Una morte resta una morte, un evento tragico illimitato, ma c’è una differenza tra la morte di un bambino, di un civile, di una persona ignara con quella di un soldato? Anche il soldato è un insieme di possibilità positive, di cose che non accadranno più con la sua morte. E allora, tutto eguale? No, c’è un ciclo della vita, la morte fa parte di questo, se non ci si mette di mezzo il caso, la fatalità, la morte è continuità verso se stessi, verso i propri affetti. La morte tranquilla perché il proprio ciclo si è esaurito. Ma questo cosa c’entra con tutto il morire inutile che è solamente dimostrazione di violenza, di discontinuità con la vita? E cosa devo pensare di me, se avverto una differenza del sentire sulle morti, se i numeri mi colpiscono assieme alla loro appartenenza, se distinguo tra l’una e l’altra parte? Stare dalla parte del più debole non ha ragioni critiche oltre ad una conclamata estraneità, alla disparità di mezzi e forze in campo, il debole è oggetto di ingiustizia evidente, non può difendersi e allora come faccio a capire le ragioni dell’altra parte e ciò che sarebbe giusto?
Devo procedere a rovescio, partire dall’ingiusto. È ingiusto che muoiano i bambini, la donne, i civili. È ingiusto che chi non può difendersi venga annientato. Per i governanti, i capi militari le morti civili contano solo se dimostrano altro. Si usa una espressione bruttissima: il tributo di sangue, come ci fosse un moloch esterno a cui rispondere e la morte innocente ( perché qui non c’è colpa ) diventa così un passaggio asettico, necessario, privo di volti, pensieri che non ci saranno più. La politica e i militari usano i morti, li negano o li enfatizzano secondo convenienza e così che diventano numero. Il numero è fungibile, gli uomini no. Ogni militare ucciso, 50 civili, è atroce quanto sta accadendo a Gaza, e lo è ancor più se le ragioni di questa carneficina hanno le loro radici nell’odio. L’odio nasce da qualcosa? Quel qualcosa può essere rimosso? Viene fatto ciò che serve per rimuoverlo? I governatori del mondo non si curano di queste ragioni, per questi demiurghi la contabilità dell’ingiustizia, delle morti serve per altri fini, per mantenere lo status quo, per perseguire logiche di crescita d’influenza. Quanti civili devono essere uccisi perché venga fermata una guerra ? Dipende dalla convenienza. Questo è atroce. L’orrore deve diventare tanto evidente da imporre una fine, ma in certi luoghi questo orrore non ha un numero, un limite: la Siria, il Sudan, l’Afghanistan, ecc. ecc. Altrove si interviene prima, in Ucraina e in Egitto, in Iraq ad esempio. Perché? Si capisce che non c’è correlazione tra giusto e ingiusto, che l’ordine mondiale c’entra poco con le morti innocenti, con la democrazia e con la vita. Ma quanto vale la vita di un bambino? Nulla se diventa numero, la contabilità dell’odio si alimenta nell’antica abitudine al massacro. Pensavamo che dopo l’orrore del nazismo, dei fascismi, dello stalinismo si fosse eradicata dalle menti, invece si è sempre trovata una giustificazione all’odio e alla strage. Ebbene questa giustificazione non c’è se non pensando a un mondo di oggetti, dove gli uomini sono cose, un mondo cieco e inanimato. E il discrimine tra gli uomini diventa questo: tra chi giustifica e chi no. Io no.
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mattinale
Il bambinetto pedala sul suo triciclo. E’ a torso nudo, ha un paio di calzoncini scozzesi un po’ troppo grandi. E’ cicciotto e allegro. Si gira spesso per controllare il rimorchio di plastica su cui ha messo palette e secchiello. Ha giocattoli vecchiotti, ma è felice. Gira attorno a una casa di periferia, fatta negli anni ’50. Case di malagrazia e di molta fatica, senza progetto e di nessuna bellezza, ma è servita per dare un luogo e una prospettiva ad almeno due famiglie. Ghiaia e una corsia di cemento tutt’attorno, sulla rete di recinzione, roseti, potati innumerevoli volte, fioriscono, nell’angolo una baracca di lamiera. Il bambinetto ha una casetta di plastica da giardino, era molto colorata, ora è stinta e forse riciclata, come i calzoncini, da un fratello più grande. E’ un po’ sbilenca, lui si ferma, mette a posto il tetto, raddrizza una parete, poi parcheggia il triciclo e con gli attrezzi comincia a scavare. Si vede che è intento e felice. Del sole, della giornata calda, della stradina silenziosa, del richiamo della mamma che gli annuncerà qualcosa che lo riguarda. C’è amore attorno, una giornata felice, un futuro. Lui non lo sa ma vive in una parte del mondo che è in pace e se questa parte resterà così, dipenderà anche da lui quando sarà adulto.
A Gaza ho visto case simili, tantissimi bambini che giocavano, strade che finivano contro una casa, proprio come in questo vicolo di periferia. C’era caldo, il cielo era di un azzurro preoccupante, da giorni non si vedeva una nuvola. Cominciava la seconda intifada e ci dicevano di stare attenti, lì ho ritrovato la follia della normalità nella guerra dove la vita continua mentre si spara a poca distanza. Non ci è accaduto nulla, la sera tornavamo a Ramallah, si parlava di futuro, di progetti. Cenavamo tardi e la notte si sentiva il crepitare delle armi automatiche distanti.
In un altro vicolo vicino, una ragazzina torna a casa dalla piscina. Ha uno zainetto, il vestito leggero, l’abbronzatura di città e cammina con un passo aggraziato. E’ magra, molto carina, fa il primo anno di liceo, ha bei voti e una famiglia disastrata in cui vive. E’ nella bellissima età in cui ci si innamora perdutamente senza alcun filtro sociale e tutto sembra possibile. La sua dolcezza riscatta gli urli della casa da cui proviene. L’ho vista giocare poco, ma di sicuro l’avrà fatto, adesso la sento come una possibilità bella di vita, un contenitore di sogni che in parte si realizzeranno. Studierà e se ne andrà, potrà vivere ed essere felice. Lei forse ancora non se rende conto appieno, ma vive in una parte del mondo che è in pace e se questa parte del mondo resterà così, dipenderà anche da lei e dal suo impegno di adulta.
Penso ai tre ragazzi ebrei, uccisi da un odio senza umanità. Penso ai 4 bambini palestinesi morti ieri in spiaggia a Gaza mentre giocavano spensierati. Penso agli oltre 200 morti palestinesi di una guerra incipiente. Sento l’indifferenza dell’estate attorno, le emozioni leggere che fanno saltare le pagine di giornale e puntano al gossip, al positivo e confinano tutto in un brusio lontano.
Come si ama, si vive, si cresce, si provano sentimenti nell’età in cui tutto accade lontano? Perché se parlo di crisi, di difficoltà, di politica, anche qui sento il silenzio? E’ l’indifferenza, il tener fuori dalla propria porta il mondo che ci salverà? Non mi indigno più troppo facilmente, e non è cinismo, il fatto è che mi commuovo e la commozione è la spia dell’impotenza, del sentirsi inermi di fronte a un mondo che non è quello che sembra logico. Non quello che vorrei, ma quello in cui sarebbe bello vivere. Parlare di ciò che si sente, della bellezza, dei sentimenti è in fondo facile. Posso ascoltare musica, leggere libri che mi appassionano, godere dello spettacolo della natura, posso camminare, provare sentimenti profondi, pensare che tutto questo abbia un futuro e parlarne a persone che sentono le stesse cose. Posso decidere cosa fare e ho tempo per posticipare. Quando c’è la precarietà e la guerra, anche mezz’ora viene vissuta come un pezzo di vita, mentre io posso permettermi di vivere a tratti, di dire farò domani, di godere di un’attesa. Chi ha una guerra attorno non può farlo, deve vivere adesso, avere sogni immediati.
Non posso farci niente, però mi chiedo se essere insensibili, non parlarne, non sentirsi parte del mondo poi ci aiuti a stare davvero meglio. Avviene tutto fuori dalle nostre vite e ci chiudiamo in un particulare che alla fine diventerà la nostra dimensione. Toglierà le speranze comuni, non ci farà sentire in grado di cambiare assieme ad altri il mondo. Mi pare che tutto si restringa, che diventino angusti i vicoli in cui vivo, la pace che mi consente di pensare, provare, riflettere è un privilegio. Ho tristezza per quelli come me che sentono la propria impotenza, fiducia che il bambino del triciclo, la ragazzina, i tanti ragazzi che vedo per la città faranno qualcosa di sé. Tenteranno una felicità che li riguarda. Non so se diventerà una felicità comune, non so neppure se ho insegnato a mio figlio che la felicità comune è più grande di quella singola.
E’ mattina, c’è il sole ed è estate. Io sono parte di un mondo, mi tengo i dubbi, le piccole felicità e la sensazione che qualcosa mi sia, ci sia, sfuggito. Ma forse c’è tempo. Forse.
madala
A Madala c’era un mosaico bellissimo di epoca romana ma scritto in greco, ed era una carta che andava dal Giordano sino al Nilo. Si vedeva un mondo diverso, ancora ricco d’acqua, con città scomparse che disegnavano l’orizzonte. Uomini e navi che percorrevano il mare nostrum dei Romani, e c’erano deserti e carovane dirette ai grandi porti di terra dove le merci venivano scambiate assieme ai racconti. Palmira era uno di questi porti, origine di un regno nel deserto, dove si costruivano templi ed edifici pubblici immensi. Quel mosaico raccontava di popoli scomparsi, civiltà e abilità che cancellate e perdute. Invasioni rapide e di breve durata accanto a conquiste definitive che cambiavano le storie.
Ma cosa ci può essere di definitivo se si guardano i fatti con gli occhi di più vite? Sono mutati dna e popolazioni, la vegetazione è cresciuta o scomparsa, le sorgenti che avevano fatto la fortuna di luoghi, creato divinità e sistemi complessi d’interpretazione del mondo, si sono disseccate. Poi case e strade si sono aggiunte alle strade antiche sopra le macerie di mille assedi e distruzioni. Solo che portavano altrove e così ogni strato è una storia che nessuno ascolta. Come in quel mosaico tratto dalla profondità che l’aveva protetto e messo in una stanzetta di un museo che pareva una casa.
Un secolo fa c’erano 10 case attorno a quella casa e Madala era un villaggio, posato su strati nabatei, persiani, greci, romani, arabi, cristiani. Tutto fu distrutto e spopolato, poi qualcuno tornò dopo molto per poi ricominciare immemore. Chissà che accade oggi a Madala, che è in Siria e c’è la guerra. Chi ho visto sarà scappato, forse anche il mosaico sarà finito altrove o distrutto.
Appena fuori delle case c’era un gregge, il pastore guardava seduto le auto sulla strada di periferia. Plastica e ciuffi di lana sui fili spinati. Chissà cosa c’è ora.
passavo e ripassavo
Passavo e ripassavo,
aduso al girare a tondo,
gatto perplesso in cerca di senso.
Passavo e ripassavo leggendo,
tra grani di terra rossa,
il primo verde, le lettere d’amore.
Cercavo e trovavo,
ripassando,
matita su carta che copia monete nascoste.
Cercavo e trovavo senza saziarmi,
alzando gli occhi,
chiedendo.
Solo gli occhi, che altro serviva?
buona notte Italia
Spazzola con cura i capelli bianchissimi. Guarda verso il basso, intenta nel suo lavoro di preparazione al sonno e non mi vede. Indossa uno di quei completi fatti di maglietta e gilè accollati, entrambi neri. Avrà tra i 70 e gli 80 anni. Difficile dirlo. La sua stanza da letto è sotto il portico. Ha un sacco a pelo, di quelli finti militari, che usavamo nei campeggi da ragazzi, e una borsa che le fa da cuscino. Due archi più in là dorme su dei cartoni un’altra persona. Lei è pulita, ha perfino qualche tratto di civetteria inconscia, l’altro, è un uomo, sembra sporco. Forse è la coperta logora e la polvere che ha attorno che lo fanno sembrare così. Nel giardinetto vicino alla chiesa dorme qualcun altro coperto di carta. Stanotte fa freddo e la città ha sempre più poveri che dormono per le strade.
Porta, porto, portico, hanno la stessa radice, quando si perde la casa non c’è più una porta e allora si cerca un altro approdo. Questi sono approdati sotto un portico da chissà dove. Quella signora avrà avuto passioni, si sarà sentita amata, bella, avrà avuto cose sue attorno, una famiglia, speranze, un lavoro, una porta da chiudere o da aprire, adesso non ha nulla o quasi e ripete i gesti che un tempo sono stati importanti. Come se la cura di sé l’ancorasse a qualcosa. Ha ancora una identità. E’ persona. Le offro un pacchetto di biscotti, mi guarda, sembra non capire, poi li accetta. Le auguro buona notte.
Buona notte Italia, buona notte città, buona notte a tutti quelli che dormiranno nel loro letto, nelle loro case. Buona notte a tutti quelli che una casa non l’hanno più.
E’ davvero notte. Lo è sempre stata, ma ora mi pare di più. E’ scuro nelle nostre strade bene illuminate, non c’è luce, abbiamo paura di fare qualcosa che non serva solo a noi. Cosa ci è accaduto davvero?
in differenza
Passano ragazze e ragazzi. Giovani. Belli. Tanti. Hot pants e magliette, leggings, calzoni alla moda. Tutti più o meno vestiti bene.
Passano in fretta: lungo il fiume c’è festa per un mese. Spritz, birra e cibo, baracchini di fritto, grigliate e porchetta.
Venendo da porta Portello, all’inizio, c’è una festa del PD. Piccoletta, un palco, l’osteria emiliana: gnocco fritto, tigella e birra. Musica e dibattiti per tre giorni e poi si smonta. Stasera parla una loro coetanea. 28 anni, candidata alle europee.
E’ Elly Schlein. Nome difficile da scrivere sulle schede, ma lei ci sorride su. Ha l’entusiasmo dei giovani che si buttano nelle cose in cui credono e che combattono per esse. Parla di lavoro, di problemi dei giovani e di tutti, di creare nuove opportunità e di usare quelle che ci sono. Dice che l’ Europa che è già il paese dei giovani, che milioni di ragazzi la percorrono con gli Erasmus, con lo studio e con il lavoro, ma non basta e deve diventare il luogo dei diritti eguali. Parla di energie pulite e ambiente, di cambiamento. E’ brava e convince.
I ragazzi passano in fretta tra il palco e chi ascolta, la festa è più in là. Qualcuno ridacchia, qualche ragazza sembra imbarazzata, guarda sottecchi, e rallenta, quasi nessuno si ferma. Eppure si sta parlando di loro, ma vanno oltre.
La maggior parte sono studenti, molti di loro saranno disoccupati dopo la laurea. Chissà cosa pensano del loro futuro, come si vedono tra dieci anni. Credo rinviino il problema.
Altri non credono più che serva studiare e l’università perde iscritti. Accade ormai dappertutto ed Elly sta dicendo che fare un dottorato senza una borsa di studio è ormai proibitivo per una famiglia di classe media.
Oltre ci sono i baracchini, la birra, centinaia di ragazze e ragazzi che parlano, ridono, si divertono.
Chissà cosa voteranno alle europee. L’Europa è dei giovani, solo loro possono farne uno strumento a loro misura e di benessere per tutti. Elly è una di loro: due lauree, tanta passione, competenza in ciò che dice, una faccia pulita che parla la loro lingua. Guardano, ma non si fermano.
Chissà cosa pensano della politica. Forse per loro, è una birra e una discussione. Un’opinione che poco interessa, poi il discorso cambia e si pensa ad altro. Forse è così, ma davvero non so cosa pensino, Elly dice che bisogna parlare con i ragazzi, andare in mezzo a loro, discutere e non demordere.
Ha ragione, ma non stasera, è tardi, mi sento stanco e ho freddo. E comunque toccherà a loro cambiare l’Europa.
ritorni 1.
Accettiamo che alcune persone modifichino le nostre vite. Ma non tutte, per fortuna lo fanno. Per questo poi sembrano strani i ritorni intensi, in specie da parte di chi un tempo si è opposto ad essere importante.
Così pensavo delle parole che leggevo. E queste hanno sempre un peso quando sono lì a ricordarti altri significati (sono potenti i messaggi inattesi) e a maggior ragione se chi le dice, in qualche modo poteva essere altro. Ma ora quelle parole si fermavano al loro significato e non andavano oltre la domanda che esprimevano. C’è sempre una domanda racchiusa tra le parole, così pensavo, e l’intuito che ci viene chiesto nel trovarla, racchiude ancora altre richieste. Però ripreso il filo del condurre le vite, ci poteva stare tutto nel capire e nel rispondere. Una spiegazione meditata o improvvisa, un silenzio, un parlar d’altro che contenesse tra le righe una risposta. Certo veniva mosso un ragionamento, un sentire, ma questo non si trasformava in sentimento, perché quel percorso d’accettazione, allora, non si era attuato. E siccome la mia testa cerca sempre d’oggettivare l’impalpabile, immaginavo che qualcuno di conosciuto fosse entrato allora, e ben accolto. Poi, per suoi motivi, se n’era andato, non senza prima aver spostato degli oggetti, smosso una poltrona, aperto un libro e lasciando testimonianza d’un proprio alternativo ordine. Che poi era una proposta. O almeno così pareva, ma la sua lontananza successiva, con i suoi, per me poco comprensibili motivi, aveva fatto rimettere tutto al suo posto. Che non era il posto di prima, ma quello mio di adesso. Così nel ritorno, inopinato, la casa risultava cambiata ed io riconoscevo più i tratti che s’erano mutati nell’altro, dei miei. Erano sparite quelle caratteristiche di luce e possibilità che inizialmente avevo scorto, e m’avevano smosso intuito e attrazione, ora il dialogo si svolgeva senza una profondità possibile e le vite, nostre, si erano mosse sui strade diverse che nessuno aveva voglia davvero di esplorare. Visto che neppure questo si metteva in comune. Ci si poteva salutare, usare le formule del rivedersi, abbracciare, ma senza nuovo il vecchio aveva perduto di significato ed era al più un ricordo ed una domanda su quello che sarebbe potuto essere e non era stato. Un pensiero che entrambi molto presto lasciavamo cadere assieme all’attenzione che costruisce. Quella che apre e rimette nuovamente un ordine a disposizione di mani amorose e attente.
…
l’inutile ad altri e l’utile a sé, nel ricordo
Il ricordo è molto più interessante a noi che a chi ci ascolta e significa per noi cose che spesso non si possono comunicare, eppure la nostra comunicazione è infarcita di ricordi, di fatti più che sensazioni, perché troppo scoperte esse, troppo nude nel mostrare lati deboli di difesa, meglio l’epica del ricordo, la sua magnificazione di noi. Ma cosa racconta a noi il banale, l’inutile del ricordo?
Non c’era davvero nulla d’interessante in quel luogo. Di certo non i grandi cartelli pubblicitari 6×3, che fortunatamente coprivano case assolutamente identiche nella banalità a quelle di 30 km prima. E mi chiedevo, ridacchiando, cosa si provasse ad avere come panorama davanti alla finestra una pubblicità. Forse c’era la noia e poi l’attesa della novità della prossima affissione, ma anche la prigionia dell’ossessione del consumo: terribile, come vivere perennemente in un super mercato. Poco distante, c’era la costa e il mare, non si vedevano, ma erano pur sempre gli stessi nella loro bellezza indifferente delle geografie politiche. La strada e la segnaletica avevano cambiato solo la lingua, e non erano particolarmente curiose, quindi, oltre a un pensiero di fastidio, non c’era un motivo per ricordare quel posto, eppure ritornava in mente. Perché? E siccome, assieme a quel ricordo, tornavano anche altri luoghi: la casa di Cannes con il grande murales di Harold Lloyd, il percorso verso St. Raphael lungo la costa, l’artigianato improbabile di Roquebrune, i profumi di Grasse, Mougins con le sue stradine in pietra, ed erano tutti luoghi di significato e belli, mi chiedevo cosa differenziasse quell’incrocio dai mille altri visti in Francia o altrove. Non riuscivo a capirlo perché non c’era alcuna necessità di ricordare una rotatoria all’imbrunire, un brutto albergo e una serie di edifici anonimi ripartiti a raggiera lungo le strade. Eppure quella immagine tornava (e torna), assieme all’albergo scempio sul mare, visibile di lì a poco all’inizio della Tourbie. Ma l’albergo aveva il fascino respingente della ricchezza priva di limiti, mostrava il privilegio per pochi di vedere l’intero golfo, sospesi nel cielo, in una ostentazione di potenza del denaro che aveva la perversa bellezza di un acuto. Qualcosa d’innaturale e impossibile a tutti, se non ad uno, scritto e realizzato per lui, dopo un sogno e per questo vero e fragile, senza un futuro, immagine bella del brutto, dell’impossibile alla norma, oltraggio che lascia silenti, ma non sgomenti, perché la natura provvede, avrebbe provveduto, per l’acuto, come per l’albergo, a cancellare e tutto sarebbe decaduto e ruinato, ma intanto era lì a dimostrare che c’è una sprezzante grandiosità nell’uomo e che esso può riconoscere, proprio nella transitorietà, la violazione dell’ordine naturale in un’opera che confonde l’unicità con la bellezza, ma resta a sfidare chi ascolta o vede. Quindi un gesto che rimane e che contrasta la morale, ma non tanto a lungo da non poter essere perdonato dalla sua fine. Del resto non avevo forse visto in Svizzera quei condomini a gradoni che seguivano il declivio della collina e la rivestivano di terrazze verso la valle. E lo stesso non si riproduceva, poco oltre quella rotatoria, in decine di terrazze verso il mare, lato di piramidi tronche e quadre, che massimizzavano l’utile e l’esclusività dei luoghi, prima impervi, in un’orgia di denaro immobiliare. E non era tutto questo grandioso nella sua perversità, con il fascino della ferita, del segno che interrompe la bellezza naturale, in fondo essa stessa arrogante nella sua potenza e monotona nel succedersi uguale. Era il fascino bello del male che mostra la sua faccia vogliosa di possesso, oppure una sfida alla natura, che avrebbe certo vinto, ma almeno per un poco sarebbe stata impegnata in una battaglia per lei inusuale presa com’è dalle sue forze e indifferenza? Ecco forse tutta quella architettura violenta era una sfida alla indifferenza della natura e la costringeva a mostrare la sua reale potenza all’homo faber.
Di tutto questo, che si mescolava in una sensazione di repulsione e fascino, restava appena l’atmosfera o il ragionamento, mentre di quella rotatoria, di quell’inizio di strada, della concessionaria d’auto, dei negozi buttati là per bisogno e già chiusi, degli appartamenti illuminati, dei residence bui che si sarebbero riempiti di turisti, del freddo di quelle stanze in aprile, di tutto ciò, restava una sensazione e un’immagine forte: di sera, di luce che si spegneva, di precarietà nell’entrare in un mondo che sotto pulsava di altri significati, come ci fosse una vena nascosta e vitale. E questi significati, a me, allora ed ora, erano preclusi, ma c’erano e mi sollecitavano a loro modo e li avrei potuti decifrare, se solo avessi trovato il bandolo di quel filo che era nella mia testa, più che tra le persone, mettendo assieme ricordo, sentire e ciò che stava attorno. Insomma ciò che vedevo, percepivo, ricordavo, con una operazione che io solo potevo fare e che non serviva a nessuno, se non a me, ed era trasformare il banale in significato illuminante, capire attraverso un particolare, un luogo, infine me.
commercianti
Improvvisa mi prende una piccola nostalgia di luoghi e persone conosciute. Suoni, immagini, un taglio di sole, ad esempio, che colpisce una pila di sacchi di riso cinese, l’odore forte del pesce affumicato vicino agli imbarcaderi dei traghetti. Traghetti? Ammassi di ferro, ruggine, vernici sovrapposte scrostate, nomi cancellati e grasso, tanto grasso per far correre ingranaggi stanchi. Ovunque persone che vendono. Africa, oriente, sud america, i modi cambiano poco, anche le persone sembrano assomigliarsi. Poi non è vero perché gli ambulanti hanno un proporsi ben diverso dai bottegai. Anche gli abiti sono differenti, le donne più curate, i bambini vocianti, insistenti, ma non straccioni. Come si dovesse vendere se stessi oltre alla merce, spesso molto precaria, usuale, magra di guadagno. Di quel vociare senza strilli emerge nel ricordo un ordine gerarchico, e in certi luoghi, era come vi fosse un accordo, per cui evitato il primo, il secondo, e via via avanti, alla fine si era presi da sfinimento e qualcosa si comunque si comprava. E che questo fosse previsto, lo dimostrava il riunirsi del gruppo, le parole e i sorrisi con gli sguardi che si voltavano verso di noi, le dispute e non di rado, uno staccarsi per tentare un’ulteriore vendita considerato il successo della prima. In molti luoghi è difficile produrre, la manifattura è cosa da ricchi, per sfamarsi, agli stanziali, ché i nomadi vivono pure di stenti, ma di altro, resta l’agricoltura, con enormi precarietà e il vendere ciò che si può consumare subito. E il commercio ambulante diventa l’attività più semplice, che possono fare i bambini, le donne, i vecchi. Gli uomini commercianti li troviamo nei serragli, nei negozi, nelle attività appena più complesse. Così emergono le immagini dei negozi senza vetrine, la polvere che entra dalla strada e ricopre tutto, le merci cinesi coloratissime di plastiche che si disfano, le merendine, i dolciumi nei piccoli bazar, accanto a pentole d’alluminio indiano. Attrezzi da cucina che compriamo e finiranno poi nei mercatini di beneficenza, immagini di santoni, riso e grano, cotone a fiocchi, improbabili frittelle impegnate a lottare con mosche voraci, bibite che imitano coca cola accanto a succhi di frutti strani. E poi collanine, vetri cinesi, qualche cimelio di tecnologia, vecchie macchine fotografiche digitali spacciate per novità, droghe colorate, colori da muro, martelli, chiodi, trapani, sempre cinesi, sacchi di sale da 18 kg, persone che entrano ed escono, stanchezza di chi sta dietro al bancone. Spesso il proprietario è seduto per traverso, quasi non si vede dietro al banco, osserva, interviene poco, se necessario discute con me, occidentale, ma con distacco. Sa che compriamo poco di quello che ha, al più può offrire a un prezzo esorbitante, qualche prodotto d’artigianato che non fa parte del negozio, però la cosa finisce subito. E’ strano, ma la stessa posa e gli stessi modi li ho trovati ovunque nel mondo, come esistesse una lingua segreta dei commercianti e del commercio. Le botteghe si sovrappongono nei ricordi, e così i commercianti; c’è la piccola soddisfazione di una trattativa condotta bene, la sensazione, poi divenuta certezza, d’essere stati imbrogliati da chi sembrava affidabile, ma sopratutto emergono particolari. L’odore delle stoffe nei negozi d’Africa, nei bazar di Aleppo, o a Rosario, i cento posti dove il cotone in pezze impilate e verticali, attira l’occhio e poi colpisce l’odorato. Il cotone in fiocchi, la lana non filata di certi piccoli banchi del Senegal. Il sentore di polvere nei negozi di tappeti, il confondersi dei disegni che si sovrappongono, la morbidezza e le trame sui rovesci mostrate come fossero mappe d’una intelligenza perduta. La paccottiglia, il riprodursi delle immagini dei dittatori, l’assenza di queste immagini dove la dittatura è più pericolosa come in Eritrea e l’abbassarsi delle voci o il silenzio, quando se ne parla. I residui delle colonizzazioni nei negozi, che affascinano con le loro storie, i libri mastri in calligrafie di primo novecento, gli angoli dove siedono chi è rimasto a vendere il passato: le vedove e i figli dei matrimoni (?) misti. I mercati dei robivecchi dove la civiltà accumula i suoi rottami e tutto viene smontato per avere nuove vite; gironi infernali di grasso, nafta e bambini che scompongono motori e lavano pezzi di metallo, raddrizzano lamiere, segano vecchie tavole per nuovi mobili. I banche delle spezie, i venditori di caffè e di thè, che si aggirano dove c’è commercio, la frutta, il grano, le farine, i legumi secchi. Un mescolarsi di odori, di proposte, di incomprensioni, di segni sulla carta. Qui si scopre che i numeri non sono un alfabeto universale, e a volte neppure le addizioni. Giornali per incartare, piccole discussioni incomprensibili, il dito che indica, le mani che gesticolano: aggiungi, togli, il peso. All’Asmara volevo comprare la bilancia, alla fine non abbiamo trovato un accordo ed è stata una fortuna. Cosa ne avrei fatto di quel trofeo così precario nella mia casa strapiena, non lo sapevo né allora né adesso, mentre continuerà a fare il suo lavoro, più o meno onesto, dove serve. Meglio così. Il ricordo genera collegamenti strani, sbalza dalla polvere dell’Africa o della Siria, al freddo del Canada, all’ombra di una stradina di Buenos Aires dove vendevano vecchi bastoni animati. Lame di Toledo, giuravano. A quel tempo gli aerei accettavano tutto. Però adesso mi fermo su una lama di sole che taglia un pavimento, illumina un bancone scrostato, il viso del proprietario seduto è nell’ombra, ed io guardo le persone che a fatica comprano riso e sale. Mi ricordo di quando mia madre mi mandava ad acquistare la pasta e un quarto d’olio, e mentre aspetto la mia coca cola scaduta, mi prende una malinconia affettuosa, ma dirne adesso non è il caso. Sono quelle vecchie ubbie di cui ormai ci si ricorda da soli, perché parlarne assieme ci si sente un po’ ridicoli. Pago ed esco, guardo la strada, i motorini scassati, e i pulmini altrettanto scassati, ma coloratissimi. Il commercio non è l’anima del mondo, ne è uno specchio, ed è anche un nostro specchio, mi chiedo cosa ci vedo e perché la malinconia non se ne sia andata.
L’uso quotidiano del sentire è poesia?
Non saranno poi così importanti le cose che mi stanno attorno, colori, particolari, conformità d’umore, però entrano con continuità, e si fanno notare, creano legami e relazioni di pensieri. E non sono solo le cose, ma persone e situazioni, che portano al particolare.
La poesia è trovarsi nel particolare ?
La parola che individua la poesia sovrasta il contenuto, intimorisce e riporta ad altro che abbiamo letto o sentito subito come nostro, tocca il profondo. C’è un legame della poesia con l’esplorazione del sentire, e dei suoi meccanismi portati in scienza. E la grande poesia indaga, a volte troppo, mi fa conoscere la mia insufficienza, però mi riporta alla mia identità e mi risponde: sono ciò che sento. Questa è forse la ragione dell’uso discreto che si dovrebbe fare della poesia nel vivere, il troppo sentire ci porta a vedere con chiarezza le cose, a darne altra importanza e se così fosse per tutti, cosa resterebbe della comune, economica realtà? Meglio che il sentire resti ubbia dei singoli, meglio che la stranezza sia il sentire di più e la normalità l’indifferenza. Questo vien detto e senza neppure troppa creanza o rispetto, ma si perde qualcosa d’importante nel non vedere, e ci mancherà la consolazione delle cose, la realtà delle persone quando si lasciano un po’ andare. Non ci saranno sensazioni profonde difficili da condividere, non ci sarà la sensazione che le parole piane con cui la poesia ci parla di noi entrino e ci travolgano, in fondo questo è il prezzo che molti pagano al loro equilibrio, spacciato come realtà. E’ una scelta, per gli altri, maldefiniti sognatori, ci sarà la sensazione d’una bellezza continua che destabilizza, un essere troppo aperti e senza pelle, ma non è forse bello farsi frugare con amore?
Quanta inquietudine si maschera nel rifiuto di vedere appena oltre, il poeta, in fondo, è un coraggioso che parla di sé, spesso senza pudore e senza poi pentirsi, che è pure peggio. Cose generalmente poco ammesse, salvo che in vere e poche intimità. Il sentire induce alla nudità, ma cosa mostrare dipende poi da noi, da ciò che si condividerà. Torno a me e ciò che sento è mio, non ha ambizione universale, si ferma nella mia libertà nel vedere, ed è un sentire piccolo, senz’altra utilità, se non quella d’indagare e di stupirmi. Guardo le gocce sulla finestra e mi sembrano importanti come la pioggia di questa giornata. E’ cosa mia che fa star bene, se guardo più a fondo troverò qualche ragione che mi porta a delimitare il mio mondo in ciò che vedo e sento. In fondo, di piccole personali poesie è fatto il vivere e riconoscerle in ciò che scriviamo, fotografiamo, facciamo, non è solo dare sensazione all’uso dell’aggettivo impreciso bello, ma una riconoscere una parte di noi che, non di rado, se detta a orecchie indifferenti, c’imbarazza. Così scrivo senza curarmi troppo della logica e nel dire, penso che la stanza sia vuota. Sento la mia voce, la cadenza, correggo non la forma, ma l’approssimazione, e l’insoddisfazione non è misura dell’ altezza di ciò che dico, ma del suo esprimere ciò che sento. Questa è la vera distanza tra la poesia dei grandi e la mia piccola sensazione del vivere. Non si colmerà mai, non importa, è il modo di vivere che ho scelto ed è questo che poi mi può rendere a volte felice o triste. E’ mio, che volere di più?

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