Willyco

in alto, senza parere

Willyco

segnali

Ci sono segnali inequivocabili: le cose cominciano a diventare difficili, le telefonate si attendono e non si fanno, quello che subentra è un dovere che prende il posto del piacere di un gesto gratuito. Si rimprovera una muta scarsa attenzione che giustifichi l’adombrarsi, il chiudersi.

Quante volte ha funzionsto questo meccanismo che sta sulla cresta di una decisione quasi presa. È la presa d’atto inconscia della trasformazione di qualcosa che era eccezione in normalità.

Ci si stufa. Sì, anche, ma di cosa?

E questo venir meno non è stato testimoniato da un dialogo via via  senza radici? La superficie del comunicare diventa frase fatta e poi silenzio, il non detto si accumula, finché si attende la mossa dell’altro e già un giudizio si è fatto strada: sono stanco, vorrei qualcosa che non c’è.

tirai fuori la bellezza

Un immenso torpore della ragione

investe e s’accumula,

genera indifferenza che sfocia’ in rabbie,

cieche furie senza oggetto,

ansie d’un nuovo chicchessia.

A che giova sembra dire il tempo:

rimetterò ordine e rovina,

fatti vostri e basta,

non coinvolgete la memoria, ve l’avevo detto.

E allora di me che dire ora?

Quando tirar fuori la bellezza dopo la notte,
e accogliere la luce,
dentro una rivoluzione fatta di cocci amorosi.

Star seduto intanto, nell’attesa d’un vento che risvegli

anche l’ultima cellula dispersa a noi,
che usiamo abitudini,
orecchie cieche e sguardi attoniti e improvvisi?
Di spirali di tempo, di questo ho speranza,

che il nuovo abbia la scintilla breve e fioca dell’umano.

E tra le ginocchia, intanto, raccogliere la testa,

il pensiero che si scuote e dissente

mentre piu d’altro desidera l’abbraccio

e dell’attimo il conseguente oblio.

caro noce

Oggi ti hanno tagliato. Hanno detto che eri morto a mezzo e diventavi pericoloso: alto com’eri, una sventata più forte ti poteva schiantare addosso a qualcosa o qualcuno. Non so se fosse vero, ma oggi le competenze sostituiscono troppo spesso le volontà e quasi sempre i desideri e così  prima hanno segato le tue braccia verso il cielo e poi, scendendo, il corpo, fino a un bel taglio netto alla base. Era vero che il cerchio perfetto dei tuoi anni era diviso in due, due toni di marrone che nel chiaro parlava della vita e nello scuro di ciò che eri stato e ancora eri. Sei venuto giù senza parlare, ti mancavano le foglie e i giardinieri erano abili. Un tonfo e un piccolo rimbalzo del peso importante che avevi accumulato, ripetuto per ogni pezzo che cadeva, finché nel largo raggio che occupavi, è rimasto il centro del tuo ceppo e il vuoto. Circolava l’aria. Non più gli uccelli che si sono fermati per 30 anni a cantare, non più le noci attorno che erano preda di piccoli mammiferi. Un vuoto. Mi avevi seguito dalla vecchia casa del centro storico. Eri nato da un noce maestoso e solitario che aveva riempito di frutti i nostri autunni. Noci piccole, molto dolci, che esigevano un impegno notevole per staccarle dal guscio. Mia nonna mi aveva insegnato a mangiare le noci fresche staccando la pellicina con le unghie, cosicché un pezzetto diventava una conquista, due noci occupavano un pomeriggio e si imparava la pazienza. Il terreno in cui il tuo genitore aveva affondato le radici era antico d’anni e d’uso. Si erano stratificati i millenni in quel posto e l’humus era venuto da innumerevoli stagioni. Il tuo illustre genitore riusciva a vedere oltre l’alta mura dei pii conservatori di santa Caterina, sentiva le voci delle monache e delle ragazze, che a noi arrivavano attutite, ne coglieva i ritmi e gli usi e di certo ne allietava la vista. Le radici scavavano in un suolo che era stato coltivato ben prima che la città diventasse parte della romanità e forse anche questo influiva sulla italicità che era connessa al nome, alla nobiltà del legno, alla forza del portamento e al donare dei frutti. Poteva permetterselo il tuo genitore di essere fiero e indomito. Oggi pensavo che non era mai stato colpito dal fulmine, che i rami erano rimasti integri e che quando ce n’eravamo andati, era ancora giovane e insieme maturo d’anni. Con te ho portato altri due fratelli. Ho questa piccola mania del portare con me piante nei traslochi, perché non li sento solo alberi o vecchi rosai, ma parole scambiate, ombre sotto cui ci si è fermati, profumo che riporta a persone, parole, fatti. Così di noci, allora giovani, ne portai tre con me. Tu fosti l’ultimo trapiantato e per due volte al fine di non perderti in un esproprio. Trovasti posto definitivamente nel luogo più importante del giardino. Sei cresciuto con allegria spavalda, anno dopo anno più alto sino a sovrastare di molto la casa, nel frattempo il tuo verde ha chiacchierato col rosa di ogni alba, hai chiuso la vista verso ciò che mutava e non doveva, hai guardato in casa senza starle troppo appresso e ne hai visto la molta gioia. Hai seguito i cambiamenti, sentite le voci e racchiuse in un tuo confine d’aria che era un abbraccio al cielo. Di questo e di moltissimo d’altro ti sono grato.  Di voi tre ormai è rimasto solo tuo fratello che è nel giardino del condominio. E’ alto e sano, i bambini sono diventati adulti giocando coni suoi frutti e spesso mangiandoli e hanno nuovi bambini che approfittano della sua ombra. Magari cercherò da una delle sue noci di trovarti un nipote da mettere al tuo posto. Servirà tempo, ma la tua famiglia ha sempre avuto un buon rapporto con il tempo. Grazie caro noce, mi mancherà la tua presenza, non il tuo ricordo, quello resta assieme a chi hai conosciuto e che insieme a me hai allietato. 

bottiglia con lettera

Ci sono cose profonde, importanti, di cui si vede solo traccia dissimulata nei nostri rapporti. Non tutti hanno l’abitudine al lamento e il lamento non racconta sempre la verità. Cerco di lamentarmi poco: lo trovo un chiedere senza comunicazione, un chiedere momentaneo che non muta le cose. Certo serve un salvagente, ogni tanto, servirebbe di più saper nuotare, ma non è questo che ci rende marinai e neppure ci salva per sempre la vita e l’umore.  E così faccio fatica a raccontarti il tempo, il luogo, il mutare rapido delle cose e la lentezza con cui invecchiano pensieri, sensazioni, sentimenti. Un racconto è un prendere e un lasciarsi prendere, un atto d’amore insomma, che da forma a quello che trabocca, lo mette a disposizione mentre, sotto sotto, esige che vi sia una corrispondenza. Ci si scrive per ricevere risposta, esattamente come quando ci si parla, e aggiungerei che vorremmo essere stupiti da ciò che ci arriva: il fascino dello sconosciuto, della rivelazione che unisce ancora di più.

Non so dove sei ora, ti immagino in luoghi che ho conosciuto e che di certo sono mutati, ma per la mia percezione sono quelli e tu c’eri,tra colline, fiori, molto verde, strade e muretti a secco. E poi pietre, persone, acqua, anni, speranze, risate. Tutto coagulato nel sentire che a un nome corrisponde a qualcosa: il vero e l’immaginato. È la logica degli schedari della memoria, a loro modo vivi perché  aggiungono e tolgono ma hanno bisogno di un coagulo che li raccolga. E pazienti, attendono, che li si usi per mettere assieme persone e luoghi prima che un passato comune. Se vuoi che ti racconti di ciò che sento, devo dirti  che qui le cose hanno cambiato sembiante, ciò che accade non è bello. Non è quello che vorrei. Si diffonde una cattiveria senza nome che cresce, si concentra su un nemico, che non sarà l’ultimo, e tutto quello che disturba le vite non si risolve, diventa la nebbia dello stare. Ci si chiede: come stai? Ma di cosa si parla davvero? Del momento, della salute, del benessere, non dei pensieri, dell’equilibrio, delle prospettive. Se non c’è freno alla cattiveria, non dovrebbero esserci freni al bene, ma esso è più flebile, individuale, non diviene mai una spinta collettiva. C’è un ghetto del bene tollerato, tale se non assume comportamenti eclatanti, se resta nei limiti della carità e non affronta il cambiamento, altrimenti diventa sfida e disordine. Rivoluzione. Pensa la rivoluzione del bene, ci accontentavamo di molto meno, ci bastava una legalità fatta di buon senso, che privilegiasse l’uomo, non servivano né santi né eroismi, bastava che le cose, i destini e le vite avessero un peso adeguato e una possibilità. Questo era il nostro ragionevole bene.

Non so come sia da te, penso che non sia uguale ovunque, lo spero, ma nuotare nell’acqua inquinata intossica la mente, la rende prigioniera del possibile e non libera di fare il giusto. Ho pensieri scuri che le mie letture alimentano. Non sono diventato più ecologista di un tempo, ma vedo la rapidità con cui le cose non durano, si guasta la percezione di una costanza nel tempo che sia più grande dell’accadere giornaliero. Un tempo c’erano le eccezioni e le regole ora le regole hanno il colore tetro dell’eccezione. Temo per l’avvenire della specie perché tutto ciò che viene fatto conduce in una direzione di disastri e allora penso ai nostri concetti di eternità, le generazioni raccontate, il susseguirsi delle vite, delle fatiche, della coscienza costruita con fatica dall’uomo e della comprensione che essa ha generato.  Più che il senso dell’eterno, mi sovvien il senso della storia e la sua fine progressiva per mano dell’uomo. E cosa può fare l’uomo senza l’eternità che non sia un divorare bulimico di ciò che ha a disposizione?

Nei luoghi dove un tempo vivevo c’era equilibrio, c’erano difficoltà che un agire stratificato in tradizione rendevano gestibili, non mancavano tutte le emozioni positive che punteggiano la vita degli uomini, che rendevano eleganti gli infiniti presenti: il persistere. Una sorta di semplice dna cosciente e instillato in ogni cosa, nell’uso, nella trasformazione, nella crescita. In questo leggevo il tuo legame con ciò che facevi, la terra da cui venivi, la lingua raccontata e goduta, il muoversi nel tempo secondo cadenze che assumevano più importanza del lavoro e della stessa ricchezza. Cercavi il benessere perché così ti era stato insegnato, con la lentezza che devono avere gli insegnamenti senza traumi.  Ci riconoscevamo perché anch’io avevo ricevuto gli stessi modi di vivere, naturalmente attualizzati nel mio territorio, nella cultura che amavo e amo. Ad esempio mi avevano insegnato a non augurare il male a nessuno, neppure ai nemici, perché quel male sarebbe tornato indietro. Dobbiamo cercare di star bene per nostro conto e regalarlo un poco di questo bene, diceva mia nonna, il male altrui non ci regala nulla ma prepara altro male. Eppure aveva vissuto due guerre, aveva perduto molto, persone importanti, reddito, ma non aveva mai smesso di pensare che si poteva star meglio se gli altri stavano bene. Questo è il tempo dell’invettiva, della codardia nell’affrontare il futuro con austerità benefica, nell’eccitare gli animi che andranno all’attacco, mentre intanto, attorno, tutto si sfarina, si deteriora, diventa veleno. Prima per le menti e poi per i corpi. Quanto andremo avanti in questa melassa di bugie, di movimenti senza ricordo? È tutto così in superficie e senza memoria che resta solo una vaga sensazione di essere da qualche parte. Quelli che appartengono hanno in testa un mito e una catena, non sanno dirti esattamente cosa sia la modernità, ma ti raccontano le loro paure e questo genera passioni senza freno di coscienza, polvere che viene assorbita dal presente successivo.

Mai come ora abbiamo potuto conoscere così tanto e mai come ora la conoscenza è declassata: o servile o inutile. Eppure tutti fidano sulla tecnologia perché sperano che essa risolverà i problemi che si rifiutano di capire e conoscere. Come affidarsi a un dio onnipotente che in realtà è solo una nostra proiezione d’inutile speranza. Certo qualcuno si salverà, ma il resto che fine farà e accetterà di essere estinto in nome del benessere di pochi? Nel momento in cui servirebbe più condivisione, più governo globale dei modi del consumare compaiono le spinte verso la separazione più netta. L’uomo si trasforma in orda. La geologia guarda indifferente. Allora se mi chiedessi come sto, dovrei dirti di questo, di come evolve il mio modo di percepire il mondo, di come sento si trasformano i rapporti tra persone e alla fine ti porrei una domanda: come si vive sull’orlo del tempo? 

Per questo mandare bottiglie vuote, ben tappate è esso stesso un messaggio, se ci rifletti è questo il pensarsi senza dire, non serve a molto ma prima o poi ci sarà un foglio che ha percorso le correnti del cuore prima che quelle dell’acqua. Ci saranno parole che vengono a noi eppure ci descrivono. A questo servono, anche, le lettere: a descrivere ciò che si è sentito e si sente, ciò che si vuole condividere. Ricordalo: dividere assieme, spartire con la speranza che una risposta arrivi. Che la serata sia buona e la notte amica. 

pensiero assurdo e banale

Mi chiedevo, era un pensiero assurdo e banale, se restasse una memoria nella forma che il corpo prima aveva riempito  o nell’aria che l’aveva immediatamente colmata. Se le particelle di noi che erano sublimate, i ferormoni spanti, la stessa polvere che si era staccata dagli abiti, se tutto questo e molto d’altro si fosse in qualche modo mantenuto con una propria identità prima di confondersi con il resto portato dal vento che colma le assenze. E se allo stesso modo, in maniera più duratura, le emozioni non avessero impregnato i muri più delle ombre controluce, se i mormorii dei sogni, le parole belle e sensuali avessero trovato qualche poroso anfratto in cui restare in traccia. E così le urla, il dolore, i sussurri, lo scoppio delle risa, persino gli sternuti e i colpi di tosse, tutte le manifestazioni di energie cinetiche, acustiche, olfattive, non avessero tenuto memoria sovrapposta di sé tanto da creare, degli uomini, degli animali, di tutto ciò che si muove e che non a torto chiamiamo vita, un substrato disponibile. E che in questo progressivo spalmarsi di pennellate dell’accadere ci fosse qualcosa che era profondo per età e per persistenza, una sorta di archetipo che si andava affinando in ogni luogo in cui eravamo stati e che in determinati posti, le camere da letto ad esempio, o i soggiorni e perché no le cucine o le anticamere, ci fosse una piccola spinta sussurrante che indicava la svolta a un sogno, la luce a un pensiero, il richiamo improvviso a un ricordo che era materia del fare.

Oh certo non mi lasciavo sedurre dal dejà vu, oppure da quei piccoli movimenti che solo la coda dell’occhio sembra poter cogliere e che testimonierebbero presenze in attesa di essere decifrate, piuttosto pensavo che sappiamo così poco dell’impalpabile, che gli atomi e le molecole hanno loro memorie e leggi che ricordano. Così mi pareva bello pensare che quando siamo stesi su di noi si stenda la vita, quella vissuta e pure quella che deriva dalle nostre profondità mal conosciute e che quasi mai esploriamo. Che essa ci parli perché è ben viva in noi e sia in grado di narrare cose che sembravano perdute alla percezione; che ci inviti a riflettere e capire quel noi, così negletto dalla banalità del ripetere, attuando una sorta di riassunto che ci indica chi siamo per davvero, quante possibilità abbiamo e cosa di noi è stato vissuto o lasciato a mezzo, per spingerci, prima di scivolare nel sogno che esso pure è continuazione di quel discorrere tra noi, a capire di più noi stessi. Poi ci penseranno l’aria, l’intonaco e le pietre a sussurrare qualcosa che renda storia il sonno.

Lo aveva compreso così il vecchio Freud quando stendeva i pazienti nel sommier e dietro loro ascoltava? Era questa, una sua embrionale comprensione che a seconda di come è messo il nostro baricentro rispetto alla gravità, diversi sono i pensieri e le possibilità che essi generano? Dei molti modi dello stare stesi, magari su un prato guardando nuvole ed erba ingigantita dalla vicinanza, oppure nel silenzio che segue una fatica lunga mentre il cuore ancora batte forte, o ancora in un treno che corre e sembra annullare ciò che c’era alla partenza nell’attesa dell’arrivo, o nel riposare ozioso del pomeriggio, nello star vicino dopo aver fatto all’amore, nell’intraprendere una lettura che preceda il sonno, in questi e in mille altri modi, il pensiero si stende con noi, pesca dal nostro profondo e da quello che sta attorno, ci invita ad ascoltare e parlandoci di cose che accadono, che sono accadute, che accadranno.

O forse no, non parlerà e si chiuderà in un silenzio che ci farà sentire più soli e temere di non comprendere appieno chi siamo. Dipenderà in piccola misura anche da noi, ma è bello pensare che di tutto ciò che con noi si muove resti traccia e scia e che tutta questa flebile, preziosa energia abbia un persistere che solo un poco ci riguarda: l’abbiamo generata, adesso farà come crede e da sola si muoverà nell’universo.

ruggine

Degli involucri fragili e tondi messi a guardia dell’io, uno in particolare merita d’essere indagato per la sua funzione di aggiusta crepe: la dignità del nostro tempo.

Essendo noi oggetti comunque fragili, la pressione che generiamo all’interno del sinuoso vaso che ci contiene è proporzionale allo scostamento tra desideri e ppossibilità. Più alto è lo scostamento tanto più alta è la pressione che genera dipendenza, ovvero bisogno, e infine, incapacità di vivere. Per questo generiamo ruggine, scaglie ossidate di io che si disperdono e consumano.

Meglio un vaso che si rompe e che potra aggiustarsi con saldature d’oro che un foro che s’allarga e diventa incolmabile.

Ruggine è la colpa di ciò che non si è fatto, ancora ruggine è l’abitudine che consuma il tempo. Ruggine è il lasciarsi affogare in luoghi comuni. Ruggine è il rimpianto che impedisce di vivere il nuovo. Ruggine è ciò che consuma i sogni e restringe il cuore.

questa città

Questa città è fatta di percorsi circolari. C’era prima di Roma, parlava la sua lingua con gli Etruschi, costruiva circonferenze e raggi.

Questa città non ha un cardo e un decumano, ma è stata distrutta almeno due volte. Completamente. Per questo c’è una strada diritta che unisce il sud al nord. Ogni rapace di terra ne costruisce una: serve per arrivare e portare via in fretta.

Questa città custodisce. E’ colma di segreti, di urne, di parole dette che vogliono dire altro, di ricordi senza lapidi, di cocci di bottiglia sui muri tra i giardini, di alberi che conservano gelosamente le loro ombre, di finestre che si aprono sui cortili interni, di portici e spioncini, di nebbie autunnali, di luci dietro le tende, di portoni senza un nome .

Questa città sussurra. Accompagna i passi, indica delle mete e poi sta zitta. Ha un segreto per ogni amante, una strada, un bacio, un androne, un vicolo, un’ombra che risucchia, un desiderio che si stende, una dolcezza che ha già l’amaro e poi di nuovo il dolce. 

Questa città per due secoli era un insieme di pecore e paura. S’addossavano le une agli altri e si tenevano, arrancando il tempo, spostando pietre, rimettendo muri dov’era passato il fuoco. Era palizzate e gambe veloci per fuggire, acqua e barche pesanti verso il mare. Ma anche amori e figli, lenta risalita, orgoglio d’un racconto. Pietre squadrate, tante, tantissime, disseminate ovunque. Abbandonate.

Questa città conduce discreta. Si poggia su solide zampe di felino, salta, si rovescia, attende d’essere lisciata e dilaga d’amore mentre sembra quieta. Guarda ed è guardata, è falsa nel mostrarsi a chi non l’ama. Lo sa ed è impudica. Generosa e acuta nel pensarsi, molle e ritrosa nel raccontar di sé. E’ sempre altro, ma appena un poco. Si sfuoca vezzosa per le rughe, disegna l’anima di chi l’accoglie, inerme.

Questa città ha ciottoli di fiume nelle strade e trachite larga sotto i portici, dolce nel camminare, spinge. E’ libera e lascia andare, non trattiene, aspetta. Si lascia circuire, sorride, addita affreschi e finestre che si sfaldano nell’aria. Non ha vento, è immota perché vuol essere penetrata.

Questa città si stratifica di tempo e cose, seppellisce e con poca voglia si rivela. Sotto c’è il passato e poi sette o otto strati di vite aggrovigliate. Nodi che emergono per caso, anse e tracce di passioni, che svelte si ricoprono per zittire domande inopportune. 

Questa città ha case con pietre antiche, impregnate di amori, di segreti sfrontati, di silenzi paurosi. E sogna. Di notte mischia ciò che è stato con ciò che ancora attende; senza  apparente ragione inquieta il senso. Al risveglio resta un eco, una domanda mentre ricomincia il giorno. E l’andar di fretta o lenti, ma dove, solo lei lo sa davvero.

ragazzo

Mentre fatica a trovare forma di libro un pensiero scarruffato si agita, percorre, muta e le follie maggiori lo guardano sornione. Più misericordiose quelle minori, in forma di nuance malinconiche, raccontano. Ed è un arrivare e ritrarsi di cose non finite, di slanci, di immagini, di cieli che si sono detti e poi raccontati, di parole apparentemente dimenticate che corrispondevano a cose perdute. Tornano.

Madamina il catalogo è questo, perché tutti siamo don Giovanni nella vita e a volte Bovary. O almeno lo sono stati con noi quelli che si sono scelti. I sodali, i compagni di interminabili parentesi, le inutilità personificate e vissute sino a diventare essenziali. Così gli anni non compiuti dovrebbero essere di piombo, ma non è vero: sono piume disperse che gli occhi della mente segue e ritrova mutate. E il meglio non è mai diventato basalto, al più granito che si sfalda in minuscoli semi lucenti o arenaria che vola col vento, buona per clessidre che nessuno volta più, buona per scorrere l’impalpabile dentro. Buona per essere l’essenza del tempo che si respira, che è un noi che torna, che oscura il sole e ricorda i deserti che non sono mai tali per davvero.  Molte delle cose scritte sono vere. basterebbe questo per dire che noi siamo il dubbio ed è solo il tono che toglie aria e accorcia l’orizzonte. Forse oggi fare il bagno nell’acqua gelata rinvigorisce, ma ormai è più semplice raccontarlo e restare al piacere del nuoto.

Penso ed è già una vere delle scelte, penso e si pone il tema di come combinare pensiero con il corpo. Penso e condivido poco o molto, dipende. Più spesso poco, con gli anni, si imparano trucchi che disseminano più che rendere evidente, è la sindrome di Pollicino che in realtà non vuole tornare ma avere la sicurezza di un luogo dietro di sé.  Il fatto è che è inutile tornare se non c’è ciò che si pensa e si inizia a morire quando si torna alla stessa delusione ogni sera, quando rarefà l’attesa, il nuovo e diventa abitudine. Solo abitudine. 

I sessantottini ed emuli seguenti, non vogliono invecchiare. Faccio parte della prima generazione che rifiuta il declino, che ha visto più cose cambiare nelle abitudini e nella società di molte altre generazioni precedenti. Eppure non c’è stanchezza, disillusione casomai nel confrontarmi con gli altri, per capire se esiste differenza nel sentire e trattare il sentire e l’età. Mi dico che siamo solo patetici, a volte, ma senza capirlo, con l’ostentazione di una diversità presunta e intrinseca. Come se il dna si fosse modificato apposta per noi.

Questo aver vissuto intensamente pone davanti al bivio se vivere di ricordi o avere progetti, speranze, passioni. Alla fine mi parlo da solo e concludo che bisogna solo capire ciò che fa star bene. Ed è una fatica, ammettere, che ciò che fa star bene, limita, che non sfasciarsi nel corpo, è fatica, che usare e spiegare ciò che si è appreso, impazientisce. Continuare a impegnarsi, ad essere anche d’altri, per necessità, perché certifica che si esiste, soprattutto a noi stessi, ed è  più importante dal punto di vista personale di molte altre possibilità.

Ho paura del troppo tempo dopo una vita così piena, mi piace ancora mettermi alla prova, crescere, capire. Però i 100 metri non li corro, se non per gioco e se faccio a braccio di ferro con mio figlio, è per allegria. Ed entrambi, rossi in viso, ridiamo, felici. Io perchè ho ancora forza, lui perchè rinnova una complicità e non gli dispiace.

Capisco da poco, che esiste una via personale agli anni, che il passo deve essere misurato sulla felicità del camminare. Per conservare la gioia dell’andare, non per altro. Torna il pensiero che non si dev’essere il vecchio Casanova di Fellini, ma restare se stessi senza la pateticità dell’essere ciò che non si è. Desiderando, indagando, approssimando e non trovando, mentre si riprende a cercare quel pezzo che manca e che deve esistere da qualche parte. Deve esistere.

 

cursus

Parlavano greco e latino ed almeno altre tre lingue. Non tutti, i migliori o i curiosi. Prima di 20 anni si erano presi in mano la vita e la usavano. Con forza, violenza, dolcezza. Amavano e odiavano. Avevano cominciato più o meno alla nostra età scolare, verso i cinque anni a studiare grammatica, retorica, geometria, filosofia, musica, le lingue. Su libri illeggibili, con carta e penne impossibili. Imparavano, eccome se imparavano. E l’applicazione dell’apprendere era il mondo, campo d’azione e conoscenza. fatto di luoghi e persone per generare formazione e interesse e naturalmente per trarne vantaggio. La sessualità viene esercitata dentro e fuori il matrimonio, più spesso fuori, con figli a seguire. I bastardi che potevano essere re o servi, quasi sempre il secondo destino. L’apparire è importante, la coscienza dell’essere altrettanto. La salute assisteva a tratti e la morte faceva parte della gestione della vita. C’era fretta di vivere e di capire. Le due cose andavano assieme. Il cambiamento era repentino, devastante, si sperimentavano sogni e speranze in diretta. L’io e il noi si confondevano, per necessità. Non era un bel vivere, non aveva sicurezze né agi. Non c’era giustizia ma arbitrio e conseguentemente ci si difendeva secondo possibilità e torto. Verrebbe da dire barbarie ma i barbari una loro etica la possedevano e anche in questo vivere c’era non poca etica. Moltissima superstizione e l’uomo era precario più della natura che in fondo era l’elemento più stabile che avesse a disposizione.  Esisteva l’umanità, ma anche no, dipendeva. C’era molta paura di ciò che poteva accadere e non poca rassegnazione.

Quello che mi chiedo è perché di quell’epoca così forte, ricca, pagata con infinite sofferenze non sia rimasta traccia del meglio. Perché le conquiste si siano affievolite. E non parlo della tecnologia, ma dell’ansia di capire, di essere e insieme di appartenere a qualcosa di più grande. Di quella febbre che ha attraversato l’umanità e consente i nostri agi, le case calde, l’acqua potabile, l’umanità a basso costo perché non serve tagliare in due un mantello per coprire un ignudo come fece San Martino, non capisco cosa sia rimasto. Perché dovremmo essere cresciuti, dovremmo conoscere di più, dovrebbe essere più facile con tutta l’etica nata dalle stragi e dai genocidi capire l’uomo e trovarne il senso comune. Dovremmo avere un amore più semplice e vicino ai sentimenti, con una educazione al rispetto e alla condivisione più forti. E invece è’ difficile capire dove stiamo andando

seconda decade di ottobre

Le due Donne di casa compivano gli anni nella seconda decade di ottobre. Lo stesso giorno probabilmente. O almeno così diceva mia Madre. Era nata in casa, il nonno era andato all’anagrafe qualche giorno dopo, perché si usava così e gli uomini avevano altro per la testa, poi l’impiegato dell’anagrafe ci aveva messo di suo, magari avevano discusso su giorno e ora, così ne era nato un compromesso sulla data, sbagliata, e una doppia versione. Una casalinga e una dell’atto di nascita. Probabilmente lo stesso percorso aveva riguardato anche l’altra donna di casa, ovvero mia Nonna paterna, ma il bisnonno era impiegato del comune e forse una qualche accuratezza nella data c’era stata. Si potrebbe pensare che queste precarietà infastidissero la precisione, ma in realtà le date contavano fino a un certo punto, gli oroscopi erano sul rosa, colore difficile in quegli anni,  importante era la coscienza di essere nate e di costruire la propria vita. Entrambe erano molto coscienti della vita, avevano filosofie diverse, ma complementari, molta autonomia e un senso della cura che convergeva su di noi. Sui maschi.

Però si festeggiava, pur senza grandi celebrazioni che all’età mica ci tenevano se non per vezzo. La domenica successiva compravo le paste, il pranzo era leggermente più ricco, si restava di più a tavola e si parlava di qualche ricordo, tutti attendevano il dolce. Le paste non venivano tagliate a mezzo, quello è un uso goloso e finto dietetico che è venuto dopo, ma erano frutto di scelta preventiva e successiva. La mia era preventiva perché eccedevo in ciò che piaceva a me nell’acquistarle, successiva perché nel giro l’ultimo sperava sempre rimanesse la sua preferita. A volte mia Mamma si imponeva e se si voleva  festeggiare prevaleva la sua scelta: la millefoglie di Graziati. A voi non dirà nulla, ma è una millefoglie di riferimento in questa città, dovrebbero metterla all’ufficio pesi e misure di Sèvres, magari vicino alla definizione di caloria e tra parentesi di golosità, come standard di millefoglie per friabilità della sfoglia, per il suono croccante degli strati che si frangono e sciolgono, per la ricchezza equilibrata della crema e come esaustiva di ogni desiderio goloso. Mia Mamma la frequentava non solo per festeggiare, ma nel suo giro mattutino per le piazze non mancava di sostare e di prenderne un quadrato col cappuccino. Era una attenzione a sé che faceva parte della filosofia di vita, dove non doveva mancare lo spazio per il buono e il bello e il tempo era subordinato al vivere non viceversa. Mia Nonna aveva attenzioni antiche per i dolci, quelli che le ricordavano l’infanzia, più scabri e austeri, oppure fantasiosi di colori come le favette di questi giorni, avevano gusto e fascino inusuale. Li consumavamo come una cosa nostra per confermare una simbiosi che sin dalla mia nascita ci aveva messi assieme. E faceva parte del curarsi di chi era amato. In questo noi maschi sentivamo queste presenze forti e discrete, che non mollavano il punto sulla libertà, ma volevano incondizionatamente bene. 

Chissà per quale congiunzione d’astri il caso avesse messo assieme queste due Donne, così diverse, ricche di umanità e tenerezze, gelose delle libertà possibili, sempre attente alla concretezza e rispettose dei sogni propri e altrui. Di certo mia Madre sognava di più, ma senza rimpianti sceglieva e costruiva la sua idea di crescita e di famiglia. Mia Nonna gestiva il presente con una filosofia di continuità che si occupava poco del futuro. Conosceva gli scherzi terribili del caso e lo lasciava fuori dalle sue paure, o almeno così sembrava a me che le facevo domande strane sulla vita.

La seconda decade di ottobre c’era il riassunto di un passato che diventava palese nei racconti, ma apriva sul futuro. I compleanni più o meno coincidenti e presunti erano una sosta dolce e breve nel vivere e questo si sarebbe ripetuto con le sue continuità affettive e le novità da accogliere e distillare: questo è buono e questo non mi serve a star bene. Era un crivello semplice, una saggezza intrinseca che le faceva incontrare e scambiare ciò che era comune, magari ad iniziare col caffè del mattino, ma poi ciascuna seguiva il suo estro e la sua vita ed era un buon modo per essere se stesse. Anche questo era un dono che facevano a chi le era vicino, a me che cercavo di capire come vivere, a mio Padre e a mio Fratello,  ben più certi delle strade da percorrere. Ciascuno prendeva ciò che gli assomigliava da queste due Donne, ciò che gli faceva bene, per cui penso che loro ci hanno sempre festeggiato e noi lo facevamo ogni tanto, ma l’amore non mancava mai e che l’educazione all’affettività sia partita da loro. Qualcuno si doveva preoccupare di come si insegna ad amare e loro lo facevano, con semplicità e continuità. L’hanno fatto sempre finché sono vissute e lo fanno ancora.