forse per questo

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Le cose s’avvolgono d’un silenzio immoto e greve,
nella luce umida di nebbia,
è il pigro scorrere delle ore nei giorni di festa
quando sazi del cibo e di parole,
s’ascoltano echi:
ti voglio bene, ci sei,
è bello ritrovarsi nell’anno che verrà,
di certo sarà buono,
forse.
Resta l’ indecisione che si fa casa,
nel sonno da tepore e d’aria respirata,
mentre fuori la luce cala presto e la nebbia sale.

È passato, non ha lasciato tracce, neppure un’orma sulla neve.
Neppure la neve.
Si rammarica il cuore (?),
l’anima (?),
il semplice sentire (?),
dell’aver perso un treno,
ma da tempo non si sa dove sia finita la stazione.

Forse per questo
molti fuggono via
dalle feste, dal pensare,
da questa nebbia che da troppo tempo parla e non si vuol capire.
Forse per questo, o per altro,
ma nel cuore del mondo nessuno fugge più,
e stupito ascolta parole che capisce a stento,
immagina, intuisce, guarda,
mentre attorno scavano fossati.

I natali passati

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Nei natali vissuti
la mappa delle attese,
del nuovo che attinge alla speranza.
Nei ricordi trovo chi ora sono,
cosa si è compiuto,
quello ch’è mancato.
Ho una vita di natali diversi,
di caldi pensieri scivolati nel sonno,
di neve e cappotti spinati,
di sciarpe rosse e guanti di lana bucati,
di trepidi ultimi giorni di scuola,
di interrogazioni e disfatte,
mai perdonate nelle pagelle a gennaio.
Le notti di Natale a lungo ho cantato
e anche quando più non credevo
ho sentito l’amore che univa
I giorni e l’attesa.
Ho visto persone vagare
le notti della vigilia
e nessuna chiesa li cercava,
quando al freddo guardavano le luci,
chi usciva felice,
finché il portone chiudeva,
allora s’allontanavano nel buio
in cerca di risposta
o anche solo d’una parola, ma nessuno parlava.
Chissà che fine hanno fatto
tante tristezze sotto il cielo,
dove hanno riposato,
e cosa è stato per loro il mattino di festa.
Ogni anno la neve ho atteso
e qualche volta è accaduto,
allora c’è stato il gioco e la gioia,
le guance infuocate
il cappotto con i segni delle risate,
poi a casa la cura,
la cannella, il vino bollente, le mele
una carezza sui ricci
e il sonno felice che la festa ha concluso.

Buon Natale alle donne e agli uomini di buona volontà.
.

ancora il ragioniere

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Ero lì a cena l’antivigilia di natale,
le guance rosse per l’aria gelida ed il chianti, 
si mangiavano verze e cotechino
e questo faceva ridere parecchio.
Entrò un’orchestrina di fiati.
Canzoni natalizie con tromba, trombone e bassotuba.
Uno strepito incredibile
nell’ambiente ridotto e pieno di persone.
La cosa mise un’irrefrenabile allegria
gli occhi e i commenti correvano tra i tavoli
urlando e poi ridendo,
assordati, c’affrettammo a dare mance generose
e loro, i musicisti, riprendevano
con un bis di ringraziamento,
finché ci fu uno scambiare di sfottò
tra le note di un’allegria generale.
Solo il ragioniere 
era rimasto imperturbabile.
Mangiava il suo brodo
e alzava appena gli occhi,
poi rivolgendosi al vuoto
distintamente disse:
ma come l’è, di nuovo il natale?
E ridacchiò.
Ecco, allora ho capito
che la mia solitudine era un lusso.

il ragioniere

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Mi piaceva quel posto,
c’arrivavo la sera da un corso,
mai solo e con molta allegria.
Mi piacevano le tovaglie pulite,
il cotone pesante,
gli antichi lini un po’ lisi, alle feste,
le stoviglie retrò, le pesanti posate.
Mi piaceva il menù consigliato
la cucina milanese e toscana,
la cassoeula ed i pici,
il parlarsi tra i tavoli,
le vecchie glorie sulle pareti,
il fiasco di chianti al consumo,
la scelta del pane tra sciapo o salato.
Tra muri bianchi rivestiti di legno
un angolo di fotografie,
e un tavolo singolo per il ragioniere.
Col cappotto addosso
d’inverno cenava,
d’estate un gessato,
la cravatta col nodo stretto
mai fatto di fresco.
A monosillabi ordinava,
un sopra ciglio o l’indice alzava,
e non i piatti ma una sequenza
del suo menù personale
in cui c’era solo L’inverno e l’estate.
D’inverno un brodo di pollo, la pastina sottile,
poi patate lesse e costatina Ben cotta. 
Un minestrone d’estate, a volte insalata
o verdura cotta e il pollo lessato,
un bicchiere di vino, il fernet e il caffè.
Sempre solo, in mezz’ora mangiava,
alzava lo sguardo mentre i denti puliva,
poi il cappello metteva e salutando usciva.
Il mercoledì il posto alle otto era vuoto
più tardi arrivava.
C’era il varietà e al ragioniere piaceva,
le ballerine com’erano?
Il cameriere ammiccava
il ragioniere taceva.
Sorridevano entrambi.
E la cena iniziava.

https://youtu.be/1r7s8sdrZxc?si=zKhwh4-M5rtmfQsI

rune

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Sono rune le emozioni d’inverno,
calligrafie che cercano chiarezza,
s’allineano come percorsi d’uccelli nella neve
che cercano nutrimento per aggiungere del tempo.
Nell’invenzione del futuro
s’è cancellato il presente,
e la speranza porta fatica al nuovo giorno,
attendo si ricomponga un disegno,
un linguaggio di poche parole.
limpide di chiarezza e semplici da dire.

pescare la luna

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Lei si era innamorata di un altro, all’inizio senz’avvedersene.
O forse se ne avvide?
C’erano le circostanze, il caso fece il resto.
Lui disse ch’era già accaduto, ma prima s’era potuto rimediare. Adesso non c’era più nulla da fare.
Passò il tempo, neanche tanto, anzi poco. Forse per un simmetrico bisogno d’attenzione, anche lui s’innamorò di un’altra.
All’inizio senz’avvedersene.
O forse se ne avvide?
Si generarono dolori, qualcun altro ne fu sorpreso, in passato, gli pareva, d’aver saputo rimediare .
Poi gli sembrò d’essere quasi ucciso dal dolore e che solo il ferire gli riportasse vita, ma si stancò d’essere senza luce, e cominciò a vedere il mondo che gli ruotava attorno.
Mentre il tempo scorreva, nuovi nodi s’erano allacciati.
Vite, che sembravano squassate, ritrovarono abitudini conosciute.
Ma anche le altre vite,
ch’erano apparse nuove,
diventarono un po’ usate. 
Forse l’ urgenza ormai non era più tale.
Tutto sembrò acquietarsi
e ciò che sembrava forte, lo fu un po’ meno
e quello che brillava, perse un poco la sua luce.
Così avvenne che pensieri, più o meno uguali, si formarono in teste che s’erano profondamente conosciute: nei grovigli di destini,
e un capo sempre fugge mentre disegna nuovi eventi.
Ricominciò l’attesa che il nuovo accadesse e la storia facesse finta di ripetersi.
Perché anche nell’abitudine allo star bene,
la speranza ha sempre porte da cui uscire.
If, si disse e di pescar la luna ricominciò a sognare.

notte d’inverno

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S’è sparsa la luna nel cielo d’inverno
lotta con la nuvola che l’abbraccia
c’è calma di vento
e l’aria cade fredda,
pioggia sottile d’ozono e polveri.
La salvia dialoga col mirto e il rosmarino,
tra loro l’antica rosa
che ha perduto ogni foglia
e attende che qualcuno la protegga.
Insetti voraci nella notte
ancora si satollano
prima del sonno nell’oscura Terra.
La luna esce fulgida
e illumina le cose,
senza un gremito, lamenta
ciò che vede e ascolta.

botteghe

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Un vecchio barbiere a cui spegnere la sigaretta,
proporre i miei pochi ricci,
e portare dentro bottega.
Ha le parole guardinghe di chi non conosce,
il tempo che batte la vetrina,
e la strada con le auto ormai troppo grandi.
Ci sono ancora per fine anno
quei piccoli calendari dal profumo sguaiato?
Prima ciarliere, le forbici ora esitano,
lo specchio rimanda il viso stupito,
tra ironia e ricordo, si schiara la voce,
tra poco la pensione lo porterà altrove,
e l’asciugamano umido e caldo sul viso
è un abbraccio tra vecchi.

inutile

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Inutile, come il rintocco lontano,
il ricordo si sveglia
è bronzo pensoso,
traccia d’aria e di colore sulle cose.
C’è il borbottio del sole d’inverno,
quello gentile sui vetri,
che accarezza la neve,
e s’accontenta di brillare la pioggia,
dolce senza illudere
mormora la stagione del gelo.

Tra oggetti ora fidati
le cose si sentono scordate,
ma attendono, madie ricolme
di pazienze infinite in cui si consumano,
eppure stanno,
certe d’essere riprese.
Con gli anni s’affinano I mesi,
i minuti stanno al loro posto,
solo gli anni s’ammucchiano
e l’inutile diventa arco di stupore,
molto si è compiuto
ma ciò che attende è nuovo,
come quel germogliare
di cui non si conosce la foglia
mentre la radice è parte di noi
e beve nel mondo.
Ho amato e il cielo rammenta,
urge la vita in questa unione
in cui ogni segno è curvo
come cuore forte e paziente.
Se stendo le braccia alla luce
ne sento il battere dolce.

sabato pomeriggio

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È lo sfogliare quieto
del catalogo già visto,
la vita scorsa:
figure e tratti di discorso
attirano interesse
e le fantasie di percorsi abbandonati, spremono il possibile mai stato.
Ozio pensoso per il freddo sabato
che già novembre saluta
e fugge dalla calca
e dalle luci delle feste.

Il giorno s’addensa nel tramonto
freddo del colore pieno
che riga l’orizzonte,
è l’aria limpida che lo scrive
e porta il sospiro lieve della notte.
Poi sarà il laborioso sonno
a traboccare dove tessono
I fili mai tessuti
e le trame inusitate.
Storie dal senso arcano
di figure amate,
sicure di sé interpellano,
tra enigmi ed emozioni.

Ci penserà il mattino,
con luce piena e fretta di pulire,
a cancellare quel dirsi
perentorio e senza luogo.
Ma cosa sono quelle briciole rimaste?
Colori e pezzi di vissuto
da spargere nel giorno,
come coriandoli di festa
all’usato nuovo
che già urge l’attenzione.

https://youtu.be/N1TjiaYUbHE?si=uoSuey700U-IJDqh