far finta di essere sani

Questo è un luogo particolare. Chi ci viene per scrivere, chi per leggere, chi per vantarsi, chi per chiedere aiuto. 15 anni fa neppure c’erano questi luoghi e le persone facevano lo stesso tutte queste cose. spesso con un contatto fisico. Pare sia meno necessario e la tecnologia ha creato un luogo di solitudini dove mettiamo in fila i bit cercando di farli assomigliare alla vita, a quella che abbiamo, a quella che vorremmo avere. Come se la realtà fosse eccessiva e avesse bisogno d’una valvola di sfogo: c’è chi sta meglio e chi sta peggio, ma qui non conta basta far finta di essere sani. 

Come stai? Benissimo. Ma tu cosa vuoi sapere davvero? Perché c’è l’obbligo a star bene, ad essere sani. E felici. Il resto disturba e non interessa davvero, se non a pochissimi e quelli te lo chiedono con la voce, con gli occhi, con le mani, e lo sanno. Ognuno c’ ha i suoi guai e questo è un buon luogo per raccontarli, sublimarli, capirli. Hai detto poco. Ma la solitudine non se ne va e dopo una sbronza di parole resta la sensazione che il mondo rarèfi, sfugga come aria e bisognerebbe inseguirla quell’aria, vedere dove va. Qui basta far finta d’essere sani.

pagine chiare

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piccoli disegni, frasi che iniziano senza maiuscola e finiscono senza punto, pagine percorse per terzi, quadranti, sbiechi tagli sospesi,

finché scroscia un pensiero verticale e lascia un tappeto di lettere morte:

o si trova una strada o ci si perde tra le spire sinuose del boa che abbraccia e non stringe, si colora, cangia e prosegue verso una nuova pagina chiara

Basta leggere.

E dai tagli sui muri entra, luce festosa pulviscolo d’oro danzante quieta qualche impronta che l’accoglie : è lì, tutto, lampante e incompiuto. E…

Il pensiero non si compie, come una nassa aperta, è interminabile succedersi di guizzi, code, luci di scaglie frante, senza ritorno, avanti senza ricordo, avanti, ancora avanti…

Là in fondo, c’è il mare aperto.

nb: bisognerebbe leggerlo come una sorsata, bisognerebbe…

il labirinto dei tuoi passi

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Il labirinto dei tuoi passi vaga sulla piazza.

Sarebbe lo stesso se tu sapessi camminare sul mare,

oppure a mezz’aria, 

ma qui posso dividere con l’aria delle parole

suoni gentili che ti seguono

è questo che tiene assieme noi e la luce.

L’aria fresca della sera porta traccia di temporali lontani,

un profumo che ricorda altro, non ciò che non e’.

T’ascolto e mi perdo, 

penso che nell’apparente semplicità del fare si pospone l’indecisione d’essere,

non siamo, forse, una civiltà di cose, di sensazioni al rialzo, di esperienze che divengono gomene?

Penso molto più di quanto dico,

forse in questo sta il tuo sorriso che si volge

e lascia alla meraviglia d’essere assieme, il tempo.

L’educazione al vivere toglie i miei aggettivi, 

scava le parole e le separa dagli atti,

bisogna pur trovar misura al sentire attribuendogli il valore che resta.

E di tutte queste ricchezze sono fatti i miei dubbi,

che conoscono la via e non si perdono negli anni.

il fine del dolore

Che ne diresti di respirare un po’ d’aria pura, o almeno diversa, da questi miasmi in cui ti rivolti da anni? Il tuo dolore costante, esibito, è ammantato di thanatos, è nutrito di psicofarmaci, si rivolta su se stesso trovando sempre le sue ragioni per esistere. Ma quali sono le tue ragioni? Davvero vorresti star bene oppure c’hai definitivamente rinunciato? Il dolore è un bozzolo forte e caldo, come la percezione di vivere nella sfortuna, alimenta una diversità che è comunicazione. Spesso è arrogante questa comunicazione, ha un solo oggetto importante: il dolore sentito. E’ anche violento perché esibisce il lato oscuro che tutti abbiamo in misura più o meno grande, ma è fragile perché oltre il momento in cui avvince allontana.

Forse è la solitudine che vuoi, il far largo attorno: o partecipate della mia pena oppure non mi considerate davvero e quindi meglio che non ci sentiamo, vediamo, parliamo. Credo che la solitudine in questo caso non consoli, ma sia la verifica voluta del proprio star male, un modo per star male di più. Ma è davvero questo che vuoi? Star male indefinitamente? Non dirmi che non capisco, però nessuna guarigione è possibile se si cura solo il sintomo, nessuna speranza oltre un ripetersi di pastiglie, ritualità che diventano i punti nodali della giornata. Ansiolitico, altri farmaci per le reazioni psicosomatiche, sonnifero. Non vorrei tu smettessi, ma che fosse un percorso verso una liberazione dal dolore di vivere, verso una luce. Il fine del dolore non è forse la sua fine?

Lo so che hai pensato e pensi, non di rado alla morte, ma so anche che sei nella vita, la coltivi, la speri. Te lo dico perché i suicidi hanno una disperazione diversa dalla tua e un dolore innominabile (e tu invece ne parli diffusamente), perché nel loro approfondire si trovano di fronte alla morte come negazione del dolore di vivere. Ma la loro ricerca non è la tua, non hanno più spiragli e neppure voglia d’essere capiti. E’ una solitudine estrema dove qualsiasi presenza diventa eccessiva, con una comunicazione che neppure parla e resta la sola presenza. Ma non sono assenti, si interessano, hanno amore, i suicidi, solo che non c’è più speranza e neppure  desiderio d’essere commiserati, anzi è proprio il contrario e quando non desiderano più essere amati hanno varcato la soglia.

Tu puoi farcela, ma ora come un tempo dipende da te, dal tuo sorriso, dalla capacità di non accettare quella che sembra essere una condanna e non lo è, non è il tempo che ti toglie vita, ma sei tu che te la togli. Lo so che è difficile, ma non sei sola se superi il confine del dolore, prova a pensarci.

p.s. lo so che non leggerai, potresti dirmi, ma allora che scrivi a fare? Quello che ho scritto te l’ho detto a voce, magari le parole non sono state le stesse, è passato tempo, però le ho ripetute. Non ho nessuna verità né qui, né su altro, ma ciò che ti imprigiona l’ho visto altrove. Non era lo stesso, però era sovrapponibile e questo mi convince che non sei solo tu ad essere così. Altri stanno meglio, altri restano nel dolore, ma non vale per tutti,  e sarebbe bello che tu facessi un altro tentativo. E poi un altro ancora, caparbiamente, fino ad aver ragione. La tua non la mia, ovviamente.

la casa dei matti

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Sono piene di verde le vecchie case dei matti, rimesse a nuovo nei colori pastello, che quasi non c’è traccia dell’abisso di sofferenze che hanno contenuto. Solo in vetrine chiuse nei corridoi di rappresentanza, giacciono in mostra vecchi strumenti. Evocano elettricità e mente, scosse elettriche, dolore, guance incavate, denti radi, bruciature (erano proprio bruciature, le ustioni sono troppo impersonali), distruzione progressiva, richiesta d’annientamento, dolore. Sembrano diagnostica di un tempo, curiosità asettiche ricche di manometri e fili, ma da qualche parte saranno pur finiti i letti di contenzione, le camicie di forza, le apparecchiature per l’elettroshock. Anche se non si mostrano, c’erano.

Ora ci sono molti alberi alti, molti uccelli, molte presenze, molte auto. Servono ad altro adesso gli edifici, eppure le alte mura, i cancelli, i tavoli di cemento e le panche ormai marce nel parco, ricordano altre presenze. Venivo per lavoro, quando questa era la casa dei matti, e loro, dopo la riforma Basaglia, in gran parte se ne stavano andando o se n’erano andati, ma c’erano presenze stabili, quelli che nessuno poteva o voleva accogliere, definite con due parole terribili: residuo psichiatrico. Erano più di 300 allora, che s’aggiravano per il parco senza essere più nessuno, se non la loro malattia.

In una di queste mie visite incontrai, per caso, una conoscenza d’infanzia. Magro allampanato come allora, ma senza quella bici da corsa rossa che da ragazzo lo accompagnava ovunque. Ricordo che correva con il calzone destro alzato con una molletta, veloce, indifferente se non ai suoi pensieri, pronto a bloccarsi solo per quella cerimonia che ogni tanto officiava quando gli veniva l’attacco: si fermava, scendeva e, in silenzio, scuoteva furiosamente la bici finché non si calmava. Per questo lo chiamavamo mambo, ma non faceva altro di particolare. Se aveva voglia discuteva con noi di calcio, di ragazze, con un eloquio curato. Parlava un buon italiano a noi che rispondevamo in dialetto e se pur aveva qualche anno in più, i suoi pensieri erano simili ai nostri. Insomma c’era e sembrava come noi. La domenica suonava l’organo in chiesa, era bravo, trovava musiche adatte ad un pubblico che apprezzava maestria e cantabilità, possanza ( se un organo non è possente che organo è ? ) e pianissimi da trattenere il respiro. Chissà perché era finito dentro alla casa dei matti, forse non aveva più nessuno. Quando chiesi se suonava anche lì l’organo, mi dissero di sì e che il prete capiva se accanto ad un corale di Bach o una toccata di Widor, c’ infilava l’internazionale o bandiera rossa. Anche qualche canzonetta c’infilava, ma i suoi colleghi erano contenti e spesso cantavano in coro durante la messa. E se era: in ginocchio da te, pur sempre in ginocchio erano. Mambo era comunista, questo me lo ricordo bene, chissà se significava qualcosa lì dentro. Credo servisse solo a discutere molto.

Incontrai altri durante quelle visite, ne ricordo due, in particolare : un amico d’infanzia che non rimase molto. Entrava ed usciva, poi alla quarta o quinta volta si stancò e prese la scorciatoia della tromba delle scale. Era bravo a scuola, un anno avanti, anche nella laurea, studiava molto, e aveva già un buon lavoro assicurato in famiglia, gli mancava la forza di vivere quel futuro. Trovai anche una ragazza che m’ era piaciuta quando avevo 20 anni, era strana anche allora, e non s’era combinato niente. Era lì su sua richiesta, per poco, mi disse. Parlammo di amici comuni, davanti a un caffè, con la familiarità che si trova quando si ha voglia di sentir l’altro. So che poi è finita  bene ( ma finiscono davvero queste cose, nella presunta normalità ?), in fondo era solo una pena d’amore, eccessiva come quello che le stava attorno.

Adesso il residuo non c’è più, anche il ricordo di ciò che c’era prima svanisce. Si scioglie un poco per volta con gli anni del prima e del dopo. Qualcuno più vecchio, fuori, rimpiange il passato, i matti sono un problema e la società, noi, non amiamo i problemi, ma non si torna indietro. Intanto qui e’ rimasto il verde, più curato di allora. Un poliambulatorio, laboratori, diagnostica, uffici, attività di formazione, del prima restano le panchine tra gli alberi, alcuni edifici sbarrati e transennati. Forse erano finiti i soldi per ristrutturare o non hanno pretendenti.

Se l’edificio non fosse stato vincolato, forse sarebbe andato all’asta per farci appartamenti o trasformato in scuola. Forse.

E adesso vorrebbe essere altro, è così anonimo, però è inconfondibile nella sua struttura di casa dei matti. Cerca di mutare, e qualunque sia il suo futuro quelle teche disseminate nei corridoi non dicono tutto.

Ma a chi interessano davvero i dolori altrui del passato quando già quelli dei presente sono difficili da sopportare?

p.s. sono stato fortunato qualche mese fa: per due volte, in momenti diversi, ho ascoltato, su radio tre l’intero monologo recitato da Giulia Lazzarini, semplicemente strepitosa, Lei è Mariuccia Giacomini che scrive il suo diario, un’ infermiera dell’ospedale psichiatrico di Trieste, prima travolta poi conquistata dalla riforma Basaglia. Semplice e così intima, nel suo triestino, dolce e terribile, fino a rovesciare totalmente il proprio modo di vedere e la propria vita. Due volte l’ho ascoltato e per due volte non sono riuscito a trattenere le lacrime.

Peccato non sia disponibile interamente su you tube, bisognerebbe farlo sentire nelle scuole, passarlo alla tv, far capire cosa c’era prima di Basaglia e della legge 180..

dalla parte sbagliata

Domenica alle primarie voterò Bersani.

Non c’è nessun calcolo personale. Da tempo, pur facendo politica a partire dal pd, sono su altre posizioni da chi lo governa. Chi mi conosce un poco sa come in questi anni mi sia sempre riconosciuto dalla “parte sbagliata” rispetto a chi avrebbe vinto. Con Marino al congresso, con Angius quando si trattava di fare il pd, con Veltroni quando vinceva D’Alema, ecc. ecc. Diciamo che già essere con Berlinguer, oppure con Occhetto, era sbagliato visto quello che è accaduto poi ed io ero con loro. Ho sempre seguito il cuore e il cervello, in politica non si può fare diversamente, ma senza calcolo personale, per l’appunto.

Mi verrebbe da scherzarci su questa cosa, ma è una cosa seria. Troppo in questi mesi si è parlato come fossimo ad una partita di calcio, anche in questi giorni l’esempio di Renzi è tra i moduli calcistici nel governare il Paese: il catenaccio per non perdere di Bersani e il suo modulo all’attacco per vincere. E parla di allenatori, non di responsabili del futuro di tutti noi. Ma vedete bene, quando si gioca, si perde, si vince ed ogni domenica è un’occasione nuova, a fine stagione si comprano i giocatori che servono, si cambia l’allenatore, ci si incazza e si gioisce e poi ci passa attratti da una nuova sfida. Diverso è per un Paese o per una fabbrica o per un ospedale. Voi vorreste al pronto soccorso essere visitati da uno studente del 5 anno che sta imparando i sintomi, oppure uno stabilimento chimico lo faremmo produrre con la direzione dei nuovi assunti? Ecco perché penso che le primarie di domenica siano una cosa seria e non una partita di pallone, com’è serio il fatto che governare il Paese sia diverso da smanettare su un blog o su facebook. A ciascuno il suo ruolo ed anche nel cambiare c’è differenza tra il cambiare tutti, partendo dalla situazione reale e, invece il procedere per titoli o a tentoni.

In questi mesi ho sentito soluzioni fantasiose, tipo non riconosciamo il debito pubblico (Grillo), affidiamo tutto alla green economy e alle rinnovabili, basta industria e manifattura puntiamo tutto sui servizi, ecc. ecc. . Con tutto il rispetto, chiacchiere da bar. Un Paese è un corpo coeso, che ha bisogno di tutto, delle mani e dei piedi, del cervello e dello stomaco. Non si possono cambiare pezzi senza aspettarci che i riflessi non siano evidenti altrove, quelli positivi e quelli negativi. Per questo è necessario cambiare e al tempo stesso mutare con ciò che è compatibile, possibile, non enunciando le cose e poi dire, scusate, ho provato.

Cambiare è necessario, impellente, ma dobbiamo cambiare tutti, avere un’idea condivisa. In Bersani riconosco la voglia e la volontà di tenere assieme, di includere, mantenendo le distinzioni tra ciò che è da una parte e ciò che è dall’altra. L’ha fatto nel partito democratico, lo farà nel governare in modo chiaro tra una maggioranza ed un’opposizione, ma nella consapevolezza che la situazione è talmente grave che non si può perdere l’apporto di chi può dare risorse al Paese. Io sono di sinistra, non mi piacciono tutti, distinguo, scelgo. Non è forse quello che facciamo tutti ogni giorno? Però mica prendo a ceffoni quelli che non la pensano come me. E se l’obbiettivo riguarda più persone, li ascolto, alla fine deciderò secondo i miei principi e obbiettivi, ma cercherò di coinvolgere il più possibile. Coinvolgere è necessario per un progetto importante, e un Paese è un progetto importantissimo.

Ho fatto politica a tempo pieno per meno anni di quelli che hanno visto Renzi vivere di politica, credo che, come me, ci siano centinaia di migliaia di persone che hanno considerato che nella vita si può fare anche altro e l’hanno fatto. Quindi è ora che un po’ di persone si facciano da parte, contribuiscano diversamente se vogliono o possono al Paese, ma questo sta avvenendo comunque e Bersani ha praticato nei fatti il rinnovamento del pd, certo come poteva, lasciando crescere i giovani nella responsabilità dei ruoli, non eliminando il dissenso interno. In nessun partito c’è in atto uno scontro tale tra generazioni e politiche così composito e trasversale da far capire che davvero il dissenso può essere fertile e rinnovante, eppure è un partito coeso alla base. Merito enorme in un tempo in cui è più facile distruggere che costruire. Già dire che il governo che verrà avrà più giovani competenti che capi corrente e lo stesso numero di donne e di uomini, è talmente dirompente per la politica che significa che chi lo propone ascolta, capisce cosa si muove nel Paese, ci crede.

I prossimi saranno anni difficili, Monti ha portato innanzi una politica di destra che ha tolto diritti e non ha inciso sui privilegi, che non ha eliminato gli sprechi. Basti pensare alla sanità o ad altri settori della pubblica amministrazione quando dice che bisogna trovare nuove forme di finanziamento e non mette mano allo scandalo degli appalti, dei costi diseguali, degli stipendi d’oro dei manager, ecc. ecc. .

Saranno anni difficili per il debito accumulato e ancor più per non aver riconosciuto la crisi, per questo la priorità dovrà andare al lavoro e ai diritti da conservare. Quindi il primo problema è far ripartire il paese e modificarlo in corsa. Questo non si realizza improvvisando, neppure pensando di azzerare ciò che esiste, anni che avranno bisogno di ogni risorsa, non solo quelle dei soliti reperibili e noti.

Per questo pur non essendo bersaniano, voterò Bersani, perché mi fido, non mi affido, perché so che quando sarò critico, e lo sarò, oh sì che lo sarò, potrò confrontarmi, essere dalla “parte sbagliata” eppure contare, portare innanzi quello in cui credo.

p.s. Mio figlio, un mese fa,  mi chiedeva cosa avrei fatto e spiegandolo gli ho detto che facevo coming out. Si è messo a ridere: coming in, casomai papà.  

l’educazione al tempo del 4G

Cambia l’educazione o il confine della maleducazione? Si è in riunione o si sta parlando con altri, arriva il suono di un messaggio, una telefonata, comunque l’istinto è quello di andare a vedere. Altrimenti bisogna spegnere. Qualunque sia la risposta allo stimolo, l’attenzione è influenzata dalla presenza del cellulare, anche quando è spento, e quindi dalla connessione costante con gli altri che diventano presenti, partecipi. La qualità della comunicazione cambia, tenderei a dire che diventa più superficiale, però non è possibile fare un vero confronto tra un prima e un dopo, perché il prima era totalmente differente, con regole di privacy e di educazione diverse.  Non pochi diranno, per me non è cambiato nulla, l’educazione, il rispetto, è lo stesso. Non credo sia così, certo il rispetto per gli altri è un pilastro delle relazioni, ma credo che anche questo sia meno rigido, che ormai abbiamo una compresenza di un terzo, esigente, incomodo, che rappresenta tutti quelli che ci possono raggiungere e che vogliono dirci qualcosa. E tutti questi, se troveranno una comunicazione chiusa trarranno delle conseguenze, faranno delle considerazioni, non di rado significative, se la cosa si reitera. Altrimenti bisogna che la cosa sia conclamata, non si risponda mai, oppure che si sia talmente importanti da avere comunque un filtro. Ma anche in questi casi, per i potenti, c’è un numero particolare, un canale riservato, che delimita una cerchia, non la possibilità di essere raggiunti.

L’educazione al comunicare è in evoluzione, il limes del pudore, dei fatti propri, si è abbassato, anche se gli eccessi del farsi notare non sono più così frequenti e plateali, come quelli di un tempo, nei limiti della bassa voce la comunicazione è tollerata anche nello scompartimento ferroviario e comunque abitudini nuove emergono. Il tema si è spostato su quanto dire in presenza d’altri, quando rispondere, quando spegnere, e se sì, farlo sempre e comunque, oppure stabilire graduatorie d’importanza: adesso si può lasciare acceso, no, qui bisogna spegnere. Comunque sia, così gli uomini non sono tutti eguali, e già questo farebbe pensare, ma soprattutto, la testa comunque viaggia con un flag sempre aperto verso qualcosa che non trillerà, vibrerà, od altro, però c’è ed è attivo.

Attivo anche quando è spento, tra segreterie, tracce di telefonate e quant’altro, la tecnologia ha fissato nuovi confini dell’educazione: devo richiamare, il messaggio esige una replica, ecc. ecc.

Se poi è attiva una situazione sentimentale “complicata”, come genialmente la definisce fb, allora le cose si complicano ancor più. Più cellulari, codici particolari di risposta, luoghi e comportamenti strani per comunicare, ecc. ecc. Anche in questo caso la facilità di raggiungere l’altra persona ha fatto fare un balzo alle regole ed alle possibilità, nel tempo forse ha solo abbassato il tono della voce nelle risposte.

Certo è che mai come ora angoli negletti degli edifici, delle città, trovano insperati frequentatori ed estimatori. Angoli di giardino abbandonati, bagni, sgabuzzini, sale deserte, corridoi, tutto portato a nuova vita e frequentazione. Ieri nel giardino davanti all’ufficio, c’erano tre persone che s’aggiravano, vicine senza vedersi, impegnate in tre conversazioni diverse. D’altronde in uffici sempre più densi di persone, senza privacy, la reazione, per chi può, è quella di farsi una micro passeggiata. Via dall’impicciona folla, eh sì perché in questo dire, spiattellare affari propri, è vero che si è abbassata la soglia della decenza e dell’intimità, ma è altrettanto vero che tutto quello che viene sentito viene riutilizzato ed amplificato in una catena infinita di rimandi.  I fatti propri ormai sono i fatti di molti e se il telefono è la tua voce, come diceva uno slogan particolarmente indovinato che faceva coincidere medium e messaggio, questa voce ormai è vox populi.

Direte che per voi non è così, che il cellulare lo sapete usare, che l’educazione non è mutata, per voi almeno. Me lo auguro, lo vorrei, ma è mutato il mondo e fatalmente muteranno gli uomini, divenuti corollario del cellulare, ovvero la comunicazione sempre e dovunque, ha già cambiato le modalità di esserci. Nel lavoro non di rado, viene chiesta una presenza totale, 24 ore su 24 (non mi piace l’acronimo h24, sembra un aereo e poi evoca eroismi lavorativi fuorvianti), ma soprattutto nella vita viene chiesta una presenza/disponibilità senza soluzione di continuità, tanto che una mancata risposta solleva l’ansia, induce ragionamenti che appiccicano le vite, come se il cellulare avesse la capacità di far procedere tutto in parallelo, tutto nel conosciuto condiviso.

L’educazione e la necessità sono sempre andate pari passo, il Galateo di Baldassar Castiglione e tutti quelli che l’hanno seguito altro non è che la formalizzazione dell’esistente, la definizione di un ambito, un riconoscersi tra pari, dove il gesto è comunicazione. Un ambitus, per l’appunto, dove il comportamento non conforme può essere sanzionato con la riprovazione oppure tollerato come snob, deviante, ma magari preannunciante di nuovi comportamenti comuni e nuovi. Un codice di classe, di ambito condivisi e differenzianti, al barbone non si chiede di rispettare le regole degli altri, dalla pulizia alla comunicazione, dalla relazione al posto sociale. Meglio essere consapevoli che l’educazione sta mutando e ben oltre alle varie netiquette virtuali, che la cosa diventa un fatto personale, una scelta. Il cellulare tiene costantemente aperte più attenzioni, se e come dare rilevanza a queste attenzioni, ci connota, ci rende diversi. Ma quanti vogliono coscientemente essere diversi, quanti vogliono stabile la differenza?

Il paradosso è che siamo in un mondo di uniformati (di eguali non coscienti e privi di veri diritti) che rivendicano la propria diversità, salvo poi buttarsi nella tranquilla protezione del comportamento comune.

per Te

Per Te il vero e il falso erano indifferenti nelle cose, ti piaceva il colore, il sentirti in sintonia con ciò che ti accompagnava nella vita. Così diventava Te e si nobilitava. Era questa la tua magia. Dicevi ciò che credevi, si poteva non condividere, pensare che c’erano forzature, ma il tuo candore rendeva plausibile ciò che dicevi, anche per noi che, dissenzienti a volte, lasciavamo che l’amore prevalesse ed eravamo teneri a modo nostro. Mi piaceva che la tua capacità di modificare la realtà fosse il segno dell’irruenza del vivere, del tuo vivere, che riordinava per sé ciò che stava attorno, oppure lo ignorava. Una forza vitale che in cambio non chiedeva nulla di particolare, solo amore come tutti, ma non da tutti, in questo m’hai insegnato che c’è una aristocrazia dell’amore e non bisogna mai mendicarlo. 

Oggi sarebbe il tuo compleanno, ma anche questa data non ti andava bene, per questo ti scrivevo e l’abbiamo sempre festeggiato quando dicevi Tu. Fosse stato vero o meno, quella era la realtà, la Tua realtà, e non ce n’erano altre tra noi. Non è forse così che funziona davvero il mondo quando si libera dagli altri e punta su se stesso?

Questo ancora l’ho imparato da Te, che tra le molte libertà, quella di avere il proprio mondo è tra le più grandi e che questo non impedisce di vivere con gli altri, anzi genera generosità improvvise e partecipazione fuori d’ogni calcolo.

A tuo modo, come sempre hai fatto. 

Aleppo

Poco più d’un anno fa ero ad Aleppo. Arrivavo dopo aver attraversato la Giordania e la Siria. Arrivare m’aveva dato la sensazione della prossimità d’un porto dalla parte del mare, un’onda calda e dolce che portava a terra, dopo tanto vedere, sentire, ammirare. Era un luogo che accoglieva, prima che una città bellissima, come aveva accolto per migliaia d’anni pellegrini, conquistatori, religioni, lingue, civiltà.

Nei luoghi ricchi di passato le civiltà si sovrappongono, ad Aleppo si incastrano e la tolleranza diventa un modo d’essere inclusivo. Ebrei, cristiani, musulmani vivono secondo le loro regole eppure accanto, lavorano nel souk in botteghe vicine, ti parlano tutti nello stesso italiano stereotipato, hanno la stessa gentilezza: sono tutti siriani.

E’ la sensazione che si respira nelle case di pietre squadrate e scolpite, nei patii interni rivestiti di cedro del Libano, sotto le tende dei negozi che riempiono l’aria di profumo di fiori essicati, sapone, spezia. Ne parlo al presente perché la mia testa si rifiuta di pensare che sia tutto distrutto e cerco di riconoscere i luoghi che ho conosciuto dai telegiornali, ma vedo cumuli di pietre, corpi, uomini che sparano. Il non riconoscere mi dà speranza che non tutto sia perduto, che finisca presto e la vita ritorni ad essere consueta, lenta, come l’ho vista nei caffè, nelle strade, tra le case. Ho letto che il quartiere antico è stato risparmiato dai bombardamenti, che forse anche il castello non era stato bombardato, mi ha preso una sensazione  di sollievo, perché se erano risparmiate le case anche le persone erano risparmiate, ma è stato un attimo, cosa stia avvenendo nella città lo si legge negli scontri casa per casa, negli eccidi e nelle esecuzioni sommarie.

La Siria è l’ennesimo fallimento dell’ Onu e dell’enunciazione pomposa dei diritti dell’uomo, in fondo Sebrenitza è stato lo spartiacque tra verità e convenienze politiche. Da allora si è visto con maggiore chiarezza l’inadeguatezza, ma anche disegni, strategie contrapposte che fanno emergere i cinismi delle cancellerie. La parte del Mediterraneo che contiene la Siria è una polveriera, basti pensare che i confinanti della Siria sono la Turchia, Israele, il Libano, la Giordania, l’Iraq e poi i curdi, hezbollah, ecc. ecc. Forse per questo Hassad si sente sicuro e massacra il suo popolo, perché toccare la Siria è aprire il vaso di Pandora, ma altri, l’Arabia Saudita ad esempio, giocano partite pseudo religiose di rivalsa Sunnita su correnti Scite, aprono ferite. Francamente mi riesce difficile pensare che tutto sia uno scontro tra ortodossie islamiche, che le benedizioni e l’appoggio delle cancellerie, fornitura d’armi compresa, non siano in realtà una guerra combattuta in conto terzi, una specie di gioco a somma zero in cui alla fine si avrà un nuovo equilibrio che prescinde dal popolo, dalle persone, dalle aspirazioni. Se la Siria avesse il petrolio della Libia la questione sarebbe diversa, qui si giocano altre strategicità, quella degli oleodotti e dei gasdotti ad esempio, ma anche la partita infinita di Israele e dei suoi nemici, la vera questione medio orientale che non è mai voluto risolvere. 

Il cuore mi si stringe in questi ragionamenti, quando si pensa in termini di strategie gli uomini scompaiono e invece ho visto, conosciuto persone, sperimentato una tolleranza religiosa inconsueta, uno spirito levantino allegro, ospitale, pervaso di gentilezza. Se penso ad Aleppo sento il silenzio lugubre dell’occidente, sento il silenzio dei molti come me, che si sentono cosa, impotenti nel fare e quindi nel dire. La tristezza è poco in questi anni, la tristezza è impotenza bisognerebbe ricordarlo.

limes

Non si tratta d’ uno scarto improvviso, d’ un colpo di polso sul volante che sbanda e poi raddrizza, ma d’una lenta deriva verso il ciglio, corretta in continuazione eppure attratta da questo.

Frequentando il limes, lo fanno in molti, si sente l’odore del vuoto, dolce e pungente come l’ozono, che è simmetrico a quel piccolo vuoto interiore dove qualcosa se n’è andato, s’è disperso per aria. E’ accaduto indietro nel tempo, prima, cosìcchè non se ne può sentire il profumo, ora. Si può pensare a com’era, immaginarlo, e lì ci pare d’averne ancora traccia addosso. Ma è andato via qualcosa d’importante, lo sappiamo, come aria da un pneumatico forato che pian piano s’affloscia, e sente sempre più le asperità del correre e della strada e devia dalla veloce linea che si pensava sicuramente tracciata.

Guardando indietro, si trova la ragione, ma essa soccorre poco, è causa di quel piccolo-grande vuoto, non rimedio. E questa consapevolezza crea l’attrazione verso il limes, come a volerne spostare il confine, mantenendo una vita in continuità, solo un poco mutata. In questa percezione d’una estensione del solido sotto i piedi s’immagina che, prima di tornare indietro, ci sia un altro passo per andare avanti (che è invece follia, ma quale contraddizione d’immagini, l’indietro come necessità del procedere) e si possa avere esperienza d’un vuoto maggiore che non impaurisce, perché catatonicamente lo si guarda e se non ci si getta in esso è solo per indifferenza, e per un piccolo, esile, filo rosso che ci racconta di nuovi aspetti di quell’assenza già stata, come se fosse il ricordo ad essere ragione, a farci tornare, e di nuovo andare e dare speranza.  

Tornare è andare innanzi, trovare una ragione forte che non mantenga sul limes, perché lì non è vita, è solo odore di rischio, di emozione per essere vivi.