abitiamo in linde città

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Abitiamo in linde città
che diventano gialle al tramonto
e la luce tranquilla racchiude parole,
giochi amorosi
nell’ombra bisbigli,
Abitiamo in piazze ampie
e spesso pulite,
con persone che camminano piano,
e ragazzi che rincorrono
di sorrisi si colma l’aria
assieme ai tristi pensieri:
piccoli moscerini di tempo.
Abitiamo in ordinate città
e il tempo scorre in ogni dove, perplesso,
gli occhi guardano
ogni tanto si soffermano:
ragazze di fine estate,
pelle d’ambra che mette a posto la gonna
solleva il seno e
aggiusta i capelli.
Forse per questo la fortuna l’assisterà
e con lei noi
che abitiamo in linde città.

l’ultima settimana di agosto

L’ultima settimana di agosto mutava l’umore, la spiaggia si svuotava degli amici di scorribande; anche la casa dove soggiornavamo, vedeva partire famiglie e ragazzi. Arrivavano gli inquilini di settembre. Anziani (così mi pareva allora) che amavano alzarsi presto, fare lunghe passeggiate per prendere l’aria e lo jodio, tendenzialmente nervosi per le nostre urla soffocate, per le piccole corse nei corridoi: persino lo scalpiccio sembrava dar fastidio. Per niente simpatici, sin dai convenevoli iniziali, con le caramella alla menta e le osservazioni sulla nostra crescita. Quando arrivavano loro era finita, subentrava un senso di straniamento verso il luogo e la vacanza stessa. Avvertivo lo scivolare ineluttabile dei giorni verso il ritorno e uno strano desiderio dei giochi di casa, come se la vacanza mi avesse colmato di tutto ciò che poteva dare ed ora stancamente, si ripetesse senza convinzione. C’era il mare, i bagni infiniti di richiami, il sole un po’ meno caldo, la sabbia che non scottava più come a fine luglio. E le ombre erano più lunghe, le sere meno luminose per cui tornare per cena metteva una leggera malinconia. Era un attendere qualcosa che non preannunciava nulla di esaltante, ma piuttosto un sentirsi svuotare senza potersi opporre. Meglio tornare. Sapevamo che ci sarebbe stato il rito dei libri nuovi da ricoprire, dei quaderni, del profumo d’inchiostro e del legno di cedro delle matite, tutto da sniffare nella cartoleria vicina a casa. E si sarebbero riallacciati i legami con gli amici di città, racconti di vacanze da infiorettare di avventure e qualche piccola scorribanda per saggiare le vecchie complicità. L’abbronzatura si sarebbe lentamente dissolta in un cedere alle lenzuola strati di pelle bruna. Diventavo scurissimo, c’era solo la traccia del costumino che spiccava e neppure quella era bianca perché, per scherzo, facevamo i naturisti tra le dune. Poi tutto sarebbe stato archiviato nel ricordo: estate del … e si sarebbe sovrapposto, salvo gli eventi eccezionali, alle altre estati.

Di quella settimana conclusiva sento ancora il suo sospendersi e mutare, come fosse un attimo senza tempo prima di una picchiata verso qualcosa che semplicemente pareva ed era dovuto. E lì ho appreso il gusto difficile del mutare che abbiamo dentro e che si manifesta quando non è ancora definito il cambiamento. Potrei dire che era l’attesa che prendeva fisionomia, che pian piano acquistava modalità d’esperienza e diventava parte di me. Ma non avevo ancora a disposizione la pazienza, il gusto dell’attendere lento, e questo farsi era così confuso e dolce che semplicemente mi ascoltavo crescere. E vivere. Ma questo l’avrei capito poi.

cose

Allo spirito delle cose chiediamo d’orientare i passi,

verso giorni col tempo che rallenta,

e vogliamo desideri da incrociare con rossore,

sogni che si svegliano, 

improvvisi batticuore,

attese e incontri attesi,

insomma ciò che viene

purché bella sia la storia del nostro amato amore.

E, nel dir di noi, la vogliamo così intensa 

che per sempre incrini poi la voce,

anche quando le cose torneranno ad essere sol cose.

Perché le cose parlano

se qualcosa hanno da dire,

e chiedono di noi, indiscrete,

e spingono, con immemore dolcezza,

nei desideri che coincidono con gli amori

ma tacciono al loro spegnersi,

addolorate e complici.

banali ferragosti

Facevo cose banali. Cinque litri di normale nella ‘500 e andavo al mare. Spiaggia libera, asciugamano, sacchetto con i panini e la coca. Ero povero, non indigente. Dipendevo dalla precarietà del poco che raggranellavo. C’era un pamphlet situazionista sulla miseria della classe studentesca. Un sacco di parole per dire che dipendevamo in maniera indecente dai genitori, dal sapere accademico, dalla precarietà dei lavori offerti a chi studiava. Leggevo con attenzione e mi ritrovavo, in verità sarebbe bastata un po’ di autocoscienza, ma c’era conforto in quei ragionamenti: sembrava non sarebbe durata. C’era la mobilità sociale e col tempo, si pensava, si sarebbe stati meglio. Adesso è come allora, solo che è sparita la mobilità sociale.

Al mare ci andavamo in gruppo. Facevamo le solite cose: bagni lunghissimi, gli scherzi scemi, gli sfottò, la ricerca di qualche contatto femminile. Si parlava di tutto, non restava niente. Era meglio un paio d’anni prima, nell’adolescenza che finiva nelle scoperte, nelle camminate infinite, nei discorsi filosofeggianti. C’era stata questa nuova sensazione che la vita non era un insieme dato, ma qualcosa di ancora informe, che solidificava nelle scelte, che si costruiva precariamente eppure con arditezza. C’erano passioni che avevano bisogno di avere un senso, una relazione con la giornata; e spesso erano così totali da traboccare in essa. E poi c’era la scoperta del sesso, della sua impervia e semplice attrazione, della bellezza che si toccava col piacere. Si discuteva su tutto quello che si poteva dire. Si era spesso sinceri. Non mi vantavo. Avevo bisogno solo di rafforzare l’autostima e quindi un po’ assomigliavo e un po’ ero io. Nell’assomigliare si poteva dire tutto, nell’io molto meno, districandosi tra timori, sorpresa di scoperte, desideri.

Quante nozioni scolastiche mutavano nel farsi e diventavano dell’altro così originale che pareva nuovo e mai pensato prima. Lo usavo per stupire l’amico, e di più stupiva me, apriva mondi che nulla avevano a che fare con il nozionismo preteso a scuola. Mi perdevo in quel panorama di possibilità che si aprivano. Gli amici erano pochi, finiti gli sciami della fanciullezza, ci si sceglieva, a volte si forzavano le situazioni. Allora ho fatto scelte sciagurate per rifiutare il banale.  Poi tutto si era trasformato in una cricca, in un parlarsi a memoria. E mi mancavano le notti insonni, conquistate e perseguite senza un vero motivo che non fosse la libertà.

Questo accadeva solo due o tre anni prima di quelle estati che inghiottivano pensieri, che riconsegnavano al banale. E agosto piombava in quei gesti scontati: il mare, la piscina, qualche lettura forsennata, assieme alla scoperta della solitudine come salvaguardia di una diversità e innocenza solo mia. Non mi disturbava che gli amici delle altre stagioni, andassero verso vacanze a me impossibili (erano tutti più ricchi di me), mi sembrava che rimasto solo ci fosse una tregua da un ruolo. Chi restava per quelle puntate al mare, lo conoscevo meno ed era un fare senza impegno. Il banale consentiva di non pensare troppo alla propria condizione affettiva, agli amori incerti, alle timidezze infinite di scenari costruiti nella testa, al bisogno di sesso che era insieme bisogno d’amore. Il banale riempiva i giorni comuni con altri, se mi si chiedeva di andare, andavo: meglio che niente. Meglio che si riempisse il giorno che alla notte pensavo io. Con le ubbie, le passioni che tracciavano confini, con le parole che si colmavano di significato e tracimavano, investivano altre parole e creavano pozze di pensiero liquido dove mettere le mani. Con paura, ma anche con desiderio, perché sapevo che lì sotto i significati si accoppiavano, c’erano nascite improvvise, folgoranti intuizioni e rifiuti che volevano dire il contrario.

Intanto al mare, di giorno, giocavo facendo parate spettacolose alla palla che scivolava sull’acqua, nuotavo senza paura e mi perdevo in quell’infinito che stava sotto e in cui ci si sarebbe potuti lasciar andare. Eventualmente. Sino al primo grido di richiamo, sino al pensiero che io mi aspettavo altrove.

 

chissà cosa farà male

Teflon: Ci fu questa grande novità: si poteva cucinare senza grassi, anche senza olio. Bastava non usare forchette e cucchiai e la pentola non si rigava. Così dicevano. Era un’invenzione geniale che Du Pont ha venduto al mondo. È così abbiamo mangiato cibi cotti in pentole di alluminio o di acciaio rivestite di teflon. Per anni, per decenni. Il rivestimento si rigava, poi sembrava consumarsi lentamente e noi mangiavamo verdura e qualche particella di teflon, bistecca o brasato e qualche molecola di teflon. Anche i pomodori al gratin, il fegato alla veneziana, la peperonata, e chissà quant’altro avevano un pochino di teflon. Dipendeva dalla voglia e dalla dieta, e non contava se si era vegetariani, carnivori, vegani o cannibali, un pochino per volta dalla bocca entrava in circolo del teflon. Grave? No, il teflon è inerte o quasi, tiene a bada l’acido solforico, ci fanno le protesi per i trapianti, è sostanzialmente tranquillo fino a 280 gradi centigradi, e allora? E allora perché dovrei avere una protesi diffusa, perché non me l’hanno detto subito? Potevo scegliere se diventare d’alluminio, di acciaio o di teflon, ma non me l’hanno fatto fare, mi hanno solo detto di non strisciare la pentola e così il Politetrafluoroetilene è diventato un pezzo di me, di voi. Non è ben chiaro se nei processi di lavorazione entri qualcosa che può far male in qualche condizione che non conosco, agli uccelli pare faccia male se la pentola si scalda troppo, forse gli uccelli si fanno pentolate di becchime a 300 gradi. Forse. E se comprano pentole cinesi, gli uccelli, a quanto si decompone il presunto teflon?

Pvc: che il pvc fa male lo si sa da tanto, però adesso non me lo scrivono col suo nome. Sulla confezione sta scritto: pellicola trasparente e poi di evitare il contatto con oli e grassi. Anche l’alcol non gli fa bene. I forni deve evitarli, così come i contenitori e i cibi caldi. Già 40 gradi la mettono a rischio questa pellicola. Comunque l’innominata è regolata dal DM 21.3.73  e seguenti modifiche. Che diamine basta andare a leggere… Allora qualunque cosa incarto mi mette un po’ in ansia, quasi quasi comincio a preferire le muffe.

Alluminio: Anche l’alluminio non è proprio inerte. Si commuove facilmente con gli acidi e i grassi sono acidi, cosa combini poi quando entra in giro dentro di noi si sa abbastanza. Anche se ogni tanto gli trovano qualche responsabilità nuova. L’alluminio mi è simpatico, cerco di usarlo bene, di non lasciare nulla  che lo possa corrompere a partire dal sugo di pomodoro, però m’inquieta chi lo  trasforma in padelle e pentole. In Eritrea c’erano delle gran pignatte d’alluminio spesso, molto coreografiche. Era un po’ butterato di puntini neri che, mi dicevano, se ne vanno con le cotture. Restava micro poroso in superficie e sembrava che questa porosità avesse qualche pregio. Ho scoperto quasi subito che derivava dalla bassa temperatura di fusione e la ditta indiana che faceva pentole s chissà che altro usava pezzi di motore in alluminio comprati come materia da riciclare. Pensavo allora, e adesso, che tutta la nostra plastica e metalli e vetro e carta e chissà che altro riciclato ci tornano indietro e non c’è nessuno che verifichi se quello che torna fa bene o fa male. Oppure basta costi poco per giustificare tutto?

Questo mi fa pensare che viviamo nell’ignoranza e che questa è una scelta, che all’inizio ho preso ad esempio qualcosa che teoricamente non fa male per riflettere su ciò che davvero fa male. Perché la conoscenza non rende più sane le nostre vite? Perché qualcuno oltre ad emettere le leggi non ne verifica l’applicazione? Ecco queste sono le domande.

l’infanzia del limite

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Tutto si poteva riassumere nella sensazione di una definitività accessibile. Un assoluto che non aveva bisogno di nome, ma era lì, a disposizione, per essere capito, investigato, fatto proprio. Definitivamente.

E attorno c’erano piccole cose che tiravano via, urgenze false e fastidiose che volevano rimandare l’accesso a quella soglia di comprensione profonda. Ma a ben guardare, erano loro che acuivano la sensibilità e l’urgenza e rendevano netta la sensazione di scelta: si sarebbe perduto qualcosa di importante eppure sconosciuto oppure lo si sarebbe avuto poi, chissà quando, nonostante quelle forze che volevano posporre, strappar via e portavano il pensiero nella banalità del necessario. E non era forse più necessario il conquistare l’inutile piuttosto che perseguire la facilità beota dell’utile? Tra questi pensieri, intanto, il tempo scorreva e si restringeva, anch’esso preso da una scelta era attento ad un proprio tornaconto, e di fatto s’alleava con l’utile.

Nulla meglio della clessidra rappresenta la lotta e l’estraneità della necessità nel tempo. L’assottigliarsi della sabbia o dell’acqua nell’ampolla superiore, toglie l’idea malsana degli orologi che sembrano avere una riserva inesauribile di circonferenze da percorrere. Tutte uguali, tutte con le stesse distanze d’arco circolare, in fondo tutte prevedibili nel dire quanto manca alla prossima. La clessidra invece, mostra un tempo che, pur costante, diviene più rarefatto e veloce nello scorrer via. Il nostro sguardo e il pensiero lo mette in relazione al volume disponibile di sabbia o acqua che si svuota e così esso dà misura del nostro perenne ritardo rispetto all’assoluto.

Il filo di sabbia o le gocce d’acqua che scendono mostrano che c’è un’indifferenza rispetto al ritardo del nostro fluire, guardiamo a quel volume disponibile di libero arbitrio e il tempo sembra dire: fa ciò che vuoi, ma attento… E se ripieghiamo sull’utile, ne viene un’influenza cupa di scelte mancate o costrette, che ci rende irrimediabilmente in colpa verso ciò che doveva accadere e non è ancora accaduto. Per questo l’avvicinarsi al limite dell’intuizione profonda e il tempo dell’utile acuiscono le sensibilità e rendono definitiva la scelta: possiamo essere, forse, consapevoli di qualcosa mai intuito prima oppure lasciar perdere, rassegnandoci alla necessità. La scoperta, insomma, fa i conti con quel fluire dell’utile che rende precario il superfluo del nuovo e ci consegna al grigio della prevedibilità. Non avventurarsi nel limite ci rende poveri e puntuali, e toglie la differenza che solo nell’esplorazione dell’eccezione ci rende unici.

In questo confine così affascinante e pertanto pericoloso, tra necessità (presunta) e superfluo (utile a sé), si trova l’amore per quella parte incredibile (ciò che è credibile lo conosciamo, è ciò che ci meraviglia che è incredibile e sconosciuto) che ciascuno contiene e mortifica. E insieme ad essa, la libertà del disporre di sé, del non essere prigionieri della necessità, del poter dare consistenza a ciò che nessun altro può capire meglio di noi, perché ci riguarda in senso assoluto, perché questa è una geologica interiore forza che può crescere una montagna, eruttare un vulcano, piegare dolcemente un fiume e prosciugare un mare per ricrearlo altrove. È questa la manifestazione di noi che riconosciamo il chi ci ama e che vede dentro e oltre noi: è l’amore e il sogno che conteniamo, che urge e vuole diventare materia, noi, insomma, che dopo averci compreso non saremo più uguali. Ecco perché nel limite troviamo amore, ecco perché in esso ciò che era ritardo non lo è più e siamo altri da prima. Con altro tempo con cui rapportarci. Non è forse questo il senso del cambiamento che riapre le vite?

 

il buon senso

Il buon senso di stare zitti prima di verificare. Di capire prima di colpire. Il buon senso di occupare lo spazio dei sentimenti, l’odio, l’ira, con buone ragioni. IL buon senso di usare la ragione per comprendere il limite: il proprio anzitutto.

Ma c’è una glorificazione dell’impulso, come se esso avesse una verità più alta. Un essere vicino alla propria natura, stranamente la stessa di chi ci offende, di chi persegue e ferisce.

Come chiedere buon senso all’impulso? In esso si confonde il liberarsi dai vincoli che tutti abbiamo, con l’entrata a gamba tesa: ti spacco una gamba, non giocherai più.

Non cercate significati reconditi in quello che dico, è solo la constatazione che tra educazione ai sentimenti e istinto c’è una differenza profonda. Di civiltà, anzitutto.

E incazzarsi per una ragione vera o una buona causa è infinitamente più efficace per noi, che il regolare la contabilità quotidiana: qui non ho avuto, qui non ho dato, qui poteva essere e non è stato. Mai una domanda sul perché che riporti a noi, un auto esame che faccia dire dove qualcosa è mancato. Non la colpa, ma la falla. Sono le abitudini e il presupporre che ci uccide il futuro, ma tutto costa fatica e cambiare più di tutto. Tant’è vero che si dice con malcelato orgoglio: io non cambio mai. 

lenti camminare

Camminavamo lenti. O almeno non così veloci come il mondo pretendeva. I discorsi erano fatti di telepatie, parole, silenzi e risate. Mancava un copione ben scritto. La vita reale è così, una pessima scrittura piena di puntini di sospensione. A me mancava la definitezza delle frasi, ma era un’impressione. Non mi mancava niente. Solo in qualche occasione emergevano quei discorsi densi di significato e di aperture, si dipanavano e avevano molti bandoli segno che dentro il filo si era spezzato più volte e semplicemente si era riavvolto su altri fili. Possibilità multiple ed apparentemente equivalenti, o almeno così sembrava. Vedevo nei film, leggevo, un modo di vivere alternativo anche quando sembrava parlassero di noi, era la realtà che non lo consentiva ? E quando il dialogo diventava avvincente, a tratti definitivo, e apriva la mente, costellava di lampi la percezione, quando ciò accadeva era così raro da lasciare un bisogno di appunti perché sembrava si sarebbe perso molto del possibile.

Camminavamo lenti su sentieri in parte conosciuti, alcune scelte erano state fatte, mancavano quelle successive e sarebbe stato bello discuterle, approfondire, scartare, tenere. Di quel camminare ricordo. Ed è già una frase sgomenta, un aver lasciato scorrere mentre ancora scorreva e poneva domande ai nostri silenzi, il vivere. Tenere le difficoltà altrui come proprie, farne similitudine ed esempio e sapere che non serviva a nulla, che il dolore un poco contagia ma la gioia ha altre necessità per essere condivisa. Produttori di silenti analisi, presunzioni per difesa e poi comunque camminare. Eravamo tristi? No, ridevamo insoddisfatti, qualcuno era troppo solo e la solitudine genera attese, bisogni che si colmano per un momento. Tutto quel desiderare per coprire altre domande, presumere di essere solamente  perché c’era un acuto di piacere. Un’ identità sommersa, disvelata e subito spenta. In quel bisogno di parlare arrivando all’osso delle cose, sentire finalmente qualcosa di candido e duro oppure tacere perché non si può dire. Se non a volte. E non è come nei romanzi o nei film, qui la sceneggiatura era lenta e ricca di puntini da riempire. Un gioco di parole senza né capo né coda. Ecco cos’era. Pensare, tacere, ascoltare, ma anche parlare e lenti camminare.

Carlos Kleiber e la bellezza

 

Ascolto Carlos Kleiber da molti anni, sempre ho provato gioia, emozioni intense, commozione. Alcuni ascolti sono stati così definitivi da considerarlo il più grande direttore del secolo scorso, mi è accaduto dapprima con la 4 sinfonia di Brahms, poi la 7 e la 6 di Beethoven, poi il resto. Lo so che non è così ma ascoltavo e riascoltavo e mi piaceva ancora di più. E cercavo altro, anche se purtroppo non era moltissimo, ciò che era stato inciso. E mi piaceva, era un innamoramento che ancora dura e mi dà molto.

Carlos Kleiber era figlio di un grande direttore  Erich Kleiber, che se n’era andato dalla Germania per incompatibilità con il nazismo. Il figlio è diventato uno degli interpreti (forse il più grande) di Richard Strauss che certamente nel nazismo non era stato male visto che era il presidente dell’associazione dei musicisti nazisti. Se conoscete l’emozione che può dare la musica, il sentirsi tutt’uno con le note, le tempeste emotive che ne derivano, allora capite che solo alcune persone possono risolvere le contraddizioni tra opera e vita, e che in quel momento con l’arte, il gesto unico, le riscattano, mostrandone la bellezza del pensiero che si fa opera. A questo servono i concerti, le esecuzioni dal vivo. E chi ha la gioia di ascoltare un grande tiene poi con sé un pezzetto della sua grandezza, ne è compartecipe. C’è una contraddizione tra bellezza e bene che pare insolubile. Noi tendiamo a trovare il bene nella bellezza, il buono, il giusto in essa, ma la cosa non è correlata. Un animo grande spesso è anche buono, ricopre un ruolo che indica a se stesso e agli altri, pensiamo, ma non è quasi mai così davvero. Nella bellezza c’è un conformismo che solo il transitorio assoluto elimina. Voglio dire che se Heidegger, o Strauss, o Majorana, o Marconi, o Pirandello, o Pound, o Furtwangler, e quasi tutti gli altri cervelli che aderirono al nazismo o al fascismo, furono comunque grandi quel quasi indica che alcuni non lo fecero e salvarono la bellezza dall’etichetta politica, l’aiutarono ad essere altro. Erich Kleiber preferì andarsene e molti altri lo fecero. Così aiutò la bellezza e diede modo al figlio di essere ancora più grande di lui.

Ascolto le registrazioni di molti anni fa. Oggi è difficile dire che non basti il software a disposizione, anche se nulla equivale l’emozione di quell’evento unico che è un concerto. Carlos Kleiber era una persona incredibile per il gesto e i modi, per la conduzione e per la sua imprevedibilità. Ci sono dei ricordi del sovraintendente del teatro di Cagliari che ospitò l’ultimo importante concerto del maestro, che ne descrivono sia l’umanità e sia l’ansia che la sua imprevedibilità creava. Grandissimo anche perché era schivo, intollerante del jet set, persino nella residenza, nel far comunicare la sua morte, molti giorni dopo a esequie avvenute. Era conscio della sua grandezza ed era un fatto personale che coinvolgeva gli altri. Ascolto la musica che oggi sembra più questione di quantità che di fedeltà, mi stupisco perché ne conosco i passaggi, eppure mi sembra nuova. La sento, pulita, forte, come scolpita, una forza dell’anima, un dono. Ecco questa è la bellezza che indica il bene, che salva. E infine torno agli applausi alla fine della registrazione della sesta sinfonia preceduti da un silenzio stupefatto, che ha timore di rompere un’emozione irripetibile, e Lui che si volta e accenna a un sorriso, come a dire: non posso fare di più. Ho bisogno di sentire che non sono solo a sentire questa forza e allora mi commuovo.

le dimissioni

Le dimissioni non nascono mai di colpo. Ovvero sì, ma quelle sono per insufficienza di ragionamento. Partono come un ceffone e spesso ricevono un pugno. Mi è capitato più d’una volta nella vita di reagire a ciò che ritenevo così ingiusto da non appartenermi e quindi di dare subito le dimissioni. Mi hanno fermato facendomi riflettere sull’ingiustizia: andandomene l’avrei avvalorata. Così non me ne sono mai andato per emotività, ma per scelta. E non importava ciò che perdevo, era una scelta che mi permettevo perché ero importante a me stesso. Ho sbagliato spesso i conti, della carriera soprattutto. Un vecchio democristiano mi diceva: mai dare le dimissioni, il tempo in politica è infinito. E anche nelle aziende è infinito.  Non è vero ma me l’hanno ripetuto qualche sera fa. Un altro democristiano. Ho pensato: cosa saremmo stati noi comunisti senza i democristiani. Avevamo bisogno di un confronto continuo con ciò che non volevamo essere e anche loro avevano bisogno di noi perché eravamo una alternativa a ciò che erano. E sono ancora, mi veniva da pensare, perché i democristiani non finiscono mai. Sono il paese che respira piano e sembra dorma, ma ha un occhio aperto. Vede. Un po’ di sbieco ma vede.

Le mie dimissioni sono nate per senso del limite. L’ho capito mesi fa. Anzi non molto dopo aver assunto l’incarico. Ero straniero e inadeguato ai circoli locali, alle alleanze, alle strizzatine d’occhio, alle feste riservate, alle decisioni prese per altri fini. Inadeguato. Quando questa parola esce nella mente può provocare un attacco all’autostima: ma come inadeguato, hai affrontato di peggio, hai risolto problemi più grossi. Sì certo, hai sbagliato parecchio, ti dà ancora fastidio pensare alle ingenuità di allora, ma poi ne sei uscito. E cosa sarà mai, impegnati e ci riesci. E invece no, inadeguato non mi dava fastidio. Era un punto d’onore. Me lo ripetevo: inadeguato.  E quello mi dava l’idea che dimettermi era la cosa giusta. Certo c’era anche un po’ di spocchia perché significava che non mi mescolavo, che non volevo apprendere il flow chart dei giochetti, delle comunelle, del chi è importante e perché. E quindi inadeguato era la mia motivazione che mi ripetevo come un mantra. Un mantra con delle conseguenze e quindi la decisione di andarmene.

Andar via per scelta. Me lo ripetevo nei lunghi tragitti in auto. Me lo ripetevo nella nebbia, quando volevo solo arrivare a casa. Epperò una ragione per dare una possibilità alle cose, la trovavo sempre: una sfida, un progetto nuovo, un guardare oltre, insomma qualcosa che giustificasse la fatica. Essendo libero di decidere poteva frenarmi solo l’idea del cambiamento e la responsabilità. E il senso di onnipotenza. Abbiamo spesso a che fare con l’onnipotenza. Chi riceve un incarico deve esercitare un’autorità. Poi lo stile è tutto. Ci sono gli stronzi e i deboli, ma sempre di autorità si tratta. E di problemi. Chi è furbo li delega a qualcun altro. Come diceva quella legge di Murphy: un buon capo espiatorio vale quasi quanto una soluzione… Oppure vale il pesce in barile, scaricare i problemi per assenza e per consenso: basta dire di sì a tutti. Il muro dei sì, è insuperabile perché evita il confronto e non fa fare un passo avanti. Ma si può fare altro: si può tentare di risolvere i problemi prendendosene la responsabilità, se c’è lo spazio per farlo. Sennò si è inadeguati.

Inadeguato e conseguente. Le dimissioni sono il riconoscimento che ciascuno può procedere per suo conto e che la cosa non ci dà fastidio. Oppure un piccolo fastidio ce lo dà, ma è inferiore al fastidio che provoca il continuare. Nel decalogo che ognuno si costruisce vivendo, ci dovrebbe essere il posto per andarsene senza essere messi alla porta, perchè un conto è sentirsi inadeguati e un conto è che te lo dica qualcuno. Una grande libertà poter andare via. Con stile, salutando tutti senza ipocrisia. Poter dire: ho ricevuto, ho dato, mi è anche piaciuto, ma non sempre. Di sicuro c’è di meglio di quello che potevo fare io, anche se non è stato poco. Troverete, anzi vi troveranno chi è più adeguato. Ecco questo adeguato è diverso da me e quindi non posso aver nulla che gli rimprovero. Non mi sostituisce, lui è un altro e io sono quello che sono. Interessante questa cosa delle dimissioni, è un lasciare senza rimorsi e senza troppi rimpianti.

Il personale mi ha detto parole buone, mi sono commosso, ma ai vecchi uomini capita di commuoversi, e quando gli accade si rendono conto dell’età. Credo che dovrebbero fare un corso a scuola sulle dimissioni: come andarsene, commuoversi e stare bene con se stessi anche da giovani. Sarebbe un corso sulla relatività del potere, sull’io e sul noi. Sul potere insomma. Credo proprio dovrebbero farlo.