Capodanno è ogni giorno, diceva, e ogni giorno nella sua continuità è l’occasione di un cambiamento, di una discontinuità, parlava di attingere energia alla parte di natura che possediamo, che ogni giorno e ogni ora fossero nuovi pur in continuità con ciò che “possediamo”. L’idea del fluire la condivido profondamente, così l’idea del nuovo e della forza vitale che esso propone, ma ogni giorno non è uguale per i cicli del nostro pianeta. Ad ogni giro attorno al sole qualcosa ricomincia e qualcos’altro si perde disperso in una nuvola di atomi di passato. Le stagioni si succedono sufficientemente uguali da rassicurarci nell’attesa e sorprendentemente diverse da farci attendere il cambiamento. Nulla è uguale a ciò che è accaduto, lo è anche per i sentimenti, e ciò che è nuovo è assieme il riassunto di ciò che abbiamo provato sinora, ma anche la pagina non scritta del futuro.
Impercettibili, a noi, m,a non al nostro corpo, correnti e forze ricomposte, cambiano gli assi magnetici, venti di quota disperdono vita in semi e cambiano la terra sottostante, precipitandole contro, tutto muta eppure ci rassicurano le stagioni che il nuovo torna, che l’energia vitale spinge il mondo.
È incongruo il prepararsi delle gemme in questo inverno sin troppo mite, ma anche se una gelata cambierà le fioriture, un nuovo equilibrio si chiamerà primavera. E non sarà eguale ad altra conosciuta. È così anche per i sentimenti, l’amore muta e ciò che chiamiamo amore è qualcosa che racchiude il passato che conserviamo, ma anche tutta la carica del nuovo che proviamo. Quindi il nuovo esiste, e questa è una grande speranza. Il nuovo inizia ogni giorno, ed è questa la continuità della vita. I cicli si susseguono mai eguali e noi con loro finché aspettiamo il nuovo. Se hanno un inizio, che abbiamo fatto coincidere con il superamento di gran parte dell’inverno e con l’attesa della primavera, ciò è prefigurazione di questo bisogno di continuità e di rinascita.
Le giornate si allungano, la luce entra nelle nostre vite, lasciamo che entri assieme al nuovo, al mai provato, perché se siamo ciò che abbiamo vissuto, cambieremo per ciò che proveremo.
Buon anno a tutti quelli che passano di qui, che ho la fortuna di sentire amici.
Buon anno a quelli che sono fedeli a se stessi e cercano gli altri.
Buon anno a quelli che hanno voglia di amare.
Buon anno a chi fa fatica e non si arrende.
Buon anno a chi da una mano senza chiedere.
Buon anno a chi ascolta.
Buon anno a chi apre e lascia entrare con fiducia il nuovo.
A molti altri non auguro nulla tanto non capirebbero e forse neppure gli servirebbe: gli va bene così.
Ps a me auguro di lasciare per strada qualche insensatezza e di sostituirla con qualche altra nuova, mi auguro che ragionare sia sempre meno che sentire, mi auguro errori veniali e in buona fede, mi auguro di continuare a stupirmi di chi conosco e sentirne la bellezza, di riconoscere i miei limiti che sono importanti e di superarli, di accogliere il nuovo quando mi verrà offerto.
Una sola vita non ci basta, chissà se è per questo che la inzeppiamo di sensazioni, di parole, di gesti, di cose. Distrazioni, qualcuno afferma, ma da cosa, da chi? Non è forse un modo per metterci in colpa rispetto all’efficienza che dovrebbe occultare un fatto semplice: una sola vita non ci basta.
Non ci basta per correggere le svolte che ci hanno portato nei vicoli, però una vita diritta non ci piacerebbe. Non ci basta una vita per respirare tutta l’aria che vorremmo, per vedere tutto ciò che desideriamo, per sentire tutto quello che pare meraviglia e a volte lo è davvero. Sembra non ci basti il tempo, ed è l’unica cosa che invece c’è sempre a sufficienza, ciò che spesso manca è la voglia di viverlo. Quanta noia ho usato per consumarlo? Eppure anche la noia aveva molto da dirmi, l’ho negletta solo perché era priva di fare, perché generava sensi di colpa per ciò che trascuravo, perché riportava a quel punto in cui si guarda davvero ciò che sta attorno e non se ne vede il senso. Così pensando di non avere tempo ho eliminato dal sentire positivo, la noia, l’ho confusa con l’accidia e ho pensato fossero peccati contro me. Non era vero, ma questo dipendeva dal fatto che avevo una sola vita e le cose da fare, da sentire e da vedere sembravano davvero infinite.
E ho voluto pure tenermi i ricordi, ciò che mi ha scaldato, colpito, cambiato, ho voluto tenerli per riconoscermi ogni giorno, per ricordarmi che ho vissuto, per capire che la vita, era un unico flusso e ciò che avrei provato non avrebbe assomigliato a nulla che già conoscevo. Ma non c’era fretta, c’era tempo, lo dimostravano le tante cose fatte e vissute e gli anni di cui non ricordavo nulla, o quasi, le lunghe teorie di false ricorrenze, ciò che era stato senza lasciar traccia.
Il tempo è circolare, come l’amore che è curvo, si avvolge ed attorciglia, mette assieme pelle e pensieri. L’hai mai pensato? E così genera passione, voglia che le cose tornino, ma sempre differenti, con il vago sentore di ciò che sarà e spinge a provare, ma sempre nuovo nel curvarsi assieme nell’abbraccio. Potrei dire che la passione è multivariata, che ha equazioni che tentano di descriverla e poi si arrendono abbandonandosi nel piacere del sentire. E’ il conflitto tra razionalità, limite e ciò che sconfina e dilaga. L’amore ha bisogno di matematiche nuove perché è semplice, e quando lo si racchiude in una formula, si ribella e deperisce. Quindi i percorsi lineari saranno pure rapidi ed efficienti, ma quanto perdono per strada, se perdono l’amore, i sentimenti. Alcuni li sostituiscono con il provare e il sentire. E’ un modo per sentirsi vivi, riempire gli spazi contro la domanda che assale: cosa sto perdendo se la vita è una sola? La mia risposta è curvare il tempo, togliere l’ansia di ciò che verrà e camminarci verso, anche se vorrei che le vite si moltiplicassero. Così vivo quella che ho a disposizione come se ci fosse sempre tempo per fare ciò che desidero. Ogni mattina vedo la giornata che si apre, annuso il primo caffè, mi lascio prendere da ciò che sollecita, da un pensiero che intenerisce, accolgo una piccola felicità. E’ una giornata, è mia e di chi la condividerà con me. Una giornata che si riempirà seguendo percorsi curvilinei mentre procedo, torno, in realtà mai fermo.
Mancano le vite che spengo per seguire quella che procede. Ma non le perdo del tutto, le cerco sui libri, nelle storie che immagino, capisco che per bulimia del vivere, servirebbero più vite, non per sbagliare di meno.
Ieri guardando questo video mi sono commosso. Mi dirai: mona, ma te diventi pianzoto, desso? La xe publicità. (…ma diventi piagnone adesso. E’ pubblicità). Sì lo so, è pubblicità, ma il progressivo sommarsi della musica come fatto corale, la sua iterazione con le persone, il mescolarsi di queste che pur restano se stesse, l’emergere di uno spirito comune, mi ha fatto pensare alla politica buona. Non alla buona politica, ché quello è uno slogan, eppoi serve solo a stabilire una demarcazione sempre incerta tra chi fa politica, no, pensavo alla politica buona. Quella che mette assieme le persone, quella che fa scoprire l’altro, che ascolta, che produce cose elevate e non le inaugura perché è la normalità fare cose grandi. Se l’uomo non fa cose grandi è davvero un quaquaraquà. Ma le cose grandi sono quel mettere assieme i diversi, tirarne fuori lo spirito comune, non chiedere chi sei, cosa voti, cosa pensi, ma cosa possiamo fare assieme. Mi dirai che, al solito, sogno troppo, che l’uomo è fatto di interessi, di competizione, di contrapposizioni. Se polemos è madre di tutte le cose, un motivo ci sarà. Eppure tra Eraclito che guardava il mondo e ne traeva teoremi empirici e il mondo possibile qualche possibilità di mutamento c’è. Magari un mutamento occasionale, come il soldino della bambina che provoca la nona di Beethoven, magari come i tanti gesti gratuiti che si perdono in giro per il mondo: ali di farfalla che sbattono gentili e purtroppo non provocano uragani di bontà e comprensione reciproca. Pensa, guardavo un video di una banca e pensavo alla politica buona, a chi si muove senza rumore e fa quello che pensa giusto, a tutto questo stare assieme che buttiamo via e che diventa pulviscolo inutile di luci e frenesia in questi giorni. Non ci pensavo, no, alle feste, pensavo e sentivo a tutto l’anno. Sai pensare e sentire è prerogativa dei giovani e dei vecchi, chi sta nell’età di mezzo non ha tempo per queste cazzate. Pensare e sentire aiuta però a vedere, a discernere, ad essere uno, unico e inimitabile, e a sentire l’unicità degli altri e a metterla assieme alla propria. In quella piazza che canta, si muove, è ricca di bambini che parlano ad alta voce, ridono, piangono se gli viene. In quella piazza, ci sono sentimenti possibili, ecco io l’ho sentita così. La politica buona mette assieme le persone e attiva sentimenti, li ordina in un coro che ha geometria, inventiva, capacità di disciplina, ma soprattutto bellezza. Se lasciamo irrompere la bellezza lo stare assieme diventa possibilità di gioia. Così in questo grigiore che ci sta attorno, ho pensato che la politica buona è possibilità per le persone di essere contente. Non diritto alla felicità, quella è cosa da americani, ma la possibilità di stare insieme e di provare sentimenti positivi comuni.
Vi guardo uno per uno attorno al tavolo. Fisso le espressioni nella mente, come in una fotografia. Siamo un gruppo d’amici che mangiano assieme, abbiamo appena visto un film, ci conosciamo. Forse la parola conoscersi è superficiale, meglio sarebbe usare il riconoscersi, non ci conosciamo davvero ma ci riconosciamo, nel senso che qualcosa di profondo di ciascuno è tenuto in noi. In me.
Guardo i volti. Le espressioni intente oppure svagate, a volte assenti. Qualcuna/o sta pensando ad altro. Incrocio gli occhi, insisto, ottengo un sorriso e uno scuotere di capelli interrogativo. Ascolto brani di discorsi che s’intersecano: si parla di politica, di cinema, di scienza, di cose lette da poco. anche di vita quotidiana, disavventure, fatterelli a dimostrazione di qualcosa. Mi perdo in questo dentro/fuori. Il clima è bello, le candele, il cibo e il vino buoni, c’è molto calore. Mi chiedo se sarà così per i prossimi anni o addirittura migliorerà. Quali cose e pensieri ci terranno assieme, come invecchieremo legando la gioventù, quello in cui abbiamo creduto, con quello che succede. Aver avuto pezzi comuni di vita ha giovato, ma non è stato così essenziale, parecchi dei presenti li conosco da non molto. Ma forse, pur distanti, l’aver condiviso sogni comuni, modi netti di pensare, ideologie ha esaltato la necessità di un insieme in cui convivessero le differenze. In fondo è un riconoscersi oltre le storie personali questo ritrovarsi assieme. E ci esploriamo, pur sapendo spesso quello che ciascuno dirà, interessa la differenza, il modo di vedere che ci colloca assieme da una parte della balconata della vita e il guardare condiviso e non coincidente. E’ così che s’invecchia? Provando noia e attrazione reciproca e nel non poterne fare a meno?
Siamo tutti diversi da come eravamo un tempo, uomini e donne. Il fatto di essere qui, assieme, è indice di qualcosa che ha cucito oltre gli accadimenti. E infatti altri mancano. Si sono rinchiusi nelle case o in altri cerchi d’amicizie estranee, chissà cos’è accaduto e perché. Se lo sapessi avrei il segreto di ciò che resta e ciò che se ne va, ma quello forse non è un segreto, è un’evidenza che non si vuol vedere. Nei discorsi, stranamente, affiora il tema del permanere oltre le separazioni, come se con gli anni non si volesse cancellare più nulla e ciò che ci serve è sapere che chi è stato, semplicemente non c’è, ma ancora conta.
Guardo i volti uno a uno, imprimo il momento e ciò che accade, chi parla, chi ascolta, chi è altrove, mi pare che così nasca un ricordo che importa, che resterà. Scorre tutto così in fretta che i momenti in cui il tempo rallenta e non è eguale, sono bricole a cui attaccare la barca. Poi si ricomincia a remare piano.
L’altra settimana c’è stata un’ispezione al centro Cina della mia città. Ne fanno spesso e oltre ai soliti quintali di merce contraffatta e pericolosa, hanno sequestrato dei locali di magazzino, perché c’era un asilo per bambini tra vestiti ed elettronica. Se avessero cercato in altri magazzini avrebbero trovato anche qualche dormitorio, speriamo senza sbarre. E’ così da anni e quando la guardia di finanza insiste troppo, interviene il console Cinese, ci ricorda l’interscambio e i capitali investiti in Italia, assicura il rispetto delle regole e dopo un mese tutto riprende come prima.
Nero, iva non versata, condizioni di lavoro inumane, mica sono solo alcuni cinesi a praticarle, da questo punto di vista l’Italia è un paese unito, dal nord al sud. Lo fanno tutti, senza distinzione di provenienza, lingua o cittadinanza, cambia solo il settore merceologico, da una parte l’agricoltura, altrove il tessile o le calzature o i pellami o la contraffazione dei grandi marchi, i servizi, la logistica, la ristorazione, ecc. ecc.. Anche il manifatturiero, comincia a sentire l’ingresso della manodopera senza diritti. E il bello è che tutti sanno, tollerano, si girano altrove. Mi spiace che il presidente della Repubblica non si renda conto che questo è il paese in cui viviamo, che non è il paese accanto con un’altra realtà. Il problema della legalità è problema più importante dell’Italia. Quello che attira investimenti cattivi e respinge investimenti buoni, quello che impedisce a chi rispetta le regole di fare bene il suo mestiere, quello che riempie i luoghi di lavoro di morti bianche. Questo Paese è il nostro, signor Presidente, non si stupisca, prenda informazioni e capirà che non servono i lutti cittadini e le cerimonie ufficiali, serve legalità, rispetto delle regole, non guardare in faccia nessuno per applicare la legge. Dalla legalità viene fuori un Paese migliore, rispettoso della dignità delle persone. Si continuerà a morire sul lavoro, ma se questo non accadrà per motivi di profitto, le parole tragica fatalità, riacquisteranno senso e si morirà di sicuro di meno.
Credo che la solitudine sia sostanzialmente incomunicabile nella sua essenza/sentire. Se ne vedono gli effetti come in una malattia, chi tiene a noi dà consigli giusti, assennati, medicine che aiutano a vivere, arginare, ma la guarigione è solo interiore, solitaria . E spesso non viene mai poiché passa, credo, attraverso una catarsi che scuote e muta profondamente, ci porta ad essere altro da ciò che in fondo siamo abituati ad essere. L’amore è un buon antidoto alla solitudine, il bene è un argine, ma penso che chi soffre di solitudine sia in realtà un solitario per condizione primaria e di ciò soffra senza saper bene come uscirne. Fa tentativi, si sforza, ma la solitudine interiore lo riporta a sé, a volte può sembrare anaffettivo perché non si lascia andare e limita il bene per sé anzitutto. Ma il bene lo conosce a menadito, per bisogno e contiguità ed è forse perché ne ha a troppo che teme il legarsi: non avrebbe limite. Comunque sia chi soffre di solitudine vera tende ad allontanare tutto ciò che minaccerebbe la solitudine di fondo, così non sta bene in nessun posto per troppo tempo e sopratutto capisce che ciò che prova è incomunicabile anche a chi gli vuol bene.
Un problema, non da poco per il solitario, è nel suo stancarsi di comunicare se non viene capito nel profondo. Gradualmente giudica esercizio inutile questo disvelarsi e scivola, o nel silenzio, o in comunicazioni meno emotivamente coinvolgenti. Bisogna tener conto che la frequentazione lunga con sé porta ad essere egoisti, narcisi ed esigenti, ma sarebbe sbagliato pensare che chi sente molto la solitudine frequenti la fascia alta dell’egoismo o del narcisismo, il solitario vorrebbe bastarsi, ma non si vede se non per riflesso ed anche quando cerca d’essere bastevole a sé introduce una critica severa verso di se stesso, un senso forte di insufficienza anch’essa incomunicabile. Torri di pietra con molte aperture, quindi attenti al mondo, i solitari vivono nella società, ne sono dentro e al tempo stesso fuori, sperano di trovare il modo di mutare una condizione che è inquietudine e noia, assenza di pace. Eccedono, sono compagnoni, allegri, sorridono e dopo un po’ diventano riflessivi, la testa si perde altrove. Se si alzano e se ne vanno, non è per scortesia nei vostri confronti, ma stanno seguendo sé e questo li porta lontano, neppure troppo lontano, oltre una porta, tra le vie di una città, dentro una casa, un libro, in un bar affollato, comunque verso un silenzio che deve dialogare con chi sembra capirli, ovvero se stessi. Poi tornano, un giorno o l’altro tornano. E se non trovano chi li aspetta se ne fanno una ragione. Capiscono, i solitari che soffrono la loro solitudine, capiscono.
Sceglie il volo sghembo. Puntare un orizzonte e poi entrare nel cielo. Volare, girare, cadere in picchiata, riprendere.
Si dirà: che c’entra? C’entra, c’entra, ci sono sentire che sono una direzione, che si alimentano di pane, salame e amicizia per far festa, che s’incazzano per un po’ per quanto accade e poi gli passa, che vogliono un centro a cui attaccarsi per poi criticarlo. Ché non riuscirebbero a farne senza, ma bisogna conservarlo distante quel tanto che non interferisca troppo con le vite.
C’è una direzione, un dire che è quasi essere, l’io sono da questa parte. Un salvagente per far argine al mare piuttosto che imparare a nuotare e che poi serve ad assolvere una vita a zig zag tra impegno e stanchezza. Questa è la differenza tra gli snobbettini e gli altri che pur vivono comunque di cioccolata, caffè e cappuccino, ma scelgono di giorno in giorno. Con alzate d’estro, senza pensarci troppo, perché ci si stanca presto e ormai si sente poco, oltre la direzione. Così si può vivere, come si beve il quarto bicchiere, quello che farebbe perdere la patente: d’un fiato e senza troppo gusto.
Questa mattina ti piaceva la parola esiziale. L’hai ripetuta più volte e udendo ho sentito il ciglio d’una educata furia. Una cosa borghese, senza urli e alzar di mani per gesticolar la rabbia. Come se la passione densa e priva di esteriorità inutili, si rendesse conto, ma forse non importava, che diversi di quelli che udivano non avrebbero capito. Solo guardando meglio il volto e il suo rossore acceso ne avrebbero colto il significato, ma le parole si disperdono nei luoghi affollati di mattina, si inzuppano nei cappuccini, per cui sembrava dolce il tuo discorso.
Poi anche oligarchia s’è fatta strada ed è risuonata come fosse un sinonimo di dittatura mascherata. Così è parso chiaro che, anziché uno, fossero molti a conculcare diritti, assicurare ineguaglianze, consolidare privilegi. E, non solo spero, ne ho visto quel vile prevalere del gruppo nei confronti degli inermi. Potere senza servizio, insomma.
Alla fine mi sono fermato su queste due parole per vedere assieme il mondo in cui viviamo. Ed era un brulicare distante, pur sapendo d’esserne parte, preso dalla cura dell’entomologo che non si accorge, o non vuol sapere, che in realtà è l’antropologia che pratica ed è immerso in ciò che osserva e l’appassiona.
So che combatti. Che difendi i tuoi sogni, la tua libertà di essere. So che ami, che vorresti amare senza limiti. So che non ti accontenti, che ti fermi nelle parole per sentirle fino in fondo, che guardi fuori e gli occhi si perdono perché ti ascolti. So che sei importante per te, che ci tieni a come, con fatica, ti sei appresa. Sì appresa. E non era mica semplice interpretarti da sola, ricondurti a te, capire la tua voglia d’essere te. Non diversa, non t’ importava dimostrare nulla, dovevi solo essere te.
So che le tue scelte sono sempre in salita, che la tua risata è pronta, che gli occhi si chiudono un poco quando ridi. Anche quando sospiri gli occhi si chiudono appena, ma non si chiudono mai del tutto, perché la vita la vuoi vedere in faccia. E vorresti che la vita ti vedesse in faccia, che avesse sempre il coraggio di fare a braccio di ferro con te, guardandoti. Non hai mai avuto paura di perdere, ossia sì, hai avuto una paura boia. Ti sei chiesta chissà quante volte se facevi bene. Se avevi fatto bene. E poi con una scrollata ripartivi decisa, pensando, sentendo, sognando, senza tornare indietro. E di dubbi ne hai, e ne hai avuti, ma mai sulla scelta di puntare su di te.
Vuoi essere anche felice, sentire il mondo e la vita assieme, avvertire cose che solo tu avverti. Difendi chi ami senza arretrare, forse è facile pensarlo, ma quante volte ti sei fatta carico di essere padre e madre assieme e ogni volta hai continuato. Anche quando eri stanca, hai continuato. Anche quando non ne potevi più. Uno sberleffo e una risata, poi una malinconia e di nuovo eri tu. Ci si ritrova anche nella malinconia, anzi forse ci trova di più, basta non perdersi dentro. E tu non ti sei mai persa, l’hai tenuta per te come un valore assieme all’allegria. Un tuo territorio in cui non far entrare, se non chi poteva forse capire. Capire che non eri triste in quei momenti, ma volevi sentire la vita com’era ed è, come non può essere altrimenti. E che lì ricomprende dentro ad essa l’amore, la felicità che dura finché dura e che poi torna quando vuole, la giornata che comincia con una sigaretta e il caffè, gli occhi che si perdono fuori dal vetro, i versi letti ieri, la canzone ascoltata, la gamba sotto al culo, l’occhiata alla posta sul cellulare, il bisogno di scrivere che poi passa, la voglia di scattare come una molla eppure stare ferma. Ecco in tutto questo c’è malinconia e felicità di vivere messe assieme. E so che è così per te.
Mi piacerebbe che il genere si confondesse in questo essere, che alcune cose non fossero femminili, magari è così, ma poi mi sembra che non ci sia possibilità per noi uomini e che nell’essere donna qualcosa, in più e diverso, tu lo debba avere. Così mi accontento di sapere che le cose ti vanno così. Continuano ad andarti così, per volontà più che per fortuna.
E non chiedermi perché lo so, è così, lo sento, è perché sei tu.
Prima di venire a questo colloquio, pensavo a quanto diverse sono le nostre giornate e le vite che conduciamo da qualche parte, e a quanto servano le sensibilità comuni, il modo di vedere le cose e ciò che siamo per comunicare, mettere assieme l’umanità, il bene, l’amore. Poi ho pensato che non era questo il motivo per cui ci vedevamo e ho cercato di darmi un tono.
Se devo dire le competenze che ho, posso iniziare dicendo che so fare il pane e cucinare. E che mi piace il cibo. Non troppo perché mi sazio presto, e questo magari indica qualcosa, però mi piace mangiare. Ma se devo parlare di ciò che faccio, è meglio si sappia che i miei giorni sono fatti di gioie immotivate, di problemi, di stanchezze, di abitudini a cui tengo, di scrittura. E in più mi piace guardare le persone. Non tutto il tempo, ma quando mi viene.
Se devo quantificare l’abilità linguistica, mi piacciono le parole, parlo il necessario, eppure mi sembra troppo. Mi faccio domande, coltivo dubbi e mi aspetto che i frutti diano certezze, così non faccio quello che dovrei per star bene. Quindi ho un linguaggio impreciso e questo credo dipenda perché usiamo troppo le parole senza attribuire loro il significato che hanno, come ne avessimo paura. Io non ho paura delle parole, temo che spiegare troppo serva a cambiare i significati.
Mi capita spesso di essere stanco e mi nego per stanchezza troppe cose: il cinema, il riposo, la semplicità. Credo che la cifra di questi anni sia la stanchezza, non solo la mia, ma che una gigantesca stanchezza avvolga il mondo e da cosa questa derivi e’ oggetto della mia ricerca. Forse deriva dalla complicazione, dalla necessità di capire anche quando si è stanchi e non si ha voglia. Però le cose comunque si fanno, il mondo procede, i negozi si aprono, gli uffici e gli ospedali funzionano. In fondo della stanchezza che genera abbandono abbiamo cognizione e visione, nelle persone che escono dalle case e pian piano dormono per strada, negli edifici che prima perdono i vetri a sassate e poi le porte e poi tutto si confonde e cade. Quelle sono stanchezze senza uscita, le nostre si fermano alla soglia del sonno e si raccontano che con una buona notte tutto diventa più piacevole. Anche la fatica. Ecco, mi interessa questa stanchezza, che è pure la mia, capirla per risolverla.
Ho accumulato anni. Anche vita ho messo assieme. Ad un cero punto mi sono accorto che il tempo fuggiva in fretta, che natale era appena passato e già finiva l’estate. E’ stato allora che ho rallentato. No, non voglio dire che mi sono fermato, ma ho cominciato a guardarmi attorno e mi sono visto come un colapasta che mette esperienze liquide e non trattiene nulla, così ho cominciato a discutere gli obbiettivi vedendone l’inconsistenza: che obbiettivi erano se non lasciavano traccia. Volevo che da un lavoro, da un sentimento, da una passeggiata restasse qualcosa che mi cambiava. Però lo facevo tra me perché provando a dirlo agli altri mi dicevano: il mondo è così che ci vuoi fare. Ho capito che era un problema mio, perché per me era importante e discutendo la fatica e il suo senso, ho discusso il piacere. Che non era la soddisfazione o la sospensione della mia vita usuale, no, era quella pienezza che durava perché le cose fatte erano quello che mi assomigliavano. Era il piacere altro, quello della psicanalisi, che mi sembrava una costruzione, qualcosa che faceva comodo a qualcuno, che nascondeva qualcosa, come se il piacere si portasse dietro un qualcosa di cui vergognarsi. Ma questo qualcuno mica sapevo chi era, solo che con questo si dovevano fare i conti. Ecco questo è un work in progress, ho detto bene? Qualcosa su cui sto lavorando.
Insomma vivere, lo si deve scrivere in un curriculum, è equilibrio difficile, come è difficile tenere la schiena ritta se si è alti. Anche se si è meno alti, è difficile, non c’è differenza, ma io sono alto e conosco il mal di schiena per cui so di cosa parlo. E tenere la schiena dritta è necessario, sempre. Anche se si lavora o si fa all’amore, la schiena dritta è la condizione per vedere le cose che accadono, sentirle nostre, non avere paura. Insomma è meglio che si sappia, io alla schiena dritta tengo molto.
Eppure queste note non sono sincere perché non dico che sogno assai, e non di rado mi chiedo quale sia il confine tra l’immaginazione e la realtà. Mi rendo conto che la realtà è ciò che viviamo, ma la viviamo noi e quindi è un po’ diversa da quella di chi mi sta accanto. Così dobbiamo cercare le cose che ci accomunano per parlarne. Vogliamo comunicare, non essere soli. Odiamo essere soli. Anch’io faccio davvero fatica trattare la solitudine, anche se non lo odio, non ritengo sia colpa di qualcuno, credo dipenda da me, da come cerco di farmi assumere. In fondo se scrivo questo curriculum è perché questa è una domanda di assunzione, e un po’ tutti chiediamo di essere assunti, di essere importanti per qualcuno, di mettere insieme le nostre vite in un progetto. E vorremmo interloquire con quel progetto, dire la nostra, motivare la fatica. Anche quando amiamo succede questo, vorremmo avere un motivo per condividere di più, per oltrepassare qualche limite, ma questa è un’altro capitolo del curriculum, se vuoi ne parleremo a parte.
Certo è che i giorni passano e il curriculum si allunga e così lo accorcio, metto dentro quel che mi pare importante. Lo sai che cerco la leggerezza nel tratto del vivere? Che poi dire tratto del vivere è una cosa da esteti e invece io penso sia il togliere quello ce c’è in più, un lavoro per precisare, mettere nitidezza, vedersi meglio. E’ una questione personale, per questo non l’ho evidenziata subito, se ci si presenta per essere assunti non si può dire che si cerca la leggerezza, pare contino altre qualità nell’assunzione: l’intelligenza, l’affidabilità, la precisione, le lingue. E’ un po’ azzardato dire che vorrei avere le virtù di un palloncino rosso. Ecco non si può dire, per cui non tener conto di questa parte del curriculum, pensa che ho fantasia e a volte la fantasia non guasta anche nelle organizzazioni grigie. La vita se non la si controlla si presta a diventare organizzazione.
Poi mi piace l’aria e il sole, camminare. Chissà se conta qualcosa.
Per me conta, e magari lo capirai anche tu, perché adesso pensi che lavoro, vita, sentimenti siano separati e invece fanno parte della stessa domanda di assunzione. Sai io credo, che in fondo non si vada mai in pensione. Finché ragioniamo almeno e che una assunzione la cerchiamo sempre, magari tra eguali. Proprio eguali no, facciamo simili. Facciamo una cooperativa, che dici?