come una boa in un mare di luce

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E se in quella infinita serie di decisioni, scelte, errori, convinzioni senza verifica, verità inoculate, ruoli e luoghi comuni tutto quello che chiamiamo costruzione della nostra unicità fosse quello che è, e cioè una serie di errori che non insegnano, di tentativi che approssimano e mediano tra ciò che siamo e ciò che vorremmo essere, ma non sappiamo veramente?

Se ci prendessimo molto meno sul serio, se la nostra presunta maturità nel decidere non arrivasse a difendere gli errori evidenti, se ciò che pensiamo o facciamo davvero rispettasse noi stessi nel profondo, non sarebbe molto più chiara l’inconsistenza di ciò che si perde per strada e di ciò che resta?

E se non si pretendesse da noi che la responsabilità fosse disgiunta dall’effettiva capacità, se non venissero chiesti sforzi sovra umani che generano solo scontento e infelicità, saremmo forse meno maturi, meno uomini, meno responsabili, meno amati ?

Il rispetto, ecco quello che manca in tutta questa convenzione che educa, conforma, piega le vite. Il rispetto per noi stessi e il rispetto per gli altri. E se non si insegna il rispetto di sé come si può pretendere che una persona diventi matura. Avremo bravi soldatini, persone conformi alle mode, ci saranno uomini che rispettano senza critica le leggi ingiuste assieme a quelle giuste, ci sarà il sotterfugio, l’elogio del furbo, il disinteresse, il cinismo. Ci sarà, anche per gli onesti, un ordine esteriore e un disordine interiore. E l’incapacità di chiedere aiuto quando occorre, di avere fiducia in chi ci sta attorno, di dare aiuto a chi ne ha bisogno.

Spesso non si sa cosa si vuole veramente, è un caso o un difetto di comunicazione con quello che c’è davvero dentro ciascuno? Costruire il sé libero da luoghi comuni, da convenzioni è un’impresa che dura una vita, ma ne vale la pena, oh sì che ne vale la pena.   

commessure e Pollock

Il posatore ha avuto momenti di sbandamento nelle commessure del rivestimento. All’inizio avrei detto: peccato! In onore della precisione, dell’ordine che rasserena e crea certezze, poi mi sono ricreduto osservando una crepa che risorge dalla ridipintura fresca e la ragnatela che s’è appesa e attende. Steso in una poltroncina di studio dentistico, attendo. Rumori ovattati e musica di sottofondo. Cose pop, radio locali, hits. Se con gli occhi seguo il profilo di una linea immaginaria di cemento bianco ne posso calcolare la lunghezza percepita, sono mattonelle 30×15, pensare che la ceramica invetriata di Babilonia aveva almeno altrettanta sapienza. Ma non era diritta. Basta andare al Pergamon e ci si rende conto che non è la precisione netta che crea la bellezza, ma la sequenza. E il colore, sopratutto nelle sfumature di un forno. Sequenze infinite di sfingi blu, di dignitari in corteo che accompagnano e convergono verso il re e la porta di Ishtar. Come nell’esercito di terracotta. Sequenze. Conta il numero. Il numero genera l’astrazione.

Studio le commessure, scopro ulteriori imprecisioni, scheggiature. Una retta procede pervicace verso l’infinito, una commessura fa al più il giro della stanza. Chissà cosa girava per la testa di Euclide quando deduceva i suoi teoremi: osservazione, ragionamento, astrazione, genio. E artigianato. Genio e artigianato del pensiero, divulgazione e ripetizione: la decorazione in architettura ha vissuto per qualche millennio sulle sequenze, gli incastri, i colori, gli islamici anche adesso.

Dopo è venuto Pollock. Hanno restaurato alchimia. Quando lo guardo penso che potrebbe averlo dipinto Nietzsche: l’orlo dell’abisso con relativo tuffo.  Adesso lo si può rivedere al Guggenheim, a Cà Venier dei Leoni. Un palazzo mai finito, un solo piano e poi il marmo che si getta in acqua. Forse già pensavano ai cottage, i veneziani, e invece mica è vero, sono mancati i soldi, xe mancà i schei, ma è bello pensarlo, perché un altro palazzone sul Canal mica cambiava lo skyline, e cussì no par miga da stranio (così non sta poi male). E poi col cavaliere di Marini, l’angelo della città in erezione, ad aspettare che arrivi qualcosa dall’acqua, è uno spasso: sguardi obliqui, risatine, quei che fa finta de gninte, distrazioni verso il canale, che sarà pur Grande, ma sempre canale è. E lui che angelo sarebbe se non vegliasse su ciò che può accadere… A Venezia, dall’acqua veniva il buono e il benessere, non era così ovunque. Il mare come sottofondo servirebbe, al posto di queste musichette, magari glielo dico, anche se dal dentista si parla poco.

In alchimia, mi sono perso ogni volta che l’ho visto, e se questo studio avesse le pareti con la sua riproduzione io sarei spaesato e totalmente distratto dal contesto. Non sentirei il rumore del trapano nell’altra stanza. Sarebbe l’inveramento di ciò che mi pare dicesse Fontana: che attraverso i buchi delle sue tele si risucchiava l’universo. Non un buco da guardoni, ma energia che andava verso l’infinito. Come le rette, penso. L’arte oggi è solo filosofia, diceva anche, ovvero un’opinione autorevole sulla realtà che al più suggerisce. O almeno mi pareva dicesse così.

Ci sono rumori ovattati di ferri dalla stanza a fianco. Dal dentista ormai nessuno urla più, neppure i bambini. Mettono piastrelle avorio, una via di mezzo che consente il pulito e non fa ospedale. Una volta ero steso al pronto soccorso e mentre aspettavo guardavo il soffitto, c’erano degli schizzi di sangue, potevano pulirlo, no? Così mi ricordo solo quelli: schizzi di distrazione di massa, così ho perso la nozione del taglio, era sulla mano, sul ginocchio, boh? Qui invece tutto sa di menta. Un’attesa alla menta piperita. Sembra quasi una ragazza messicana, un nomignolo per una chica: piperita del mi corazon. Vorrei dormire, le commessure fanno effetto, chissà perché i dentisti adesso si chiamano odontoiatri e hanno tre o quattro ambulatori in cui operano contemporaneamente. Ubiquità donata dal santo dei dentisti, che poi è una donna: santa Apollonia.

Ma le donne sono naturalmente ubique, fanno sempre più cose assieme. E comunque tenetene conto.

Aspetto, ma poi finisce.

c’è temporale nell’aria stasera

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C’è temporale nell’aria stasera,

la ragazza s’arrabbia, 

si scompone,

si scosta,

la diagonale di gonna

la segue,

lui si giustifica,

è inutile, tace, 

con movimenti indecisi, smarrito la guarda,

non sa dove andare.

Il silenzio che s’era da giorni acquattato

ora sbuca da dietro un portone, 

così li prende vicini, appena lontani,

più soli e indifesi.

C’e temporale nel cielo stasera,

per stendere l’ombra, 

per parlare con gli occhi bagnati.

Gocce grosse, improvvise, festose,

grida, corsette, sorrisi,

adesso è il tuo libro sul capo a soffrire,

ragazza che corri silente, e seguita.

Un androne, 

dell’ombra per riprendere vita, 

viene l’abbraccio,

è bagnato,

ma ancor muto di baci e carezze,

c’è temporale nell’aria stasera.

 

mai eguali ritornano

 

 

bar sport mediterraneo

Per onestà e chiarezza bisognerebbe porsi le domande vere che stanno sotto i problemi: cosa vuol fare l’occidente di questi uomini che fuggono da guerre e fame, non di rado indotte dallo stesso occidente? E se non vuole fare nulla, come pensa di respingerli? E’ meglio porsele queste domande, perché ora sono un milione in attesa, ma se il mondo continua a generare profughi e affamati, i milioni cresceranno. Le soluzioni evocate in questi giorni vanno dall’affondare i barconi con i profughi a bordo all’affondare i barconi nei porti. Lascio perdere la prima soluzione perché solo un nazista può pensare una cosa del genere, ma anche la seconda non risponde in realtà a nulla di concreto perché basta ricordare, e ce lo dice la cronaca datata di oggi, che i droni o i cannoni non distinguono tra amici e nemici, tra prigionieri e aguzzini. Inoltre il milione di profughi che ha attraversato il deserto o è fuggito dalla guerra in Siria o in Iraq, che fine farà? Possiamo dichiararci irresponsabili di queste persone? Diciamo che il problema lo deve risolvere la Libia, un paese nel caos in cui non manca la responsabilità dell’occidente?

Per questo le soluzioni evocate sono da bar sport, in realtà si sta scatenando una guerra per il cibo, l’acqua e la vita. E l’occidente non potrà chiudersi pensando di salvarsi. Non ci riuscirà perché il costo sarà talmente alto da non poterlo sopportare. né democraticamente, né economicamente e solo se rinuncia a depredare i territori, come ha fatto per secoli, ma al contrario, investendo e creando condizioni di pace e di lavoro potrà uscire dall’assedio.

Salvare se stessi significa, affrontare un’emergenza umanitaria, e contemporaneamente disinnescarne le cause: guerra e fame. Per questo emergenza e progetto vanno assieme: se i soldi che vengono spesi per arginare l’inarginabile verranno portati e spesi nei Paesi d’origine si invertirà il percorso dei profughi. Nessuno ha voglia di morire per strada se non fugge da una morte certa o quasi, ma questo sembra che i governi occidentali non siano in grado di capirlo. Serve un piano di aiuti per l’Africa e il medio oriente che consenta l’autosufficienza alimentare ed economica, con il contemporaneo embargo delle armi e l’imposizione della pace. Ma questo ha dei costi, forse per questo si preferisce l’emergenza e il dibattito sterile che genera: perché svia dalla soluzione reale del problema. Ma non perderemo il benessere raggiunto se si forniscono le condizioni di autosufficienza ai popoli, semplicemente evitiamo una guerra che già è in atto, anche se non dichiarata, e che, fosse solo per il numero, ci vedrà comunque perdenti. Quindi un calcolo di perequazione di risorse, di riduzione dei conflitti, la stessa diminuzione della diseguaglianza è oggi un calcolo logico, basato sul male minore: l’occidente cambia il mondo rendendolo più vivibile ovunque e conserva il suo benessere. Anzi lo può addirittura accrescere perché crea  capacità economica, nuovi mercati non più basati solo sull’assistenza. E tutto questo non ha nulla di buono o santo è semplicemente l’alternativa all’uccidiamoli tutti. 

la mia città e la bellezza

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Camminando per strade e piazze, riconoscendo luoghi, storie, godendo della bellezza che si è accumulata in quella che chiamo la mia città, sento che non è questione di merito e che nessuno di noi si merita ciò che gli riempie gli occhi e il cuore. Al più è stata fortuna d’essere in un luogo in un certo tempo, ma cosa abbiamo fatto per meritarcelo semplicemente non esiste. Quindi tutto questo non è dipeso da me o dai miei concittadini che vedo attorno. Neppure questa lingua bella e dolce è dipesa da noi, al più possiamo parlarla, trasmetterne la bellezza, ma non è un merito. E’ stato il caso unito a una serie infinita di fare e non fare che ha generato e mantenuto palazzi, strade, persone. Sono stati moti d’orgoglio, potenza, pietà, munificenza, paura, stupidità, insipienza, desiderio d’immortalità che hanno generato e tolto, ma basta seguire i passaggi di proprietà, testimoniati dai nomi delle case, per capire che chi ora possiede, al più è un custode. Ci sono 641 dimore storiche in città, gran parte sono gelose di sé e non si mostrano, ma questo poco importa perché c’è sempre un’evidenza che non si può nascondere, una curiosità che viene sollevata, e poi, col tempo, le porte si apriranno, perché se la bellezza non si rivela lentamente si banalizza, se non costa fatica non è preziosa, se non si indaga diventa apparenza.

La chiamo la mia città ma in realtà sono io che le appartengo ed è lei che dona a me affetto e bellezza. Al più posso un po’ amarla e se, con pazienza e attenzione, potrei tracciare la mappa di ciò che mi attrae, delle vie che conosco, delle sue opportunità, delle coincidenze, se potrei raccontare quello che so, e soffermarmi nel mistero di quello che ignoro, capisco che comunque sarebbe la mia interpretazione della sua bellezza, solo una piccola parte della sua. In questi luoghi si sono concentrate forze e ignavie immani, come dappertutto, ma ognuna ha avuto una storia propria e solo messe assieme hanno generato una bellezza specifica, non generica. Una identità. Se dicessi di ogni luogo amato sarebbe il mio modo di vedere, la mia concatenazione dei fatti, ma non cambierebbe di molto la percezione di gratuità del godere ciò che ho attorno. La fortuna è vedere ciò che c’è e lasciarsi prendere, senza ritegno e senza merito. 

biliardo e matematica

Nei miei anni scapestrati (nulla di particolarmente importante, diciamo che seguivo la vocazione fancazzista), spesso bruciavo scuola. E non facendolo da solo, senza particolari fantasie comuni, si andava a giocare a biliardo finché c’erano soldi, poi si proseguiva in tutte quelle attività amene che una vita sana dovrebbe consentire, tipo giocare a carte, fumare, parlare tutta la mattina di calcio e filosofia, o semplicemente far nulla guardando il cielo stesi sull’erba. In quelle ore di pensieri obbligati dal rientro a casa in orario conforme alla scuola, mi venne inoculata un’idea che ho faticato a togliermi, ovvero che per giocare bene a biliardo fosse importante approfondire la matematica, e ancor meglio la geometria. Questo mi salvò dal luogo comune che molti praticano, ovvero il non capisco nulla di matematica però capisco di letteratura o filosofia, come se il letterato avesse una virtù nel non capire parti dell’ingegno umano proprio perché capisce altro. A me piacevano molto i romanzi e i saggi, leggevo assai e senza regole, ma la matematica mi serviva per vincere a biliardo e quindi la dovevo capire. Così mi misi d’impegno perché il gioco valeva la candela e qualcosa di compreso allora mi resta ancor oggi. Ma il mio stile a biliardo non ebbe quel miglioramento che attendevo, perché il mio compagno di sfide a goriziana era un idiota matematico che manovrava la stecca come un pennello e se non sapeva nulla, e neppure gli interessava, però giocava da dio e regolarmente mi batteva. Ma pur perdendo, miglioravo complessivamente per l’attenzione che mettevo nel capire dove sbagliavo, traiettorie, forze, geometrie, insomma la cosa servì ad entrambi per giocare partite interessanti. Credo anche d’essere stato un buon allenatore per sviluppare i suoi talenti in campi altrimenti difficili da esplorare, la discussione astratta ad esempio, perché divenne un importante manager d’azienda dopo anni di vita passati tra fumo e panno verde.

Perché penso a tutto questo? Perché credo che avere un’idea preconcetta delle cose può impedirci di vederle davvero. Ci sono persone che odiano il calcio e ci sono 10 milioni di ragazzi o over 50 che lo praticano senz’altra aspirazione che vincere una partita che dura 90 minuti e poi ricominciare la settimana successiva. Ci sono milioni di persone che non leggerebbero un libro neppure sotto tortura (pensando che gli manipoli il cervello o che sia tempo perso) e milioni di persone che senza leggere una pagina, immaginare un’altra vita, entrare in una storia, non prenderebbero sonno. Ci sono persone che ogni mattina leggono l’oroscopo e modificano la giornata in relazione ad esso e altri che non ammettono nulla che non sia verificato secondo il metodo scientifico anche se è davanti ai loro occhi. Ci sono persone che vivono di politica, e pensano che senza di essa nulla procederebbe e altre che se ne fregano, che non votano e che abitano esattamente le stesse strade, le stesse città: entrambe si lamentano, ma la lamentela è il più antico mestiere al mondo, ben prima della prostituzione mentale e fisica. Insomma credo che manchi a tutti una educazione particolare ovvero quella alla realtà, che non è quella che vediamo, ma quella insita nei comportamenti, nelle cose, quella che ci fa piacere o dispiacere una cosa. Perché questo avviene? Ecco la domanda che dovrebbero insegnare a porci, assieme a qualche strumento per darle risposta, ma questo non fa parte dei programmi educativi, scolastici o meno, meglio puntare sul luogo comune che è così riposante per il cervello e rassicurante per i comportamenti. 

inessenzialità

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Di brevi inessenzialità costello il giorno. Due righe lette senza fretta, qualche parola scritta a mano, il piacere d’una telefonata, quel pensiero da indagare, il sogno di stanotte, la risposta che da tempo attende. Tutto s’interloquisce d’altro, ma senza cura che ne farei di tutte le corse, delle scorciatoie, del tempo guadagnato e mio?

Osservo che d’abitudine si circonda il cibo, che il parlare di larghi silenzi è fatto e che, se s’ accantona la cura, anche ciò che colpisce è rito. Della somma dei miei tempi sottratti resta un guadagno di futili cose: l’aprirsi d’una finestra, il gettar oltre lo sguardo, l’andare che non si ferma neppure nel riposo.

E allora nel giorno una musica continuerà a risuonare e ci sarà un pensiero che provoca un sorriso.  

Inessenzialità, che per me solo han senso, sono in realtà la cura.

Pasquetta

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C’è il profumo della colomba di Pasqua in cucina, quella di ieri, buonissima, della cooperativa Giotto e fatta dai carcerati pasticceri di Padova. Quanto c’abbiamo scherzato in passato su questi dolci così buoni, favoleggiando di lime e seghetti nascosti tra i canditi, e invece è profumo di zagara, una crosta mandorlata e candita di zucchero, pasta morbida e leggera. Però si cresce di mezzo chilo a fetta. Non ho mai capito perché l’aumento di peso contraddica i principi della termodinamica, un etto dovrebbe sempre essere al più un etto e invece… Però anche Grillo dice una testa un voto e poi… Si vede che la termodinamica non funziona neanche in politica. Comunque buonissima, la colomba, anche il giorno dopo e il caffè se ne deve essere accorto perché borbotta e gorgoglia e spande anch’esso procace profumo. Fuori, con il vento tagliente di tramontana, è arrivato il sole e il cielo s’è aperto di squarci d’azzurro e di nubi dense di bianco. Dopo la neve di ieri mattina e il grigio dei giorni scorsi sembra persino innaturale. La primavera sull’altopiano tarda, in cielo qualche rapace di cattiva immeritata fama ed efficace lavoro. I prati sono pieni di crochi tra l’erba ancora spenta, è tutto così pulito e pronto per una nuova stagione di colore e di vita… Cent’anni fa erano gli ultimi mesi di pace, dovremmo capire davvero la fortuna d’essere vissuti in questa parte del mondo, e in questi anni, e trarne forza perché questo possa essere ovunque normale.

finestre aperte

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Un tempo le case avevano le finestre aperte e serramenti precari. Spifferi ovunque. Non era meglio, solo che girava l’aria. Si fumava dappertutto, dalle cucine venivano vapori lunghi di bolliture, oleosi e lenti. Gli odori si mescolavano e così si apriva. La primavera cominciava così, con la finestra della cucina socchiusa tutto il giorno. Il vetro era sottile, 4 mm, semidoppio. Non capivo quella parola, perché semidoppio? L’accettavo, sembrava di entrare in un gergo da adulti, di conoscenze del fare che non avevano bisogno di troppe ragioni. Le cose avevano un nome e questo bastava. I figli dei professionisti e degli impiegati ignoravano tutto questo, era qualcosa che metteva ciascuno al suo posto. Fumare era da grandi. Sigarette forti per essere più adulti. Nazionali esportazione senza filtro, pacchetto verde, eccezionali, ma costose, più delle Alfa spaccapolmoni. Quando eravamo colpiti da improvvisa ricchezza: Gauloises (la libertà sempre, ci stava scritto sul pacchetto, bello no?) e Pall Mall. Tutto nature, senza schermi di filtri, tabacco, bocca, polmoni, espirazione. Accartocciare il pacchetto era il segno del vizio soddisfatto. Ne fumo un pacchetto e mezzo al giorno. Non era vero, al più quattro o cinque, ma faceva grandi. Poi vennero quelle fatte a mano, la pipa e il resto. Ma ormai ero grande davvero. La pipa era snob, con tabacchi dolci che piacevano alle ragazze. Poi le misture: Revelation, trinciato medio, un po’ di virginia (Virginia on my mind), bicchierino di brandy. Si fumava dappertutto, ma in casa di amici si chiedeva. Sembrava un bisogno, probabilmente non lo era perché è sparito. Si sapeva che faceva male, ma si era così giovani e con così tanta vita da vivere ancora… E poi si aprivano le finestre.

L’aria in primavera, da greve diventava fine. Si sentivano i profumi non gli odori. Mia madre metteva all’aria cappotti e coperte, si sbattevano molto i panni, polvere e acari dispersi. Odori di fumo e bacilli d’inverno, via tutto che l’aria risanava. Aria, tanta aria, e colori nuovi, pastello. Sentivo che il tempo passava perché crescevo, ma gli anni sembravano già ripetersi, l’autunno, la scuola, l’odore di carta e inchiostro, il profumo delle matite, la neve, le bufere di vento e pioggia contro quei vetri sottili, il vapore su cui scrivere, il natale, la befana, e poi tutto in discesa verso i colori e la luce. Era passato prossimo e remoto, assieme. E mia nonna, con un gesto antico, apriva la finestra vicino alla stufa economica, usciva il vapore, entrava l’aria che portava profumo di verde. In dialetto si diceva che ‘a sa xa de verde, sa già di verde, e il fatto che l’aria sapesse, avesse coscienza, era significativo, non portava solo, lei era già primavera.

Mio padre fumava, anch’io lo facevo nel mio piccolo, ma lui ancora non lo sapeva. O almeno faceva finta di non saperlo. C’erano rumori quieti che entravano dai cortili assieme all’aria. Col dito scrivevo sui vetri e tra le gocce, che s’ingrossavano scendendo, vedevo nella nuova trasparenza il verde dagli alberi che emergeva. E mi pareva che quello fosse un mondo da conservare, da tenere uguale per quando sarei tornato, stanco di corse, di luce, di sudore, di felicità momentanee, innominabili, senza predeterminazione. Immaginavo percorsi lontani, avventure, un futuro ricco di vita intensa e sconosciuta, ma c’era sempre un ritorno, un luogo dove stare, riposare, una felicità quieta e durevole, calda; anche nei suoni, anche negli odori di legno, di vapore, di casa, di primavera dai cortili. Lì sarei stato sempre tenuto come importante, prezioso. Questa era la cura, anche se ancora non lo sapevo.

l’odore della bachelite

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Ho preso un vecchio Luxman analogico, l’ho collegato con un sintonizzatore Sanyo, di molti anni fa, con una sintonia a condensatore variabile e l’ago demoltiplicato che corre su una scala grigio verde azzurra illuminata, ho aggiunto un vecchio lettore di cd per musica che mi segue da 25 anni, lamentandosi appena un po’, infine due Kef per sentire e ho spento la luce. Così la magia si è compiuta. Un suono caldo, ricco di armoniche, si è diffuso con le Suites per Cello di Bach, e nel buio, lo strumento sembrava a un passo. Poi il piano di Ricter, la voce di Diana Krall, quella di Jessie Norman. Tutto così datato, ma preciso, brillante. E la memoria è corsa indietro, alla mia prima radio a valvole, una Minerva, all’odore di legno e di polvere scaldata che emanava, all’occhio magico verde della sintonia che mi sembrava quello di un rettile assonnato.

Non volevo ricordare per forza, è venuto. E così è riemerso l’odore della bachelite con cui facevano i condensatori, un odore di liquirizia tostata, acuto e fermo nell’aria, persistente. Forse esistono i sommelier del passato, quelli che, come si fa col vino, possono raccontare come si sono fusi i profumi, passando dalle vite attorno alle cose e dando loro un nome e un posto nella memoria. Chissà se ci sono, magari tra i vecchi antiquari, ci sono quelli che davvero sentono oltre l’oggetto, oppure tocca a noi e solo noi possiamo farlo. Chissà…

E intanto nel suono e nel buio, c’era anche la vecchia casa, un rumore tenue di cose che accadevano dietro porte di legno pieno, fessure di luce, presenze e profumi nel ricordo. Come fosse ora.