Guardare le cose accadere senza curiosità, per necessità di logica, stupendosi solo quando essa non rispetta i suoi principi; oppure osservare col compiacimento del già visto che semplicemente riaccade. Così si esce dai partiti per esaurita pazienza, rendendosi conto che si è diventati spettatori, perché partiti significa essere di parte, averla come appartenenza ed essere in un progetto di cambiamento, possedere un’analisi che deriva dalla conoscenza e dei principi che non siano solo parole senza fatica. Uscendo dai partiti non si esce dalla società, semplicemente si constata che nessuno risponde più a quello ce si ha in testa e si vede. La società resta intrinsecamente politica, con i suoi assensi e dissensi, con la sua inadeguatezza a ciò che è chiaramente giusto ed equo.
No, la società rimane e si può guardare mentre i partiti si muovono in una sorta di entomologia politica dove classificare, attribuire, famiglia e genere diviene l’attività preferita dell’elettore. La repubblica, come nelle raccolte di insetti potrebbe essere mostrata in teche che illustano evoluzioni e singolarità, sapendo che tutti volavano, succhiavano, facevano nidi, prolificavano, mangiavano ed erano mangiati. Diventano presenze che s’assomigliano e che hanno funzioni simili nel loro evolvere, ma non sarebbe storia. Meglio le raccolte di francobolli che mostrano per serie e per ordinate pagine il ricordo, più che il significato profondo di ciò che assieme abbiamo vissuto e che non poneva dubbi sui significati di parole come destra, sinistra, cambiamento.
Questo Paese ha conosciuto qualche ebbrezza, ma è rimasto familista, conservatore e democristiano, intendendo con l’ultima definizione l’innata tendenza a conciliare tutto in una medietà che non muove le cose, che perdona se ha un vantaggio esattamente come premia, che confonde il dirittò con la carità e aiuta i poveri ma non cambia definitivamente la loro condizione. Osservare adesso le serie di francobolli del lavoro degli anni ’50, o quelle dei personaggi che hanno fatto grandi cose, ma sono ormai solo un nome, è capire che non esiste più un glossario comune, ma solo le figurine del passato. Di un passato che ha generato speranze, modi di essere, aggregazioni confluite in comprensione comune, ma ad certo punto, tutto questo ha iniziato a rallentare, anche nell’agone politico, invischiato in una realtà che era commedia dell’arte con il furbo, il credulone, l’avido, il disonesto, il buono, l’evasore, l’illuso, il cinico, l’indifferente, l’entusiasta. Questo solidificare i ruoli e le azioni ha determinato la società e la crescente indifferenza verso ciò che era progetto solidale, che poi significa il proliferare delle solitudini e della disperazione di cambiamento sociale versoil giusto, l’equo, verso il rispetto del bene comune. E tutto questo non è stato un improvviso bagliore, ma la lenta acquiescenza al non contare nulla, preferendo l’inazione o l’astensione dalla protesta e infine togliendo dalle due ideologie in campo, la destra e la sinistra, solo la seconda perché per sua natura essa è radicale o non è.
Diventare governativi non ha significato governare il cambiamento, ma impedire che le cose mutassero troppo e lo stesso significato di partito ha perso consistenza perché non era più rappresentata la parte nelle sue necessità e bisogni comuni.
Così si diventa entomologi politici e si guardano le cose agire, diventare fatti, con la stessa curiosità che si riserva al già visto e a ciò che non muta: uno sguardo classificatorio, un ragionamento rapido sulla novità e poi la testa si porta altrove.
Ci sono età che possono non finire mai, ma se per caso o volontà non rara, accade ch’esse finiscano, si sgretola un pezzo di ciò che ci costruisce. L’adolescenza e la giovinezza, ad esempio, consentono di avere illimitata fiducia nell’amore e nella poesia. Tutto in esse è possibile e spesso gratuito. Non c’è consequenzialità tra azione ed effetto se non per insegnamento esterno, spesso sporcato di buona volontà e sentimenti, ma distante dall’unica nozione che dovrebbe essere insegnata ovvero la distinzione tra bene e male e non fare ad altri ciò che a te fa male. Quando prevale l’età sui condizionamenti, la magia può essere integra nel generare sentimenti, desideri, gioie apparentemente immotivate, passioni. Non tutto è eguale, ma forse è l’età più vicina al sentire del possesso di un’etica interiore che conduce alla felicità. Il bene e il male, ovvero la costruzione del vivere e il tradimento si affrontano, ma ciò che ne esce non è mai definitivo, anzi ha spesso una riserva oltre la disperazione. Però è anche la stagione degli assoluti, dove tutto si acutizza, dove servirebbe aiuto e non precetti e più profonde divengono le influenze di chi cerca di inculcare, sostituire morale a vita, evitando il dubbio e il senso del bene e del male. Nella ricerca dell’innocenza connessa al proprio vivere, la disponibilità all’ascolto è elevata, viene chiesto di formare un sistema di valori dove il grave sia davvero tale e il lecito sia molto esteso e clemente per chi impara a vivere. Perseguire un bene nell’età della ricerca di sé, ricorda l’ uccello che si tuffa nel profondo, trova, e riporta in superficie ciò che s’era nascosto. E lo sente come un valore grande, perché coincide con sé. La domanda quando ci si stende nel lettino dell’analista è: chi ci ha tolto tutto questo, chi l’ha deviato, trasformato, chi ha fatto diventare male ciò che era bene e ha piegato il giudizio non verso una maggiore innocenza ma verso la paura che ciò che si vorrebbe fare non solo non è lecito ma è gravido di conseguenze.
Ognuna di queste domande attira fatti e parole, individua luoghi e interi sistemi di vita che sono stati offerti come soluzione e salvezza al prezzo non del discernere tra bene e male, ma dell’aderire a un conformarsi dell’essere e del vivere. E’ sempre una lotta impari e la via che faticosamente viene trovata è un compromesso che lascia macerie, ma permette una scelta: quanto della mia adolescenza e giovinezza voglio portare nella mia vita?
Nel meditare convulso che precede una scelta, la quantità di giovinezza rimasta fa la differenza, mantiene una fantasia e apre al futuro. Il richiamo che obbligava alla prova dei fatti, non c’era. Era un abbaglio. Dovremmo dire quante volte ci è accaduto di vedere con la coda dell’occhio l’amore che fuggiva, il cielo che perdeva luce perché questi sono indici di perdita della possibilità d’essere se stessi.
Di notte c’era sembrato che una voce pronunciasse una parola desiderata, ma sapevamo che accendere la luce, avrebbe illuminato la nostra solitudine difficile, proprio perché qualcosa si era smarrito in un baratto senza contraccambio. Ma se quell’età, così libera e poetica, è rimasta in noi, anche se poca, può ricominciare a vivere e attendere la giusta voce, lo sguardo che ama, la mano che, in punta di dita, accarezza. E si capisce che nel nostro profondo c’è la libertà di quell’attimo infinito contiene la felicità.
Ormai c’è questa abitudine di dare un nome non solo agli uragani, ma anche alle condizioni meteo particolari e pare che stiamo scivolando nelle mani di scipione, ossia un gigantesco risucchio di temperature dai deserti del nord Africa che arroventeranno l’Europa e l’Italia nei prossimi giorni. Una decina di gradi in più per questa pianura padana che già spara sul granoturco e le culture l’acqua che ha, ma che non sa prevedere o vedere ciò che l’attende per il futuro. Terra di fiumi, di temporali, di grandine e di sole cocente, con nevi e ghiaccio d’inverno, ora si chiede, la pianura, cosa accada che altera il suo succedere di stagioni e di cieli. Oggi era grigio, ma ieri e l’altro ieri non c’era una nuvola. Mi è tornata a mente una visita in Palestina di parecchi anni fa, quando la mattina mi alzavo e guardavo il cielo di un azzurro intenso, senza neppure una nube, le prime mattine ero contento, poi cominciavo a sentirmi a disagio e pur percorrendo da Gaza a Nablus il territorio, mi sembrava che oltre alla minaccia sospesa per aria ci fosse una angoscia lieve ed inespressa. Non c’era minaccia di pioggia, faceva caldo, ogni incontro era in ambienti in cui c’era aria condizionata.
Dovrei aggiungere che la presenza di armi, esercito, milizie un po’ ovunque accresceva l’idea che ci fosse una disgiunzione tra la natura e i monumenti, spesso bellissimi, il cielo, la pioggia, il verde, l’erba che non c’era e invece altrove cresce spontanea e s’ingrassa dei nutrimenti che stanno nell’acqua. Quello che capivo allora erano le anomalie dei “mari” interni che si svuotavano a vista d’occhio e quelli che addirittura sparivano. Dov’era il mare di Tiberiade, quello in cui pescava Pietro, se ormai era poco più che una depressione umida. Un ministro palestinese mi disse: la prossima guerra la faremo per l’acqua prima che per la terra. Ciò che capivo allora è la stessa sensazione che provo adesso quando vedo le secche del Po, le isole che emergono in mezzo al fiume, la sabbia che si lascia prendere dal mare che ormai risale per decine di chilometri la foce e insterilisce ciò che tocca perché il cuneo salino ha bisogno d’altri alberi e altro verde.
Guardo il cielo grigio che gronda umidità, ma non piove e aspetto scipione che farà lievitare il prezzo del pane, della verdura, della carne. Abbiamo chiuso gli occhi e comprato condizionatori, ci siamo chiusi in fortilizi che restano gabbie e non migliorano l’ambiente esterno. Se i soldi delle ristrutturazioni a fini energetici fossero finiti in nuovi bacini di raccolta per le acque di prima pioggia, se i livelli delle falde fossero stati tenuti come preziosi e non inquinati dai nostri rifiuti, allora anche scipione sarebbe più clemente, ma abito in una regione dove tre province e oltre un milione di persone si è bevuto con l’acqua del rubinetto gli PFAS prodotti da una azienda che oltre a inquinare con i propri scarti vendeva prodotti destinati a essere irrorati sulle culture agricole. Quindi doppio inquinamento, protrattosi anche oltre l’evidenza. Ora li abbiamo nel sangue un po’ di quei composti chimici, e quelli che abitano vicino al patrimonio UNESCO delle colline del prosecco avranno altri composti nel sangue, perché comunque il prodotto irrorato non verrà mai recuperato interamente prima di finire nel ciclo dell’acqua.
Perché dovremmo preoccuparci di scipione che fa il suo mestiere, ovvero riempie i vuoti lasciati dai nuovi cicli delle alte e basse pressioni. Non ci preoccupiamo, come non pensiamo alla Siberia in fiamme o al permafrost che si scioglie. Sono le persone potrebbero riprendere in mano il proprio destino e il ciclo del clima, quelli che non hanno difese né condizionatori, quelli a cui l’acqua manca già da ora ed è inquinata. In fondo tutto questo non vedere, girarsi altrove è sintomo che la cultura del presente sta vincendo sulla specie, che il signore del mondo esercita la signoria contro se stesso e ignora, vuole ignorare, che ogni azione ha una conseguenza, solo che un tempo c’era modo di riparare ora sembra tocchi ad altri e chi siano questi altri non riesco a pensarlo. Le mie sono considerazioni che tutti conosciamo, banali nel loro incedere sulla carta e le stesse parole sono insufficienti per dare una speranza, una via d’uscita che non sia radicale. Mi resta la sensazione che ciò che stiamo trasmettendo ai nostri figli contenga una colpa grave, che non c’eravamo e abbiamo visto quando tutto questo è accaduto, allora davanti alla domanda : ma tu cos’hai fatto, resteremo muti perché abbiamo solo assistito e rimosso, quando ancora il destino non era scritto.
Spesso sono gentilmente sgradevole. Percepisco la differenza tra domanda e risposta e sento la sgradevolezza dell’asintonia. Può accadere anche a me stesso, quando non mi sopporto, quando vedo il tempo sfuggire e ciò che volevo si dissolve. C’è il bisogno e la differenza della risposta al suo esaudirsi o mettersi da parte. Già il fatto che questa condizione del mettere da parte si ripeta, testimonia non solo che viene riempito il vaso dell’insoddisfazione, ma che i bisogni sono mal diretti, che la loro genesi ha elementi di guasto che li rendono ardui perché prima dovrebbero riparare se stessi.
Sono spesso gentilmente sgradevole per insoddisfazione. Non pare perché l’educazione e la gentilezza sono delle ottime maschere, ma sono asincrono rispetto al discorso, alla presenza, alla voglia di essere in quel posto, con quelle persone, in quel momento e rendersene conto è quasi un ribadire una convinzione, silenziosa, che si oppone, non facendo. Tutti raccattiamo globi scuri di negatività. Contrattempi, deviazioni del tempo e dello spazio dalle nostre agende, ma è anche l’implicito, il dovuto, il molto non richiesto, ciò che genera scontento. Dove confluisca questo nostro scontento è difficile sapere, sceglie la via più breve: chi è debole, chi per amore o distrazione, non si difende, comunque si manifesta con chi è vicino.
C’è la scelta tra l’assenza, cioè l’essere distante mentalmente e l’essere troppo diretto nelle parole, mostrando i sentimenti che le muovono. Qualcosa che metta una barriera senza metterla, che giustifichi il silenzio o il parlar d’altro, le scelte inattese, i rifiuti o l’improvvisa acquiescenza dopo essere stati contrari.
Silenzi e parole si equivalgono, sono entrambi rappresentazioni di qualcosa che non è andato per il giusto verso e non può essere detto. Sembra tutto così naturale e sbagliato perché questo mostrare due verità attraverso una finzione, un rifiuto, un’assenza, è insieme, bisogno di comunicazione profonda e la sua violazione, anzi il salto, delle regole che sovraintendono i rapporti tra le persone. Vorrei dire fino in fondo i motivi del mio malessere ma mi metterei in imbarazzo e lo trasmetterei, perché ciò che emergerebbe è la vera visione di ciò che sono, desidero, vorrei essere. Conosco -e conosciamo- la natura dei silenzi che non riflettono pensiero ma si sentono macinare speranze, attese, pensieri intrisi di concretezza, come fossero carne viva. Li sentiamo questi silenzi colmi di imbarazzo e di parole, sintatticamente perfetti, devianti e sfumati nelle risposte vaghe che tendono a troncare l’ulteriore discorso.
Spesso sono gentilmente sgradevole per inadattabilità, per coscienza di una differenza che ha valore per me solo e che stancamente dice di sì solo per evitare la fatica dell’ennesimo obbligo a spiegare prima di una negazione. Questo fa pensare che essere non conformi, poco adatti, arrogarsi una differenza, sia una fatica che molti vantano ma pochi praticano e conducono nel profondo di se stessi.
Essere poco adatti significa vivere in un universo sfasato e bisogna capire che non adattarsi ha un prezzo anche quando ciò che si fa è utile e senza richieste. Tutto dovuto? No, se si sceglie di seguire se stessi, sapendo che in questo caso la tranquilla sicurezza dei doveri sfuma e resta la responsabilità di armonizzare ciò che si è davvero con chi vogliamo sia parte di questo fare ed essere comune. Spesso non funziona e c’è la solitudine. Le idee non lasciano traccia perché sono altre le regole, esplicite o implicite a regolare gli schemi di cooptazione, di accoglimento nel gruppo o nel dialogo. Allora si diventa sgradevoli nel grado che la gentilezza o il bisogno d’amore permette. Essere diretti ha un significato che taglia tutto quello che non è necessario e stabilisce un discrimine d’interesse. Chi lo sente. avverte il fastidio proprio, giudica negativamente una presenza, un rapporto, in fondo ha capito ma il salto ulteriore, ovvero comunicare, è una sua scelta. Resterà un’impressione, altrimenti, oppure quella sgradevolezza si scioglierà in qualcosa di profondo che riguarda entrambi, perché due simili si sono riconosciuti.
Caro dottore, non credo abbia letto i miei ultimi scritti, o forse l’ha fatto , ma come da copione è rimasto silente. L’ultimo l’avevo scritto seguendo un filo che pensavo le sarebbe piaciuto, con considerazioni diverse, eppure legate sotto la superficie di argomenti che sembravano buttati. Non accade questo ai nostri pensieri inespressi: seguiamo una traccia che muta ( mi verrebbe di scrivere, cangia, perché ha un significato forte e colorato, come certi galli che faceva uno scultore, Poli, fatti di ferro smaltato a fuoco e che, per vederli bene bisognava cogliere la forma nelle singole parti e poi metterla nell’insieme e associarla alla variazione dei colori che l’arte e la fiamma creavano con i pigmenti) ed è il seguire questo sentiero mai percorso che ci fa trovare fatti e considerazioni che ci riguardano profondamente. Così accade a me e così lei chiedeva, a volte, facessi, nel dire senza preordinare. In realtà non funzionava molto perché m’innamoravo sia della sorpresa d’un fatto che riemergeva ( una bolla di ricordo ), ma anche delle parole per dirlo.
Credo che il fascino delle bolle sia nella capacità di essere fragili eppure capaci di volare con una trasparenza translucida di colore e piene di un’aria di cui non sappiamo nulla oltre la trasparenza. Potrebbero essere miasmi oppure ossigeno nativo, comunque si dissocerebbero dal luogo in cui nascono, come ci fosse una purezza intrinseca e indipendente dalle cose. Così accade a certi ricordi che si riempiono di un’atmosfera che è indipendente dal luogo e dal modo in cui sono nati e quando ritornano hanno una purezza che diventa nodo e lacerazione con quanto è accaduto poi, anche in loro conseguenza. Voglio dire che, almeno per quanto mi riguarda, il non sciogliere alcuni nodi ha significato trovare poi soluzioni che li ricomprendevano intonsi. Il procedere della vita li ha incorporati come accade ai nodi in un albero, che diventano legno diverso, più duro e inaccessibile ma con una loro bellezza generatrice. Pensi alle venature che il tronco dispone loro attorno, ai cerchi sempre più larghi che mutano densità e colore. Sono parte e al tempo stesso, pensiero indipendente, rivolta e libertà, che dev’essere accolta con amore. Inglobata nella vita per renderla più forte, testimoni della nostra incapacità di risolvere un problema che ci riguardava profondamente e ci metteva in contraddizione con i nostri principi.
Ho immaginato molto nella vita, alcuni sogni sono diventati realtà, altri si sono risolti in fallimenti di cui sento ancora il peso. Il fallimento è l’aver compiuto tutto ed essere ad un passo dalla meta per poi cadere e il riprovare porta altrove, fa perdere lo spirito originario: genera qualcosa di cui ci si deve accontentare. Ma all’inizio non c’erano fallimenti, c’erano tentativi che potevano risolversi in un successo, in risa, allegria comune, anche da parte di chi era coinvolto e soccombeva, è stato poi, con l’instillarsi di regole, divieti, principi, senza un ordine che definisse l’importante dal banale, che piccole cose risolvibili (ora le penso tali) hanno elevato una contraddizione tale tra desiderio e insegnamento da travolgere lo scorrere quieto del crescere e del vivere.
I nodi si sciolgono a tempo, poi diventano sempre più stretti e la soluzione sarebbe quella di Alessandro il grande, ma a me era stata insegnata la pazienza dello sciogliere, del dipanare, per cui con le mie piccole dita, con le unghie cercavo di ripristinare una continuità che non fosse compromesso, ma corretto scorrere degli eventi. Bisogna concentrarsi in quell’età, in quei luoghi, facendosi accompagnare dai profumi, dai gesti, dalle assenze e dalle presenze. Bisogna guardare in faccia ciò per cui si è sempre distolto il volto e capire che qualsiasi cosa accadde era minuscola, priva di colpa anche se in grado di generare segreti, silenzio, dubbi irrisolti.
Pensi al suo paziente amico, cosa che non può essere per i suoi principi, non per i miei, che ad un certo punto capisce che non era importante ciò che accadde, ma che è quasi bello sia accaduto, che senza quelle tempeste sarei diverso e che ciò che è mancato davvero è avere qualcuno che rendesse naturale e possibile tutto quello che accadeva come una logica, gioiosa, progressione del vivere. Nel sogno che raccontavo, e che in diverse versioni faccio spesso, c’è la sensazione di un compito terminato ma non finito, lasciato aperto. Accade anche in certi amori che le storie non si chiudano, tutto il romanticismo di cui siamo intrisi, lo declina in continuazione nel suo narrare le vite. All’inizio erano gli eroi, la purezza raggiunta attraverso l’atto esemplare che chiudeva perché di meglio non si poteva fare, poi vennero gli imitatori che trasformarono le commedie in tragedie, ma soprattutto erano incapaci di un atto esemplare che interpretasse il desiderio silente dell’uomo di essere dio e assoluto, semplicemente perché non tocca all’uomo essere tale. Compresa la possibilità di essere molti, eguali ma differenti, non restava che un piccolo rapporto con noi stessi che diventasse identità, diversità, impronta da lasciare con orgoglio.
Lei mi dirà, che sto diluendo il brodo in considerazioni generali, un po’ è vero perché questo mi difende, ma anche lei fa parte di questo brodo, ha molte capacità da donare per condurre le persone verso la comprensione della propria normalità eccezionale, può far diventare piccolo ciò che sembrava grande, ma tutti siamo immersi in questo secolo che è stata la coda delle nefandezze compiute scientemente in varie parti del pianeta e credo che la nostra tendenza all’ allegra estinzione (per fortuna chi ha meno e fugge spinto dal bisogno non ha queste tendenze), sia un modo per conservare assieme il delirio del profitto e della crescita infinita delle cose, praticando l’abbandono della crescita interiore come sentimento comune di umanità. Se l’uomo non riesce a diventare uomo, cioè capace di umanità, che opinione può avere di se stesso. E neppure lei è fuori da questo mondo e non può renderlo migliore se non facendo capire che ci si può vivere dentro essendo diversi. Diversi e sottoposti a tutte le tentazioni, i desideri che vengono indotti, consci e quindi capaci di capire la finitezza della colpa. Le cose, i gesti, le scelte non durano all’infinito, estinguono la loro capacità su di noi quando ci perdoniamo. E di cosa ci perdoniamo? Di non essere felici a volte e sempre sereni. Insomma di non vivere dando spazio a tutto il patrimonio che possediamo nell’ironia, nel relativo, nell’allegria dell’inutile, nel piacere, comunque vissuto, nella limitatezza di ciò che si realizza, ed è sempre molto se ci riguarda.
Caro dottore, dovrei raccontarle di alcune impressioni di questi giorni vissuti con allegria, stanchezza e libertà, non di rado con commozione positiva e con molta capacità di sentire, che magari era immaginazione, ma era così verosimile che in qualche multiverso di certo sarà accaduta. Ci sarà tempo per raccontare e scavare alla ricerca di tesori. Stia bene e legga poco di ciò che non la interessa.
C’è festa nel tempo. Un mattino morbido come la luce che gonfia le tende.
Tempi dolci, anche gli oggetti non hanno fretta. Si mostrano con il piacere languido della notte trascorsa nei sogni. Una pipa sul legno, il computer chiuso, ostrica di facile mistero, piante nell’acqua in controluce, e un taglio di sole che sceglie tra i libri, la musica, le parole per dirsi.
Il caffè spande il suo profumo borbottando, trova il pane tostato, assieme imbandiscono dolcezza alla giornata.
Melenso perché la dolcezza non basta mai, per voglia di coccole, per il miele cristallizzato che si stende sul pane, per il latte, il caffè, per il profumo di casa. Ascolto parole intelligenti dalla radio, le sgrano una per una, le scompongo nel suono, che sia questo uno dei significati dell’udire? Non ascoltare più e render proprio ciò che per altri è diverso? Vedere la trama, perdersi nell’inutile così denso di significato?
Nella luce, camini che fumano,
attorno odore di cose che restano,
vibra un ricordo, si stempera nello sguardo,
dentro/fuori, nulla è urgente:
è festa nel tempo.
“Diversità è una parola che non mi piace, è qualcosa di comparativo, esprime una distanza che non mi convince, non funziona, ne ho trovata uno molto convincente: unicità.
L’ascolto è il più grande atto rivoluzionario, accogliamo il dubbio anche solo per essere certi che le nostre convinzioni non siano convenzioni”
Versi scomposti Parole scomposte che mondo s’è creato. Eravamo distratti, spero stessimo facendo l’amore mentre le macchine automatiche prendevano gli angoli delle strade e le osterie, dove ci rifugiavamo, diventavano agenzie. Eravamo ignari, dolci, indifesi. Con piccoli lapis dell’ikea scrivevamo numeri senza memoria, che ci assicuravano il costo di una cena. Vennero poi parole d’ordine, non più numeri, ma lettere e altro, purché non ci fossero accenti per aprire i file, noi ci baciavamo, nascondendoci in ogni angolo che pensavamo fosse libero e nostro. I numeri, le password divoravano il tempo, quello sempre poco, che apparteneva alla tenerezza, ed ora se il cuore ci dice di dimenticare, restiamo attoniti. In fila, in attesa, che il tempo riporti l’amore e le cose al loro posto, lente e dolci come l’esitare davanti alla porta della pasticceria della vita.
Poi stanotte ho sognato che l’azienda in cui lavoravo era stata venduta. Venivano i nuovi lavoratori, le stanze venivano vuotate. Dei lavoratori precedenti non si conosceva il futuro, qualcuno, un capo, assicurava che non sarebbero stati licenziati. Questo futuro era più una curiosità partecipe per me, sentivo che mi riguardava ma senza essere determinante. C’era una sorta di passaggio di consegne che avveniva nelle grandi stanze dove prima c’erano i calcolatori, ma ora sembravano vuote. C’erano nuovi corridoi, color nocciola, con molte porte e stanze in sequenza. In una di queste, una ragazza si stava per vestire e mentre aggiustava il vestito mi chiedeva di sistemarle la cerniera sulla schiena. Intanto mi dava delle indicazioni, ma le altre stanze avevano le porte chiuse. Andando verso le pareti perimetrali, mi accorgevo che la struttura dell’edificio si stava aprendo, le travi si allontanavano dai pavimenti. Non c’era un pericolo immediato ma l’edificio sarebbe crollato su se stesso. Avvisavo le persone del pericolo e mi avviavo verso l’uscita. Non avevo nulla da salvare, mentre altri si attardavano per riempire scatole e portarle con sé. Mentre uscivo vedevo che le crepe si allargavano, ero tranquillo ma sarebbe imploso. Fuori cercavo la mia auto che non ricordavo dove avevo parcheggiata. Nel piazzale c’erano persone che guardavano in alto, io cercavo tra file d’auto ordinatamente disposte, un ricordo che permettesse di ritrovare la mia.
Interpretazioni varie che partono dalla mia identificazione con l’edificio che rappresenta ciò che lascio. In esso comunque albergano desideri che porto con me nel rapporto con altri. Non ricordare dov’è l’auto significa non sapere dove andare.
Da ozioso, quale sono, ho messo assieme pensieri in libertà. I pensieri non si liberano, sono liberi, vengono e vanno come desiderano, seguono l’andamento dei desideri e della necessità.
I pensieri sono liberi ma nessuno nasce libero. Sin dall’inizio qualcuno si preoccupa di mettere orari, regole, paletti alla tua vita. Costruiscono per te un ordinato vivere che è sapere cosa accadrà in ogni parte del giorno, ogni settimana, ogni anno, ogni età. Cercano di mettere la briglia ai pensieri e ci riescono. Pensiamo collettivamente , anche quando andiamo in direzione ostinata e contraria.
Nessuno nasce libero. Il bisogno d’essere accuditi, protetti, amati, coincide col taglio del cordone ombelicale, con lo sforzo del primo respiro, con il pianto che ne segue, con il primo freddo, con il primo sogno che s’alimenta nel mondo senza protezione.
Nessuno nasce libero e la libertà è una conquista anzitutto personale che parte dalla libertà del pensiero e si traduce nell’azione senza scopo, nell’apparentemente inutile. Ma è un atto di volontà e neppure davvero libero dal contesto. La libertà diviene un percorso e non porta la felicità, ma la serenità interiore. Ognuno disegna la sua libertà e i limiti della sua prigione e non smette mai di farlo perché la libertà è fatica prima che piacere.
Esistono tante libertà, una le comprende tutte ed è nel pensiero che si misura con il bene e naturalmente col suo opposto, il male. Scegliere il bene è un atto di libertà, non è la libertà. Le altre libertà si sono create nel tempo, alcune sono così importanti da essere condivise. Senza la libertà di parola non si potrebbero, volendo, comunicare i propri pensieri, il sentire, la propria tristezza, la percezione della bellezza. Già in famiglia non è bello tutto quello che pare tale e non si può dire tutto quello che vorremmo. Ci sono Stati, aree del mondo, religioni, regimi, società in cui si può sentire solo ciò che è permesso, si deve essenzialmente tacere oppure dire ciò che non dice nulla. Questo incide sul pensiero che ha tutte le sue potenzialità ma ci chiude in una gabbia e getta la chiave. Qui nasce il primo confronto tra la libertà personale e ciò che la impedisce, ovvero la libertà di essere ciò che si è e si potrebbe essere. Nasce un legame tra libertà individuale e collettiva perché tra le libertà che ci consentono di stare assieme, l’una non può essere senza l’altra. Eppure questa libertà di esprimere ciò che si è, non viene insegnata, così che conquistarla è una consapevolezza individuale, un confronto tra essere e dover essere che dura una vita. Ma se posso ora pormi tutti questi pensieri banali sulla libertà, se posso misurarmi con me stesso per trovare i miei soddisfacenti limiti senza invadere quelli altrui, questo non mi impedisce di essere tutto ciò che vorrei essere. Posso diventare ciò che voglio, posso scegliere tra bene e male, ma solo la libertà che mi fa crescere e non nuoce è comunicazione, carisma, vita che trova un senso libero. Se ciò accade è perché la mia libertà in divenire, limitata, faticosa e preziosa è stata fatta crescere da molti che prima di me si sono posti il tema, che hanno sviluppato una sufficiente intolleranza all’assenza di libertà, al sentirsi ingiustamente oppressi, tanto da ribellarsi insieme ad altri e ottenere spazi nuovi per tutti. Hanno superato la solitudine della libertà, tanto da renderla un problema di crescita collettiva. Le mie piccole, grandissime, libertà, la possibilità di dire di no, è dipesa in misura essenziale dalla loro ribellione.
Capisco che tutto questo oggi è lontano, che riflettere sulla libertà personale (di scelta) e comune, sembra un esercizio ozioso. In fondo ciascuno, ogni giorno, registra sconfitte e vittorie in questo campo che sembrano appartenere solo alla sua vita. Capisco anche che fatti e parole, un tempo importanti perché legati a eventi terribili, a ingiurie, sopraffazioni e conseguenti atti di viltà e coraggio inenarrabili, siano oggi svuotati del loro significato. Le parole di Calamandrei, di Primo Levi, dei tanti condannati a morte sembrano letteratura, pensieri alti, poesia, ma prive di un riscontro effettuale, di una incidenza vera sulle vite odierne. In questo iato tra esperienza e storia della libertà contemporanea vedo e sento il baratro dell’indifferenza che si consuma attorno a noi sul tema della libertà come conquista. Sento che non si è attualizzato il valore che possediamo, che non si è trasformato in ragionato patrimonio collettivo ciò che ha coinvolto allora tante donne e uomini, ma che questa spinta ideale e vitale si è consumata come fosse inesauribile e data. L’educazione ha oscillato paurosamente tra vecchie e nuove coercizioni. Ci sono stati tentativi, sogni di pochi che hanno riproposto il tema della libertà per sé e per i figli, aggregazioni educative e sociali originali, ma l’economia e la società si sono incaricate di rimettere le cose a posto , nell’ordinato vivere che è conformismo prima che necessità. È vero, oggi ci si può muovere senza troppi limiti, c’è una libertà sessuale maggiore, si può dire molto purché qualcuno ascolti, ma il processo di affrancamento è ritornato ad essere solitario e personale. Irreggimentato dall’utile, confinato nel ruolo, nell’età, nella convenienza. Se faticosamente è proseguito un cammino collettivo, con nuove parole, nuove libertà, nuove costrizioni, esse non hanno conservato quella spinta dirompente che le aveva originate e oggi non è possibile misurare quanto questo cammino sia stato guidato da altri. Quanto le libertà siano state più un potente affare economico che arricchisce pochi più che una conquista collettiva di crescita. Perché la libertà ha come correlato la critica e non si può dire che questa si sia -e si stia- sufficientemente esercitando nei confronti della società liberale. Quella che di certo non è proseguita, al di là della retorica delle celebrazioni, è stata la riflessione sulla libertà e il legame che essa ha con l’educazione che mette assieme libertà personali e collettive. Si è pensato che essere e avere fossero coincidenti nella libertà e cosi la stessa parola, in conseguenza della crescente diseguaglianza economica, si è via via svuotata di significato rivendicativo tanto che ormai il 40% dei cittadini di questo paese è disponibile a ridurre la libertà personale in cambio di beni.
Le libertà personali da conquistare sono più o meno difficili se il contesto delle libertà collettive è carente e diseguale. E ancor più se esso include l’ingiustizia nel sentire comune. Portandoci verso la sola libertà individuale, facendola coincidere con l’avere è stato ristretto e chiuso il recinto della riflessione collettiva suĺla libertà. Chi ha è libero, tutti gli altri sono costretti in piccoli spazi personali, piu o meno come nelle società autoritarie dove la possibilità di essere liberi è oggetto d’acquisto.
Nessuno nasce libero, la libertà è una conquista personale, ma il suo esercizio è una consapevole conquista collettiva.
Una goccia e la mia libertà è tale prima d’essere pioggia, fiume, lago, mare e poi ancora goccia, nell’infinito ciclo dell’essere. Sento la profonda forza che s’inerpica sulla perfezione, non mia, non nobis domine, ma di molti che diversamente cercano se stessi e ciò che non accontenta, spinge verso l’alto. Pensavo alle mie cadute, e a quanta bellezza è stata usata per fare la percezione del mondo bella come è. Diversa e intellegibile, tenera e accudente, con i doni che porta ed elargisce la bellezza è qualcosa che si è imbevuto di comprensione, di libertà di vedere oltre. La libertà è invulnerabile, ci consola e coincide con ciò che fa bene al vivere.
Ho sognato, sogno, che ogni mia parola sia muta, che coincida con la tua e ne sia contenuta mentre la contiene. Non sono come vorrei ma posso esserlo, mai compiuto, mai perfetto, sarebbe così noioso esserlo. Mi affido alla parola che smuove e contiene e se non sono come vorrei, penso che ciò che è compiuto non vive appieno senza la mia povera cura. Essere libero di coincidere con me e con te, come tu fai.
C‘è un luogo dove l’acqua trasfonde in terra, evapora in piccole, inconsistenti nubi, soffici di dolore e felicità inattesa. Sono prive di tempo perché la durata è un’offesa, e lì il vissuto, è amore
Nel mattino lasciami vedere il tempo che rallenta, del suo procedere non darci peso, solleva la tua mano che ci china il capo trasformala in carezza. Della nostra bellezza dobbiamo tener cura darle il nutrimento che ci fa felici, nelle lunghe giornate ricche di gesti nervosi. Guarda dentro e fuori di me, come chi è stanco e rischia d’affogare, trova il filo che ci tiene assieme è accaduto ogni volta che infuriava la tempesta e solo con lo sguardo di chi volge a lato, la realtà s’è scomposta in piccoli frammenti. Ognuno rifletteva il cielo o un pezzo dell’attorno: prima era occultato e ora sei tu che mi rassereni. Fa che reagisca con serenità alle cose usuali poco necessarie. A questo serve la bellezza che aiuta a capire se conta più essere belli o essere sani. E con dolcezza chiedimi, della bellezza che coltivo, quanta è mia poi per davvero.
Caro dottore, la strada dove lei ha scelto di abitare superava un fiume, che purtroppo non esiste più ma che ha accompagnato la mia fanciullezza. La strada lo superava allegra appena fuori della porta della città antica e si snodava, non proprio diritta, fino a una chiesa, che prima era un tempio romano e prima ancora chissà che altro, perché qui, come nella coscienza e nel ricordo, gli strati si sovrappongono e scavando si trova sempre qualcosa.
Questa strada congiungeva la mia città con un’altra città della decima legio imperiale, era importante anch’essa e ricca. Quindi era un luogo trafficato e fonte di scambi importanti. Sotto la sua strada, a circa 3 metri di profondità, lei potrebbe ancora trovare, perché ci sono, le grandi pietre del basolato romano, segnate dalle ruote dei carri che trasportavano persone e merci in un’ ordinata confusione che durò a lungo. Entrambe le città hanno poi contribuito non poco alla nascita di Venezia. Quando le invasioni furono troppo frequenti e cadde l’impero, le città ricche furono preda degli invasori, le popolazioni fuggirono e cercarono rifugio dove prima avevano visto paludi inospitali, mestieri poveri e difficili. La ricchezza cercò posto dov’era la miseria, perché lì si sopravviveva e si poteva ridiventare ricchi. La speranza dei ricchi è diversa da quella dei poveri, più intrisa di emozione mai rassegnata, può essere l’anticamera dell’annientamento oppure la spinta per una nuova avventura, che sarà prima solidale e poi molto egoista.
Lo sa che a un certo punto la terza città dell’impero era ridotta a 2200 abitanti? Era anche il risultato di un abbandono, perché i ricchi non solo non l’avevano difesa ma erano andati a ricostruire le loro fortune altrove, là dove i ricchi di un tempo si sentivano al sicuro. Chi invade i poveri, avranno pensato: solo chi è ancora più povero, ma i barbari non erano tali e quindi tra sabbie, canne e acqua potevano ricominciare a vivere.
Proprio davanti alla porta del suo androne, la strada fa una specie di dosso, è il punto più alto della città, non per merito di una orografia speciale, ma per l’accumularsi delle rovine dei palazzi e delle ville distrutte nei secoli che hanno alzato il profilo del terreno, in questo e in altri luoghi. Volevo attirare la sua attenzione sulla strada dove lei vive e sui simboli che la circondano: una porta, un corso d’acqua, ora interrato, un ponte a tre arcate che si vede solo da cantine inaccessibili, una chiesa romanica-bizantina in fondo alla strada, un sottostante tempio. La strada ha anche ora molti palazzi antichi che la fiancheggiano, alti portici e una piazzetta dall’etimo incerto, dove forse c’era una casa di briganti rasa al suolo. Sostanzialmente è una via che finirebbe in un tempio o in un vicolo cieco, anche se poi non è così, e come accade molto spesso nella ricerca della propria verità, del proprio equilibrio si finisce in una fede oppure in un vicolo senza uscita. L’essere bastevoli a se stessi implica comunque un modo di vivere e delle soluzioni, e quasi mai queste comportano l’assenza di dubbio o la felicità. Ho pensato più volte che questi luoghi in cui sono cresciuto, erano la metafora del pensiero che non si libera, che soffre, che chiede aiuto per uscire e pone il problema o alla divinità oppure alla sua capacità di andare oltre. Aggiungo che gran parte dei motivi che mi spingevano da lei, si erano svolti nelle strade che sono attorno al suo studio e che di questi luoghi ho la conoscenza incarnata che derivava dall’averli vissuti nel loro disfarsi e rifarsi, moderni e peggiori, per non piccola parte. Percorrevo quelle vie, da solo o in compagnia, ma più spesso in dialogo con me stesso, e raggiungevo luoghi dove avrei trovato il gioco. Cos’è il gioco se non l’esercizio di ciò che non c’è, la trasformazione del reale in finzione altrettanto reale di un mondo in cui essere protagonisti e compartecipi? Questo era il credo comune delle nostre bande di ragazzini, il modo in cui vedevamo il lecito e il proibito, il luogo mentale dove ogni cosa veniva collocata, il tempo modificato, la colpa trasfusa in trasgressione e poi di nuovo in colpa. Alla sera eravamo stanchi, sudati e felici, incapaci di vedere i pericoli corsi, ma anche consci di una protezione, nel mio caso mia nonna, che ci era discreta e vicina. Come un amore di cui non serve la prova perché è così certo e incarnato che ha in sé la durata illimitata. Allora, in queste strade in cui risi molto, fui allegro e qualche volta piansi, si formarono equilibri che nel tempo assunsero altri nomi. La porta mi portava fuori dalla città difesa dal canale e dalle mura, la strada verso un luogo in cui lo spirito doveva trovare equilibrio e quiete. Poi c’era stata la vita in mezzo, ricca di timidezze, paure, amore, doveri, responsabilità, felicità improvvise e non ripetibili. Cos’è la vita quieta che ho sognato a lungo, dottore, se non una tregua che preparasse a correggere la rotta e trovasse la felicità oltre la quiete? Potrebbe essere il titolo di un libro, sulla ricerca della saggezza che può essere la coscienza progressiva della propria impotenza fisica o una stanchezza che viene da lontano ed è fatta di pochi nodi irrisolti che ancora attendono di poter essere trasformati in quel motore che spinge la vita, genera entusiasmi e fa dormire tranquilli. Quando sono venuto da lei pensavo di volere l’ordine e invece cercavo l’innocenza, come se le cose fossero identiche e si sovrapponessero scambiandosi i ruoli nella vita che ha un fine, che costruisce, che vuol lasciare traccia. Esattamente come quelle ruote cerchiate di ferro che segnavano il basolato nel profondo oppure nello svolazzare dei mantelli di feltro pesante che disegnavano la velocità dei pensieri verso un fine già maturato. Credo che molto più umilmente il mio fine aveva iniziato a farsi in quelle strade ed era uno scopo, non un fine. Proprio come lo è ora. La ricerca di quello scopo e se esso fosse possibile in un equilibrio spesso sereno e a volte felice, era il motivo per cui mi stendevo sul divano e cominciavo a parlare o tacevo. Ma sempre qualcosa sfugge e il senso non si compie, le racconterò allora, ma non subito perché le cose con me funzionarono o fallirono a loro modo.