Ricomporre, ripeto la parola ad alta voce, ascolto il significato e il suono che è gia il mastice che rovescia la sindrome di Pandora.
Quanto è stato mobilitato in noi, per rompere un vaso stretto al suo contenuto e quanti equilibri sono, inopinatamente, finiti nella fornace dell’esperienza?
Nulla s’aggiusta e ritrova senso se non attraverso il ricomporre. Lo conosce il kintsugi nel saldare in oro le fratture, trae da esse la pazienza e la rilettura di ciò che s’è appreso e disperso.
Abbiamo dovuto rinunciare al presumere, scelta non difficile se non si vive nel posto sbagliato, ma è rimasto l’intuito, a volte delicato come piuma d’angelo, altre volte lama che s’affila.
Ricomporre però è la conquista dell’interezza, della comprensione piena, non dell’apparenza o di un’età dell’oro mai esistita, rimette assieme i pezzi che erano stati dispersi, ceduti ad altri, dimenticati.
Ricomporre. Vedo un tavolo, di quelli da lavoro. Solido, grande, ed affidabile, allineo i pezzi che man mano si ritrovano e cominciano a dare idea dell’insieme.
C’è una sensazione bella quella del prendere in mano il pezzo giusto, del saggiare gli incastri, sentire la solidità del combaciare, chiedersi dove sia finito quello che manca e ricordare. C’è una fisicità nel ricomporre interiore, il senso che glorifica tutti gli altri sensi, che accarezza con i palmi le rotondità ritrovate e quelle nuove che si sono formate con l’esperienza.
Ricomporre l’esperienza ritrovandone la dolcezza. Messe da parte velocità e consumo, per essere di più, bisogna provare con la libertà della lentezza, con l’auto ironia, il senso del limite, la gioia della leggerezza.
Non manca nulla e il lavoro procede, qui un pensiero, lì un ricordo, qua un desiderio, ancora una pulsione che aveva spinto ad essere, fare, osare e che ora diventa legante per altro.
Ricomporre come opera alchemica che oltrepassa il tangibile e modifica chi la compie.
Ricomporre per arare, seminare, e raccogliere con rispetto, equilibrio, gioia d’essere che si prolunga.
Nella sera la pace è un uccello che s’ammanta di rosso e di grigio, e pesca nell’acqua, per suo conto cenando, S’offende del mutare nell’aria, mi guarda, disapprova il mio essere altrove, le ali allarga, abbraccia nel bianco Il colore nel volo. Poco s’agita attorno, appena un sussurro, l’aria è il ferro e l’argento che cuce un tappeto alla sera. Lontano. Tace il piccolo bosco, nasconde ricci e nidi affollati, e mentre l’ombra divora gli arbusti, l’oro dei pioppi conversa col sole.
Gli anni perduti, sono quelli che sembrano mancare alla memoria, ma non lo sono per davvero perché inattesi, torneranno. Anni perduti sono quelli ben presenti, fatti di chiusure, conclusioni senza concludere, acquisizioni sospese, addii senza motivo.
Anni perduti sono quelli scialacquati nel dover essere, nelle prigionie di mode e di buoni sensi. Anni perduti sono tutti quelli che non hanno cambiato dentro, che non hanno camminato, che non si sono rincorsi nelle passioni, che sono diventati sabbia senza essere pietra.
Le sedute di analisi disseminate nella coscienza, semi che fruttificano per loro conto, maleducati ricordi che non leggono l’identità, fatiche difficili senza produrre svolte apparenti, sono anni perduti?
E aver ben presente come ci si lascia in una stazione, un po’ travolti dalla disperazione del rivedersi non quando si vorrebbe, ma seguendo la necessità, l’evocare nella mente ogni amicizia che si credeva vera e si è lasciata impallidire e svanire, sono anni perduti?
Le parole di Osip Mandel’stam in Tristia hanno l’odore del fuoco dei bivacchi, il freddo della notte che si insinua nelle parole e la definitività degli addii con l’amore vivo che ferisce e sutura, senz’altro pensante o di mano leggera nella vita. Oggi è meglio di allora, eppure questo addensare di sentire senza orizzonte certifica gli anni come necessari, importanti, definitivi, mai perduti. Quindi anche dove il cielo si rovescia nell’alba, la disperazione diviene dolore e partenza, nulla pensa che tutto sia stato inutile. L’analisi dovrebbe essere così definitiva e profonda da essere un eterno addio che apre nel sentire diverso il mondo e al tempo stesso tiene ben fermo ciò che si è stati davvero, perché quello stare si ripeterà come ogni verità.
Cosa c’entra l’analisi con gli anni perduti lo si trova nella sua necessità di veder dietro l’apparenza, nel cogliere noi nel pensiero e gesto solo a noi noto, ma in quegli anni del disvelamento, noi dove eravamo?
Presso il limite della terra fu come un’acqua che imbeve
e mentre l’attenzione scivolava a ciò che in fretta asciuga,
un appoggio si scioglieva,
veniva preso, portato altrove
e così divenne malfermo lo stare
e difficile andarsene.
Accadono cose terribili, disdicevoli anche per i ben pensanti, si disfa la materia di cui è costituito il comune sentire che ci sia una specie, una sua conservazione, un futuro che si poggia sul presente. Cos’è il presente se non è paziente costruzione, il capire dove sta l’errore, non ripeterlo, ripartire, collocare il piccolo, ma grande, contributo che definisce le vite come accesso alla contentezza di essere. Tracciare un confine tra possibile e impossibile, star bene e star male, momento e continuità, desiderio e felicità. Tutto questo è rimesso in discussione perché c’è un filo ma non si vede più dove esso finisca. Cade il principio di precauzione, l’intuito non sorregge e si dimostra fallace perché a cosa non consegue cosa se è l’abisso che si apre. Cave, cave, attenzione, attenzione, dicevano i latini e già poteva arrivare il morso se l’intelligenza non sorreggeva, non diventava modo di tenere la distanza
Noi leggiamo, leggiamo, leggiamo. Viviamo il presente come annuncio di bellezza, ma poco ci curiamo di essere costruttori di progetti comuni. Abbiamo opinioni, convinzioni, principii, tutto importante e personale, cercando il bandolo mentre non si vede la matassa, così il proporre torna a noi, ai principii e alle convinzioni su cui si è costruita la vita. Magari saranno utopie, pezzi di sogno che diventano materia, eppure in questa realtà guasta sono piccole barche su cui è ancora possibile navigare. Ora le domande si affollerebbero e una sola le riassume: basta tutto ciò oppure ciò che è semplice diviene conquista per avere una possibilità di esistere?
L’aria dell’autunno è ancora dolce. Ieri sera s’ infilava sotto i portici della città semi vuota per il ponte. In piazza delle erbe, le bancarelle dei pakistani vendevano frutta, verdura e sorrisi. Ormai resistono solo loro alla fatica d’essere in piedi dalle 4 del mattino sino a notte. In piazza della frutta, si alzavano i fumi delle castagne cotte tra il profumo dei funghi, della frutta secca, delle spezie. I bambini, affascinati dal volare delle faville, quando si alzava la grande padella dal fuoco erano parte di un rito del passato che tutti abbiamo vissuto, e distoglievano gli occhi dal video gioco o dal telefonino.
L’aria era così ricca di profumi, di colori accesi e sapori, che l’inverno sembrava lontano e non faceva presagire la pioggia di stasera. Sotto i portici del ghetto e del prato, c’erano i bar con tavolini all’aperto pieni di ragazzi, e sul liston e tra le piazze si celebravano i riti vecchi e nuovi dello spritz, della vasca (ovvero del percorrere ininterrottamente il percorso dell’appuntamento serale), del parlare di tutto e di nulla fino a notte, con un bicchiere in mano.
Anche con la pioggia è bella la città in autunno, tra qualche giorno le prime nebbie veleranno il prato della valle, ma basterà alzare gli occhi e le stelle e la luna saranno al loro posto, limpide. Ormai le nebbie dense della mia infanzia, sono un’eccezione; merito del riscaldamento delle case, dicono. O forse di quello globale perché dai colli, la città sembra avere un cuscino di calore sulla testa fatto di vapori e luci gialle, non rimedia all’artrosi di una vecchietta accogliente, con qualche acciacco, ma ha ancora il fascino immutato di quando ci pareva giovane nei suoi mille e mille anni. Però anche adesso riesce a stupirmi, a mostrarmi una strada mai percorsa, un giardino dentro un vicolo, il ricordo d’un accadimento su una lapide che riporta a fasti antichi.
Qui l’autunno dolce è di casa perché questa città ha questa stagione sulla pelle e nel cuore. Saprà agghindarsi di verde e di fiori a primavera, e riempirsi di neve d’inverno, mostrando un antico temperamento nordico che non ha più negli occhi. E lo si percepisce nell’arroventarsi d’estate e nel tenero scacciare i suoi abitanti verso il mare e i monti vicini, ma per la città la sua stagione amorosa è l’autunno.
Questa città è un bel posto per me, sarà perché ci sono nato e ciò che vedo sono pezzi del ricordo di altre età. Anche altre città che amo sono vicine, perché in fondo, con i suoi campanili e i dialetti che mutano tenendosi stretto il suono, questa regione è un’unica grande metropoli, rigata di fiumi, di campi, di vigne dove la pietra si innalza al cielo sia quella degli uomini che quella dei monti. Pianura assolata, montagne, mare, qui tutto ciò che conta è vicino, tutto influisce, ma anche sta per suo conto, tutto è a portata di auto e di giornata. In fondo gli antichi veneti avevano scelto bene e saputo sfruttare l’incrocio dei fiumi e delle strade.
La provincia ha il fascino del piccolo, del percorribile, degli eventi giornalieri, mai pochi, ma ancora importanti perché non soverchiati da troppi avvenimenti.
Ho scoperto di essere un provinciale, probabilmente molto presto, quando ho pensato che questi erano i luoghi in cui tornare e ancora non avevo deciso di andare. E anche se vedo tutti i limiti di una città mai troppo grande, penso che i pregi li cancellino piano piano tutti e che il segno resti positivo. Insomma non mi sono mai pentito d’essere in questi luoghi.
Quando il covid infuriava, teneva le persone in casa, riempiva i telegiornali ci si ripeteva in una l’indeterminatezza felice che finita la pandemia, nulla sarebbe stato come prima. E si intendevano i rapporti sociali, l’affannarsi per fare mille cose, la competitività esasperata, tutto questo è molto d’altro, sarebbe mutato in un mondo in cui gli affetti avessero più importanza, certamente più attento alle persone, alla cura, ai servizi comuni, alla salute. Il regno dell’inutile dannoso e del vano brancolare nel buio di una corsa senza meta, sarebbe mutato in un guardarsi attorno e nell’ assaporare le cose che pazientemente ci rassicurano e attendono di essere apprezzate. Tutto poi è mutato come sappiamo, in una ricerca spasmodica di recuperare vacanze, produttività, tempo che libero non è.
Si è dissipata la paura (ed è un peccato perché siamo stati male per niente) che ci aveva indicato il nostro malessere in un parlar d’altro, in un essere come ci vogliono, scevri di dubbi, pronti a dire si, incapaci di una reazione che muti la condizione che in fondo, nessuno ha scelto. Come accade in uno stagno, l’improvviso rumore ammutolisce le rane, non capiscono, la memoria si cancella e riprendono a gracidare. Magari una serpe d’acqua ha mangiato una di loro, un luccio ha fatto il pranzo, ma finito il rumore sono rimasti cerchi d’acqua che s’allontanano verso le rive. Come non fosse accaduto nulla e così è bastato che le notizie scomparissero dai telegiornali, che la scienza tornasse nei laboratori e tutto è ripreso come prima, sostituito dal brusio delle guerre che basta si pensino lontane perché non esistano. I politici che ora governano avevano detto cose importanti durante la pandemia, ma la campagna elettorale è venuta quando è sembrata tornare la normalità che è più precaria di prima, però è sempre normalità. Così non è cambiato nulla se non in peggio, meno sanità, meno attenzione al sociale, più povertà, una crisi alle porte, però chi poteva è andato in vacanza, è tornato a fare mille lavori, a competere, a essere insoddisfatto pensando che questa sia la normalità. Siamo soli perché quello che ci viene raccontato non solo spesso non è vero ma perché non vogliamo vedere ciò che conta davvero, non sentiamo le altre persone come portatori di problemi uguali ai nostri, vuotiamo il mare con il nostro cucchiaio mentre esso ci minaccia. Sono tutti segni quelli che ci colpiscono per poco tempo, la nostra mente dovrebbe metterli assieme. Una alluvione non è una fatalità, una guerra non è una necessità, un servizio vitale che non funzione non è una normalità. Se non si cambia perdiamo pezzi, persone, umanità, ma soprattutto perdiamo speranza di avere tempo futuro, di durare. I figli che non nascono non sono un problema demografico, ma la disperazione di non essere all’ interno di una società che non lascia soli, che si prende cura, che rende liberi perché possiamo amare non amazzarci di lavoro e di solitudine. Doveva cambiare tutto e non è accaduto nulla o quasi, se non in politica, non nella vita vera e il 50% che va a votare si è stancato, della sinistra e ha dato la maggioranza della minoranza degli italiani alla destra. Anche questo è un segno quando la maggioranza di chi può votare si fa guidare da meno del 30% dei voti. E ora quelli che negavano la pandemia l’hanno cancellata insieme al cambiamento, basta non parlarne più e non è accaduto mai. Non so se sia la stanchezza di un vagare senza meta che cancella i nuovi segni ci appaiono, oppure la fatica di decrittarli nella loro evidenza perché indicano una strada in cui assieme si può crescere e star meglio, ma costa fatica. Come sempre nella vita, sta a noi mettere insieme la grammatica di ciò che accade, scegliere se stare in pace, con un mondo diverso oppure sperare in una salvezza che qualcuno ci regali e non voler vedere che già ci viene preclusa perché chi ha il potere salverà i pochi che per lui contano. Non lo fanno tutti i giorni? Nello stagno spariscono gli indifesi, quelli che non si rendono conto che in molti possono mutare le cose che li riguardano e il racconto del mondo, così la biscia d’acqua e il luccio ingrassano, ma almeno, loro, non sono ingordi e lasciano le rane cantare.
In questo mondo desueto dei postaioli ho letto, seguito tracce che rimandavano ad altri scritti, i commenti, le repliche. Molta è vita vera, si dicono cose importanti, la gente è bella, i pensieri adeguati.
Mi piace questo scrivere che fluisce di penna in penna, ciascuno conscio e geloso della sua unicità, ma disposto a lasciarsi vedere sulle -e tra- le righe. Poiché anch’io appartengo alla genia di quelli che a volte scrivono lettere a mano, non posso che essere contento di questo sussurrare con creanza anche quando emerge lo sdegno, il ritratto che trafigge il descritto come insetto da collezione. In fondo siamo tutti entomologi delle sintassi, curiamo grammatiche personali, sistemiamo accenti e segni di sospensione secondo estro e cuore. Per questo e molto altro, leggendovi, sono grato e faccio quella minuta autoanalisi che non lascia colpe, riesamino ciò che dico e concludo che è importante per me essere in equilibrio tra pelle e testa, sempre ai limiti dell’aura.
Che bellezza porta con sé l’assonanza del sentir dire ciò che si sente diversamente ma nello stesso registro di lettura del mondo. E com’è piacevole l’ascolto che intuisce, anche se si inserisce nella mia ricerca d’essere bastevole a me stesso e quindi non d’altri : è ciò che voglio del leggere perché non saprei essere diverso nel sentire.
Se tutto questo è raro, basta scegliere chi stupisce nella continuità, chi ha voglia di comunicare, chi si guarda e non teme d’essere guardato.
postaioli (termine evocativo, ottocentesco, fatto di scarpe impolverate e lunghi cammini, di mani esitanti nell’imbucare lettere che già immaginano e trepidano la risposta. Officiali di posta e di pensieri che cercano il termine confortevole alla frase, mentre seguono un canapo che si spinge nel pozzo e da questo trae un secchio d’acqua limpida e fresca)
La luce entrava dalla finestra e curiosava sui libri scrutandone i dorsi, compitava le sillabe, si soffermava perplessa dinanzi a un suono che non lasciava intuire il suo proseguire. Un titolo annuncia, è uno squillo di tromba, una porta appena dischiusa, una traccia che attira ma non disvela. Ecco la soluzione, il titolo che la luce leggeva era un’impronta che proseguiva all’interno dove essa non poteva vedere. E questo sembrava una limitazione alla luce e alla sua natura che evidenzia ciò che può essere visto mentre spetta all’ombra lasciare le cose nell’indeterminato e nel possibile, ma soprattutto nel non vero. Per scacciare il pensiero, la luce distoglieva lo sguardo e indagava altrove. Sugli oggetti che erano sulla libreria, sul loro ordine che forse ordine non era, ma rispondeva a un pensiero. Alcuni parallelepipedi erano poggiati gli uni sugli altri. Neri o argento, erano pieni di quadranti spenti che per un attimo rilucevano alla carezza dei quanti che colpivano lancette e led, ma non parlavano ed era un attimo perché poi vagava smarrita sull’opulenza di grosse manopole, entrava in cavità misteriose, carezzava spigoli acuti. Strafottente il metallo, rispondeva, prima era stato spazzolato e poi polito, ora si opponeva al raggio che lo indagava e lo rifletteva, deviandolo su pareti, mobili, libri. Quegli oggetti, grossi di potenza, ora silente, erano il confine di distese di rettangoli di plastica traslucida, la luce non poteva immaginare il cd che avrebbero ingoiato per trarne musica, il recitar cantando, perché di primo mattino tutto stava ordinatamente impilato. I cd poteva scorrerli assieme a molti altri, ma erano pudichi nel mostrare le loro colorate copertine. C’era solo colore e lettere, forse nel buio, chiacchieravano tra loro vantando affinità e primati, mormoravano dei momenti gloriosi registrati in tempi in cui il mondo pensava, gioiva, soffriva, diversamente. Dicevano di Alma Rosé, passata dalla gloria dei palcoscenici alla camera a gas, e quel Furtwangler registrato a Berlino in una pausa di bombardamenti a cui si opponeva una settima di Shostachovic, testimone di una resistenza immane che si era alimentata anche di musica mentre le persone morivano di fame e di granate. La luce leggeva, scivolava e si spingeva dentro una vetrina piena di solidi di cristallo e di oggetti. Incauta si scomponeva e rifrangeva tra prismi e cubi trasparenti ma ben più densi e impertinenti dell’aria, così cercava di ricomporsi nell’attraversare coni e sfere, ma gli uni la spandevano mentre le altre la concentravano in punti minuscoli che si spostavano piano con il sole. La luce ogni mattina, entrava silente, cresceva in pienezza sinché l’intera stanza era colma di un a luce che traboccava, gonfiava le tende, mostrava colori nascosti e attendeva che vi fosse un primo muoversi , lo scalpiccio dei piedi nudi, il clangore del metallo della caffettiera che urtava il robinetto e poi la sequenza sapiente delle operazioni che rendono ogni caffè diverso dall’altro perché in sintonia con una mente e un’abitudine. La stessa che muoveva una sedia, scostava la tenda , sedeva e guardava i tetti, fino al profumo e al borbottio che si sarebbe sparso ovunque. Attendeva, la luce piena, lo sbadiglio, l’ultimo, il tintinnare del cucchiaino e la musica che ora usciva dai parallelepipedi risvegliati. Era mattina, era ora e lei era stata appropriata.
Appropriato.
Modo d’essere che mantiene uno stile personale di gesto o parola, mentre si conforma ad un codice accettato dai più, fatto legge per consuetudine. Rassicura nell’appartenere a un gruppo, rassicura il gruppo sull’appartenenza. Di per sé è esteriore, non rivela e non parla se non dell’apparenza. Il profondo, l’intimo, la stessa verità non filtrata dalla appropriatezza sono percepiti come violenti, fastidiosi. Il pensiero, la parola, il corpo devono essere pubblicamente in sintonia, rallegrare e non disturbare. Si sedeva sempre allo stesso tavolo, ogni sera, con la sedia verso il tramonto. Questo, mutava con le stagioni, era filtrato dagli alberi e dagli edifici ma c’era un tempo non breve in cui le cose diventavano fondale, scena in modo da lasciar passare una angolatura di luce piena, aranciata o rossa, densa e gonfia di polvere e umidità raccolta nel giorno. La luce invadeva tutto, raschiava le ombre dagli anfratti in cui s’erano rifugiate, toglieva lo sporco alla strada e alle case, distribuiva tutto in una corrente di pulviscolo, alzava le voci, fermava le persone che passeggiavano, mentre le altre già ferme, si voltavano stupite di tutto quel colore improvviso, dei particolari prima inosservati e avevano voglia di commentare. Facevano osservazioni leggere sul tramonto, sulla città che mutava, sul tempo, su chi attendevano o se n’era andato da poco e perdeva quello spettacolo. Come per una recita o un concerto particolarmente importante, il tramonto faceva sparire ciò che era banale ed esaltava quello che s’accordava alla sua importanza, al significato della bellezza, al suo ripetersi diseguale, alla brevità che non è caducità ma modo d’attendere il nuovo che s’annida in quello che è apparentemente uguale o poco differente nello sguardo distratto. Per questo si vestiva in modo appropriato e non si perdeva l’appuntamento, spesso da solo, raramente con la compagnia delle stesse persone, era al suo posto. Il vestito ben stirato, le gambe accavallate con cura, fumava sigarette forti, a quel tempo si poteva fumare nei bar, e guardava innanzi a sé con un sorriso che si mescolava alle parole scambiate con il personale o con i vicini di tavolo. Anch’essi pensava, fossero parte di quel vedere che ciascuno mescolava con i propri discorsi, attese, percezioni della bellezza.. Anche se non era così, lo pensava e tanto bastava, gli bastava. Sentirsi unico e insieme parte di un gruppo , anche in conseguenza del piacersi e del piacere. Pensava a come muta il rapporto con il proprio corpo con l’età e l’umore e lo vedeva già nei ragazzi e nelle compagnie che annullavano ne chiasso il guardare perché era importante, per loro, emergere con forza, acquisire identità prima che il tempo diventasse un crivello che lasciava passare in misura differente le attitudini, i desideri, i progetti. Pensava al tempo e a come esso diventi giudice di noi stessi se non siamo in sintonia con il suo incedere. E sentiva come esso diventi interiorità con il suo passare, abitudine in superficie contenuto nel profondo. Né le une né le altre potevano essere rivelate, sarebbero state inappropriate ma nel silenzio, cercando, si trovava un equilibrio che permetteva alla psiche e al corpo di parlarsi. Questa consapevolezza subentrava in misura differente, non per tutti e spesso tardi e quell’equilibrio era sotto l’identità esteriore, percepibile a chi voleva coglierlo. Il corpo, con le sue sensibilità e intelligenze, non smette mai di parlarci, pensava, ma usa linguaggi diversi: quelli che possiamo capire. Il corpo ha sempre fatto paura proprio per questa sua intelligenza e capacità di comunicare che segue logiche insieme legate al momento e additive di ciò che è stato. Per questo si copriva o scopriva il corpo, per conformità e comodità, ma il pudore era interiore ed era altra cosa.
Finito il tramonto, nel blu che oscillava con lampi di verde e azzurro, si alzava, se c’erano amici, si avviava conversando, se da solo, ripensava alle strade che gli avrebbero prolungato il piacere con le lampade della sera e con la luce che mutava in ombra ciò che prima era ostentato. A volte notava particolari nuovi proprio nell’ombra, e la mente metteva da parte una nuova sensazione che si aggiungeva al bello del giorno.
Nelle bancarelle si sovrappongono gli abiti, i colori, i tessuti. Le mani mescolano tutto, alzano, guardano controluce, poggiano sul corpo, interrogano il venditore, l’amica, l’amico, chiedono di provare. Non si può, non c’è camerino, solo lo specchio e il sovrapporre, l’immaginare come sarà poi addosso. Si ride, si scherza, si contratta, ma il prezzo è così basso che alzandolo di poco si prendono due capi. Le coppie si allontanano ridendo con un sacchetto di plastica non biodegradabile.
Però una volta, magari una sola volta, mentre prendete in mano una camicia, un maglione, che tastate con i polpastrelli, che annusate come se il colore avesse odore, pensate alle centinaia di migliaia di chilometri di tessuti che vengono prodotti ogni anno. Pensate ai milioni di pecore che oziano lente brucando la poca erba a disposizione, pensate alla sera quando si raggrumano in un recinto e dormono l’una sull’altra, pensate ai cani insonni, ai pastori che si riparano con mantelli pesanti se non hanno un tetto, pensate alle mani che toseranno senza creanza, a quelle più gentili che carderanno, pettineranno la lana in posti così lontani da essere meno di un punto sulla carta geografica.
Immaginate gli sterminati campi di cotone, che cresce verde d’acqua e di sole, seminato con cura, irrorato di pesticidi, ha sviluppato una tonda, gonfia lanuggine che fa oscillare lo stelo maturo e ora pensate al raccolto con le grandi macchine che tagliano, separano, comprimono mentre sputano gli steli nell’aria. Pensate al lino, tagliato, battuto, lavato a lungo, sfibrato e privato della sua corazza per essere filato. Pensate a tutto questo racchiuso in balle enormi avvolte di plastiche che le tengono strette senza amarle, solo perché non fuggano nel vento i fiocchi in attesa che treni, navi, carri, spalle, camion portino verso i mercati.
Pensate ai magazzini affacciati sulle banchine dei porti, fatti di legno o di mattoni con alte volte in penombra, di rado freschi, spesso soffocanti di calore e polvere, bagnati con acqua per evitare le autocombustioni. Pensate agli angoli di mondo dove la seta è stata raccolta in balle fatte di migliaia di matasse incolori e anch’essa è in attesa di un porto franco dove verrà lavata, colorata, riconfezionata in morbide trecce e cambierà nazionalità e valore. Pensate che in tutto questo coltivare, accudire, raccogliere, filare, c’è una sapienza così antica che ha sostituito le pelli degli animali con le fibre, unendo morbidezza e bellezza, rubando i colori ai molluschi, alla pietra, agli insetti e inventando il modo di conservarli, espanderli, generando arte e piacere da portare sulla pelle. Pensate che tutta questa sapienza è diventata merce e si avvia alle macchine per tessitura, ha già viaggiato molto, spesso tornerà dov’era nata. Tagliata, cucita, confezionata, sarà trattata, comprata e venduta a peso, a numero, a taglia per poi riprendere la strada dei trasporti, grossisti, negozi.
Ed infine noi.
Quando penso a tutto questo lavoro, mi prende una vertigine da dimensione e non riesco a confrontare il prezzo di ciò che pago con la consapevolezza di ciò che l’ha generato, mi pare che il lavoro dell’uomo non esista, che ci sia una interminabile catena di sottrazione che ha portato alla ultima contrattazione e che ciascun passaggio abbia tolto qualcosa di dovuto a chi è l’artefice di ciò che le dita stringono con un pensiero narcisistico di bellezza propria. Dovuta come un sacrificio a un dio.
una maglietta 3 euro, una camicia 5 euro, un jeans 12 euro
Primo ottobre. Oggi vorrei una giornata elegante, piena di stile. Lo stile è il dialogo interiore che si mostra.
Ho un dialogo per capello. I capelli sono pochetti, ma sufficienti a far confusione. Lo stile non è confusione, ma una precisa opinione di sé. Dipanare e trovare il bandolo. Esiste sempre un bandolo e un bandolero (stanco).
Il primo ottobre si andava a scuola, i banchi erano altissimi, incrostati di ferite alla lacca nera che li rivestìva come i nostri grembiulino. Erano irti di intagli, di schegge, di storie passate: avevano fatto la guerra e ne erano usciti liberi e malconcio. Ne erano passati per quei banchi di ragazzini prima di me, avevano lasciato unto, sedili lisciati e pensieri in forma di simboli. L’odore d’inchiostro era lo stesso, la continuità generazionale, il primo ricordo oltre a quelle carte geografiche incerte sui confini. Un profumo acuto, una droga che creava dipendenza e macchie. Eccellevo nelle seconde, occorre stile e le macchie qualche volta mi facevano piangere, altre volte mi fermavo ad ammirare nelle loro curve perfette, nei bordi merlettati. Dipendeva dalla carta. Chissà se Rorschach lo sapeva… della carta e delle macchie che cambiano, intendo. Comunque ci guardavo dentro e immaginavo: Rorschach l’ho scoperto così, oppure lui ha scoperto me. Bella cosa essere scoperti dalla persona giusta: accade quasi mai.
Si era appena arrivati a scuola e si festeggiava subito Cristoforo Colombo. Anzi quell’immaginetta di lui, in piedi, che riceveva da indigeni piumati e ossequienti, oro e omaggi. In cambio il nostro elargiva civiltà, benedizioni e collanine di vetro. Con quel mantello corto, i calzoni con lo sbuffo e il corsetto mi sembrava ridicolo, mentre gli indigeni, pur rivestiti quanto bastava a marcare la differenza e ad eliminare il nudo, mi sembravano più interessanti e pieni di stile. Non sarebbe stato meglio se fossero stati gli indiani a scoprirci? A me non sarebbe piaciuto essere scoperto da Colombo, e mentre meditavo sulla necessità di essere scoperti da una persona piacevole, mi scopriva il maestro. Vedeva che ero distratto, che parlottavo tra me e facevo disegni con le macchie. Le raffinavo. Cioè conformavo Rorschach a me. Il maestro non conosceva la psicologia del ‘900 e la cosa finiva in una domanda secca, cioè mi chiedeva cosa stava dicendo, come soffrisse di amnesie o di improvvise incomprensioni. Se non lo sapeva lui cosa stava dicendo come potevo io, nella mia cosciente ignoranza aiutarlo. Ma insisteva e attaccava il mio cognome alla richiesta, con una lieve indecisione sulla pronuncia. Volevo chiedergli se l’accento fonico andava sulla prima vocale prima dell’ultima sillaba e mi pareva di sentire il dubbio fugace, in quella testa grigia, così piena di cose da insegnare, ma pure di fatti suoi che erano come i miei, extrascolastici (però i suoi contavano di più). No, va proprio sulla prima vocale, tout court, e lei lo pronuncia alla tedesca. Non potevo dirlo, ma io il mio cognome lo conoscevo bene.
Finiva sempre male, non riuscivo ad aiutarlo a ricordare quello che stava dicendo e così si confermava il mio assioma, ovvero che essere scoperti dalla persona sbagliata non mi piaceva. Non lo sapevo, ma gran parte della vita si passa ad attendere di essere scoperti dalle persone giuste, dalle situazioni giuste. Ma per essere scoperti bisogna saper vedere, discernere, cogliere ed essere sufficientemente disponibili e curiosi. Quel tanto che basta per capire che c’è un dentro e un fuori e il fuori non è, per sua natura, ostile, ma spesso è indifferente e poco giusto per noi, e mai comprensivo. Il fuori ha fretta e poco stile, arraffa quello che c’è, ma se vogliamo dirla tutta dipende anche da noi. Lo stile intendo. E allora faccio in modo che la giornata abbia la possibilità di scoprirmi, i tempi giusti, gli attimi colti. Avete mai considerato che gli attimi sono colorati, mai grigi? Così di attimi ne colgo un bel po’, ne faccio un mazzetto e li guardo col giusto rispetto, amore, considerazione. Completo il cogli l’attimo col suo significato: la persistenza del bello che include e non svanisce. Anche questo è stile.