assenze. Sotto, incuranti dell’ordine, le robinie hanno cosparso il marciapiedi di fiori bianchi e rosa, con dovizia allegra dello scialare in bellezza. E non conta la modestia dei piccoli petali, prevale il trionfo del colore senza richieste a chi vede.

Domenica mattina nelle vie attorno casa. Larghe, umbertine, vogliose di rappresentare ciò che sembrava eterno e immutabile. Il benessere, la posizione raggiunta, i legami con altre case, le famiglie. Ma ciò che hanno messo all’esterno per abbellire e ordinare i marciapiedi di pietra, ha avuto più storia delle loro fortune. Ieri sera guardavo nelle poche finestre che restavano aperte allo sguardo; si vedevano alti soffitti, lampade di calda luce gialla, qualche quadro che un tempo aveva avuto una scelta, un piacere e una contrattazione. Stanze grandi riempite di tavoli, poltrone, schienali di divani e librerie con dorsi colorati. Pensavo che raramente ho visto una persona che s’affacciasse. Mai nessuno sui balconi. Le presenze s’intuivano invisibili.

La pioggia serale intanto aveva liberato i tigli, c’era un profumo deciso nell’aria. Guardando a terra e verso l’alto si vedevano i fiori bianchi: quelli che avevano resistito al vento e quelli arresi.

Prigionieri d’ un loro rito, d’una stanza, d’ un ruolo, gli abitanti invisibili perdevano la bellezza che li attorniava. Persino il profumo acuto dei tigli restava fuori dei vetri. ” Ci sono più cose in cielo e in terra, Orazio, di quante ne sogni la tua filosofia.” E questo pensiero mi regalava malinconia e speranza, perché non si è prigionieri di nulla se si vuol vedere e sentire l’ infinita, transitoria bellezza.

 

silenzio

Nei talkshow sempre le stesse facce, gli stessi che vedo sui giornali, sui manifesti, nella rete. Messaggi che si ripetono all’infinito, gonfi solo di se stessi. E tutto questo davanti a un mare di rinuncia. Credo sia l’inutilità del ribellarsi al ritrito, al vecchio raccontato come nuovo, all’assenza di un progetto, che spinge all’atonia. Viviamo in un’epoca di simboli, dove chi sembra condurre è al più mosca cocchiera di necessità senza giustificazione umana. Una sorta di costrizione, di cerchio di gesso mentale da cui nessuno sa più uscire.

Siamo nell’epoca dei simboli che diventano app, fotografie, sensazioni, e come tali riposti in quei moderni portafogli che sono gli smartphone. Biblioteche infinite di frammenti d’attimo. Non c’è nessun mito, nessun ideale profondo, in tutto questo e così le passioni se ne vanno. In punta di piedi, lasciano simulacri, ologrammi d’esse a testimoniare che sì, qualcosa c’era ed era importante, ma non così tanto da piegare l’acciaio delle vite. O era titanio? Oppure qualcuno di questi materiali così indistruttibili che qualcuno poi dovrà smaltire e che si applicano su vite mollicce, su desideri transitori, su orizzonti brevi?

Parlo troppo mentre il silenzio è l’unica risposta decente purché abbia un significato. Non il silenzio colpevole dei critici eclissatesi assieme alla ragione, non il silenzio dei maestri che insegnano il conformismo, non il silenzio dei cinici che sanno come andrà a finire. Penso al silenzio che dovrebbe far riflettere chi lo pratica e chi lo riceve. Quanti di quelli che oggi parlano sempre, che vengono intervistati perché hanno un nome, si sentono così onesti da dire: non capisco, non voglio avere un’opinione, una certezza, neppure una fede che non sia ragionata e perciò non ho nulla da dire.

Quanti di questi si sentono di proporre il silenzio come insegnamento per trovare domande dentro di sé, per sentire le abissali assenze che motivano atti e scelte e ancor più omissioni e disperazioni?

Quanti si sentiranno di dire che l’amore è limitato, che gli ostacoli sono insormontabili, che il mondo deriva non per sua natura, ma per responsabilità e per troppe giustificazioni?

Non ci sono colpe, solo consapevolezze, scelte e conseguenze. Non ci sono icone se non c’è passione e fede in qualcosa. Non c’è orizzonte senza un mito che scava dentro e porta alla luce la contraddizione, la tenebra. E senza mito siamo soli, nel silenzio più immane e irreparabile, soli. Di fronte alle nostre scelte, di fronte ai nostri limiti, senza speranza di grandezza. Per questo serve un silenzio che provochi il mutare profondo, serve un silenzio eversivo, critico come mai di fronte all’iniquità che diventa assoluta quando essa avrebbe un’ alternativa di vita. Un silenzio che circondi le chiacchiere del potere, le pretese d’un cambiamento che non cambia. Un silenzio che vada al cuore della cultura che non mostra il reale e le sue facce nascoste. Un silenzio che sia come un urlo. Quell’urlo animale che ciascuno si porta dentro ed è il rifiuto dell’essere oggetto di qualcuno. Balia d’altri. Prigioniero. Questo è il silenzio di cui parlo, ma già le parole sono state troppe, imprecise e maldestre. E non ho soluzioni, capisco poco, al più vedo. Con parzialità, vedo e sento il grigio del disagio. Ma forse è solo una sensazione personale e di questo chiedo scusa.

ti racconto la sera sul fiume

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Stasera la luce sfrangiava le nubi. Erano grosse, giallo marroni, grigie, azzurre, respinte in alto da un triangolo di fuoco arancio che occupava una gola di pianura tra i monti vicini. Il sole voleva tramontare tranquillo, per suo conto e che le nubi facessero quello che volevano. Così tutto si era alzato verso la notte che viene da oriente, e al tempo stesso inabissato tra gli alberi. Disperso nelle foglie nuove, sparso a larghe chiazze nell’acqua. Anche sulla terrazza che dà sul fiume, i toni delle voci si erano abbassati, gli scalini che portano verso l’acqua e che solitamente sono pieni di coppiette, erano quasi vuoti. Certo c’era il vento, radente, freddo, quasi una tramontana, ma oltre a stringere i giubbetti primaverili, incrociare braccia a mantenere un po’ di caldo al petto e, se si evitava l’acqua, nessuno se ne andava verso casa. Come se tutti attendessero un qualcosa che doveva accadere e che aveva a che fare con il tramonto. E invece era la luce che ammaliava. Così strana e schiacciata da rendere evidenti particolari che di solito sfuggivano. Le zampe di marmo della porta che entravano in acqua, ad esempio, oppure quel muoversi increspato che toglieva ogni colore all’acqua, o ancora la trasparenza sfacciata delle foglie nuove che ostentavano un verde luminoso. Mi ricordavano, le foglie, quelle lampade che un tempo si trovavano nelle biblioteche, oppure in certi uffici pubblici e che erano molto inglesi, con un semi cilindro di vetro spesso e verde che conteneva la lampada e due sostegni d’ottone che lo reggevano, il fascio era largo come un libro o un foglio, e facevano una luce tranquilla. Poggiando la loro capacità di illuminare su un ragionamento consolidato, su una forza che era tradizione e certezza di durata. Ebbene quelle foglie, stasera, avevano la stessa tonalità di verde. Persino i lampi di luce che foravano gli spazi tra i rami diminuivano di forza, al cospetto di quel verde.  Se tutti guardavano a tratti, non voglio dire che ci fosse una consapevolezza, uno stupore che coinvolgeva tutti, ma era come ci fosse un suono. Sì, la luce era un insieme di note interzate che costringeva ad ascoltare e a muovere lo sguardo in accordo. Dalle nubi all’orizzonte in mezzo al tramonto e poi in mezzo agli alberi, tra le foglie e sotto, verso l’acqua, e ancora attorno verso le cose che diventavano più profonde, nette nei colori, presenti sino quasi ad alzare il dito per indicare. Nessuno smise i discorsi iniziati, però si fecero più lenti, come per attendere che tutta quella luce cessasse di occupare lo spazio degli occhi e tra i visi. Le parole vennero più piene, le risate sottili di significato. L’incanto è durato a lungo e poi tutti, improvvisamente, assieme all’assottigliarsi della luce, hanno cominciato ad alzarsi, a salutare, per una fretta di raggiungere qualcos’altro che non era lì. A piedi, in bicicletta, da quello che era stato un fulcro, le forze si sono irradiate. Non so cosa ci fosse dentro le altre teste, ma nella mia c’era la necessità di prolungare la luce, adesso che la notte calava in fretta e così mi sono avviato, pedalando, verso casa. E pensavo a quella sensazione mentre le luci delle strade, dei negozi illuminati e chiusi sotto i portici, riempivano la strada di una luce gialla e calda. Pensavo che quell’altra luce era piena di significati e vita e che ti sarebbe piaciuta. Ecco, pensavo che tutto quello che avevo visto, ti sarebbe piaciuto. 

relatività quotidiane

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Quasi nulla è come appare.

Quasi nulla è come si sente.

E nel sentire ci stanno tutti i sensi, intuizione e intelligenza annessi.

La verità è imprecisa, un po’ dilettante nel raccontarsi, usa parole che servono più a noi che a lei. Si direbbe che lisci il pelo al gatto. Per questo dovremmo definirla misericordiosa?

Quando la si conosce, la realtà, si capisce che è maestra severa, e siamo noi che ci adeguiamo a lei e smettiamo di sognare. Ma nessun insegnante dovrebbe (che brutta parola, ma solo perché serve) derubricare da chi lo ascolta, il sogno.

il narciso invisibile

In stati di grazia, L.A. Kennedy, parla di un amore conclamato e asimmetrico. Lei è in difficoltà con i suoi principi, con il ruolo, però vive se stessa, non enuncia e ama. Lui dice l’amore, ma è schermato dall’ego nella capacità di cogliere il bisogno di lei, apparentemente la lascia libera di scegliere.  Coglie la bellezza, ma non la persona, e se la fa crescere nel desiderio e nella comprensione di se stessa, questo avviene indirettamente. Si liberano forze e identità oltre le parole. Si capisce che le cose avvengono su piani differenti, che non basta dire ti amo, bisogna vedere assieme l’essenza e il desiderio dell’altro e metterlo dietro al proprio, per congiungerli. L’amore sembra agire per proprio conto creando situazioni e offerta di decisioni, alla fine decide molto più lei di lui. L’uomo di genio che ama la protagonista, in realtà vede solo se stesso riflesso e dichiara il suo amore per quell’immagine. Narciso. 

La bellezza di questo racconto, oltre la scrittura eccellente, sta nel fatto che lei non si lamenta, si specchia dentro di sé non nell’altro. Gestisce la propria vita, e non si adatta, anche se l’apparenza sembra diversa, perché provoca l’evolvere delle cose attraverso il dialogo con se stessa. Cerca dentro le risposte anche quando queste non vengono. Apparentemente è immersa in un immane condizionamento che piega vita e sentimenti, ma la sua ribellione pacifica sta nel chiedere conto alla situazione, nell’accettare i vincoli per far esplodere la contraddizione. Non si lamenta mai con l’altro, è autosufficiente nella propria insufficienza. Non le serve quella altrui. Non chiede conto.

La vicenda è semplice e intricata, perché attinge all’animo umano. Suscita riflessioni fuori tema. Di cosa ci si lamenta quando si dice che non basta, che non viene fatto abbastanza in un rapporto?

Seguendo il filo di un pensiero che non c’entra nulla col racconto, visto che in esso il lamento non esiste ed è constatazione della propria insufficienza, direi che nel lamento di non avere abbastanza attenzione c’è un insufficiente incontro profondo, un bisogno non confrontabile. È l’insoddisfazione per una mancanza che non evolve in azione, che chiede cura subordinata: se sono importante per te, il tempo lo trovi. Questo è un altro modo per esprimere un narcisismo: se sono per te importante devo esistere io solo/a per te. Il tuo tempo mi deve vedere, deve prendersi cura di me. Ancora una volta è un riconoscersi in un riflesso che impedisce di vedere e di vedersi.

Il narciso è apparentemente autosufficiente, perché ha bisogno dell’altro come conferma, per questo tende ad usarlo, a sottoporlo a ricatto. In una specie alta d’amore esiste la libertà del lasciar crescere, dell’attendere sicuro di essere cercati perché esiste una meccanica spietata nelle cose che accadono: l’incontro per scelta non ha necessità esteriori, non ha tempi predefiniti, avviene per bisogno e il tempo del bisogno anche quando non coincide nell’attesa, non ne toglie la natura. È un intrecciare i fili ascoltando e leggendo la crescita propria che avviene senza dire finché sfocia nella necessità. Se si dipende dall’altro si è in una condizione che genera paura di non esserci nella sua vita. La prova dei fatti è asincrona, spesso dolorosa e sempre insufficiente, tranne nei momenti felici. Non è la normalità del vivere, ma non c’è nulla di normale in un amore, a partire dalla sua definizione impossibile, dalla sua non ripetibilità. Però c’è qualcosa di comune in ogni specie d’amore: il bisogno di leggere ciò che accade, di mettere insieme due diversità, di cogliersi in un rapporto profondo. Se consideriamo questo desiderio di cogliersi nell’altro come il segnale di una mancanza di certezza di sé, come il bisogno di una conferma, allora  si scopre il proprio limite e l’autosufficienza del narciso viene meno per l’assenza dello specchio: subentra la paura dell’invisibilità. Non essere considerati come persona, non essere importanti all’altro significa essere invisibili e questa è una sensazione che ci accompagna inesorabilmente verso la dipendenza. L’infelicità dell’amore.