mangiare come buttar giù roba

Le parole escono prima in fila, staccate, indecise e poi a fiotti, poi frenano e sono di nuovo staccate. Hanno un ritmo sincopato.

Dum, du du, dum, du du, dumdum, du, du, dum dum, ecc …

Siamo estranei alle variazioni, seguiamo i ritmi. I ritmi rassicurano, fanno capire quello che sta sotto. Il respiro della nostra idea del vivere che si manifesta. C’è ritmo anche nel mangiare, i bocconi passano dal piatto alla bocca, masticati scendono. Poi di nuovo. Si esprime molto nella sequenza, carenze soprattutto, indecisioni e piccole paure. Bocconi e pause, sono parole che si aggiungono alle altre. Di tanto in tanto un sorso di vino o di acqua. Pulire il piatto per finire, buttar giù cibo, emettere parole. Una macchina.

Sono ritmiche le macchine. Anch’io sono una macchina, posso nutrirmi di silenzi, ma così ascolto e mangio troppo. Invece voglio sentire e rispettare il mio ritmo. Ogni vita ha un ritmo. Non è il senso delle parole, che è importante, certo, ascolto per questo, ma il senso non è tutto. Cosa ci sta sotto? Il cibo come bisogno? Parli di cibo, poco di quello che mangiamo, già di quello che mangerai. E c’è il ricordo epico di ciò che hai mangiato un’altra volta. Una sorta di pieno d’orchestra che fa irrompere il passato nel presente, lo condiziona e lo schianta sotto il peso d’un impossibile confronto. Che sia questo il tuo ritmo? No, questo è presente e passato.

Parli del presente, parli di sesso. Ridi. Non capisco se sia una risata che nasconde. Le risate liberatorie sono poche, molte nascondono, soddisfano il bisogno d’aria, prendono tempo. Come gli sbadigli. L’amante, ti diffondi in particolari. E’ come il cibo, ritmica nei modi. Finché ce n’è sul piatto, diventa finché ce n’è sul letto. Ti fermo, chiedo se valga la reciprocità. Tutto ciò che si può scambiare diventa equilibrato, tu diventi lei, spesso è indice di verità, e devo capire se tu per lei sei un amante, quindi non così essenziale. La cosa ti sconcerta, altra risata, bestemmia, risata, un fiotto di rassicurazioni, di sì. Entrambi eguali, quindi liberi. Com’è che dicevi? Il sentimento ai piedi del letto. Come le ciabatte o le scarpe. Te lo dico, ma non è un giudizio morale, solo che è una modalità difficile per le macchine. Le macchine hanno ritmo e sentimenti, non lo sapevi?

Vivere è come buttar giù roba, dici. Discutiamo. Mi prendo del moralista. Il pensiero si fa complesso, sovrapposto. Cosa mi nascondi? Gli schermi del ragionamento sono fuochi di sbarramento che occultano i punti deboli. La tattica è quella di distrarre l’avversario, attrarlo sul terreno dove si è forti e colpire con la razionalità. Non mi freghi, a me interessa il ritmo e questo non ha nulla di razionale. Per spiegartelo dovrei dirti che passato, presente e futuro sono cuciti con un ritmo fatto di azioni conseguenti, di spazi riempiti per lasciare vuoti a disposizione. E noi viviamo sui vuoti, ci servono per metter dentro ricordi inesistenti, cucire gli squarci e raddrizzare vite che altrimenti spererebbero gran poco. E’ il ritmo che rivela le paure, le sicurezze, i modi con cui si vive. Ci sono persone che parlano lentamente, che mangiano lentamente, la loro vita si dipana come una melodia nella notte, riempie ogni spazio. Si colma, non ha bisogno di ricordare per valutare se è felice adesso. Ma la felicità non c’entra con il metronomo interiore, è una conseguenza di una buona esecuzione. Quindi ci può essere sempre e in chiunque. Hai notato che la felicità arriva quando ci si ferma e poi diminuisce con il rimettersi in moto. Come fosse la fine di un’esecuzione, l’attimo prima dell’applauso.

Bizzarrie, pensieri anodini, mi torna in mente la divinazione con i fondi di caffè, c’è chi sente il pulsare nelle cose e trova la relazione con noi. Ci credi? No? Ma qual’è il ritmo della tua vita, quello che durerà? 

flebile protesta

Mi rendo conto che può sembrare una sciocchezza, che ci saranno mille cose più importanti e mille motivi per giustificarla, ma il fatto che uno dei più grandi direttori d’orchestra del ‘900, non ci sia nella serie di Repubblica e che assieme a lui ne manchino molti altri, che non ci sia un criterio di scelta, insomma una sporca ragione, la dice lunga su come si muove l’industria che vuol essere culturale. Chissà che problemi di diritti ci saranno che non sono compatibili con i due euro di vendita. Chissà chi ha scelto e quali limiti gli sono stati dati, visto che in quei due euro ci deve stare pure il guadagno oltre al costo. Chissà che sia così, perché se fosse una dimenticanza sarebbe peggio. Ma per favore, lasciamo stare l’idea che ogni cosa fatta da un grande gruppo sia oggettiva, rappresentativa o assoluta. Lasciamo stare perché come ci si accontenta di molta informazione senza approfondire, così si prende per buona la rimasticatura d’altri. Nel bisogno contemporaneo d’assoluto, che pure sembra inarrestabile, si trascura e si espunge, semplicemente perché l’assoluto vero costa troppo. Fosse solo il tempo di leggere e capire, farsi una propria opinione motivata, discuterla e imparare, costa troppo.

n.b. Il direttore è Carlos Kleiber, riconosciuto come tra i più grandi direttori del ‘900. Ma mancano ad esempio, Toscanini, Walter, Ormandy, Ansermet, Stokowsky, Mengelberg, Klemperer,  Harnoncourt, ecc. ecc.

Per fortuna che c’è you tube.

la malora

I grandi spazi sono immersi nella penombra, dove di solito c’è lavoro, persone, rumore, solo silenzio. E’ mattina, fuori c’è il sole, ma la luce fatica a farsi strada tra le alte pile di carta, tra le grandi macchine ferme. Una è lunga più di cento metri, progettata e realizzata in azienda. Un serpente di rulli, di pinze pneumatiche, di piccoli tunnel di ferro dove ogni cosa è stata pensata per essere perfetta. Il risultato perfetto, qui non ci sono tolleranze. Ma è tutto fermo. Alle difficoltà crescenti di un mercato che non perdona ed ha reso precaria la vita di chi vi lavora, si è aggiunto il furto dei cavi elettrici. La malora. Quello che fa andare tutto storto. Un mese fa uno dei due titolari si era ucciso in azienda. non aveva retto dopo anni di fatiche per resistere, alle difficoltà crescenti di pagare gli stipendi, ad una situazione che ormai era consegnata alla volontà delle banche.  In fondo non serviva altro che un po’ di fiducia, di apprezzamento per un lavoro che ha clienti e commesse, ma non c’era stata. Fiducia e lavoro, le uniche due forze che hanno fatto crescere questo territorio, non ci sono più. Le banche che hanno appoggiato i soldi facili dell’immobiliare, ora sono piene di insoluti. Bisognerebbe chiedere loro conto della devastazione del territorio, dei soldi facili basati sulla crescita del valore degli immobili, ma nessuno o quasi, ha più voce, né voglia. Servirebbe Iacona per raccontare questa storia. Una storia bella d’impresa, dove l’imprenditore lo trovi in camice in azienda e sa tutto del prodotto, del ciclo lavorativo, delle macchine che servono per dare sostanza alle idee. Una storia iniziata all’università, come lavoro per mantenersi agli studi, rilegando enciclopedie a fascicoli. Conoscere, do you remember?, Fratelli Fabbri. Ogni casa ne aveva una. Poi passione per il lavoro, crescita, mercati, estero. Una bella storia, come tante altre che hanno affollato il nord est, fino a questi anni. Fino alla fatica a reggere la concorrenza. Qui la parità dollaro euro significa il 30% di sconto prima di cominciare a discutere, ma è così. I mercati ragionano in dollari. Allora con le difficoltà c’è stato lo stringersi attorno all’azienda. Potevano andarsene, non l’hanno fatto. I lavoratori l’hanno capito. Ci si affeziona al lavoro. Non è questione di articolo 18, è che se uno ha un mestiere, quello può fare. E chi gli dà lavoro, di lui ha bisogno.  Sono i lavori dequalificati, quelli dove uno vale l’altro, e che sono sempre più diffusi, che mancano di rispetto al lavoro. Lo impoveriscono e lasciano chi lavora senza identità. Un po’ di soldi e basta. Qui non era così, pur tra le difficoltà e la fatica.  

Bisognerebbe ci fosse un’etica anche nel rubare. Togliere i cavi delle dorsali elettriche per vendere il rame ha messo in ginocchio tutto e tutti. Un danno immane che nessun rame rubato commisura. Un danno che pesa su chi è in ginocchio e fatica ad alzare gli occhi. Un danno che è una pugnalata. Servirebbe etica anche nel rubare. Non si ruba il lavoro a chi non ha alternative. Servirebbe Iacona per raccontare. Servirebbe fiducia. Loro ci provano. In silenzio. Ancora.

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Quando potrete riprendere? Gli ho chiesto.

E chi lo sa. Un mese forse. Sono cavi speciali, li fanno su misura. Pensa che sono lunghi 150 metri e pesano ognuno 7 quintali e mezzo e li hanno tranciati e sfilati tutti. Stiamo facendo ancora l’inventario delle automazioni distrutte per sovraccarico. Dovevano essere in tanti: c‘hanno impiegato una notte intera. E hanno fatto un disastro. Anche negli spazi di lavoro. Sembrava fosse cascata una bomba. 

Non c’è rassegnazione, ma la botta è stata devastante. Il lavoro, i contratti da rispettare. I clienti da non perdere. Con fatica ci provano. Con immensa fatica.

il mondo imperfetto

Pensiero un po’ greve del lunedì, poi si migliora.

Viviamo in un mondo imperfetto, conduciamo la vita attraverso l’approssimazione e l’errore, impariamo da esso eppure lo rifiutiamo nei pensieri. E’ difficile pensare di sbagliare, molto più facile pensare in termini di perfezione. La perfezione fa perdere la nozione del reale, lo idealizza e visto che questo è lontano dall’uomo, lo porta verso quell’età dell’oro e dell’innocenza, che magari non è mai esistita, ma è quantomai necessaria per pensare alla perfezione. Quasi un liberarsi dalla fatica del percorso delle vite per essere migliori, ma che restano pur sempre umane. La perfezione elimina la contraddizione, quella che ci portiamo appresso con l’errore insito nel fare e che sembra non riguardare il mondo pensato, desiderato. Ma  il mondo che genera questa perfezione sarebbe un mondo vuoto, privo delle imperfezioni degli altri uomini, un mondo in cui saremmo soli, persi nella contemplazione della perfezione. Un mondo francamente noioso.

Questo è un mio pensiero imperfetto, ma che ha conseguenze pratiche. Se penso alla minaccia  alla pace di questi giorni, all’Ucraina, capisco che categorie ideali vengono applicate a un paese reale. Chi conosce quel paese, sa che è una pentola in cui sta bollendo di tutto, eppure come per l’Egitto, la Siria, la Libia, la Tunisia si accoglie l’idea che la rivolta di popolo sia la palingenesi della politica: dalla dittatura alla democrazia senza passare dal via. Salvo poi accorgersi che la democrazia è essa stessa imperfetta, che non genera automaticamente quello che vorremmo e allora si accettano le violazioni delle regole se esse sono convenienti.  Così in Egitto un presidente, democraticamente eletto viene deposto e l’occidente, Stati Uniti in testa, riconoscono il regime che lo sostituisce. In Libia (chi si ricorda più della Libia?), milizie armate si muovono indisturbate, parlamentari e cittadini vengono uccisi, il governo non è in grado di controllare il paese, nulla o quasi di quanto sembrava possibile, ovvero una democrazia che assicurasse diritti, benessere, tolleranza, accade, ma in fondo basta che arrivi il petrolio. In Siria, ci si accorge troppo tardi che il cambiamento può portare verso la creazione di uno stato islamico, jiadista, quindi ancora più privo di freni, antidemocratico e antisemita del regime di Hassad e non lo stato libero favoleggiato. E’ possibile continuare, quasi ogni teatro di conflitti genera risultati diversi da quelli ipotizzati: è questo il mondo perfetto che si evoca nell’immaginario? Accettare l’imperfezione a livello collettivo, non significa rinunciare ai diritti, a un mondo migliore, ma partire dal mondo che c’è e chiedersi come esso possa essere mutato dicendo la verità. In Ucraina, ad esempio, la diplomazia occidentale si è mossa più con l’intenzione di creare difficoltà a Putin e creando attese difficili da esaudire piuttosto che dire la verità agli ucraini, ossia che l’Europa non ha soldi per loro, che se vengono in un sistema capitalistico la casa e il gas dovranno pagarli, che l’occidente non è un prestatore di denaro a fondo perduto mentre una parte importante del 45 milioni di abitanti vive di assistenza e di rimesse dall’estero. Ma si sa quant’è la pensione di un professore universitario in Ucraina? (0 dollari al mese, gli stipendi sono poco oltre i 150/170 dollari, come si pensa che questa realtà sia immediatamente integrabile con l’Europa? Non a caso la Polonia preme per una soluzione, perché ci saranno masse di profughi verso l’occidente, da accogliere, a cui dare lavoro, se il cambiamento sarà repentino. La Germania considera, da sempre, il territorio ucraino almeno un proprio mercato e si comporta di conseguenza, ma qualsiasi azione che non sia solo commerciale, troverà per forza la reazione di Mosca, e non solo per la Crimea. E la Russia è un mercato ben più grande e ricco dell’Ucraina. Per questo non si comprende, se non in termini di strategia  militare perché l’azione dell’occidente e degli Stati Uniti, non sia stata quella di favorire passsaggi che fossero contrattati tra i veri attori della vicenda, ovvero l’occidente e la Russia. Difficile dire in un mondo perfetto che le sovranità nazionali e le democrazie contano fino a un certo punto, ma non è forse così anche per le economie, tra cui la nostra, dove trattati e diktat contano molto più dei parlamenti eletti? Se si parte dalla realtà e dall’imperfezione si possono trovare compromessi imperfetti che portano avanti, che approssimano le soluzioni e creano un mondo possibile dove le varie spinte vengono contemperate, altrimenti si gioca, come sempre si è fatto da secoli, agli aprendisti stregoni. Si è citato spesso l’esempio della Finlandia, un paese che aveva, ed ha, problemi non dissimili da quelli dell’Ucraina, neutralità e funzione antifrizione ne hanno fatto una regione tranquilla. Gli stati cuscinetto hanno una funzione per la pace, ma gli strumenti attuali sono troppo ideologici e rozzi per renderli politicamente assimilabili alle nostre concezioni di governo democratico. Questa è una delle tante imperfezioni insite anche nella democrazia, che non evolve se non è applicata alle situazioni e che non è libera se non attenua il suo essere funzionale all’economia capitalista. Capire che c’è un problema non significa avere una soluzione, ma agire per trovarla. Ecco, sinora questo approccio è sotto traccia e così ci si muove dicendo una cosa, che magari eccita gli animi, ma non ha la struttura e la forza per essere vera, e poi se ne pratica un’altra. La verità è imperfetta, per questo bisogna dirla, a partire da se stessi. 

Rischio Kiev sul rally delle borse, così titolava il Sole24ore di ieri. Come al solito salgono i titoli dell’industria e delle armi, ci si stupisce che l’oro non abbia già fatto un balzo e si valutano le esposizioni delle banche occidentali su quelle ucraine. La finanza non ha principi, solo pulsioni.

uno stile calligrafico

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Il pendolo risuona nel bagagliaio con quegli armonici dolci d’acciaio che vibra. Non a caso si chiama acciaio armonico, penso. Perdersi per un momento nei particolari porta a un dialogo che guarda dentro. Cosa si sente in quel pezzo di realtà che non è più tale proprio perché è un pezzo di noi? I particolari, nell’osservare, nell’estrarli dall’insieme, hanno un linguaggio molto diretto, sensuale. Sono grana, asperità, morbidezza, densità, colore intenso che resta o che sfuma. E tutto trova rimandi, simmetrie, in noi. Così nello scrivere, o nel fotografare, o nel dipingere, si porta all’esterno qualcosa che ci appartiene profondamente. E lo si guarda, spesso insoddisfatti perché approssima, ma non siamo noi stessi una approssimazione di ciò che potremmo?

Di che colore è la mia anima? Di quale consistenza? Uniforme o ambigua di più nature? E di questo impalpabile, che pure c’è, emerge un colore e una sensazione tattile che la riconosce e l’approssima. Il pendolo tintinna sui dossi, il suo rumore che evoca ciò che farà appeso, suonerà le ore e i quarti ingentilendo il tempo che scorre. Quel tempo.

La stilografica traccia segni, comprensibili e netti. Sono parole che rimandano ad altro, che spiegano sempre in parte, ma il segno ha una sua vita, distinta dai significati di ciò che si legge. Per questo mi piace leggere e scrivere a mano? Grossezza del tratto, asole che si gonfiano e si stringono, t non tagliate, allineamenti e altezze regolari. Dimensioni. Né troppo, né troppo poco. Mi piace scrivere, penso, e di più sui fogli bianchi perché le lettere si succedono orizzontali. Perché rappresentano il mio ordine e mi rassicurano. Corrispondenze tra dentro e fuori. Non è questione di forma, ma di altro dialogo e questo modo di usare i sensi diventa stile, penso, modalità di vita. Nella ricerca di chi si è, il particolare notato è specchio in cui riconoscersi. La fatica senza fretta è dare significato a ciò che colpisce. Non spiegarlo ad altri, ma a me. Ci sono analogie con il sogno in queste corrispondenze, come se esso continuasse nei simboli attraverso il giorno. O viceversa il giorno continuasse nei simboli, nella notte. Perché mi piacciono gli orologi meccanici, penso? Le ruote dentate che si muovono regolari, scorrono come il tempo che misurano arbitrariamente. Guardandole sono pezzi di metallo, precisi, belli a loro modo, insieme agli altri diventano segni, corrispondenze. Perché mi piacciono gli inchiostri, i pennini, i colori? Eppure non sono un buon disegnatore, penso. Quale mancanza sto colmando con le mie passioncelle? Se indago benevolmente, trovo nei piaceri, nei particolari che mi attraggono, cose che si svolgono con lentezza. Che sbocciano. Vita che cresce, che colgo nei particolari. Prima era occultata, poi si palesa. E’ specchio che mi mostra. Cosa? E’ il limite? Non direi, c’è talmente tanto da vedere, sentire, toccare, annusare che mi riporta a me che non c’è limite, penso.

Alla fine, lietamente capisco che non mi conosco, ciò che scopro mi affascina e questo non mi chiude, ma cerca corrispondenze continue con l’esterno. Che esterno e interno si parlano, diventano sé. Ciò m’induce a cercare negli altri ciò che m’assomiglia, penso. Che sia questo una parte del bisogno d’amore ? So che entrambi non si esauriscono, la ricerca e il bisogno, e in questo non finire, non finisco.

ci doveva essere del bello

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Gli uomini cercano il bello, perché la bellezza ricorda loro vagamente il buono. L’arte racchiude una bontà che rischia altrimenti di sparire.” Ulf Peter Hallberg: Trash europeo.

E’ più facile cercare la bellezza nelle cose, nei ragionamenti scritti, piuttosto che nelle persone o nelle situazioni. Anche la razionalità solo nell’attimo acuto della dimostrazione del vero oggettivo ha una sua bellezza assoluta, ma poi degrada nelle singole verità e nella competizione. Diventa brusio del vero. C’è molta più bellezza in dialoghi che evocano e che all’apparenza sono sconclusionati piuttosto che in ragionamenti che cercano di portare la ragione da una parte per interesse, arroganza, intrinseca debolezza.

E ci doveva essere del bello in ciò che accadeva, nelle cose che venivano dette, nel succedersi di parole così piene di umori gettati contro qualcuno, contro un’idea, contro le pareti, il soffitto, visto che anziché guardare negli occhi spesso veniva fissato ciò che stava oltre. Doveva da qualche parte esistere una bellezza che ricomponeva uomini, parole, conseguenze. Se si fosse fermato il momento in una fotografia si sarebbero guardati i visi, i gesti, la noia, la tensione di alcuni, il disinteresse di altri. Ciò che portava quelle persone in quel luogo, e le teneva assieme, era uno scopo comune. Solo che ciascuno aveva una propria idea dello scopo, idee e obbiettivi, anche personali, differenti. Il legante era che altrove la possibilità di un successo, di un riconoscimento della giustezza del proprio sentire, si sarebbe affievolita, sarebbero tutti diventati singoli e soli.

Se c’era una bellezza in quell’esile tenere assieme era difficile farla emergere. Forse per questo sentivo l’ineluttabilità del decidere l’altrimenti da ciò che pensavo, e così speravo finisse presto. Perché comunque la fine è un inizio, comunque è una consapevolezza maggiore, comunque se non insegna, almeno riporta ordine alla possibilità e riapre al sogno. Perché prima di ogni cosa che contenga bellezza c’è un sogno, e nel farsi quel sogno deciderà se contenere ancora il bello oppure attraverso la delusione, puntare oltre. Sognare di nuovo e riprendere il bisogno di una bellezza che si vorrebbe tenere, ma sfugge, com’è giusto sia, perché non c’appartiene. Non appartiene. Il massimo a cui possiamo aspirare è condividere la bellezza. Nulla di più, il resto è al suo servizio. 

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Parli della difficoltà di distinguere tra un ministro di destra e uno di sinistra. Nelle cose, dici, sono uguali, e la politica delle larghe intese è stata il disvelamento che di fronte ad una crisi capitalista, dove chi ha i soldi ne fa di più e pagano tutto i deboli, la risposta è stata flebile, conservativa, come si dovessero al più attenuare le perdite di uguaglianza. Ché poi non c’è mai stata l’ uguaglianza, ma almeno prima era un tendere che motivava scelte e politiche. Insomma non è la destra ad essere in crisi e la differenza tra sinistra e destra è un problema della prima.

Messa così, non solo ti devo dar ragione ma mi togli la speranza che esista una sinistra che non sia marginale. Lascio perdere il velleitarismo, l’incapacità di cogliere la realtà che sento nei si potrebbe, che circolano e sono scambiati per azione reale. Lo so che c’è una differenza tra il sogno e ciò che ora possiamo sognare, mi accorgo che il discrimine vero non è l’ho etichetta del sogno ma i suoi ingredienti di realtà ovvero ciò che ne resta nel confronto con il reale, a partire dall’economia. Sull’eccesso e sull’appiattimento ai condizionamenti della presunta sinistra non posso che darti ragione. E qui viene un però, non ci credo più agli intellettuali e ai piccoli gruppi che fanno analisi nitide e poi non riescono a superare il divario tra pensiero e azione collettiva, e soprattutto non hanno la capacità di trovare grandi contenitori comuni per idee semplici. Questo erano i grandi partiti della sinistra del passato, obbiettivi semplici, comprensione e futuro. E chi ha capacità di capire, deve capire come unire nella propria diversità. Finché resto nel Pd, devo considerare che questo partito sia riformabile dall’interno, che un progetto di cambiamento possa essere costruito altrimenti non resta che il caniscioltismo. Abbiamo entrambi l’età per sapere di cosa parliamo e conosciamo i fallimenti del chiudersi nella propria ragione. Per costruire strade nuove servono analisi taglienti e vere e poi il valutare che la differenza tra sinistra e destra passa per cose semplici, tutelando e indicando come cambiare questa economia che esercita il suo potere sui deboli. Non mi piace la scelta verso l’individualismo, più per necessità che altro, continuo a pensare che si potrà cambiare, che serve un minuto di più dell’avversario, che essere di sinistra ora, significa dire ciò che si pensa e farlo.

Certo ho dubbi anch’io e spesso sono stanco, quando penserò che non è possibile, che bisogna lasciar fare alle cose, mi tirerò in disparte, ma per ora ci provo. Non ci sono alternative. Va bene discuterne, facciamolo quanto serve, non abbiamo le stesse idee, ma sono contento di parlarne e per le riflessioni che mi provochi. Grazie.

dovremmo

Dovremmo impedire che il terrore diventi storia e cessi d’essere esperienza. Dovremmo conservare l’orrore assieme alla pietà. Dovremmo tenere la razionalità per discernere, assieme al sentimento per compatire. Dovremmo avere chiari dei principi che non possono essere toccati, mediati, contrattati: il rispetto della vita anzitutto. Dovremmo parlare con serenità di ciò che è accaduto perché intero il dolore faccia il suo corso. Dovremmo riflettere che ci furono assassini, complici, conniventi, consenzienti, indifferenti. Dovremmo capire che ogni cosa avviene se non la si impedisce. Dovremmo pensare che ci riguarda ancora, che ci riguarderà, che non fu follia, ma uomini come noi fecero – o non fecero – l’orrore. Dovremmo pensare a ciò che differenziò i comportamenti, perché lì si trova una speranza. Dovremmo pensare che non ci sono giorni per pensare, non ci sono luoghi da vedere, non ci sono pagine da leggere, se questo non ci cambia nel profondo.

Dovremmo, e già la parola si corrompe, diventa fatica quotidiana, difficile; c’è quel dovere che pesa come se pesasse la pratica del giusto, del dover essere uomini. Non è forse più facile pensare che sia cosa che accadde, che altri furono gli uomini, che i fatti e il caso hanno una relazione forte per cui, in una congiuntura triste, ci fu un tempo, dei luoghi, persone che non siamo noi. Non è forse più facile osservare l’orrore come in fosse un acquario, cosicché, distogliendo lo sguardo, esso cessi di disturbare. Non è forse più semplice amare una persona, una storia triste, un gesto eroico, anziché pensare che erano moltitudine, come noi, con le loro differenze e miserie, e che furono isolati, resi singoli, togliendo la solidarietà finché la normalità dell’orrore divenne abitudine quotidiana. Non è forse più semplice pensare che un vaccino terribile è stato inoculato e che non accadrà più? Ve lo dico serenamente, è più facile pensare così, per arginare il pensiero che possa riaccadere, ma accade continuamente e solo gli uomini possono fermare gli uomini se non si girano dall’altra parte. 

bricole

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Vi guardo uno per uno attorno al tavolo. Fisso le espressioni nella mente, come in una fotografia. Siamo un gruppo d’amici che mangiano assieme, abbiamo appena visto un film, ci conosciamo. Forse la parola conoscersi è superficiale, meglio sarebbe usare il riconoscersi, non ci conosciamo davvero ma ci riconosciamo, nel senso che qualcosa di profondo di ciascuno è tenuto in noi. In me.

Guardo i volti. Le espressioni intente oppure svagate, a volte assenti.  Qualcuna/o sta pensando ad altro. Incrocio gli occhi, insisto, ottengo un sorriso e uno scuotere di capelli interrogativo. Ascolto brani di discorsi che s’intersecano: si parla di politica, di cinema, di scienza, di cose lette da poco. anche di vita quotidiana, disavventure, fatterelli a dimostrazione di qualcosa. Mi perdo in questo dentro/fuori. Il clima è bello, le candele, il cibo e il vino buoni, c’è molto calore. Mi chiedo se sarà così per i prossimi anni o addirittura migliorerà. Quali cose e pensieri ci terranno assieme, come invecchieremo legando la gioventù, quello in cui abbiamo creduto, con quello che succede. Aver avuto pezzi comuni di vita ha giovato, ma non è stato così essenziale, parecchi dei presenti li conosco da non molto. Ma forse, pur distanti, l’aver condiviso sogni comuni, modi netti di pensare, ideologie ha esaltato la necessità di un insieme in cui convivessero le differenze. In fondo è un riconoscersi oltre le storie personali questo ritrovarsi assieme. E ci esploriamo, pur sapendo spesso quello che ciascuno dirà, interessa la differenza, il modo di vedere che ci colloca assieme da una parte della balconata della vita e il guardare condiviso e non coincidente. E’ così che s’invecchia? Provando noia e attrazione reciproca e nel non poterne fare a meno?

Siamo tutti diversi da come eravamo un tempo, uomini e donne. Il fatto di essere qui, assieme, è indice di qualcosa che ha cucito oltre gli accadimenti. E infatti altri mancano. Si sono rinchiusi nelle case o in altri cerchi d’amicizie estranee, chissà cos’è accaduto e perché. Se lo sapessi avrei il segreto di ciò che resta e ciò che se ne va, ma quello forse non è un segreto, è un’evidenza che non si vuol vedere. Nei discorsi, stranamente, affiora il tema del permanere oltre le separazioni, come se con gli anni non si volesse cancellare più nulla e ciò che ci serve è sapere che chi è stato, semplicemente non c’è, ma ancora conta.

Guardo i volti uno a uno, imprimo il momento e ciò che accade, chi parla, chi ascolta, chi è altrove, mi pare che così nasca un ricordo che importa, che resterà. Scorre tutto così in fretta che i momenti in cui il tempo rallenta e non è eguale, sono bricole a cui attaccare la barca. Poi si ricomincia a remare piano.  

accidia operosa, ovvero contro il tempo

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Poi alla fine ci si stanca un po’ di tutto, o quasi. Dello stesso bar, della stessa strada, dei colori di un negozio, del giornale quotidiano, delle amicizie che sono rimaste in superficie. Ciò che era nuovo, promettente, invecchia, acquista una patina che è unto di tempo, smog di parole e pensieri, e risa e solitudini usate, vita che si è svolta e scivolata oltre. E’ stato scritto un tema (a proposito di vite letterarie) tra gli oggetti e le cose che riconosciamo, non di rado sugli stessi corpi, e alla fine è sembrato che non ci fosse più nulla da dire. Può sembrare una considerazione amara, invece è solo il crivello di sé che trattiene ciò che davvero conta e il resto lo tiene come passato. Ed è pure la spinta del vivere che agisce, oltre alle abitudini, alle ricerche che erano desideri da raggiungere, mostrandoci altro che si apre e si offre a noi. Nel cercare non è la stessa strada che percorriamo che ci porta al nuovo, ma quello scarto della testa che ci fa vedere vecchio tutto quello che abbiamo fatto fino a quel momento e ci spinge ad uscirne, ad imboccare un cammino che sia conforme a noi, come siamo adesso. E’ un progresso di quell’indagare profondo che ci ha fatto capire qualcosa in più di quello che ci riguarda. Non sono forse i superficiali, i supponenti che non vogliono mai mutare il loro modo di guardare il mondo? E quella stanchezza di cui parlavo all’inizio, non è forse il disvelamento che altro attendiamo da noi, che le felicità non si sono consumate e che neppure la vita si ripete, se non quando vuole sottrarci il tempo con il suo scandire di pendolo.

Omnia vulnera ultima nexit vale per quanti seguono i riti che sembrano scorciatoie, i modi di pensare e di cercare che non evolvono, il guardare privo di vedere. Sembra una questione di sensi, di cose da provare, una ricerca del nuovo come inaudito, e invece accanto a queste modalità che si esauriscono con la facilità d’un fuoco d’artificio, ci sono tracce nuove che esigono pazienza e uscire dal tempo cronologico. Magari non si concluderanno, il tema non avrà una frase che lo finisca, e non sarà perché il tempo ci ha rubato qualcosa, magari una sensazione in più,  perché una fine che doveva pur essere scritta e vissuta. No, sarà perché era davvero il percorrere la strada il vivere e il suo gioirne per il nuovo che si depositava in noi camminando. In questo essere in cammino, che non è andare, la stanchezza per i percorsi che si ripetono è salutare, spinge a verificare dentro una direzione. E allora tutto quello che sembrava necessario per tenere in piedi una giornata, non regge a una domanda: perché lo faccio? Così diventa accessorio e marginale. Resta ciò che conta, e ciò che saremo, non quello che siamo stati. Per questo il tempo cronologico diventa finzione, un limite che ci si pone per dire che è tardi e così arginare la voglia di esplorare, di percorrere, di vivere.  Altra stanchezza, altro modo di generare una noia da cui non si esce. Non a caso quel tempo, non il kairos o altri concetti di tempo, è stato scelto dalla civiltà dei consumi, dal possedere, dall’essere in quanto numero di ciò che si vale in un mercato dove tutto si compra. Per quel tempo è sempre troppo tardi, e tutto deve essere superficiale, combusto non assaporato, gettato per essere sostituito e non superato. Non dobbiamo coincidere con il tempo, ma con noi stessi, sembra facile, eppure non lo è, costa la fatica delle domande, del mutare. Ci si può provare.