Perché scrivere pessime poesie,
se non per dirsi che si vive,
che si sente nel rumore del mondo
ancora l’uomo e la sua cura.
E attorno, guardando,
preziosa è la pace del colore senza tempo,
del suono d’acqua sulla riva
che afferra e si ritrae.
Lo sguardo scioglie sé nell’infinito
ed è finalmente piccola cosa
senza pretese e ordine,
vibrazione quieta d’universo
che il suo posto e luogo
sente e vive.
È allora che la speranza incredula
emerge e attinge al buono
senza nome o dimensione,
senza cinico rifiuto
della grammatica realtà,
e delle sue terribili parole
mutate in ferocia e sangue
e rovine e terra
e pianto.
Dire bimbo o donna o vecchio è già dolore
e nel sentire la violenza nasce l’agire,
il disgusto per ciò che piega le menti
oltre la maledizione di Caino.
Si scontra in me la realtà
nel dilaniarsi d’ogni comprensione
col bisogno d’una quiete
dove l’animo si posi,
e poi riprenda la paziente lotta.
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la giovinezza non finisce mai

Forse perché la giovinezza non finisce mai
il tempo scorre, ma amico a noi rallenta,
e trascina nel vivere tristezze e gioie
che sgorgano in progetti
e incauti entusiasmi,
così si vedono le giornate che aggiungono e poi tolgono,
mai banali per davvero,
mai prive d’un colore, d’uno sguardo che stupisce e allegra,
ed è scoperta d’un vivere
in cui v’è posto per diversa attenzione
e meraviglia.
In questo vivere gli anni,
come costruzione
e attendere ch’essi donino cura,
s’anima la speranza dell’amore.
Sentire di cui si sa molto e nulla,
oggetto per timido timore
d’infingimenti e oneste ritrosie,
ma vitale e vivo, come usa la perfezione senza pretese,
ch’è finestra felice aperta all’aria.
E anche quando l’impalpabile è freddo
Il desiderio alla limpidezza muove gli occhi,
dice che tutto è difficile e promette,
ma che anche il bianco e nero
è così ricco e profondo di colore.
a sera d’ottobre

Certe sere sto zitto,
guardo l’ombra che si prende l’erba,
mentre l’anima scrolla il peso
del puledro che vuol correre da solo.
Il cielo distilla acqua mescolata a luce,
la dosa sulle foglie,
in gocce la rapprende,
e lo sguardo vede gli attimi di tempo
che scivolano nell’erba.
Libero è il pensiero,
dolce entra nel ricordo,
che mai è lo stesso,
ma nel piatto non muta la pesata.
L’erba, a volte la luce riflette,
altre l’accoglie e la trattiene
così d’ottobre s’affolla ciò che è stato
e si riordina in ciò che innanzi viene.
Star zitto è bisogno di rispetto e quiete,
assomiglia al gatto sazio
e al suo riposo che non chiede.
Verrà la stagion che viene
più lenta, forte,
chiara e gentile a noi
e ciò ch’è stato in essa spero
sia fertile seme.
.
il vero si nasconde
I gesti che si ripetevano erano aria smossa
che subito si ricomponeva,
ma serbava memoria
come accade alle cose e ai suoni.
Gli anni chiedono dell’amore,
delle sue occasioni,
a chi accumula tenerezze e malinconia,
e ne tesse abiti per la notte
quando gli occhi guardano il soffitto
e i minuscoli chiarori sembrano lampade
che rivelano il senso di ciò che è stato.
Nelle stanze, sulle pareti
e nelle parole che piano si rincorrono
stanno viottoli nell’erba,
strade senza pretesa che conducono lontano,
vicino è tutto ciò che è pace
nel cuore inquieto il vero si nasconde
ma interroga e conta le albe passate.
e i giorni e le vie percorse,
tra pietre divelte dalla furia del nuovo.
Sui muri il segno aggiusta
l’inquietudine di tante proteste,
e il luogo dove tornare
ha perduto le tracce dei colpi di tosse,
gli scalini scavati,
il profumo di caldo e di cibo, la sera.
Il passo ha il presente e il futuro
e i particolari s’affollano,
vociano e mostrano istantanee
su cui scorre il pensiero
e morde l’assenza.
.
ci sarà tempo
Ci sarà un tempo per l’irrilevanza
con il colore che estenua I visi e fugge dalle cose
Ci sarà un tempo in cui si sgrana l’acqua e cadono le pietre,
i nomi sciolgono le labbra
e cio ch’era solido si disfa per suo conto.
Ci sarà un tempo di luce grigia
in cui l’esecrare non avrà più senso,
dei nuovi popoli sarà pronta la memoria
e del vecchio solo polvere per vento.
Ci saranno notti che negano all’anima la luce,
solitudini nel buio che ricama domande accantonate,
e mentre i cani abbaiano lontano,
occhi aperti attenderanno
una fede che cancelli la ragione.
in città l’autunno

Penso al tuo autunno
così eguale e così diverso,
qui gli alberi ancora sentono l’estate
quella che da te rifulge piena.
La città si è scrollata la calura,
corre nelle gambe degli scolari,
allegri per l’aria e per gli amici.
Nelle strade troppe auto
visi sempre tesi di ritardo,
più tardi aprono i negozi,
ma chi cammina ha una meta, un luogo,
e il passo dell’affanno.
Ci sono da te i ragazzi in strada?
Qui escono alla sera
mentre il rosso nel cielo già s’estenua,
si siedono nei bar, ridono, passeggiano,
I baci non attendono la notte
ed è un scivolar di passi
indifferenti al traffico,
mentre fervono attese e parole sussurrate,
nelle strade colme di chi torna.
Nella mattina I ragazzi erano in piazza,
le bandiere sventolavano,
cartelli e slogan ritmavano l’andare,
loro sentivano le grida da lontano,
l’autunno a Gaza, l’omicidio
che non rispetta l’età e le stagioni.
Avevano Il cuore colmo,
che traboccava rabbia, compassione e pianto,
e hanno camminato a lungo,
gridato e chiesto pace
sino ad essere afoni
maltrattati mai muti.
Con loro camminava l’amore,
felice di aver chiesto vita.
coriandoli d’anima
Mettere a posto un particolare,
una cosa minuta che nessuno noterebbe. Prendere qualcosa da uno scaffale,
seguendo un pensiero,
soffermarsi guardando l’aria.
Accanirsi nel riparare un oggetto,
che non vale nulla, eppure è una sfida.
Cose che raccolgono,
preghiere laiche
per dare tregua all’amarezza,
si celano nella mania di pensare.
Qual era il fiume che ci avrebbe fatto grandi,
quello che avrebbe colmato il desiderio
e sanata la crepa dell’assenza?
Era la felicità immaginata e condivisa,
la gioia del sollevare le foglie d’autunno
e ridere, si ridere di tutto e di nulla.
Trovata e subito perduta,
attesa al risveglio,
costruita con il lento caffè
e la sua prima quiete,
portata nella fatica ilare del giorno,
nella porta che s’apre e non pensa alla sera.
Della somma felice,
d’ogni vissuto restano succedanei,
e la quiete del rompicapo
che si ritrova nel solo ordine nostro,
una tranquillità
e un deporre le armi.
Quisquilie e coriandoli d’anima,
e a fatica si scrive il futuro.
un prisma il silenzio
Nel consueto persiste una luce
e non si coglie
se non viene mostrata,
è l’intorno che l’aiuta,
un riflesso, un cremisi, un indaco,
qualcosa che tolga
mentre si versa e riempie.
Guarda nello specchio,
oltre te posa lo sguardo e vedi
ciò che da dietro muto ti osserva.
Non è silente, ti scruta,
in te cerca la luce
e ciò che la mostra.
Come fa la roccia prima d’esser capita,
dall’acqua che distrattamente la lucida,
e tra altri infiniti sassi, non s’accorge
che tutti le danno qualcosa
avanti l’esser limacciosa.
Intanto si concede
e scorre spensierata,
felice d’essere sapore e densità,
fresca come il nuovo che si scarta
e ci sorprende ciechi al suo sguardo.
Così ho visto te che bevevi la luce
e il volto troppo schiariva,
pur sorridendo ha i suoi diritti la pelle
e non merita la consuetudine del vedere.
L’acqua era poco distante,
aggiungeva un lampo al pensiero,
e cadeva nel silenzio
ch’è prisma del sentire
mentre scompone suoni e colori:
tenevi il rosso nelle gote
Il carminio delle labbra
e posavi in essi la fiducia del cuore.
dove siamo noi quest’oggi
Nella mattina di luce, l’aereo non scendeva,
volteggiava tra Roma e il Tirreno,
gli dicevano la terra infida e nemica.
Ma può essere nemica la terra che accoglie,
il suo fiorire, la sua solida certezza
che rende l’aria leggera?
Eppure, a terra il buio venne,
e in esso mancava la sostanza del giusto,
ma fu per ciascuno a suo modo.
Molti anni prima, il giorno era lo stesso,
qui era sera e mattina nel Cile,
anche allora parve morisse un mondo.
Un altro mondo, pieno di amore,
non quello che ora scinde
l’inquietudine e l’attesa
e senza sapere per cosa e da chi
continua a tagliare vite e speranze.
S’era aggiunta all’ansia la paura, ma oggi
ancor più,
l’11 settembre ci chiede dov’eravamo negli anni
e dove saremo in futuro,
mentre il timore storce le bocche
scuote capelli e teste.
Non nobis Domine non basta più,
dove siamo noi quest’oggi?
la stagione in cui si torna

Si sente il respiro lungo del sonno
e l’irrompere dei sogni nel reale,
sono giorni in cui il sole scava nelle cose
e genera piccoli grani per danzare nei suoi raggi.
È allora che la stanchezza di ciò che non accade avvolge il tempo,
e il suo scorrere sembra interrogare il senso.
Come sarà l’autunno,
che scandisce di impegni le giornate,
e i suoi progetti riprende con fatica?
Ancora starà zitto il cuore
mentre si commuove in una foto,
e piano scompone l’aritmetica d’assenza
chiedendo conto dell’andar dove?
Tutto cheta nel dirsi:
c’è la noia di chi ha visto e non s’è seguito,
ma non basta,
perché ci saranno i pomeriggi disarmati,
il senso che non acquista la profondità del rosso e nel blu si perderà pensoso.
Così si ascolta, si sente,
e il ricordo va all’instancabile
rimescolar di conchiglie e sassi,
mentre si vuotano scogli e sabbia.
I perditempo stan seduti a sentire
il pensiero del tramonto,
perché ancora una volta è sera
e poi notte e poi sogno.
Ancora. Di nuovo.