Stamattina passavano rade persone con l’ombrello e procedevano a passi misurati lungo la salita che porta al paese. Le vedevo dalle finestre, nel caldo pigro della casa che si riempiva di profumi mattutini. Il caffè, il pane che tostava si mescolava ai tempi lenti del risveglio, del rimettere in ordine le priorità e i piccoli piaceri che accompagnano l’assenza di un programma che non sia lo star bene con sé.
Da fuori veniva il profumo di bagnato dell’erba del prato. La finestra era aperta quel tanto che bastava a cambiar l’aria della notte, far uscire i sogni grevi, e sferzare piacevolmente la pigrizia del ridare dei tempi alle azioni, alle cose. Lo sguardo, in quel vedere senza intenzione era attratto dalle nubi indaffarate dal vento, ma con compiacenza, come se il loro andare piacevole avesse bisogno del mio permesso. È sciocco, me ne rendo conto, ma quante volte pensiamo che la natura ci ascolti e dialoghi con noi con le nostre parole. Avevo un gesto della mano, me ne sono accorto, che accompagnava il moto, ritmando una melodia ed esitando per la loro bellezza. Era il trattenere che ci prende quando si ha timore di carezzare ciò che ci piace troppo, erano mutevoli e belle nel loro incrociarsi, cambiare sfumatura, aprire squarci improvvisi. Mi sarebbe piaciuto le avessi viste con me.
Qui il cielo riserva sorprese, non sta mai fermo. Neppure quando è totalmente azzurro il cielo smette di parlare, perché accompagna lo sguardo su cose e colori che prima erano nascosti per loro conto. È strana questa vita delle cose che si animano solo a volte, e allora hanno una loro presenza, come attendessero un’attenzione non distratta da altro. Chiedono uno sguardo che ne veda la singolare identità. Sembrano dire che nulla si confonde davvero, lo sfondo è solo un limite dell’occhio, mentre tutto vive in una distesa che non finisce e sono i particolari che contano, che costruiscono, con certosina pazienza, l’insieme. Le cose sono vite apparentemente inanimate dentro una vita più grande, come le nostre quando mettiamo assieme un progetto che comprende molto d’altro oltre noi, ma qual’è il progetto delle cose che mescolano ciò che fa l’uomo con ciò che esiste e ne ricavano un senso nuovo?
Credo ci sia una sorta di superiorità, di indifferenza di ciò che consideriamo oggetti e che qualsiasi cosa facciamo loro, poi loro saranno ancora presenti, vantando un dominio del tempo che non ci appartiene.
Questo pensavo, assieme ai sogni strani della notte, all’emergere di quell’inconscio così ricco di scritture arcane, di simboli e nessi che per pudore e timore il giorno cancella, ma che resta in attesa, come il diavolo al crocicchio del sonno. Meglio non pensarci, dicevo tra me, e intanto guardavo.
Avresti dovuto vedere come le nubi si rincorrevano in alto, mentre quelle basse eran ferme e si confondevano giocando col suolo. I monti esalavano vapore, con un respiro profondo di terra e di roccia, d’acqua, di licheni, di felci, di bosco ed era una fitta cortina di nebbia che a banchi saliva, ricca di squarci improvvisi. Così il bianco diventava finestra sul verde, sulla roccia e mutava in continuazione, confondendosi con le nubi, avvolgendo e mostrando le cose e gli alberi secondo una distratta voglia d’ essere sipario e spettacolo.
Ci sono momenti in cui s’ avverte intera la propria limitata dimensione, il procedere delle cose secondo leggi che sono a noi sconosciute, l’essere senza importanza quando il contesto diventa grande più dello sguardo. E allora si deve tornare a sé, a quell’identità fatta di troppe abitudini, alterigie inutili e debolezze inconfessabili che ci siamo con fatica costruiti e di cui abbiamo perso precisa nozione. Siamo il gesto del momento, il sentimento che dura, la voglia che avvampa e quello stratificare di cose apprese e poi collegate in una percezione d’esserci davvero, ma davvero chi siamo e quale sia il nostro posto felice possiamo solo approssimarlo. Di questo ti avrei parlato, che era insieme consapevolezza, desiderio e paura, perché il non lasciarsi andare al tutto e all’amore che esso promette, comprende una volontà di dominio, che è presunzione. E come tutte le presunzioni sbaglia, capisce ciò che vuole ma soprattutto chiede. La sicurezza di un abbraccio, l’amore che non dubita, la sensazione che non si è soli. Anche dopo la notte, i sogni segreti, il giorno che inizia e per suo conto procede coinvolgendoci, non si sa né come né quanto, nella gloria e fatica del fare, si vorrebbe non essere soli.
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via da noi con noi
Un caffè di troppo,
l’ultimo sempre eccede,
così il passo s’allunga,
e la mano stringe troppo il volante.
Nell’impazienza del semaforo,
chi ci precede nella coda, rallenta,
non si capisce il motivo,
forse un pensiero, qualcosa che vorrebbe tornare,
e i secondi s’accorciano nella nostra impazienza,
nell’essere già altrove..
Perché ci lasciamo accadere tutto questo,
vivendo vite senza traccia,
la fretta non lascia, né sugo né ricordo.
C’è stato un tempo bambino
in cui lenta e pensata era la vita,
e così bella,
eppure non ce ne siamo accorti,
anche ora accade, mentre fugge
via da noi con noi.
fu dopo il 24 maggio
Di sicuro ne avevano parlato nei giorni precedenti, in casa o tra conoscenti e parenti ritrovati. Discorsi mischiati assieme ai commenti per una buona giocata di briscola. Forse erano nella sala da pranzo che faceva anche da osteria, oppure sotto la grande pergola, appena fuori, che era già piena dell’ombra della vite. Lì, prima del tramonto, si fermavano i contadini che tornavano dai campi, qualche commerciante che girava in bicicletta per i paesi, sensali in cerca di affari, operai delle officine della cittadina poco distante. Persone che si aggiungevano ai pensionati, quelli che stazionavano, un po’ dormendo un po’ parlando, da dopo pranzo e che con un quarto di rosso arrivavano a cena.
Era quasi un anno che la guerra si combatteva tra russi e tedeschi, “sciavi” e austriaci, francesi e inglesi contro ancora i tedeschi. Come si diceva per la tempesta che annullava i raccolti e metteva fame e pellagra, girava, girava, girava attorno questa guerra e da qualche parte avrebbe colpito pure loro, le famiglie, il futuro. Mio nonno era tornato dalla Germania con la famiglia a ottobre, anche le sorelle e il fratello erano tornati, chi dalla Francia, chi dalla Svizzera, ora erano tutti nella grande casa vicina alla locanda di famiglia. Tornati? Erano stati cacciati, espulsi, con quello che poteva stare in una valigia e i bambini in braccio.
Mio Padre aveva meno di un anno, la Zia tre, appena compiuti, con il Nonno e la Nonna, erano tutti in una stanza, ormai ospiti più che padroni.
Un po’ di marchi e sterline oro li avevano con sé, ma serviva il lavoro non il gruzzolo che sarebbe finito e così il nonno si dava da fare: aveva ripreso il vecchio mestiere, oppure aiutava nella locanda.
Mentre arrivava la sera, in osteria si parlava, si leggeva il giornale. Qualcuno avrà chiesto più volte al nonno: tu che li conosci i tedeschi e parli la loro lingua, ci tireranno in mezzo? Di noi non si fidano, avrà risposto il nonno, visto che ci hanno cacciati. Ma anche i francesi e gli svizzeri hanno rimpatriato, forse non si fida più nessuno di noi.
Le notizie arrivavano e i tedeschi vincevano dappertutto, sembrava stupido andare in guerra contro chi vinceva. Ma in un paese tra monti e pianura, a maggio, conta di più come cresce il “formenton” per la polenta dell’inverno, le ciliegie da raccogliere, l’uva sui filari già da pompare di verderame, oppure le notizie scambiate tra un sorso di vino e una boccata di toscano? Conta la polenta, e cosi il 24 maggio, quando cominciò la guerra nell’osteria non capirono tutto. Il perché andare in guerra visto che gli austriaci ci davano Friuli e Trentino gratis, a chi sarebbe toccato andare soldato, e cosa fare per mandare avanti il lavoro se toccava andare. Comunque ci sarebbero state più tasse perché fare la guerra costa e non la pagano i siori ma i poveracci, con la vita e il portafoglio. Qualcuno diceva di parlar piano, ma anche sottovoce nessuno era entusiasta e non si sapeva bene quale e quanta, ma di sicuro qualche disgrazia sarebbe arrivata.
Non so cosa disse il nonno alla nonna, avrà cercato di tranquillizzarla, di dire, che no, non sarebbe accaduto nulla di male a loro. La nonna avrà pianto e poi sorriso quando il nonno le avrà fatto notare che lui aveva più di 30 anni e la guerra la facevano i militari. Ormai era vecchio e l’avevano pure scartato a suo tempo. E poi aveva due figli ed era lui che manteneva la famiglia. No, la guerra era cosa d’altri, avrebbero vinto i tedeschi e loro sarebbero tornati a casa loro in Germania. E la nonna pensava alla sua casa abbandonata in fretta, ai mobili nuovi lasciati con dentro i doni di nozze e alla culla in camera. Sperava di ritrovarli, magari impolverati sotto le lenzuola che li coprivano, se fosse finito tutto presto, sarebbe tornata e allora sorrideva contenta.
Non andò così, dopo un po’ il Nonno fu richiamato, resistette nelle trincee delle battaglie per l’Isonzo per un anno e mezzo e poi una granata o un cecchino, lo mise in quella lapide che c’è ancora in centro paese. Davanti a dove c’era la locanda di famiglia, a fianco della chiesa. Non è solo, è insieme a parecchi che erano con lui in quel maggio, sotto la pergola e parlavano, fumavano e tacevano, guardando i visi e il cielo mentre la tempesta girava girava, girava e non si sapeva dove avrebbe colpito. Ma la tempesta lasciava solo la miseria almeno la vita la risparmiava, non lo sapevano ma quella era la differenza.
questione di stile
Si era vestito con cura. Prima guardando il corpo nudo allo specchio e constatando che le immagini non corrispondono mai alla testa. Servirebbe, pensò, un farsi secondo ciò che si vede, un modificare per piccoli tratti quello che c’è e aggiungere il mancante. Chissà da dove vengono questi modelli. Sorrise. Stava leggendo un libro sulla paleogenetica e di come i DNA antichi dimostrassero che la prima forma di integrazione fosse stata il sesso. Un’infinita sequenza di rapporti sessuali che lasciavano tracce di specie homo scomparse, mentre altre ora presenti, erano ben distanti dall’identità che governi e ideologie facevano credere. Tutti mescolati, malamente o meno ma tutti con una carta d’identità talmente composita da capire che solo il mescolarsi era stata la risorsa vitale della specie. Pensieri sparsi in cerca della biancheria. Da aggiungere piano perché c’è un piacere del pulito che ci riguarda prima di essere un modo per vedere ed essere visti con quella vista particolare che è l’olfatto. La vestizione continuava con la camicia. Chiara, meglio i quadretti. Piccoli e azzurri. I calzini lunghi, scuri e si era fermato sui pantaloni. Chiari certamente. Potevano andare bene anche i jeans, ma meglio un color corda. Quando si chiudeva la cintura c’era un misto di soddisfazione e proposito, non era ingrassato, doveva dimagrire. Si dimagra per sé, pensava, per quel senso di leggerezza che ha un corpo più leggero, con i muscoli che funzionano bene. Si guardò le mani. Grandi, mai così abili come avrebbe voluto, ma silenziose e disponibili ancelle. Il linguaggio delle mani è raramente fatto di utilità. Persino quando lavorano provano quel misto di soddisfazione che rende ciò che si fa una dimostrazione di abilità o di goffaggine, ma non sono mai indifferenti. Hanno capacità espressive incredibili, portano la carezza e lo schiaffo, ma soprattutto hanno un tatto così diffuso e una capacità incredibile di disegnare con le dita e con il palmo. Raccolgono, tengono, sfiorano, restano a un millimetro da un’altra pelle e si sentono. Allacciano e sciolgono. Respirano la tenerezza e la paura, sono calde o fredde mai indifferenti. Si ha sempre una difficoltà a mettere le mani in modo armonico, persino la notte quando si dorme. Di giorno, pensò, devono aver inventato le tasche per dar loro un posto altrimenti sarebbero state svolazzanti e rivelatrici propaggini di sé. Gli piacevano le sue mani, le unghie appena rosa, corte, sempre pulite. Erano una parte di sé che non avrebbe mutato. Ormai era ora di mettere la giacca. Gli piacevano le giacche scure e quelle pastello, le tinte unite con una piccola idiosincrasia per il marrone che stava tra il bruciato e il nocciola. Quel marrone insipido che sta bene solo alle foglie secche, che non si sposa con nulla se non con se stesso, anche se non rifiuta l’azzurro e il nero. Forse gli ricordava quegli infagottamenti che un tempo si mettevano addosso ai bambini come cappotti ed erano il residuo di cappotti adulti adattati. Forse era il ricordo di qualcosa che lo respingeva, che lo riportava alle fanghiglie e ai rimproveri. Forse. Comunque fosse il marrone, quel marrone ovvero il pantone 130, nel suo guardaroba non c’era. La giacca, abbiamo detto scura, si ripeté, e scura venne tra le mani, tra il blu e il nero. C’è un piacere nel mettere la prima manica e nel cercare la seconda, sono le spalle che funzionano a dovere, i muscoli che con la loro intelligenza fanno il movimento e la mano sbuca tranquilla e con essa un centimetro di camicia da regolare con le dita e poi c’è quel movimento sincrono che aggiusta le spalle e veramente indossa la giacca, la mette sul corpo non sulla camicia. Diventa parte di noi, pensò. Non bastava, faceva ancora freddo, aggiunse un impermeabile corto, azzurro scuro, quasi blu. Sportivo e con il cappuccio. Ricordò che suo Padre aveva un bellissimo impermeabile bianco, doppio petto, lungo al ginocchio e con cintura in vita, fatto di quel cotone pesante che si usava un tempo. Inglese come si doveva per un regalo, ed era stato un regalo. Gli piaceva l’idea di quell’avvolgere che hanno i soprabiti ampi, ricordo dei mantelli e dell’abbraccio. Chissà che fine aveva fatto quell’impermeabile, pensò, non per un nostalgico uso ma perché le cose, anche quelle belle si perdono. Traslochi, vita, e spariscono, resta la sensazione di qualcosa che aveva un significato e che da qualche parte possa ancora esistere, ma si sa che non è vero. Ossia, pensò, non sempre è vero. Le scarpe, nere. Mancava poco ad uscire. Allacciava le scarpe sul pianerottolo, appoggiando il piede a uno scalino e piegando bene la schiena. Da qualche tempo gli doleva per vecchi insulti rinfrescati di recente. Aveva fatto un gran servizio quella colonna, aveva retto, tenuto alta la testa e dritti gli occhi. Importanti entrambi, anche se da tenere con la giusta riservatezza: la testa e gli occhi rivelano molto e indagano di più. Meglio la seconda funzione da usare sempre con accoglienza intelligente, mentre la prima dev’essere riservata, pensò, a ciò che ci lega o può legarci. Uno sguardo che lascia perplesso l’interlocutore è lo sguardo che si perde o che maschera, o ancora che non dice nulla, meglio dire la verità, ossia che abbiamo idee per nostro conto. Nel frattempo aveva legato anche la seconda scarpa e il lacci avevano bisogno di essere cambiati. Alzò lo sguardo verso il lucernario. Non pioveva e il vento muoveva le nubi. Chiuse la porta e cominciò a scendere le scale. Fuori c’era la città, questa era la casa e una città è fatta di tante case che corrispondono a tante vite che un poco si assomigliano e un poco no. Dipende dalle scelte. Lui non assomigliava, pensò, ma saperlo non era subito la felicità, era la coscienza che si poteva trovare dell’altro in sé. Una piccola lieta, fatica.
ci sarebbe bisogno di silenzio
C’è il vociare, lo scambio dei motti di spirito, le risate che si mescolano al pane intinto nelle pietanze. Le dita usate al posto delle forchette e dei cucchiai, poi leccate per non perdere il gusto sapido dell’arrosto. Tutti in un tavolo unico, forse, o in più tavoli, comunque è una cena tra chi vuole festeggiare assieme e quindi si conosce. I gesti usuali dettati dal cibo e dalla compagnia, le parole con i ricordi recenti, magari qualcuno più antico. La meraviglia di ciò che è accaduto da poco o più in là nel tempo. Ogni volta che si è assieme emerge il presente e il ricordo e fa parte della consuetudine anche il chiedersi quale sarà il prossimo prodigio. Ci si abitua persino alla meraviglia e alle parole, sempre dense di ulteriore significato. Bisogna pensare e ciascuno capisce a suo modo. Qualcuno chiede spiegazioni, altri mutano la prima opinione, infine resta l’idea di qualcosa di importante che si capirà appieno un po’ per volta e intanto deve scendere e restare nel profondo.
Immaginiamo la sala con le tende che si gonfiano nella brezza della sera. Si accendono le lucerne alle pareti, anche sul tavolo ci sono dei lumi. Il sole tramonta verso il mare che pur distante fa sentire fin qui, tra le pietre, la sua aria un po’ aspra e colma di colori puri la stanza, così le fiammelle sono punti di luce che illuminano i volti, li scavano, lampeggiano sui sorrisi, riempiono di ombre mobili il soffitto. È la luce che gonfia l’aria o è l’inverso? Lo sguardo del Rabbi guarda distante o dentro di sé? Non si capisce, ma nessuno si pone la domanda. Sappiamo tutti che abbiamo così poche notizie del pensiero oltre la parola e il silenzio.
Ad certo momento la luce s’è invertita, sono le lampade a rischiarare e le ombre a muoversi. I discorsi si sono fatti più fitti, le voci più forti per farsi sentire meglio.
Ci sarebbe bisogno di silenzio. Rabbi parla poco, per Lui ci sarebbe bisogno di silenzio. Forse Gli altri fanno festa. Sono contenti, i volti ora più arrossati, parlano, dicono di cose che accadono nella città. Forse qualcuno pensa a casa e allora ci sarebbe bisogno di altro silenzio perché la sera è il luogo della nostalgia di qualcosa che manca o che ancora non c’è, ma passa presto.
Ci sarebbe bisogno di silenzio per capire quello che si acquatta sotto al rumore, per vedere meglio l’ombra che lasciano le parole, per ascoltare quello che sembra e invece non è ma si muove bene attento a non farsi notare. Il silenzio aiuterebbe a definire meglio i contorni delle ombre che s’intrecciano sul soffitto e le pareti. Ci sarebbe bisogno di silenzio per non dire la paura di essere soli, per non pensare pensieri già adoperati, per vedere ciò che sta accadendo e rendersene conto. Ma stasera non c’è più silenzio, le persone sono allegre, hanno ben mangiato e si preparano a una festa.
Il mare lontano non si vede ma si scurisce, si sente nel vento piu fresco e lo sappiamo che diventa nero. Quando siamo in riva, la notte porta lo sguardo al cielo, mentre gli occhi cercano qualcosa tra le stelle. Chissà cosa cercano. Intanto il cuore cerca di non pensare e da fuori arriva il suono di altre cene, di altri che fanno festa. Così scende la notte, senza un silenzio che l’accompagni, senza un segno che voglia essere letto. La solitudine è la condizione della parola che non si rapprende in gesto, la solitudine è il giusto, l’evidente che non trova il suo posto e allora tace.
Ci sarebbe bisogno di silenzio che ci aiuti a capire, a sentire, vedere che non siamo soli se capiamo, sentiamo, vediamo. Ma non è ancora ora. Forse non è mai ora.
caro noce
Oggi ti hanno tagliato. Hanno detto che eri morto a mezzo e diventavi pericoloso: alto com’eri, una sventata più forte ti poteva schiantare addosso a qualcosa o qualcuno. Non so se fosse vero, ma oggi le competenze sostituiscono troppo spesso le volontà e quasi sempre i desideri e così prima hanno segato le tue braccia verso il cielo e poi, scendendo, il corpo, fino a un bel taglio netto alla base. Era vero che il cerchio perfetto dei tuoi anni era diviso in due, due toni di marrone che nel chiaro parlava della vita e nello scuro di ciò che eri stato e ancora eri. Sei venuto giù senza parlare, ti mancavano le foglie e i giardinieri erano abili. Un tonfo e un piccolo rimbalzo del peso importante che avevi accumulato, ripetuto per ogni pezzo che cadeva, finché nel largo raggio che occupavi, è rimasto il centro del tuo ceppo e il vuoto. Circolava l’aria. Non più gli uccelli che si sono fermati per 30 anni a cantare, non più le noci attorno che erano preda di piccoli mammiferi. Un vuoto. Mi avevi seguito dalla vecchia casa del centro storico. Eri nato da un noce maestoso e solitario che aveva riempito di frutti i nostri autunni. Noci piccole, molto dolci, che esigevano un impegno notevole per staccarle dal guscio. Mia nonna mi aveva insegnato a mangiare le noci fresche staccando la pellicina con le unghie, cosicché un pezzetto diventava una conquista, due noci occupavano un pomeriggio e si imparava la pazienza. Il terreno in cui il tuo genitore aveva affondato le radici era antico d’anni e d’uso. Si erano stratificati i millenni in quel posto e l’humus era venuto da innumerevoli stagioni. Il tuo illustre genitore riusciva a vedere oltre l’alta mura dei pii conservatori di santa Caterina, sentiva le voci delle monache e delle ragazze, che a noi arrivavano attutite, ne coglieva i ritmi e gli usi e di certo ne allietava la vista. Le radici scavavano in un suolo che era stato coltivato ben prima che la città diventasse parte della romanità e forse anche questo influiva sulla italicità che era connessa al nome, alla nobiltà del legno, alla forza del portamento e al donare dei frutti. Poteva permetterselo il tuo genitore di essere fiero e indomito. Oggi pensavo che non era mai stato colpito dal fulmine, che i rami erano rimasti integri e che quando ce n’eravamo andati, era ancora giovane e insieme maturo d’anni. Con te ho portato altri due fratelli. Ho questa piccola mania del portare con me piante nei traslochi, perché non li sento solo alberi o vecchi rosai, ma parole scambiate, ombre sotto cui ci si è fermati, profumo che riporta a persone, parole, fatti. Così di noci, allora giovani, ne portai tre con me. Tu fosti l’ultimo trapiantato e per due volte al fine di non perderti in un esproprio. Trovasti posto definitivamente nel luogo più importante del giardino. Sei cresciuto con allegria spavalda, anno dopo anno più alto sino a sovrastare di molto la casa, nel frattempo il tuo verde ha chiacchierato col rosa di ogni alba, hai chiuso la vista verso ciò che mutava e non doveva, hai guardato in casa senza starle troppo appresso e ne hai visto la molta gioia. Hai seguito i cambiamenti, sentite le voci e racchiuse in un tuo confine d’aria che era un abbraccio al cielo. Di questo e di moltissimo d’altro ti sono grato. Di voi tre ormai è rimasto solo tuo fratello che è nel giardino del condominio. E’ alto e sano, i bambini sono diventati adulti giocando coni suoi frutti e spesso mangiandoli e hanno nuovi bambini che approfittano della sua ombra. Magari cercherò da una delle sue noci di trovarti un nipote da mettere al tuo posto. Servirà tempo, ma la tua famiglia ha sempre avuto un buon rapporto con il tempo. Grazie caro noce, mi mancherà la tua presenza, non il tuo ricordo, quello resta assieme a chi hai conosciuto e che insieme a me hai allietato.
questa città
Questa città è fatta di percorsi circolari. C’era prima di Roma, parlava la sua lingua con gli Etruschi, costruiva circonferenze e raggi.
Questa città non ha un cardo e un decumano, ma è stata distrutta almeno due volte. Completamente. Per questo c’è una strada diritta che unisce il sud al nord. Ogni rapace di terra ne costruisce una: serve per arrivare e portare via in fretta.
Questa città custodisce. E’ colma di segreti, di urne, di parole dette che vogliono dire altro, di ricordi senza lapidi, di cocci di bottiglia sui muri tra i giardini, di alberi che conservano gelosamente le loro ombre, di finestre che si aprono sui cortili interni, di portici e spioncini, di nebbie autunnali, di luci dietro le tende, di portoni senza un nome .
Questa città sussurra. Accompagna i passi, indica delle mete e poi sta zitta. Ha un segreto per ogni amante, una strada, un bacio, un androne, un vicolo, un’ombra che risucchia, un desiderio che si stende, una dolcezza che ha già l’amaro e poi di nuovo il dolce.
Questa città per due secoli era un insieme di pecore e paura. S’addossavano le une agli altri e si tenevano, arrancando il tempo, spostando pietre, rimettendo muri dov’era passato il fuoco. Era palizzate e gambe veloci per fuggire, acqua e barche pesanti verso il mare. Ma anche amori e figli, lenta risalita, orgoglio d’un racconto. Pietre squadrate, tante, tantissime, disseminate ovunque. Abbandonate.
Questa città conduce discreta. Si poggia su solide zampe di felino, salta, si rovescia, attende d’essere lisciata e dilaga d’amore mentre sembra quieta. Guarda ed è guardata, è falsa nel mostrarsi a chi non l’ama. Lo sa ed è impudica. Generosa e acuta nel pensarsi, molle e ritrosa nel raccontar di sé. E’ sempre altro, ma appena un poco. Si sfuoca vezzosa per le rughe, disegna l’anima di chi l’accoglie, inerme.
Questa città ha ciottoli di fiume nelle strade e trachite larga sotto i portici, dolce nel camminare, spinge. E’ libera e lascia andare, non trattiene, aspetta. Si lascia circuire, sorride, addita affreschi e finestre che si sfaldano nell’aria. Non ha vento, è immota perché vuol essere penetrata.
Questa città si stratifica di tempo e cose, seppellisce e con poca voglia si rivela. Sotto c’è il passato e poi sette o otto strati di vite aggrovigliate. Nodi che emergono per caso, anse e tracce di passioni, che svelte si ricoprono per zittire domande inopportune.
Questa città ha case con pietre antiche, impregnate di amori, di segreti sfrontati, di silenzi paurosi. E sogna. Di notte mischia ciò che è stato con ciò che ancora attende; senza apparente ragione inquieta il senso. Al risveglio resta un eco, una domanda mentre ricomincia il giorno. E l’andar di fretta o lenti, ma dove, solo lei lo sa davvero.
seconda decade di ottobre
Le due Donne di casa compivano gli anni nella seconda decade di ottobre. Lo stesso giorno probabilmente. O almeno così diceva mia Madre. Era nata in casa, il nonno era andato all’anagrafe qualche giorno dopo, perché si usava così e gli uomini avevano altro per la testa, poi l’impiegato dell’anagrafe ci aveva messo di suo, magari avevano discusso su giorno e ora, così ne era nato un compromesso sulla data, sbagliata, e una doppia versione. Una casalinga e una dell’atto di nascita. Probabilmente lo stesso percorso aveva riguardato anche l’altra donna di casa, ovvero mia Nonna paterna, ma il bisnonno era impiegato del comune e forse una qualche accuratezza nella data c’era stata. Si potrebbe pensare che queste precarietà infastidissero la precisione, ma in realtà le date contavano fino a un certo punto, gli oroscopi erano sul rosa, colore difficile in quegli anni, importante era la coscienza di essere nate e di costruire la propria vita. Entrambe erano molto coscienti della vita, avevano filosofie diverse, ma complementari, molta autonomia e un senso della cura che convergeva su di noi. Sui maschi.
Però si festeggiava, pur senza grandi celebrazioni che all’età mica ci tenevano se non per vezzo. La domenica successiva compravo le paste, il pranzo era leggermente più ricco, si restava di più a tavola e si parlava di qualche ricordo, tutti attendevano il dolce. Le paste non venivano tagliate a mezzo, quello è un uso goloso e finto dietetico che è venuto dopo, ma erano frutto di scelta preventiva e successiva. La mia era preventiva perché eccedevo in ciò che piaceva a me nell’acquistarle, successiva perché nel giro l’ultimo sperava sempre rimanesse la sua preferita. A volte mia Mamma si imponeva e se si voleva festeggiare prevaleva la sua scelta: la millefoglie di Graziati. A voi non dirà nulla, ma è una millefoglie di riferimento in questa città, dovrebbero metterla all’ufficio pesi e misure di Sèvres, magari vicino alla definizione di caloria e tra parentesi di golosità, come standard di millefoglie per friabilità della sfoglia, per il suono croccante degli strati che si frangono e sciolgono, per la ricchezza equilibrata della crema e come esaustiva di ogni desiderio goloso. Mia Mamma la frequentava non solo per festeggiare, ma nel suo giro mattutino per le piazze non mancava di sostare e di prenderne un quadrato col cappuccino. Era una attenzione a sé che faceva parte della filosofia di vita, dove non doveva mancare lo spazio per il buono e il bello e il tempo era subordinato al vivere non viceversa. Mia Nonna aveva attenzioni antiche per i dolci, quelli che le ricordavano l’infanzia, più scabri e austeri, oppure fantasiosi di colori come le favette di questi giorni, avevano gusto e fascino inusuale. Li consumavamo come una cosa nostra per confermare una simbiosi che sin dalla mia nascita ci aveva messi assieme. E faceva parte del curarsi di chi era amato. In questo noi maschi sentivamo queste presenze forti e discrete, che non mollavano il punto sulla libertà, ma volevano incondizionatamente bene.
Chissà per quale congiunzione d’astri il caso avesse messo assieme queste due Donne, così diverse, ricche di umanità e tenerezze, gelose delle libertà possibili, sempre attente alla concretezza e rispettose dei sogni propri e altrui. Di certo mia Madre sognava di più, ma senza rimpianti sceglieva e costruiva la sua idea di crescita e di famiglia. Mia Nonna gestiva il presente con una filosofia di continuità che si occupava poco del futuro. Conosceva gli scherzi terribili del caso e lo lasciava fuori dalle sue paure, o almeno così sembrava a me che le facevo domande strane sulla vita.
La seconda decade di ottobre c’era il riassunto di un passato che diventava palese nei racconti, ma apriva sul futuro. I compleanni più o meno coincidenti e presunti erano una sosta dolce e breve nel vivere e questo si sarebbe ripetuto con le sue continuità affettive e le novità da accogliere e distillare: questo è buono e questo non mi serve a star bene. Era un crivello semplice, una saggezza intrinseca che le faceva incontrare e scambiare ciò che era comune, magari ad iniziare col caffè del mattino, ma poi ciascuna seguiva il suo estro e la sua vita ed era un buon modo per essere se stesse. Anche questo era un dono che facevano a chi le era vicino, a me che cercavo di capire come vivere, a mio Padre e a mio Fratello, ben più certi delle strade da percorrere. Ciascuno prendeva ciò che gli assomigliava da queste due Donne, ciò che gli faceva bene, per cui penso che loro ci hanno sempre festeggiato e noi lo facevamo ogni tanto, ma l’amore non mancava mai e che l’educazione all’affettività sia partita da loro. Qualcuno si doveva preoccupare di come si insegna ad amare e loro lo facevano, con semplicità e continuità. L’hanno fatto sempre finché sono vissute e lo fanno ancora.
cannelle
Associare un’insalata greca ricca di feta con degli spaghetti al pesto, non è una buona idea. Provoca una sete che non è sete di conoscenza o verità, ma quella sete bambina che induce a bere direttamente in bocca da una cannella. Cosa che contraddice ogni norma di buona creanza ma da una soddisfazione che accresce il potere dissetante dell’acqua. L’acqua è un archetipo con cui facciamo subito i conti nelle nostre vite. Evolviamo i rapporti col bere, ma l’acqua fresca resta una base su cui si costruisce la sensazione di benessere. E l’acqua direttamente in gola è un sottrarsi alla misura, un oltrepassare la soddisfazione in un dilagare di senso.
Ci fu un’estate in cui la ricerca di lavoretti, mi portò a frequentare una azienda che imbottigliava bibite gassate e acqua minerale. Le bottiglie, allora di vetro, correvano su un nastro, si fermavano a blocchi sotto le cannelle che le riempivano, prima d’essere tappate. Noi toglievamo le bottiglie e le mettevamo in casse di legno. Avevamo una pausa ogni tre ore e il lavoro fisico faceva sudare abbondantemente e ci si poteva dissetare. Nel reparto chinotto avveniva una sindrome singolare, che mi fu confermata dall’infermiere a cui ricorsi per un gonfiore intestinale notevole, tutti i nuovi bevevano dalla cannella nell’intervallo e l’associazione dolce/amaro/frizzante anziché togliere la sete l’aumentava, e spingeva a bere ancora fino a generare quel gonfiore associato ad altri disturbi immaginabili. Passava tutto in un giorno, anche la voglia di bere dalle cannelle per cui la direzione non si preoccupava più di tanto e lasciava che il corpo facesse il suo lavoro pedagogico.
Quell’esperienza, che durò poche settimane, mi fece riscoprire il potere dissetante dell’acqua. Meglio se era un po’ gassata, magari con le polverine di allora: Idrolitina e Alberani. Preferivo l’Alberani, che mi pareva avesse più gas e che assomigliasse appena all’acqua di seltz. Questa era un’altra cannella presente nei banconi dei bar del centro, da cui veniva estratta con maestria dal barista che aggiungeva un tumulto di bolle alla bibita confezionata per gli adulti. Li invidiavo tantissimo, come invidiavo i bottiglioni variopinti dei bar di periferia, anch’essi contenenti seltz che sognavo come una ricchezza per l’estate casalinga. I bottiglioni erano allegri, per gli esercizi meno tecnologici e alla buona, li vedevo usati con parsimonia, su sollecitazione di chi ci accompagnava, a volte, allungavano la spremuta che doveva farci bene. Erano quasi una cannella, col loro becco ricurvo e il rubinetto a leva, ed evocavano un erotismo da gole assetate. Tra noi, nei pomeriggi ricchi di polvere e di sudore, si favoleggiava l’effetto di quel getto da cui attingere a piena bocca. Fantasie. In realtà ci restavano le cannelle delle fontane e se si diceva uno schizzo di seltz per sottolinearne la preziosità e il diluire accurato, una ragione ci doveva essere.
Bere a cannella e a garganella, bere lasciando che l’acqua invadesse il viso, impastasse e togliesse la polvere. Bere lasciando che la bocca si riempisse, che l’eccesso corresse giù per la guancia e poi si perdesse bagnando di gocce tutt’attorno. Bere per dire al corpo che poteva essere dissetato finché voleva, che avrebbe avuto ciò che desiderava. E se i grandi ci dissuadevano dall’acqua troppo fredda d’estate, non erano le cannelle a darla quell’acqua ed era lui, il corpo, che stabiliva la misura della violenza. È andata bene, mai una congestione, ma in tempi in cui tutto faceva paura, anche l’eccesso aveva un limite: la soddisfazione. Ancor oggi se vedo una cannella mi viene da piegare la testa e bere, magari solo un sorso, ma libero. Credo sia rimasto quel piacere intatto e connesso all’acqua che sgorga e scorre con dolcezza. Quasi un atto d’amore.
dei molti inizi e indizi
Anche a pensarci con accuratezza, buttando via il banale (e già questo è lavoro non da poco), l’inizio di una storia è in realtà fatto di molti inizi. Prendiamo il caso più semplice, una nascita, c’è un momento preciso, ci sono persone attorno in grado di certificare, persino il minuto e il segno astrale, c’è una confusione ordinata, un evolvere di sentimenti, ci sono gradualità di sentire e un bambino che inizia a piangere. Ora respira in modo autonomo, è spaesato e ha pure sofferto, adesso ha esperienza del dolore e dell’aria, ma l’inizio della sua storia è prima, molto prima. Potrebbe raccontare dei nove mesi precedenti, se non lo fa è perché la sua memoria aveva altre esperienze, ora totalmente contraddette, se ha pensato, se ha sentito e di certo lo ha fatto, era in un contesto talmente differente che di questo resta solo la sensazione. Ciò che è certo è che l’inizio risale a prima. Per restare vicini nel tempo, è stato quando i suoi genitori hanno fatto l’amore oppure quando si sono conosciuti, o ancora quando un bisogno e una conoscenza progressiva li ha messi assieme; oppure le cose sono state molto meno romantiche e più violente. Comunque sia, l’inizio è certificato molto più da un’esistenza e da un’evoluzione, da rapporti intervenuti dopo e che sono a loro volta inizi, piuttosto che da una data o da un fatto meccanico. Quello che mi pare evidente è che l’inizio è più nella prosecuzione della storia, nel suo farsi e nelle scelte che racchiuso in un momento particolare. Siamo quello che diventiamo e se volessimo investigare avremmo a disposizione molti indizi che partono -e portano- alla conclusione parziale del momento che si vive. E questi indizi sembrano coesistere ed essere fortemente radicati in noi, per cui ci sarà sempre un po’ dello sconcerto del bimbo, della meraviglia del bambino unita alle sue paure, delle timidezze dell’adolescenza, della responsabilità poca o tanta dell’adulto, e così via, nelle nostre scelte e nei nostri atti.
Nei momenti di solitudine o compagnia, ci saranno sempre antiche malinconie e gioie irraccontabili, ci saranno atti gratuiti e cose che non si vorrebbero aver mai fatto, errori, fallimenti palesi ed occultati, glorie vere o farlocche, insomma un mescolarsi di colori, tracce, striature che conterranno ragioni vere o presunte, ma solo investigando in esse ci si accorgerebbe che ogni singolo filo finisce in altri fili e che la nascita non è davvero un inizio, anzi che esiste una indeterminatezza dell’inizio se appena si gratta la superficie. Siamo quelli che siamo e non è finita, ed è questo non finire che moltiplica gli inizi; siamo nuovi e somma di ciò che è accaduto, a noi e intorno a noi, in fondo legati a una sola verifica: siamo felici di esistere oppure siamo scontenti?
Attorno al letto c’erano le donne, la levatrice, una vicina, mia nonna. Mio padre fumava nella stanza vicina e ogni tanto veniva a vedere come andava. Pentole d’acqua calda percorrevano il corridoio e un lenzuolo di lino era stato suddiviso in lunghe strisce bianchissime. Era notte fonda, le finestre erano aperte sulla via ed entrava un po’ d’aria. Di giugno fa spesso caldo da queste parti, a mia madre non piaceva il caldo e sudava, mia nonna le bagnava la fronte e la incoraggiava. La vicina parlava con la levatrice ed entrambe avevano quella fretta che lascia al tempo il suo corso ma un po’ lo spinge. La levatrice spiegava cosa stava avvenendo, ma mia madre già lo sapeva. Mio fratello dormiva nel suo lettino e non si accorgeva di nulla o quasi. Poi, erano passate da poco le tre, tutto si risolse in un tuffo nell’aria, un detergere il sangue e i liquidi, un pacca sulla schiena e un primo grido mentre i polmoni aspiravano quella cosa nuova che era aria umida e calda della stanza e della città. Mio fratello si svegliò e si mise in piedi sul letto e guardando assonnato, chiese chi ero. Mia nonna tirò un’imprecazione perché non ero una bambina e poi mi volle ancora più bene. Mia madre, disfatta, sorrideva e appena fui pulito e asciugato mi ebbe a fianco. Mio padre guardava ed era felice, pensieroso e forte di volontà. Si rivolse a mio fratello e gli disse: te ghé un fradeo, dormi (hai un fratello). E lui, rassicurato, si stese e riprese a dormire. C’era parecchia euforia attorno, ma la levatrice aveva un’altra chiamata e la vicina il giusto sonno, così dopo un bicchiere di marsala con i savoiardi, se ne andarono, restammo noi. Ognuno con i suoi pensieri, diversi e loro modo belli, Qualcuno avrebbe potuto concludere che era un inizio, ma in realtà l’infinita ruota degli inizi era già in moto e con leggerezza mi prendeva in considerazione.