il parente

Era fuori luogo vantarsi dei figli, o degli altri parenti prossimi, la discrezione e il tener serrato l’orgoglio faceva parte dell’educazione. Era un eccesso, i figli crescevano con l’idea che nulla o quasi fosse sufficiente, che ci fosse sempre un obbiettivo più in alto da raggiungere, che la considerazione delle madri e dei padri fosse surrogata dall’amore, quello magari non mancava, ma i risultati erano altra cosa. Quindi mai fermarsi, mai essere contenti, cercare di eccellere, poi dipendeva dalla riottosità di ciascuno, dall’indole, come si diceva allora. E quella, l’indole, a ceffoni o altre punizioni, si correggeva. Era troppo, ma non guastava quella discrezione che teneva nel circolo delle parentele e degli amici l’evidenziare i meriti, con qualche mezza parola, qualche apprezzamento. L’ostentazione era espressione di volgarità. A questo sfuggiva il parente, da citare come esempio, e a seconda di chi comandava c’era sempre un congiunto, più o meno lontano, da ascrivere alla parte in auge nel comando. I nonni e i padri socialisti, furoreggiavano, anche i liberali, però vecchio stampo si sottolineava, non mancavano. Una curiosa prevalenza di ascendenze che, vista la frequenza, di certo avrebbe dato a queste formazioni politiche la maggioranza del paese, ma visto che non era stato così, forse tutti questi padri pensavano ad altro, Più occulti, c’erano quelli che, nel cuore, erano sempre stati da quella parte, non importava quale, ma da quella parte, quella dell’interlocutore, ed era quella che li aveva sempre guidati. Anche nel segreto dell’urna, certo. Misteriosamente assenti, o espunti, i fascisti. Strano per un paese che nel 1940 aveva 75.000 antifascisti censiti dall’Ovra e il resto? Probabilmente allora, come adesso, l’antipolitica e l’indifferenza erano la vera maggioraanza del Paese. Ma di queste cose si parlava poco, casomai c’era la piazza per manifestare la curiosità e la presenza politica, a volte il bar, l’osteria, le case erano più riservate.

Sui successi familiari prossimi, c’era il riserbo, anche la scuola veniva derubricata nel: va bene, è stato promosso. Le bocciature erano un’onta, non un’occasione per capire di più, quel figlio riottoso. Era importante non mostrarsi troppo e il non vantarsi, era un bel tratto di non chalance, di stile. Forse per questa educazione, anche adesso, mi disturba il parente esibito, l’ostentazione che spesso dietro l’ illustre, riscatta i tentativi maldestri d’essere poco riusciti. In fondo è facile trovare schermi esterni e senza scavare troppo, tutti abbiamo di chi gloriarci gratis, anche se trovare chi ha fatto del bello, oltreché del buono, magari, è più difficile. Basta? Noi, di quali glorie discutiamo con noi stessi, cosa vorremmo davvero esibire? Nell’epoca dell’autostima, delle prestazioni incrementanti, vendersi bene fa parte della considerazione di sé, ed invece l’intraprendere silenzioso è messo in disparte. Sarebbe bello dire pianamente ciò che si è, non richiamare alle armi i parenti che hanno fatto quello che noi volevamo fare, mostrare la fatica, le mani, i sogni sognati e affermare sollevati: ci provo, vivo, a volte m’è piaciuto.

la prigionia del necessario

Il ragionare, la razionalizzazione serve a dar conto della propria prigionia nel necessario. L’obbligo che, per essere trangugiabile, dev’essere ricondotto alla volontà. Farsene una ragione, in fondo è questo il procedere comune, e per quanto raffinato è il ragionamento, nel dialogo tra sé, alla fine ci si convince, perché questo era il fine. Non potrebbe essere altrimenti, perché  si dovrebbe rinunciare alla vita di relazione, agli affetti, alla convenienza. Nell’epoca della libertà virtuale, la convenienza ha un cattivo nome, sembra una parte poco generosa delle persone, la si apparenta al calcolo. La generosità in questo mondo, è apparente per gran parte dei casi, dei momenti, delle persone e quasi sempre soddisfa un bisogno. E’ una virtù domestica, la generosità, da associare all’amore, all’affetto, al bene e quando esce dalle mura domestiche, assume una dimensione sociale, supera l’individuo e la sua sfera, diviene eroica. Abbiamo bisogno d’eroi oppure queste modalità d’essere, queste sovrastrutture, poco ci riguardano, quando la vita di tutti i giorni è la gestione della libertà che ci è stata data ed è difficile da esercitare? E’ l’era delle libertà virtuali, che ci consegna al malessere del compromesso tra la possibilità e la realtà, ed è di questo che ogni giorno bisogna farsene una ragione. Ma andando alla radice del luciferino che conteniamo, anche la libertà è un bisogno di perfezione ed invece, noi viviamo nell’universo del relativo, poggiamo i piedi nella perfezione dei teoremi, delle leggi fisiche e dobbiamo muoverci con la forza del pressapoco. Bisogna farsene una ragione, sentire la limitatezza come possibilità, alterare le regole del gioco e pensare che se il mondo è solido noi fluttiamo su esso, che se la società, i vincoli economici, i modi di vivere sono gabbie possiamo uscirne e rientrarne per convenienza. Esplorare il profondo vuol dire essere adeguati a sé e non al mondo mutato, farsi affascinare dalla profondità del mare che conteniamo, è una cosa irragionevole e difficile, non c’è forse, una parte di noi che ci è stata insegnata con cura che ci dice che è meglio governare la ragione, perché la ragione aiuta a procedere? E se ad una ragione ne segue un’altra, poi un’altra e ancora, in una sequela infinita di ragioni e compromessi, non è poco male se esploriamo meno il mare e riusciamo a gestire desideri, irragionevolezze, pulsioni, stanchezze, gioie e disperazioni?

In questa funzione, il prete della ragione, la società, rassicura ed assolve, mentre lo strascico del difficile equilibrio della convenienza lo segue. 

A noi che come pesci ci immergiamo, saltiamo, ci ri immergiamo, perché la vita, lo sappiamo, è lì nel profondo, non nel guizzare d’acquario, resta l’irrequietezza e la necessità del farsene una ragione.

Quasi sempre, a volte si deroga e si respira.

praticare la sineddoche

Luna velata. Su cielo di nubi lunghe, chiarore spampanato nell’ azzurro grigio delle sere di questa stagione. E’ colore che porta verso nord, assieme al freddo che avvolge senza mordere; per le donne, è sera da scialle, per gli uomini, basta una giacca spavalda, da rinchiudere senza dar vedere. Ci son già primi profumi leggeri, quelli che penso d’aria, scivolati per leggerezza e fiducia verso ciò che arriva. Profumi ben distinti dagli olii estivi onusti di giorni di sole e di sete, essenze, questi, da pelle.  Da passare con un dito, per una scrittura o una carezza. E così s’accarezzano le aromatiche che subito, paurose o grate, alzano un velo che avvolge la mano e basta odorarne il palmo per sentire la terra, e la vita che, loro attraverso, sale.

Saltando dal generale al particolare, perdo ciò che sta a mezzo, me ne rendo conto, mi perdo e perdo. Forse è abitudine, ma gran parte del reale viene automatico e non si nota. Forse. Direbbe un’ amica appassionata della terra che questi sono lussi da perditempo, ma quante cose si perdono nella velocità, mentre dai parabrezza (c’è sempre un riparo per gli occhi quando si corre), si vedono cose ferme, prospettive limitate e se anche, quando si traghetta o naviga (è una metafora), s’ attende più l’approdo che la dimensione enorme del mare.

E così mi perdo il senso del correre, il mondo di medietà con le sue verità e trasgressioni, quasi un obbligo per la colonna vertebrale, ché guardare troppo in su, oppure troppo da vicino, la vista, la schiena e il cervello, ne soffrono. Si può soffrire di particolare nel cercare le assonanze o di sguardo ampio per collocarsi nell’universo? Si, ma ancora una volta è un equilibrio da costruire e mantenere, giorno dopo giorno. Non si può vivere d’eccezione. A dispetto di Ulrich, l’uomo senza qualità, che vorrebbe vivere senza le pause del consueto, e, di converso, neppure come in un film giapponese di molti anni fa, che durava 24 ore. Antesignano della cam da voyeur, e del grande fratello, ma senza copione e novità obbligate, mostrava la vita nella sua nudità, dove anche la passione è pretesto, e si svolge tra ripetizioni: sonno, risveglio, necessità, cibo, relazioni, assenza, noia, presenza. Tutto in rapporto 1:1. Una noia mortale, ma anche un’ alternativa, perché, volendo, assieme al protagonista, si poteva dormire durante il film, pranzare con lui, sovrapporre le vite, e vedendosi dallo schermo rendersi conto di come si è davvero: medi e ripetitivi. Ma la medietà dobbiamo al più accettarla, mica per forza ci deve piacere.

Alternativa è praticare la sineddoche, con le storie che estrapolano particolari, li collocano in un generale condiviso, mai troppo ampio, e dove la stessa eccezione dev’essere tale, non normalità, e la vita raccontata, a sé, prima che ad altri, liason tra particolare e generale. Medietà che ci tiene assieme agli altri, ci fa condividere, argine all’ovvio e, al tempo stesso, porta aperta per la diversità, contro ciò che, visto realmente com’è, diverrebbe orribile noia ed irraccontabile vita. Solo quando alziamo lo sguardo ed abbracciamo il cielo e la luna, solo quando ficchiamo dentro gli occhi, quanto più mare o bosco, o roccia, o strade e case si riescono a vedere, solo quando dei libri vediamo i dorsi, ma ne sentiamo il contenuto premere verso di noi, solo in questi momenti quella meraviglia che ci fa fermare davanti all’inconosciuto diviene noi e perdiamo la medietà e dirlo ci è difficile, per la paura di essere presi per visionari, illusi, folli.

i danni dell’inverno

Ho portato fuori le piante dal riparo invernale, il limone sta fiorendo. Nella terrazzetta il rosmarino non ha retto al vento e al gelo. E’ seccato con i fiori, dell’illusione tiepida di gennaio, ancora appesi.

Difficile non pensare ad altro. Alla caparbietà che ci differenzia oltre, alla necessità di capire ciò che si è, alla resa di fronte all’ineluttabile, all’ingiustizia immane che prima illude e poi consegna al nulla.

Ieri, nel lungo viaggio di ritorno, e nella stanchezza di giornate troppo piene, pensavo al tempo lungo delle piante, all’immoto che si protende verso l’alto, al ricordo delle primavere che diventa sostanza, legno che si stratifica e sorregge. Delle tante parole-scorza che gettiamo, risonanti, su tavoli di contesa, d’amore o d’indifferenza, restano quelle che mordono o leniscono, e si aprono, in un infinito dialogo tra noi, su ciò che siamo e saremmo. E gli occhi che si riempiono di colore tra il grigio, sono racconto, finalmente, lungo di tempo. 

Oltre la primavera, nella primavera.

l’esercizio della memoria

Fuorviante. Il titolo può riportare a seiconsiglisei sull’esercizio del ricordare ad uso di studenti, manager, enigmisti, perditempo, ecc., ma oggi nell’era delle memorie a 80 euro il terabyte perché ricordare? Qualcuno uniforma la memoria, la formatta, la infarcisce di fotografie che saranno viste, al più, una volta, inserisce citazioni, testi che non si apriranno mai perché pensati in un’epoca in cui esisteva la memoria umana ed ora distorti nel mezzo che non creerà mai la voglia di consultarli. Solo le parole crociate a schema libero ci salvano, con il loro concludersi in un tempo accettabile e con il test di memoria (?) anti Alzheimer, sotteso, che fornisce una moderata considerazione di sé. Per poco, ma tanto basta, fino al prossimo: dovevo dirti una cosa, aspetta non me la ricordo, ma viene. 

Non sono un buon fruitore di manuali, di nessun manuale, i manuali non incuriosiscono, fanno il loro onesto mestiere di accumulo di notizie, però, come per tutti, anche per me, l’età dei manuali c’è stata, e in parte c’è ancora. Allora dovevo cercare un manuale che aiutasse a leggere il manuale: tecniche di lettura rapida ad uso dei politici, uomini d’affari, studenti, insegnanti, lettori di frodo. La rapida lettura del manuale, in oggetto, rivelava, allora che il computer non c’era ed era, casomai, un fantasmagorico insieme di lucine, odori, rumori (ebbene sì, ho lavorato per molti anni in informatica, alcuni -pochi per fortuna- addirittura con il sacrale camice bianco), che quello che abitualmente facevo, e ancora faccio, ovvero leggere in piedi in libreria, faceva restare in testa pezzi di libro. E con alcuni pezzi di libro, se ne possedeva il senso, e ciò valeva per un documento, per un romanzo, per un saggio. Per un manuale no, ma questo lo scrivevano a fine libro, ed era una fregatura. Lì era questione di fortuna (o di culo come si diceva allora, quando, oscuramente, l’uso della parte anatomica veniva connesso all’evento positivo e fortuito) e se l’esame o quant’altro, veniva superato era più per il metodo Churchill ( si raccontava che il nostro grande statista, nonché duca di Marlborough, e qui l’affinità fonetica con le sigarette rendeva simpatica una figura, altrimenti molto controversa, avesse studiato un solo capitolo la notte prima dell’esame, ignorando tutto il resto e considerando che la bella vita fatta fino a quel momento, era comunque stata ben spesa, ed il giorno successivo, proprio su quel capitolo si fosse svolta l’interrogazione, promuovendo lui e il caso ad alti destini), che per l’abilità nel leggere a salti. Ma tutto ciò, sublimato nella mistura di brivido e incoscienza  che portava ad affrontare prove (trascinando nel retrobottega pesantissime catene di colpe e propositi a scadenza rapida: non s’era fatto un cazzo per troppo tempo), dalle quali, quando si riusciva ad emergere moderatamente vittoriosi, era la prova provata che quel contenitore, definito sterile, svagato, incostante, fannullone, roccioso, inconcludente e svogliato, dagli insegnanti, per qualche oscura proprietà propria aveva sviluppato una singolare attitudine al ricordo dell’inutile, del superfluo, dello scoordinato. Come vi fosse stata una formattazione dei neuroni che li portasse ad occuparsi di ricordare pezzi di divina commedia, uno dei principi della termodinamica, Carducci e Ungaretti, gli stati oscillatori dell’elettrone, qualche soluzione stechiometrica ai problemi di scambio ionico, un paio di leggi di ottica, molto Bulgakov, Hemingway sparso, Calvino e Montale, i simbolisti russi, ecc. ecc. 

Avevano ragione, gli insegnanti, e quindi volendo riassumere, della scienza e letteratura restava solo l’esercizio della memoria associando l’odor di caffelatte con il ripasso dell’ultima poesia di Carducci, le paure delle notti prima degli esami senza le piacevolezze del film, ma anche quell’informe gomitolo di cose variegate e simpatiche che erano niente e tutto. Niente agli altri e tutto quello che si aveva per sé. Sarà pur valso a qualcosa il leggere vorace e senza sistematicità dalla fantascienza alla scienza, transitando per la letteratura, e se alla fine si   era ottenuto il risultato del ricordare per sé, non per altri che esigevano ordine, sistematicità, senso comune. Ecco, miei cari, di tutto questo procedere per salti, delle dimostrazioni di ricordo-random, cosa resta oggi che posso ordinare sul mio hard disk esterno pezzi di vita formattati? Moltissimo, se rifiuto che quello che è al massimo un mezzo affascinante (molto meno di un mezzo, il notes dello snobbettino, conterrà cose che nessun computer riuscirà mai a riprodurre), ma poco funzionale alla capacità di ricordare per il sé in evoluzione, essendo al più sostitutivo: io ricordo quello che tu ricordi di me, che ti ho detto di ricordare cristallizzando un momento in cui mi pareva che l’universo fosse quell’insieme di ordine e in realtà parlavo di un pomeriggio di felicità o da cani. E’ evidente che attraverso questi ricordi, si tornerebbe all’ipse dixit, ad un momento perenne che esclude uno dei grandi fasti fascinosi della memoria, ovvero la riemersione del ricordo, ed anche quell’esercizio del ricordare che non inficia il presente, ma anzi lo modella e lo porta a muoversi. Quando mai una poesia o un teorema che ci torna in mente ed alla fine rivela la solarità della dimostrazione, hanno mai prodotto cristallizzazione nel percepire, nel movimento, nel vivere? In questo l’esercizio della memoria utile a sé, prescinde dall’offerta scontata del grande magazzino, riporta nella lettura rubata in piedi, alla consuetudine di rileggere per mantenere a mente una folgorante sequenza di parole ed immagini, al guardare con sei sensi a disposizione un luogo, un evento e al fissarlo in mente prima che con la macchina fotografica, a volte addirittura rinunciando al pezzo di bravura, per non confondere l’esperienza con l’immagine. Sconclude in quel rimescolare, accettabile se non viene detto, di pensieri, ricordi, spinte, voglia di fare e d’essere e fornisce quell’unicum che siamo. Non la memoria esterna e i diari, ma l’esercizio della memoria come fatto costruente, personale ed utile solo a sé. Come questo scrivere che altri fini non ha se non seguire il sollecitare d’un pensiero che, volutamente, non sistematizza in quando perderebbe fascino, soavità, fragranza di nuovo. E’ un esercizio inutile come una carezza e rassicurante come una carezza: si è sbagliato tutto, quello che sembrava contare, per fortuna è rimasto l’amore. 

opacità

Per un processo misterioso alcune parole assumono, in alcuni momenti, una rilevanza inconsueta e diventano di moda. Opacità è una di queste e mentre prende il centro della scena, annebbia la sostanza delle cose. Se ci sono dubbi sui conti, ci sono opacità, un tempo c’erano sospetti. Se il rapporto tra due persone è diverso da quello che una racconta, ci sono opacità, ma in realtà si nasconde qualcosa. Come se si potesse rubare senza rubare, tradire senza tradire, insomma che siano ladri o corna adesso è l’opacità che avvolge la realtà.  Opacità è ciò che non posso vedere, se non come ombra, o che non voglio vedere perché l’ombra mi tranquillizza. Quindi l’opacità è una scelta consapevole,  perché non si ha voglia di veder chiaro,  sperando che non ci sia nulla oltre l’evidenza e perciò il rifiuto di governare la nuova realtà.

L’opacità riserviamola alle meduse, che se per caso toccano fanno male.

p.s. ho trovato il termine oltre che nella vicenda del Senatore Lusi, anche in un articolo di economia, di Deaglio, su La stampa, e nel discorso, condito di allusioni, tra due coppie al bar. Adesso mi aspetto che non mi si deluda e che per un paio di mesi ci sia il tormentone dell’opacità a piè sospinto.

l’avvocato

Mi parlava del seno arrogante, della bellezza della sua amante, l’avvocato. Rideva, e gli occhi si inumidivano, commossi dall’attesa ricca di certezze. Con lo stesso gesto da difesa d’infamoni, ben usato in tribunale, insinuava il dubbio. Tanto convincente da sapere che non l’età, era più vecchio di me, ma il ruolo giocava molto in questo rapporto che a lui restituiva  anni e a lei, interesse. Lo diceva, con le giuste sospensioni, quel confidenziale da giuria, fascinoso e ironico. Forse lo stesso che usava con lei e con chissà quanti ancora. Mi aveva spiegato che no, non fingeva in tribunale. Si convinceva prima della giuria e poi si lasciava andare nel mestiere. Gli veniva naturale anche fuori, come se nel tribunale della vita fosse possibile ottenere un’assoluzione per insufficienza di prove, oppure la non condanna per incapacità mentale di capire. Mi parlava del bisogno di sicurezza, di certezze che intaccano la realtà, le “prove”, del fatto che siamo uomini che parlano ad uomini. Questa del sesso era una sicurezza, una serratura per la sua vita, una conferma. Banale, vero? Me lo diceva conscio che in certi casi sappiamo tutto, come in tribunale, e che la parola attenua una sofferenza, rende leggera una consapevolezza, ma non la toglie, la accantona appena, cercando di rendere compatibile una realtà con l’uomo.   

In realtà era come per l’attore, che vive molte vite che hanno una durata limitata, ma poi la propria la deve riconoscere.

Disse così, e mi riparlò dell’amante.

chi non paga?

Per dare un giudizio sulla manovra del governo, è poco interessante sapere chi paga, è invece, molto più illuminante capire chi non paga.

Essenzialmente non paga chi ha creato il problema, gli stessi che rivendicano, coattivamente, il principio solidaristico, ovvero dicono che tutti siamo sulla stessa barca, anche se non sulla stessa classe di viaggio.

Faccio alcuni esempi: non paga chi vende in nero. Non pagano gli evasori totali e parziali. Non pagano quelli che hanno violato le quote latte per anni, sapendo che facevano un illecito. Non pagano i ricchi, gli straricchi, generalmente il 10% della popolazione che ha in mano il 50% della ricchezza del paese. Non paga la chiesa sugli immobili adibiti ad attività commerciali. Non pagano i privilegiati, i nominati, i reggicoda, i faccendieri della politica. Non pagano gli occupanti abusivi del paese, quelli che hanno residenza altrove e rendite in Italia. Non paga chi ha sprecato, tangentato, costituito fondi neri, corrotto e neppure paga chi ha ricevuto, alterato, occultato, eluso. Non paga chi si è arricchito nel paese di bengodi senza alcun merito. Non pagano i grandi patrimoni, le banche che hanno lucrato, i detentori di monopoli. 

Sono solo esempi, voi cercate i vostri, però soprattutto non paga chi ha incarnato la politica, principale responsabile della guida della nave.

Pagano gli elettori che avevano creduto, pagano anche quelli che non hanno mai creduto, pagano i giovani e i vecchi, pagano le donne che a 60 anni si troveranno con meno forze a gestire due lavori, pagano le categorie di lavoratori che dopo 40 anni di lavoro non ce la fanno più, insomma paga la terza classe, che pure aveva già pagato il biglietto e che adesso si sente dire che ci sono gli iceberg, che il mare è infido, che dio è morto, che il capitano non si sente bene e che è meglio mettere il pilota automatico.

Domani vi dirò che l’Italia siamo noi, oggi no, almeno 24 ore per imparare a nuotare.

tra fiaschi e cucine

Ci sono persone che mi ricordano le cucine delle case dei divi. Enormi e perfette, immacolate e ripetitive, con i frigoriferi vuoti oppure pieni di liquore. Mono tematiche: la cucina è cucina, non c’entra con il cibo, mica come noi che frequentiamo taleggio, stracchino, vini rossi e pollastri.

Di una persona cerco il fiasco e il suo contenuto, come quand’ero piccolo e lo vedevo sopra la tavola, col suo anello d’olio per proteggerlo. E mi pareva una cosa da grandi, ma con lo zucchero, buonissima. Cerco il genuino protetto e non il finto. Gli assaggiatori sono persone a servizio di qualcuno: la peggior cosa che mi passa per la testa nei rapporti umani. Proseguendo di metafora (Per cortesia non guardate il dito) c’è una differenza sostanziale tra un bevitore, il vino che beve e gli effetti che ha. Il bevitore ama il vino e i suoi effetti, il vino dev’essere buono, ma al servizio dell’effetto. Diverso il compito del gourmet o del sommelier, per lui il vino è un fatto estetico, da valutare prima degli effetti, con il piacere che si ferma alle papille gustative ed olfattive, poi si può sputare. C’è una circolarità in questo ragionare, e torno alla cucina, il bello è utile, oppure il bello sussiste nel contesto, nella mano, nella bocca che lo assaggia? Tralascio la terza ipotesi, quella più suggestiva ed ardua, ovvero della sussistenza del bello fuori dall’esperienza, cosa vera e poco utile agli umani. Dovendo scegliere, propendo per la seconda ipotesi, anche se della prima non se ne potrebbe fare senza: meglio se il bello diviene contenuto anziché suggestione di superficie.  Il movimento per la liberazione della mia cantina, ieri sera ha dato fondo ad un Margaux, gran crù classé, Chateau Rausan-Segla, 1993, ad un amarone Recchia, 2003, ad uno champagne Gaston Chiquet, gran crù, blanc de blancs d’Ay, 2000.  Considerati gli anni, e non potendo verificare lo stesso contenuto in contesti di tempo diversi,  tutti noi, amanti del bello eravamo consci del pericolo della suggestione di superficie, ma è prevalso il buono e l’utile. L’assoluto è altrove. 

E non è così anche per gli uomini? Noi ci verifichiamo come siamo ora, nel bello di adesso, che non è un bello residuo, ma il bello possibile ed utile.

Antica questione sollevata con un cucchiaio di legno di fico. Non basta essere belli, a volte non basta neppure essere utili, meglio entrambi, è essere stronzi che non si perdona mai.

tauromachia

Governare la volontà e far emergere la propria vocazione, conservare ciò che è utile per sé e per gli altri, ma solo se valgono entrambe le cose. La vocazione, ovvero ciò che potremmo essere, emerge come stimolo, possibilità o gioia se la si riconosce ed accoglie. Questa e’ la mia esperienza, i sogni sono nella normalità anormale che vivo, ed emergono le cose senza valore economico, quelle più gratuite, che da ragazzo erano quasi da nascondere come passioncelle, stranezze di una persona che cresceva e si ribellava come poteva. Nell’analisi degli  insuccessi si impara molto, soprattutto la propria capacita di comprendere quanto sta attorno. Quello che ci sembra banale o vecchio in realtà diventa il muro dei si contro cui ci si schianterà. Adesso nel mio progressivo acquisire tempo, il piacere e’ mescolato al dovere, la disciplina alla gioia di ciò che conta. E’ una presa di possesso di me, non di una parte di me.  Ci sono parole che tolgo con cura, sensazioni prive di senso e di non sentire, non voglio che si faccia strada il: è già natale, è passato un anno, sembra ieri, ma cos’è accaduto?  

Non covare gli anni, che mai come ora mi sembrano tanti e pieni, con il torvo furore, o con i desideri che spadroneggiano l’attimo fuggente. Per tornare alle passioni, governo, rifiuto, dono. Alle mie regole.