agnostico

Che fare dell’intangibile? E’ tutto davvero scomponibile in segnali, piccole correnti, gangli, mitocondri, connessioni che generano percezione, gabbature d’occhi, di mente, ricordi fallaci, errore e razionalità nel riconoscerlo, ecc. ecc. e poi? La risposta è quasi un inizio di dominio, con le neuroscienze ci si può ancorare allo spiegabile, e quindi a ciò che si tocca, evolve, muta, degrada, ma basta? Perché esiste qualcosa che ci fa restare muti e non si capisce, e allora non è questione di credere, e neppure di non sapere ancora abbastanza, è che la meccanica, i segnali, non esauriscono l’intangibile e chi non crede si trova davvero solo davanti ad esso. Però se non viene da credere non viene e mica ci si può fare un film apposta per tranquillizzarci. Neppure della scienza si può fare religione.

Diciamo che tutto questo aiuta il senso del relativo: se non credo non è che trasferisco sulla scienza il bisogno. Casomai emerge la consapevolezza che essere nel tempo del tangibile e della scienza non ci salva da noi stessi e dalle nostre domande.  E per fortuna che questo accade, perché così possiamo essere preda dell’amore, della gioia, della tristezza, delle passioni. La scienza al più fornisce un’ancora da buttare, ma ci sarà poi un fondo raggiungibile e disponibile? Il rettile che alberga in noi non crede, non si muove a caso, è il prodotto del determinismo ferreo di migliaia di prove evolutive e quando apre un occhio non prova sentimenti, solo bisogni, ma su di lui una pioggia di intelligenza è caduta. L’ha confinato dove doveva stare. Motore, animalità, reazione automatica, istinto. Serve tutto al rettile evoluto in predatore, divenuto specie che sceglie. Evolvendo, acquistando velocità e abilità, sul dorso fatto tigre, là verso il collo, si sono accoccolate domande che corrono con l’animale. Domande dotate d’artigli mentali, non meno acuminati di quelli che aggrediscono, ma poi, retratti, carezzano i piccoli. E allora che fare dell’intangibile mentre si corre, si annusa l’aria ricca di ferormoni, mentre circola il sangue dove s’annidano i desideri? Che fare con gli obbiettivi che rivelano la loro piccola consistenza, con gli assoluti degradati a relativi? Accogliere ciò che non ha spiegazione fornisce una libertà aggiuntiva. Anche il razionale s’arresta e poi partecipa stupito dell’ignoranza di ciò che si sente. Buone le domande, lasciamo largo spazio a ciò che non si capisce: si capirà, in parte, ma resterà il dubbio e ciò che resterà da comprendere sarà una porta aperta, non una gabbia. 

di musica e d’altro

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Ascoltavo molta musica. Anche quella che inizialmente sembrava difficile e non mi piaceva. Applicavo alla musica gli stessi criteri della lettura, leggevo qualsiasi cosa e dove non capivo, rileggevo, più volte finché mi sembrava di aver compreso, oppure cercavo altrove scomponendo ciò che sfuggiva. A lungo, con caparbietà, prima di arrendermi. Ascoltavo dovunque. Avevo l’abbonamento alle stagioni concertistiche, ma questo era solo l’evento eccezionale, nel frattempo c’era la radio, i dischi, i nastri, le prime cassette.

Poiché la musica mi provocava emozioni forti, non mi opponevo, e abbandonandomi cercavo di capire cosa agitasse la gioia o la tristezza che provavo, da dove venisse quel momentaneo senso di pienezza che mi faceva muovere le braccia e cantare a voce alta. A volte dopo aver provato sensazioni forti mi sentivo caricato, pieno di energia, altre svuotato, come ci fosse un’ assenza disperante e senza nome.

Cantare le canzoni, la musica che ci stava attorno, era quasi naturale, mi ero lasciato travolgere dalla mescolanza del testo e della melodia quando avevo capito che si potenziavano assieme. Non capivo nulla o quasi di musica, mi aiutava l’orecchio. L’adolescenza aveva fatto il resto: con la musica si socializzava o ci si separava. La musica classica era stata una scoperta personale, quasi un atteggiamento finito male, perché poi l’oggetto mi aveva preso. E sembrava pure di facile ascolto questa musica così piena di suono, di colore, densa e a suo modo naturale. Altre volte solenne, lunga, impervia e poi placida, comunque sempre sorprendente. Fosse la magniloquenza dell’organo, naturalmente ero partito da Bach, o la gioia della nona di Beethoven, oppure il barocco,  che scoprivo in Vivaldi, qualunque cosa fosse, la compitavo, e la riascoltavo fino ad assorbirla e sentirla dentro che suonava per suo conto e all’unisono con me. Compitare e memorizzare vanno assieme, riconoscevo gli stili, azzardavo. Nella mia ignoranza, mai migliorata col tempo, pensavo per blocchi, ascoltavo per collocare e discernere. Mi sembrava che inzialmente, nel barocco in particolare, le contaminazioni fossero tante e che la brillantezza o il colore scuro appartenesse prima al luogo che al compositore. Cominciai a pormi il problema degli esecutori più tardi, perché sentivo differenze grandi sulle stesse note e non era solo questione di tempi di esecuzione o di registrazione, qualcuno mi sembrava più bravo di un altro, ma non ne sapevo il motivo. Come un rompighiaccio procedevo, l’ignoranza restava, acquisivo nozioni e il mare anziché restringersi diventava più vasto. Mi mancava la teoria, le basi che avevo erano talmente vaghe e consegnate alle esperienze di canto corale, che non ne vedevo alcuna utilità. Certo conoscevo qualcosa di gregoriano, qualche nozione di base di notazione musicale, ma non seguivo uno spartito, se non ascoltandolo con la musica. La carta non mi suonava dentro. Eppure capivo che era questione di lessico, anzi di lettura. Se nella mia ignoranza grammaticale comunque riuscivo a leggere cose strane e difficili (almeno per me lo erano) e assorbirne significato e musicalità, mi illudevo che lo stesso funzionasse nel linguaggio musicale, ma in realtà non era così perché mentre scrivere era relativamente facile, tradurre in note quello che mi passava per la testa era impossibile. Comunque continuavo la mia esplorazione, naturalmente erano i brani più popolari, però in un insieme di rimandi e collegamenti finivo in altre epoche, stili, generi, autori, interpreti. Un’autentica scoperta fu la musica medioevale, a cui arrivai attraverso Respighi.

Questa piccola passione un po’ mi allontanava dalla musica dei miei coetanei, anche se continuavo ad ascoltare canzoni, a cantarle da solo e in compagnia. L’altra musica era però una scelta personale e solitaria. Un poco me ne vergognavo, quasi mi stessi collocando fuori dalla mia età sociale. Non riuscivo a parlare delle emozioni che provavo, era un fatto privato come leggere certi libri, fare certi pensieri, scrivere certe cose.  Credo che questa modalità di ascolto e di ricerca, facilitasse un isolamento e una riflessione personale e siccome la musica, come tutto il resto la trattavo a sensazione, lasciandomi prendere, ne accettavo una sorta di potere, di magia su di me, per cui le attribuivo capacità terapeutiche.

Mi si era formato in testa un pensiero: la musica ti salverà. E da cosa mi avrebbe salvato, lo identificavo nella fatica di crescere, nella difficoltà di comunicare le proprie emozioni agli amici (la famiglia non serviva più per questo) e che erano più compagni di gioco o di scuola, che compagni di sentire. La musica mi avrebbe guidato nelle pulsioni nuove che sentivo, nella paura del disamore, avrebbe mitigato ed esaltato in accordo con me. Insomma mi avrebbe tolto in maniera assolutamente singolare dalla solitudine.

Poi, ma fu molto dopo, ho capito che qualsiasi cosa ci risuoni dentro, sia essa una melodia, o dei versi, o un pensiero che legge ciò che sentiamo, sono ausilii che ci vengono donati. Siamo noi che ci riconosciamo in un gioco di specchi e così noi soli ci possiamo salvare. Ma se portiamo con noi la capacità di riconoscere la bellezza, allora le boe, le zattere, le navi con cui percorriamo i nostri mari sono strumenti che ci vengono donati da altri inconsapevoli amici, che ci fanno sentire meno soli anche se la fatica di andare nella vita, è nostra. Ho capito anche che ci salveremo lasciandoci andare a noi, riconoscendo le nostre ferite e lasciando che guariscano, pur permettendo che ciò che ci appassiona lenisca. E questo perché ci è dovuto e siamo importanti a noi.

Con parole che ora mi sembrano troppo tronfie per qualcosa che è semplice, penso sia importante che nella ricerca costante di amore ci sia una colonna sonora, che parole efficaci ci accompagnino, ma poi spetterà a noi trovare strada. Insomma essere forti e ripetersi: in dulci jubilo come fosse davvero rivolto a noi.

gli storti con la panna

Da novembre fino a febbraio, c’era la possibilità di ricevere un dono improvviso. Era un moto di golosità di mia madre o un capriccio di mia nonna: mi prendevano per mano e mi dicevano: ‘ndemo a tore i storti (andiamo a prendere gli storti). Erano gli storti con la panna, cialde croccanti avvolte a cono da immergere nella panna montata, e da consumare in casa nel pomeriggio della domenica, oppure, ai tavolini, ben tovagliati, del gran caffè Sommariva. Anche se dovevo star fermo mi piaceva il caffè, con il suo caldo e il brusio alto di voci mescolate, le vetrine appannate che davano sul corso, il parlottare, ridere, fumare, tutto mescolato. Guardavo appoggiare le schiene sulle seggiole, come per meditare qualcosa e poi scattare verso l’interlocutrice per riprendere. Una grande varietà d’uomini e donne, nell’atmosfera calda, il vapore delle macchine per il caffè, il fumo degli uomini e delle ragazze. Come un respirare sincopato singolo e collettivo che si separava in momentanea comunità dal fuori dai vetri, dove le figure si distinguevano appena. Ed era tutto un entrare, uscire fatto di cappotti bordeaux, neri, blu, qualche rara pelliccia, trionfi di spinati, marroni e grigi per gli uomini. E lobbie, guanti, tra incedere frettolosi o veloci determinati dal freddo più che dalla voglia di sostare o tirar via innanzi alle vetrine sfavillanti dei dì di festa che stavano sul corso. Innocue esse, festa al vedere: i negozi erano chiusi, ma perniciose per i desideri che riuscivano a sollevare, per i buoni propositi, per le attese che avrebbero creato. E argomento di conversazione, estensione a ciò che accadeva nella città, confronto tra ricchi e poveri. Perché questa era l’essenza del discutere sociale, ovvero ciò che avevano i ricchi e ciò che avevano i poveri, lì dimostrato e possibile o impossibile. 

Di tutto questo capivo poco, per me la ricchezza era quella sorpresa inattesa della sera e così immergevo il primo storto croccante nella panna densissima e riempivo la bocca di dolcezza. E ancora, ancora, finché nella ciotola di vetro restavano solo le striature bianche, che non si dovevano raccogliere col dito perché non era creanza. Mica si mangiavano gli storti per fame, ma per piacere, e la sazietà che inducevano era solo un effetto collaterale. Dagli storti ho capito che il piacere dava sazietà e rompeva consuetudini, il pomeriggio della festa sarebbe stato allegro, la cena il di più distratto, che si poteva mascherare di inappetenza.  

Chi mi conosce sa la mia ammirazione grande per Kleiber, la gioia e l’autorevolezza che c’è nel suo gesto di direzione, mi affascinano come rappresentazione del vivere. E’ la competenza di chi non si dà oltre quanto vuole: sazietà ma alle regole di chi dona.

in cauda venenum

Come si dovesse ristabilire un equilibrio, un’ autostima da recuperare appieno, dopo che la sconfitta nelle sue varie forme (e l’abbandono o la delusione sono tra queste), viene la rabbia e il voler far male. In fondo l’ultimo atto di debolezza è proprio il colpo di coda, già oltre il tempo massimo. E’ un gesto che forse scarica la delusione, ma impedisce di guardare avanti con razionalità. Accade sempre quando c’è passione, si rompono le amicizie per questo. Forse perché le cose in cui crediamo portano con sé una carica emotiva, amorosa che le fa sentire come estensione di noi e quindi intangibili. Comunque sia, in amore, politica, vita quotidiana, la tentazione di rompere il giocattolo emerge. E siccome questa tentazione l’ho anch’io, la rifiuto, la getto nella fornace della prossima volta, nella certezza che non si conclude mai nulla davvero e che il futuro sarà non una rivincita, un darmi ragione, ma il prevalere di ciò che mi sarà caro.

Guardiamo avanti e magari facciamo un po’ d’autoanalisi: dove abbiamo sbagliato? E se pure non emerge l’errore, qualcosa che ha condotto le cose in una direzione diversa dalla nostra ci sarà pur stato. Anche se fosse che le linee di forza del destino conducevano a quell’esito, almeno il non aver compreso a tempo ciò che accadeva, sarà stata pur stata una nostra carenza. Eppure non penso che ci sia colpa in tutto ciò, quando si vive si è miopi. Riesaminare con la giusta distanza è piuttosto la necessità di guardare a noi prima che all’altro, perché se ci piace vivere il nostro sarà un perenne confronto, un imparare che non apprende mai abbastanza, che ci condurrà a gettarci in una mischia o in una relazione guidati da un sentimento che ci procura energia da spendere. Nulla di più fallace dal punto di vista della razionalità. Nulla di più bello dal punto di vista del vivere.

Ci sono -e saranno- altre volte e l’in cauda venenum non mi interessa come agire, ho già sperimentato l’impotenza del rancore, è un pasto che non soddisfa mai.

accidia operosa, ovvero contro il tempo

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Poi alla fine ci si stanca un po’ di tutto, o quasi. Dello stesso bar, della stessa strada, dei colori di un negozio, del giornale quotidiano, delle amicizie che sono rimaste in superficie. Ciò che era nuovo, promettente, invecchia, acquista una patina che è unto di tempo, smog di parole e pensieri, e risa e solitudini usate, vita che si è svolta e scivolata oltre. E’ stato scritto un tema (a proposito di vite letterarie) tra gli oggetti e le cose che riconosciamo, non di rado sugli stessi corpi, e alla fine è sembrato che non ci fosse più nulla da dire. Può sembrare una considerazione amara, invece è solo il crivello di sé che trattiene ciò che davvero conta e il resto lo tiene come passato. Ed è pure la spinta del vivere che agisce, oltre alle abitudini, alle ricerche che erano desideri da raggiungere, mostrandoci altro che si apre e si offre a noi. Nel cercare non è la stessa strada che percorriamo che ci porta al nuovo, ma quello scarto della testa che ci fa vedere vecchio tutto quello che abbiamo fatto fino a quel momento e ci spinge ad uscirne, ad imboccare un cammino che sia conforme a noi, come siamo adesso. E’ un progresso di quell’indagare profondo che ci ha fatto capire qualcosa in più di quello che ci riguarda. Non sono forse i superficiali, i supponenti che non vogliono mai mutare il loro modo di guardare il mondo? E quella stanchezza di cui parlavo all’inizio, non è forse il disvelamento che altro attendiamo da noi, che le felicità non si sono consumate e che neppure la vita si ripete, se non quando vuole sottrarci il tempo con il suo scandire di pendolo.

Omnia vulnera ultima nexit vale per quanti seguono i riti che sembrano scorciatoie, i modi di pensare e di cercare che non evolvono, il guardare privo di vedere. Sembra una questione di sensi, di cose da provare, una ricerca del nuovo come inaudito, e invece accanto a queste modalità che si esauriscono con la facilità d’un fuoco d’artificio, ci sono tracce nuove che esigono pazienza e uscire dal tempo cronologico. Magari non si concluderanno, il tema non avrà una frase che lo finisca, e non sarà perché il tempo ci ha rubato qualcosa, magari una sensazione in più,  perché una fine che doveva pur essere scritta e vissuta. No, sarà perché era davvero il percorrere la strada il vivere e il suo gioirne per il nuovo che si depositava in noi camminando. In questo essere in cammino, che non è andare, la stanchezza per i percorsi che si ripetono è salutare, spinge a verificare dentro una direzione. E allora tutto quello che sembrava necessario per tenere in piedi una giornata, non regge a una domanda: perché lo faccio? Così diventa accessorio e marginale. Resta ciò che conta, e ciò che saremo, non quello che siamo stati. Per questo il tempo cronologico diventa finzione, un limite che ci si pone per dire che è tardi e così arginare la voglia di esplorare, di percorrere, di vivere.  Altra stanchezza, altro modo di generare una noia da cui non si esce. Non a caso quel tempo, non il kairos o altri concetti di tempo, è stato scelto dalla civiltà dei consumi, dal possedere, dall’essere in quanto numero di ciò che si vale in un mercato dove tutto si compra. Per quel tempo è sempre troppo tardi, e tutto deve essere superficiale, combusto non assaporato, gettato per essere sostituito e non superato. Non dobbiamo coincidere con il tempo, ma con noi stessi, sembra facile, eppure non lo è, costa la fatica delle domande, del mutare. Ci si può provare.

le solitudini sono incomunicabili

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Credo che la solitudine sia sostanzialmente incomunicabile nella sua essenza/sentire. Se ne vedono gli effetti come in una malattia, chi tiene a noi dà consigli giusti, assennati, medicine che aiutano a vivere, arginare, ma la guarigione è solo interiore, solitaria . E spesso non viene mai poiché passa, credo, attraverso una catarsi che scuote e muta profondamente, ci porta ad essere altro da ciò che in fondo siamo abituati ad essere. L’amore è un buon antidoto alla solitudine, il bene è un argine, ma penso che chi soffre di solitudine sia in realtà un solitario per condizione primaria e di ciò soffra senza saper bene come uscirne. Fa tentativi, si sforza, ma la solitudine interiore lo riporta a sé, a volte può sembrare anaffettivo perché non si lascia andare e limita il bene per sé anzitutto. Ma il bene lo conosce a menadito, per bisogno e contiguità ed è forse perché ne ha a troppo che teme il legarsi: non avrebbe limite. Comunque sia chi soffre di solitudine vera tende ad allontanare tutto ciò che minaccerebbe la solitudine di fondo, così non sta bene in nessun posto per troppo tempo e sopratutto capisce che ciò che prova è incomunicabile anche a chi gli vuol bene.

Un problema, non da poco per il solitario, è nel suo stancarsi di comunicare se non viene capito nel profondo. Gradualmente giudica esercizio inutile questo disvelarsi e scivola, o nel silenzio, o in comunicazioni meno emotivamente coinvolgenti. Bisogna tener conto che la frequentazione lunga con sé porta ad essere egoisti, narcisi ed esigenti, ma sarebbe sbagliato pensare che chi sente molto la solitudine frequenti la fascia alta dell’egoismo o del narcisismo, il solitario vorrebbe bastarsi, ma non si vede se non per riflesso ed anche quando cerca d’essere bastevole a sé introduce una critica severa verso di se stesso, un senso forte di insufficienza anch’essa incomunicabile.
Torri di pietra con molte aperture, quindi attenti al mondo, i solitari vivono nella società, ne sono dentro e al tempo stesso fuori, sperano di trovare il modo di mutare una condizione che è inquietudine e noia, assenza di pace. Eccedono, sono compagnoni, allegri, sorridono e dopo un po’ diventano riflessivi, la testa si perde altrove. Se si alzano e se ne vanno, non è per scortesia nei vostri confronti, ma stanno seguendo sé e questo li porta lontano, neppure troppo lontano, oltre una porta, tra le vie di una città, dentro una casa, un libro, in un bar affollato, comunque verso un silenzio che deve dialogare con chi sembra capirli, ovvero se stessi. Poi tornano, un giorno o l’altro tornano. E se non trovano chi li aspetta se ne fanno una ragione. Capiscono, i solitari che soffrono la loro solitudine, capiscono.

Asmara

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La città è su uno zoccolo di pietra che si è ricoperto di terra e di alberi. Poi sono arrivati gli animali e da ultimi gli uomini. La strada verso il mare scende rapida, laggiù, 2300 metri più in basso, c’è il caldo, le zanzare, i giorni che sconfinano nelle notti senza riposo, ma anche 100 isole davanti alla costa, la barriera corallina, i pescatori, le barche, il pesce, una bellezza e un blu che toglie il respiro. Altra vita.

La gente degli altopiani è particolare, lo è dappertutto, non si rendono conto dell’altezza e neppure del motivo per cui un tempo sono saliti lassù spinti da qualcosa. Forse il caldo, le minacce di altri uomini, la malaria, chissà, ma comunque fosse allora, sono rimasti e a loro sembra di essere sempre stati lì. Così loro, nomadi, sono rimasti a girare in tondo su quello zoccolo di roccia e alberi. Anche in città girano in tondo. Non sono montanari, neppure contadini, gli abitanti dell’altopiano sono affezionati agli animali. Quelli che trovano e riescono a tenere: pecore, capre, cammelli. Vendono il latte quando c’è, e gli animali quando serve. A molti basta così.

Gli zoccoli di roccia hanno un orlo da cui si vede lontano, aiuta a sentirsi sicuri e chi è sicuro investe su di sé, prospera, forse per questo qui è nata la capitale. Con essa, importanza di case, vie, chiese, moschee, persino una piccola sinagoga, anche se gli ebrei erano pochi e facevano fatica a mettere assieme la preghiera del sabato. Poi venne un mercato, lo fece ras Alula, quello che sconfisse gli italiani a Dogali; un grande mercato coperto in cui vendere e comprare, ma soprattutto trovarsi, bere caffè, farsi tagliare i capelli, confezionare un vestito, combinare un affare e chiacchierare, a lungo, ogni giorno, di tutto.

Del passaggio degli italiani sono rimasti gli orfani, nomi, i cinema impero, gli edifici magniloquenti della piccola Roma, bar, ferramenta. La gente dell’altopiano, li ha guardati, anche cercato di capirli, spesso ha scosso la testa, poi ha atteso. E sono passati. Gli italiani, sono passati, come tutti gli altri. Loro, la gente dell’altopiano erano qui prima di Roma, prima di Tebe, prima insomma. La rift valley non è distante e da queste parti si è mosso l’uomo per andare altrove, loro non lo sanno, perché non sono andati lontano, hanno girato attorno. Sono rimasti.

Anche Addis Abeba è su un altopiano, anche lì la gente si è fermata, ma non nello stesso modo ed è un’altra capitale, altre lingue. Qui il tigrino, lì l’amarico, e chissà quante altre parlate ci sono. Eppoi gli etiopi sono stati nemici, lo sono ancora anche se è difficile per la gente dell’altipiano andare in cerca dei nemici, sta bene dov’è, si sposta con fatica. anche per fare la guerra. Gli etiopi non l’hanno capito e hanno perso. Eppure sembravano più forti, solo che distanti dall’altopiano diventavano deboli. All’Asmara lo sanno, non si spostano volentieri se non per fuggire davvero in cerca di lavoro e libertà.  

Gli uomini degli altopiani sono alti, magri, aristocratici, le donne bellissime; quando si muovono il corpo incede, come un arco contro il sole. Si sono fermati perché c’era pascolo, la notte e l’acqua erano fresche e si assomigliavano perché entrambe toglievano la fatica, aiutavano il corpo a tenersi la vita. Le distanze in giornate di cammino davano l’idea di uno spazio infinito prima del ciglio verso la pianura, così l’altopiano sembrava il mondo e non valeva la pena di andare altrove. C’era tempo, i villaggi sono cresciuti, divenuti pietra e poi città, le vie si sono lastricate per i carri. I commerci sono diventati importanti e l’altopiano attraeva anziché essere un punto di partenza, così anche le pecore hanno fatto percorsi circolari senza più scendere in pianura. C’è stato tanto tempo, e quel tempo che ancora oggi sembra non avere limite si è riempito di guerre e di nascite, di amori e di fatica, all’infinito. Fino a oggi, oltre ogni oggi. Non molto più il là, ancora in Eritrea, il Nilo si ingrossa anche adesso, punta verso la Nubia, qualcuno partiva e loro hanno atteso che qualcuno tornasse da quegli imperi che sembravano leggenda, e negli imperi si parlava degli altipiani e delle loro genti, qualcuno tornava e restava. Raccontava. Da queste parti c’era la regina di Saba, Salomone era infinitamente più distante, ma c’era tempo e così le persone, i re si incontravano.

Quand’ ero all’Asmara, cercavo nei volti, nelle voci, nelle pietre ciò che c’era prima dell’arrivo degli italiani, degli europei, e nelle persone trovavo una consapevolezza che era storia, letteratura, arti, abilità tramandate, ma soprattutto postura del corpo e uso del tempo.  Mi sono fatto l’idea che l’immemorabile venisse da questa confidenza con il tempo, come fossero loro a dettarlo, tenerlo nel giusto conto, senza troppa importanza: un alleato che non si sovrapponeva a loro stessi. La cultura era il tempo e loro mi sembravano i signori del tempo.

la scienza degli addii

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Nel puntuto dolore alla schiena sento l’acqua che scorre, ancora pietosa, sui passanti, ma non per me. Una sera gialla di luci mal regolate, voglia di mettere ordine tra cose e carte sparse, impilare, scartare, fare posto. La vita non è forse, spargere e tenere, lasciare che con dovizia d’accoglienza si faccia strada ciò che importante lo è davvero. L’accumulare, aggiungere esperienze come pennellate distratte, tenere in troppo conto il piacere sino alla soddisfazione negata, confondono su di sé, mi pare impediscano, ad un certo punto, di provare davvero il nuovo. Come tutte le ossessioni. Non fanno forse questo gli psicologi che spingono all’assuefazione fino al suo rifiuto, per far toccare il limite, sondarne l’inconsistenza e poi tornare al vivere finalmente liberi? Dentro, mi dicono che son poco profondo con me, c’è un dialogo di voci. Sono succo di agrumi freschi e passati, possibilità, persone condotte per mano, presenze lasciate ad attendere e poi perdute, addii.

La scienza degli addii è il frusciare dell’acqua sul vetro, sullo scuro che avanza, sulla notte che scioglie le luci. La scienza degli addii è nei capelli pettinati con le dita aperte, nelle carezze trattenute, nei baci fuggiti come lampade di strade lungo i treni.

La scienza degli addii è il groviglio di rotaie luccicanti appena oltre le stazioni, il vetro che accoglie il naso e il fiato che si schiacciano, la bocca che manda i baci prima trattenuti, il silenzio che ingoia l’assenza e rattrappisce prima di alzare lo sguardo. Ora che non c’è pelle grata a ricevere carezze, posar di labbra, caldo improvviso e tempo breve, ora che nei pensieri d’aria si disegnano possibilità sfumate, acuto è l’addio che non ha mani da scambiare. Così sfuma verso l’ultima luce del giorno un rimpianto e resta l’assenza.

E’ allora che si vorrebbe aver imparato la scienza degli addii, l’arte di portare con sé il necessario per lasciare che ogni amore viva.

ciò che spande il vento

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La vita sta mutando, l’assecondo e l’accarezzo come il pelo d’un gatto. Il caso poi porta in giro, muta direzione. E’ vento, spinge, accelera, dona nuove prospettive, amicizie, interessi, rallenta. Capisco che tutto ruota sulla gestione del tempo, e che questa sta mutando. Lavoro sulle abitudini perché muti. Adesso è più facile accorgersi delle cose che imprigionano, cerco la libertà da esse. Per quanto possibile. Capisco che quello che ho è importante. Anche questo ha bisogno di un’educazione al vedere. Forse è questa consapevolezza che rallenta, vorrebbe riflettere e assaporare tutto per farne presente e ricordo. Assieme. E’ quasi un curriculum che muta, cerco di assumermi. Non ho gusti facili. 

novembre, 7, mattina

E’ entrata una luce bianca,

ha sollevato lo sguardo

e l’ha perso, prima sul muro, poi verso il cielo.

E’ accaduto un momento prima

che un raggio illuminasse il legno del pavimento, 

la gamba, 

il braccio,

il cuore

e che poi la testa si riempisse di quell’azzurro, 

improvviso,

tra le nubi diventate sfondo.

Una ventata nel cielo e non era più novembre,

solo la vita che spandeva, lieta e libera di sé,

senza tempo. 

il pane nasce ieri

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Ieri

Con la giusta lentezza, ho impastato la farina e il lievito madre, l’acqua, il sale, l’olio, un cucchiaino di miele. E ora lievita. Stasera dopo la commissione, lo impasterò nuovamente. Farò le piegature, così si chiamano, e pare sia lì uno dei segreti per un buon pane. Lieviterà tutta la notte e domattina sarà infornato e cotto.

Le cose normali, i piccoli caos dell’esterno che preme con le sue urgenze ed incombenze, riportati nell’ordine che si è scelto per dipanare le difficoltà. Ognuno ha i suoi modi. Quando la pressione cresce, io rallento, mi distraggo e faccio cose molto diverse, direi incongrue, come cucinare, leggere un libro in piedi, scrivere d’altro. E così confino la preoccupazione e l’urgenza in un canto, finché trabocca. Ma io spero non trabocchi. E comunque l’affronterò se accade. Qualsiasi decisione prenderà la commissione che coordino, si altererà un risultato. Difficile essere giustamente distanti, troppe pressioni. Ciò che si fa ha la certezza della buona fede, del perseguire un equilibrio in cui possano stare molti, la maggioranza, e questo sembra già molto. Riportare le cose a prima del loro accadere non è mai possibile. Bisognerebbe che dopo un intoppo, ciò che ha fatto traboccare fosse rimosso e il fiume riprendesse il suo corso. E mentre così penso e mi muovo perché questo accada, mi è chiara la difficoltà di capire quale sarebbe stato il corso naturale delle cose. Però penso anche a tutto il buono che c’è attorno e che noi non vediamo, al fatto che si agisce sulla devianza e invece la gran parte di cose che vengono fatte bene, si ignorano. Bisogna rispettare chi agisce rispettando gli altri, chi ha un fine alto e lo persegue con modestia. Siamo circondati da queste persone e non le vediamo.

E intanto, mentre impasto, la pasta si appiccica alle dita: domani il pane sarà cotto, una decisione verrà presa e il corso delle cose procederà. E’ la calma o l’incoscienza che spinge avanti? A volte vorrei poter fare la mossa del cavallo che punta sull’obbiettivo e poi scarta a lato: siamo troppo intrisi di linearità e interiormente così aggrovigliati che pare difficile fare le giuste scelte. Bisogna aggrapparsi ad un ordine, accettare di sbagliare in buona fede, rallentare per capire.

Oggi

E’ mattina, il profumo del pane si spande per la casa, è così reale da sembrare semplice. Ha avuto bisogno di un poca di attenzione e di movimenti semplici, ma nei pochi ingredienti si è maturato un arcano di complessità che avevano un fine, per questo sembra semplice e invece è buono. Insegna molto il pane.

Ricetta del pane semplice:

800 gr di farina, (io uso tre farine: manitoba 300 gr, integrale 250 gr, farina di grano duro 250 gr. Tutto con macinazione 0 o più grossa ( ne viene un pane rustico, se si vuole qualcosa di più raffinato si sostituisce il grano duro con farina di grano tenero)

250 gr di lievito madre, (il lievito è dono di un’amica che ama la forza della semplicità e ne prende la bellezza)

410 gr d’acqua tiepida,

1 cucchiaino di sale,

1 cucchiaino di malto o miele,

1 cucchiaio d’olio.

Il tutto si impasta a mano, con pazienza e forza – quella che si ha- finché è morbido e appiccica, ma si stacca dalle dita. Si fa una pagnotta, si taglia a croce profondamente e la si lascia a lievitare coperta per almeno 3 ore.

Poi si riprende, si impasta nuovamente, stendendolo con le mani e ripiegandolo come fosse un tovagliolo, così, più volte, con pazienza e pensando ad altro. Infine si possono fare due pani lunghi oppure una pagnotta grande, si ripetono i tagli profondi e si lascia lievitare per una notte (7-8 ore).

A mattina, un ora in forno caldo a 180 gradi. E il miracolo della semplicità si ripete.