Dei tanti che con me fan uso di pazienza,
e che grato ricambio esercitando silenzio e stravaganza,
preferirei rinunciare a chi mi spiega ciò che ho detto
presentandolo come pensier proprio.
Nelle originali fesserie so provveder a me stesso.
Archivi categoria: l’ironia dei naufraghi
dei tanti modi del bene
Dei tanti modi del bene vorremmo anche quello che accetta la tristezza e non la compara con le proprie.
Che non minimizza l’importanza personale delle cose che con fatica raccontiamo, perché vorrebbe dire che viviamo dentro vite banali.
Che non considera il nostro tempo come qualcosa che si possa confrontare con il tempo di altri perché siamo diversi anche quando assomigliamo.
Insomma vorremmo essere visti come persone che hanno una vita e che combattono o trovano compromessi con essa.
Vorremmo non essere giudicati per il nostro bene ma accolti per il bene che suscitiamo e che diamo.
Per tutte queste ragioni e per chissà quante altre, la parola si spegne, diventa poco utile e scivola nel silenzio.
andare
Andare dove il sasso viene tradito dalla languida carezza dell’acqua
e del gelo,
là dove il vento agita le erbe e sparge colori tra i rami,
mettere il passo dove le voci ascoltano e gli animali scordano il vivere dell’uomo,
andare seguendo un pensiero che si radica,
e oscilla tra terra e cielo, indeciso.
Andare inseguiti dal futile e in cerca di appigli,
andare sapendo dove s’annida la verità,
vicina alla vipera e al ronzare delle mosche,
presente e minacciosa perché muta la percezione,
e andare ad essa che avvelena i pozzi dell’acqua di città.
Andare dove la radice prende la forma della serpe e la sua fatica si somma
e si sottrae al tempo,
andare sapendo l’ignoranza di sé e stupirsi d’ogni bellezza che impudica si palesa.
Andare come a un difficile amore
che cambia
e nuovo ti fa ritornare.
la nuova casa sul colle
Dietro un acero, grande, forte di chiome, spunta il becco di una gru. C’è una grande casa sul colle, antica di pietre squadrate, con prati e bosco attorno, i suoi muri si stanno prolungando e occuperanno l’‘intera sommità del colle. L’acero la nasconde e lascia vedere le montagne più distanti coperte di boschi. Forse faranno un b&b oppure venderanno appartamenti con magnifica vista sull’altopiano. Questi luoghi in cui ci sono solo seconde case, si riempiono per poche settimane d’estate e d’inverno, poi passano la mano ai solitari, a chi fugge dalla città in cerca di qualcosa che non è meglio precisato.
Sono ancora località di vacanza ma forse sarebbe ora diventassero luoghi di residenza. Chi un tempo ha costruito qui una parte del suo essere importante, è ormai vecchio e i figli hanno altre mete di vacanza. Se venisse perseguita una politica del risiedere e non il taglieggiamento dell’occasionale forse un futuro ci sarebbe. Invece sempre più case restano chiuse e i cartelli che vendono sono ad ogni passo. Non possiamo esigere la saggezza da chi specula sul presente però quando guardo il cielo, i boschi attorno, le montagne che contengono tutti i silenzi mi chiedo se tutto questo e quella nuvola che ora s’illumina nel tramonto possano essere solo una speculazione oppure se troveranno sempre occhi in grado di vederli e cuori che s’allargano nell’accoglierli stupiti di tanta gratuita meraviglia .
felici di non negare la felicità
Una generazione dopo l’altra porta il peso delle vite e delle guerre, di quelle vissute vicino a noi e di quelle distanti in cui l’indifferenza ha generato l’oblio prima che accadesse.
Come nel piccolo, così grande delle vite, un amore porta le unghiate di ciò che l’ha preceduto.
Qual è stata la nostra fortuna? E come l’abbiamo usata?
E quella nuova, perché l’abbiamo negata?
Non farsi sopraffare dal passato, dalla sua assoluta relatività che fa perdere la visione dell’insieme, del nostro posto nel tempo comune e nell’universo. Attorno e dentro, schegge di realtà che non meritano mai la disperazione perenne degli errori, che si negano il nuovo nel nome di una visione stereotipata di ciò che è stato. Hanno agito innumerevoli forze e si è creduto di cavalcarle indomiti e nuovi, dovremmo ammettere di non aver capito e che l’errore è nato da questo.
Dovremmo dirci che non capiremo ancora e che, senza doveri, sbaglieremo liberi, felici di non negarci nuove felicità.
Passerà
Passerà la breve rabbia, il dispetto che prende quando ciò che prometteva non mantiene.
Passerà deviando percorsi immaginati, ripiegando attese.
Servirà giusta distanza e tempo.
Il tempo livella, è galantuomo, sistema con grande attenzione le cose nei cassetti dei ricordi.
Quindi passerà e l’attenzione si sposterà altrove, troverà nuovi motivi, ricombinerà i percorsi e indagando con la lucidità che viene dal guardarsi indietro, troverà le ragioni, i piccoli errori, per ciò che sembrava evidente e non lo era.
Una parte degli uomini crede che ciò che offre, che la capacità espressa e in nuce possano essere di per sé riconosciute; sono persone che non si mettono davanti, che non dicono io alzando la mano. Sono destinati ad essere sottovalutati e se hanno raziocinio vedranno che magari ciò che viene poi fatto, loro, l’avrebbero fatto meglio o più convenientemente. E sbagliano nel non proporsi, ma non è nella loro natura e quindi come biasimarli?
Del presente si può dire sempre molto, ma è così carico di passato da impedire un approccio sereno.
Meglio attendere e nel frattempo fare ciò che viene, esserci, guardare innanzi e immaginare il futuro che piacerebbe o almeno quello che sembra migliore di ciò che si presenta.
Si parla di cose, di fatti, di sentimenti molto meno, eppure in essi si accendono e si spengono umori. Qualche volta il cielo li accompagna, più spesso è un navigar di nuvole e potrebbe essere diverso. E qui il passerà e l’essere riconosciuti funziona molto meno e davvero il tempo dell’occasione rifulge per fatalità e potenza. Passerà lo si dice ad altri, ma noi sappiamo che quel verbo così duplice non farà davvero passare nuovamente ciò che si perde in lontanza.
dovremmo

Dovremmo lasciar svolgere le nostre vite, ascoltare il buono che ne viene,
parlare anche con il silenzio, pensare con forza a chi si vuol bene,
togliere ogni consuetudine che divenga falsità,
astenersi perché il cuore trovi le parole mai usate.
Cantare musiche senza tempo con il pudore della felicità,
riconoscere la propria e l’altrui unicità,
far leggerezza di sé e accettare di sparire con dolore,
essere malinconici e cercare le emozioni lievi che riempiono la vita.
Non aver fretta d’essere ascoltati con l’attenzione che subito vorremmo,
spiegare con le parole che si sentono inadatte,
usare i silenzi che fanno parlare le mani e gli occhi
e sorprendersi d’essere capiti.
E nell’abbracciare ascoltare il corpo che ci parla,
che ha domande e risposte vaghe, bisogni e necessità di tempo.
Le vite si sovrappongono, scorrono le une sulle altre, s’incollano e si staccano,
ma ciò che conta tiene oltre la stanchezza,
sente la necessità che hanno le assenze,
ha la coscienza d’essere sempre insufficienti,
e il coraggio di dirlo senza mai scusarsi.
Non abbiamo bisogno di cedere scuse
ma di vederci vivere ogni giorno, con benevolenza,
e cercare quella novità che a raccontarla sembra poca cosa,
ma è quella che risveglia l’abitudine alla felicità.
tra tanto scrivere, sono i particolari che fanno la differenza
C’è chi fa finta di niente, chi nasconde una pena, chi si preoccupa dei tacchi o dei muscoli da mostrare.
C’è chi parla del suo gatto perché gli sembra tenero e allegro, e magari lo è.
C’è chi racconta solitudini, tristezze e psicofarmaci.
C’è chi fa ampi resoconti di posizioni, trasgressioni ed orgasmi, chi s’inebria di vini, degustazioni e cibi.
C’è chi racconta albe, tramonti e notti. Chi narra di musica, di film o libri, altri di poesia, molti di bambini, famiglia e consuetudini.
Mi perdo nelle descrizioni e mi sembra che tutte queste vite siano importanti, a volte noiose come accade alla mia. Perché tutto in generale si ripete.
Magari non proprio tutto per fortuna, però sono i particolari che fanno la differenza e quelli che sembrano poco memorabili e si nascondono, la fanno ancora di più.
E allora penso che nel descrivere, mi piacerebbe avere una prosa che fosse essenziale, fatta di fili d’acqua e di reti nodose. A volte scabra come un colore a spatola, però intensa e da toccare.
Una prosa che avesse il luccicore d’un riflesso, l’odore dell’acqua di canale, l’afrore della pescheria nelle notti d’estate. Che corresse oltre la parola, che precedesse il pensiero e venisse alla bocca come l’acqua fresca, quando l’imperlare d’un bicchiere già disseta.
Ma queste sono cose da pazienza, pensieri vagabondi, privi d’oggetto. E verrebbe da dirmi, come spesso m’accade : provaci se ne sei capace.
la parola
![IMG_0321[1]](https://willyco.blog/wp-content/uploads/2014/12/img_03211.jpg?w=584)
La parola volteggiava,
era farfalla d’infinitesimi pulviscoli,
scia di colore che non s’ afferrava.
Era lieta dello scorrere tra labbra,
del preannuncio d’un pensiero,
dell’altro in cui sorridendo galleggiava.
E mandava luce, susseguiva:
sentiva in sé tensione d’atomi,
scorrer di molecole, distillar di senso,
così, libera, generava.
Pronunciata e attesa,
era arcano maggiore
voltato e sussurrante mentre l’indeterminato raccontava,
così preciso, attento, che
filtrando tra gli occhi chiusi nel sole
dipingeva mare e cielo assieme.
Forse lo stesso colore,
ma diverso eppure, come l’anima che ascoltava
e ondeggiava e mutava per un detto , forse sfuggito,
però voluto,
confermato nel muoversi di ciglia.
così il cuore si stendeva, e abbracciando accoglieva
o fuggiva, rintanando nel sé impaurito,
ma ancora cercava quella farfalla,
quel lampo che scappava tra le dita,
perché dell’anima non si sopporta il grigio
e neppure la notte
senza del colore la luce e il suono.
come ti vorrei
Vorremmo essere intuiti, capiti nella cura e nel desiderio. La nostra mappa semplice e poco segreta sembra palese. In fondo ciò che vogliamo è solo attenzione. Il correlato del bene.
Per ogni desiderio che si incontra, la misura della delusione oppure della sorpresa felice, è solo in noi stessi. E l’altro non capisce e ne viene sorpreso.
Il tempo giusto, la misura, l’intuizione, come in una scala di definizioni, sono elementi che emergono in quel senso di soddisfazione o di delusione che c’è nel vivere un rapporto. Questo ci dice che il per sempre è soggetto a continua verifica e che, se l’amore o il bene non sono in discussione, lo è la loro misura.
Sull’altro si proietta una grande responsabilità: quella di essere dentro di noi. In continuazione.
Così ogni rapporto è costellato da una infinita serie di piccole mancanze, di disattenzioni non volute.
Un contenitore di infinite solitudini competitive, questo pensavo, mentre guardavo persone compiersi e deludere. Compiersi e deludere sono gli estremi di un arco teso che tiene pronta l’incompiutezza, a scoccare verso il cielo o verso il cuore. A volte l’una e l’altra assieme.

