sulle interpretazioni della luce tra i rami

Pensavo a te, oggi, e tra gli alberi filtrava luce,

nel bosco s’agitavano felci, fiori sparsi in cerca di chiaro,

c’era un silenzio di parole e fitto di suoni,

e mi veniva la presenza tua, che mai è caso,

ma spesso è un piccolo solco nell’anima, verticale come un grido.

Camminavo su aghi di pino sciogliendo le mute richieste,

seguendo la vita che continua a vivere ,

come se il tempo fosse cosa che non la riguarda: il tuo, il mio, indifferente,

e così quello inutile di ciò che non è stato, non poteva essere, che non ha voluto.

Eppure il pensiero non si recinta,

vuole attenzioni che non riserveremmo a noi stessi,

in fondo ad ogni desiderio, o sentimento, non c’è giustificazione,

solo la soddisfazione che riapre la porta al desiderare.

e questo, a volte è poco, troppo poco.

Cosi tengo la luce, la presenza, il segno,

che poi è grido che lascia un piccolo solco,

mentre la punta del piede disseppellisce piano, richieste,

e allora parlo a me, al possibile, alla luce che filtra tra i rami,

ricordo che komorebi è il suo nome giapponese e dirlo piano, sembra una morbida lode al giorno

che accarezza e testardo vuol venire.

 

 

chissà cosa farà male

Teflon: Ci fu questa grande novità: si poteva cucinare senza grassi, anche senza olio. Bastava non usare forchette e cucchiai e la pentola non si rigava. Così dicevano. Era un’invenzione geniale che Du Pont ha venduto al mondo. È così abbiamo mangiato cibi cotti in pentole di alluminio o di acciaio rivestite di teflon. Per anni, per decenni. Il rivestimento si rigava, poi sembrava consumarsi lentamente e noi mangiavamo verdura e qualche particella di teflon, bistecca o brasato e qualche molecola di teflon. Anche i pomodori al gratin, il fegato alla veneziana, la peperonata, e chissà quant’altro avevano un pochino di teflon. Dipendeva dalla voglia e dalla dieta, e non contava se si era vegetariani, carnivori, vegani o cannibali, un pochino per volta dalla bocca entrava in circolo del teflon. Grave? No, il teflon è inerte o quasi, tiene a bada l’acido solforico, ci fanno le protesi per i trapianti, è sostanzialmente tranquillo fino a 280 gradi centigradi, e allora? E allora perché dovrei avere una protesi diffusa, perché non me l’hanno detto subito? Potevo scegliere se diventare d’alluminio, di acciaio o di teflon, ma non me l’hanno fatto fare, mi hanno solo detto di non strisciare la pentola e così il Politetrafluoroetilene è diventato un pezzo di me, di voi. Non è ben chiaro se nei processi di lavorazione entri qualcosa che può far male in qualche condizione che non conosco, agli uccelli pare faccia male se la pentola si scalda troppo, forse gli uccelli si fanno pentolate di becchime a 300 gradi. Forse. E se comprano pentole cinesi, gli uccelli, a quanto si decompone il presunto teflon?

Pvc: che il pvc fa male lo si sa da tanto, però adesso non me lo scrivono col suo nome. Sulla confezione sta scritto: pellicola trasparente e poi di evitare il contatto con oli e grassi. Anche l’alcol non gli fa bene. I forni deve evitarli, così come i contenitori e i cibi caldi. Già 40 gradi la mettono a rischio questa pellicola. Comunque l’innominata è regolata dal DM 21.3.73  e seguenti modifiche. Che diamine basta andare a leggere… Allora qualunque cosa incarto mi mette un po’ in ansia, quasi quasi comincio a preferire le muffe.

Alluminio: Anche l’alluminio non è proprio inerte. Si commuove facilmente con gli acidi e i grassi sono acidi, cosa combini poi quando entra in giro dentro di noi si sa abbastanza. Anche se ogni tanto gli trovano qualche responsabilità nuova. L’alluminio mi è simpatico, cerco di usarlo bene, di non lasciare nulla  che lo possa corrompere a partire dal sugo di pomodoro, però m’inquieta chi lo  trasforma in padelle e pentole. In Eritrea c’erano delle gran pignatte d’alluminio spesso, molto coreografiche. Era un po’ butterato di puntini neri che, mi dicevano, se ne vanno con le cotture. Restava micro poroso in superficie e sembrava che questa porosità avesse qualche pregio. Ho scoperto quasi subito che derivava dalla bassa temperatura di fusione e la ditta indiana che faceva pentole s chissà che altro usava pezzi di motore in alluminio comprati come materia da riciclare. Pensavo allora, e adesso, che tutta la nostra plastica e metalli e vetro e carta e chissà che altro riciclato ci tornano indietro e non c’è nessuno che verifichi se quello che torna fa bene o fa male. Oppure basta costi poco per giustificare tutto?

Questo mi fa pensare che viviamo nell’ignoranza e che questa è una scelta, che all’inizio ho preso ad esempio qualcosa che teoricamente non fa male per riflettere su ciò che davvero fa male. Perché la conoscenza non rende più sane le nostre vite? Perché qualcuno oltre ad emettere le leggi non ne verifica l’applicazione? Ecco queste sono le domande.

l’infanzia del limite

IMG_1905

Tutto si poteva riassumere nella sensazione di una definitività accessibile. Un assoluto che non aveva bisogno di nome, ma era lì, a disposizione, per essere capito, investigato, fatto proprio. Definitivamente.

E attorno c’erano piccole cose che tiravano via, urgenze false e fastidiose che volevano rimandare l’accesso a quella soglia di comprensione profonda. Ma a ben guardare, erano loro che acuivano la sensibilità e l’urgenza e rendevano netta la sensazione di scelta: si sarebbe perduto qualcosa di importante eppure sconosciuto oppure lo si sarebbe avuto poi, chissà quando, nonostante quelle forze che volevano posporre, strappar via e portavano il pensiero nella banalità del necessario. E non era forse più necessario il conquistare l’inutile piuttosto che perseguire la facilità beota dell’utile? Tra questi pensieri, intanto, il tempo scorreva e si restringeva, anch’esso preso da una scelta era attento ad un proprio tornaconto, e di fatto s’alleava con l’utile.

Nulla meglio della clessidra rappresenta la lotta e l’estraneità della necessità nel tempo. L’assottigliarsi della sabbia o dell’acqua nell’ampolla superiore, toglie l’idea malsana degli orologi che sembrano avere una riserva inesauribile di circonferenze da percorrere. Tutte uguali, tutte con le stesse distanze d’arco circolare, in fondo tutte prevedibili nel dire quanto manca alla prossima. La clessidra invece, mostra un tempo che, pur costante, diviene più rarefatto e veloce nello scorrer via. Il nostro sguardo e il pensiero lo mette in relazione al volume disponibile di sabbia o acqua che si svuota e così esso dà misura del nostro perenne ritardo rispetto all’assoluto.

Il filo di sabbia o le gocce d’acqua che scendono mostrano che c’è un’indifferenza rispetto al ritardo del nostro fluire, guardiamo a quel volume disponibile di libero arbitrio e il tempo sembra dire: fa ciò che vuoi, ma attento… E se ripieghiamo sull’utile, ne viene un’influenza cupa di scelte mancate o costrette, che ci rende irrimediabilmente in colpa verso ciò che doveva accadere e non è ancora accaduto. Per questo l’avvicinarsi al limite dell’intuizione profonda e il tempo dell’utile acuiscono le sensibilità e rendono definitiva la scelta: possiamo essere, forse, consapevoli di qualcosa mai intuito prima oppure lasciar perdere, rassegnandoci alla necessità. La scoperta, insomma, fa i conti con quel fluire dell’utile che rende precario il superfluo del nuovo e ci consegna al grigio della prevedibilità. Non avventurarsi nel limite ci rende poveri e puntuali, e toglie la differenza che solo nell’esplorazione dell’eccezione ci rende unici.

In questo confine così affascinante e pertanto pericoloso, tra necessità (presunta) e superfluo (utile a sé), si trova l’amore per quella parte incredibile (ciò che è credibile lo conosciamo, è ciò che ci meraviglia che è incredibile e sconosciuto) che ciascuno contiene e mortifica. E insieme ad essa, la libertà del disporre di sé, del non essere prigionieri della necessità, del poter dare consistenza a ciò che nessun altro può capire meglio di noi, perché ci riguarda in senso assoluto, perché questa è una geologica interiore forza che può crescere una montagna, eruttare un vulcano, piegare dolcemente un fiume e prosciugare un mare per ricrearlo altrove. È questa la manifestazione di noi che riconosciamo il chi ci ama e che vede dentro e oltre noi: è l’amore e il sogno che conteniamo, che urge e vuole diventare materia, noi, insomma, che dopo averci compreso non saremo più uguali. Ecco perché nel limite troviamo amore, ecco perché in esso ciò che era ritardo non lo è più e siamo altri da prima. Con altro tempo con cui rapportarci. Non è forse questo il senso del cambiamento che riapre le vite?

 

sw hd

Contando su molte pazienze ho conservato software datato, bello, non più riproducibile sui sistemi attuali e così ho conservato anche l’hardware necessario. In informatica ciò significa sistemi operativi, manuali, vecchi pc, ecc. I programmi sono incredibilmente lenti e schematici, richiedono pazienza per installarsi e poi faticosamente funzionare. Tutto è apparentemente semplice, anche se emergono raffinatezze deliziose fatte per sopperire l’esigua potenza di calcolo a disposizione. Non è diversa la situazione nella riproduzione del suono, anche se più immediata e facile: sono rimasti i giradischi, i lettori di cassette, i riduttori di rumore, registratori a nastro, bobine, cassette. Un sacco di meccanica datata, di elettronica tangibile fatta di circuiti stampati con piste di stagno, resistenze, condensatori e transistor visibili. Ci sarebbe anche qualche valvola ma è meglio non esagerare. Ronzano pianissimo piccoli motori elettrici controllati da elettroniche, cinghie e pulegge, trasformatori toroidali, lucine non ancora led. E i suoni escono gagliardi, a volte imperfetti per età, altre volte così nitidi e sorprendenti da provocare l’emozione del concerto dal vivo. Nulla è mai piatto e  scontato nell’uniformità.

In questa memoria fatta d’immagini e suono, i programmi allora raffinati e “pericolosi” per la capacità di elaborare dati in proprio e non d’essere ostaggio dei dati altrui, appaiono anacronistici nell’età dell’identità consegnata all’ammasso. Pur con la meraviglia di allora per la tecnologia, vi si trova disseminata nella costruzione e nell’uso, una resistenza al digitale che è predilezione per l’analogico ovvero per l’approssimare sino a coincidere nell’infinita scelta che sta tra lo zero e l’uno scomposto in frazioni. Tutto questa ferraglia funzionante è ormai storia sociologica prima che cronologia di eventi e rivaluta l’inutilità come strumento per capire il mutamento. Il presunto progresso è stato una cessione infinita di originalità e differenza, prima economica a pochi monopolisti, poi personale, a infinite banche dati che non prevedono più, ma orientano i nostri gusti, le scelte, ciò che è importante da ciò che apparentemente non lo è. Un gigantesco presumere collettivo dell’utilità che stabilisce il primato della tecnologia sul progresso, dell’io presunto sul noi consapevole. Tra non molto la posta scomparirà, la scrittura come la capacità di far calcoli diventeranno curiosità, l’intelligenza per una ricerca su libri come potenzialità propria e non del motore di ricerca diventeranno residui di capacità. Come la mia musica registrata e non ripulita digitalmente, riprodotta da altoparlanti precisi come lenti Leitz, e molto fedeli. Analogicamente fedeli. Il fatto è che per disattenzione si è perduta la capacità inventiva e sognatrice dell’inutile e introdotta l’insaziabilità della perfezione. Il perfetto elimina tutto ciò che non lo è e quindi non è strumento ma demiurgo di presente e di futuro. Orienta l’ingegno all’interno dei suoi parametri, fissa limiti e confini oltre i quali ci sono esseri inutili e bizzarri che si nutrono di particolari, di connessioni singolari, di analogie. Una riserva da tollerare ma inutile, profondamente inutile a cui si deve scegliere di appartenere. Per l’appunto.

appartenere

Appartenere, ecco una parola chiave della vita di relazione: si appartiene sempre a qualcuno, nel senso che si colloca in chi si ama, l’amore e noi stessi. Naturalmente ci si attende di essere contraccambiati. Dare amore e attendere di riceverlo, pare sia molto comune. Se però la persona in cui si è riposto amore appartenendo, non risponde, che accade? E non accade solo con le persone ma anche con i processi che implicano una attesa, una passione: la politica ad esempio, o le persone vicine, col lavoro. Si confonde allora la causa con l’effetto: ci si lega per ricevere amore. E qui non si sta più bene perché non si appartiene ma si dipende. Ad alcuni piace questo essere d’altri senza contraccambio, e lo trasformano in dedizione (anche se contemporaneamente avviene una idealizzazione della persona amata), ma spesso è una disgrazia. Un black hole che si crea dentro e divora tutto portando le sensazioni, i rapporti, l’amore stesso, nell’universo dell’anti amore ed è come per l’antimateria: si annulla tutto e non si produce energia. Per questo l’appartenenza dovrebbe essere accompagnata da un’altra parola: libertà ovvero essere liberi di appartenere o meno. Per non scivolare nell’antimateria, per evitare il nulla. Ma qualcuno (molti) potrebbe considerare un calcolo la forza di conoscersi, la capacità di restare se stessi anche nell’appartenere, trovare che ci sia una sorta di pusillanimità nel mantenere una riserva all’assoluto, eppure se l’appartere è reciproco allora c’è l’assoluto (uno degli assoluti, magari un buon assoluto)  a disposizione e due libertà che si uniscono e nessun buco nero con due persone che restano se stesse senza dipendere. 

non noi


Le mie, le tue, erano spesso virtù ineguali,
lasciate all’estro che pescava dal profondo,
e di tanta oscurità il colore ne soffriva,
il voler essere cangiante era prigione:
parlavamo d’altro eppure eravamo incredibilmente prossimi e vicini,
chi s’intendeva di magie avrebbe conosciuto l’assonanza,
non noi, così aperti e chiusi,
non noi che donavamo senza risparmio e conto,
eppure di quella necessità d’essere riluceva l’assenza,
il grido acuto che non aveva parole,
non ancora,
o forse mai,
nell’occasione ripetevamo l’io, la necessità, il bisogno,
mentre da tutto il vero urgeva il noi,
l’allacciarsi nell’assoluto, e ancora il noi.

il senso di Marja per il colore

Il rigoverno della casa, per tacito accordo avviene in mia assenza; si sa gli uomini intralciano, intrigano come si dice da queste parti, e l’intrigo è l’inciampo, l’inutile che si mette in mezzo, il superfluo da togliere di torno. Quindi io non ci sono e al ritorno troverò la casa linda e pulita, le lenzuola cambiate, le stoviglie pulite nuovamente lavate. Non si sa mai, dev’essere il pensiero, perché ogni donna nutre dubbi sulla effettiva capacità di pulirsi e pulire dell’uomo. E credo sia un atavico senso dello sporco connesso al genere maschile che sin da quando rientrava nella caverna appena spazzata con un animale sanguinante senza curarsi della scia sul pavimento, ha continuato nei millenni a portare con sé prede da mostrare e untume, così che anche quando pulisce, l’uomo, mica pulisce bene, ma è con la testa altrove, pensando a chissà quale impresa comunque unta. Nol gà man, non ha mano, non sa gestire il pulito, è il pensiero tenero e liquidatorio che affida al genere opposto il monopolio della pulizia domestica. Marja con il senso europeo-orientale  delle donne che conoscono gli uomini che tornano alticci e si buttano vestiti sul letto, non fa differenze e ripulisce ciò che con fatica pulisco. Anche per questo l’intrigo cioè io, è meglio stia distante. Se fossi lì in mezzo, interverrei, direi, mi lamenterei, eppoi perderei la possibilità di giocare a trova quello che era qui e adesso invece chissà dove l’ha messo, gioco che mi fa smoccolare sorridendo e recuperare il senso di superiorità sul governo del disordine che mi appartiene: nessuno sa trovare le cose in mezzo al casino come me. Fin qui la meccanica degli spostamenti e delle azioni che la partita a scacchi perenne mette in campo, ma ciò che ogni volta degusto è la sorpresa che tengo per ultima cioè la combinazione di colori delle lenzuola e dei cuscini del letto. L’antefatto è che mi piacciono sia le lenzuola bianche che colorate, e non le voglio in tinta unita, cioè il sotto dovrebbe essere diverso dal sopra e dalla federa. Qui subentra la teoria dei tre colori, che si complica se esiste il copripiumone, perché l’accostamento dovrebbe avere la mia armonia mentre invece subentra il senso del colore di chi mette assieme le lenzuola. Spesso va bene, ma solo perché i colori hanno quelle tonalità asburgico slavo russofone che di solito si mettevano sulle bandiere, quindi senza saperlo emergono le reminiscenze di un’europa che non era tale ma si riconosceva dai vessilli. Ed essendo la scelta possibile perché non mettere un arancio con un rosso e un blu ovvero il calore del sud con il progressivo mitigarsi verso il gelo dell’est. Oppure invertire i colori e puntare sulla cacofonia del verde con l’ azzurro. Ecco questo senso del colore che trovavo nei miei viaggi ad est, nei maglioni di lane melange fatti in casa, nelle sequenze di gialli, ocra verso verdi pisello degli stucchi dei palazzi, poi i colori squillanti delle cupole, gli ori, i contrasti che inaspettatamente confluiscono nel cupo delle icone, fino ad essere poi interpretati in campagna in colori che andavano dal fango verso il rosso pompeiano, lo intravvedo nella scelta che viene fatta per il mio dormire. E penso a come i sogni saranno, avvolti in quelle sequenze, penso che la sorpresa merita un approfondimento, ma soprattutto che da Goethe la teoria dei colori ha avuto una notevole influenza nel pensiero alto e che Michel Pastoureau, che ne è sommo interprete e punto di arrivo, avrebbe molto da insegnare ai nostri esperti di politica estera. Guardate i colori delle case e intuite l’umore e la sensibilità dei popoli. Guardo la parure del letto e mi rallegra sapere che la pensiamo in maniera diversa, Marja ed io, che abbiamo parole differenti e sensibilità che si incuriosiscono nella differenza. Marja, non assomiglia a Smilla che possedeva oltre trenta sfumature per la neve, e però la sua visione del mondo allarga il mio. Certo che se fosse giapponese e zen, rischierei qualche sogno meno complicato, ma vuoi mettere la sorpresa anziché il colore su colore: anche se incubo fosse sarebbe un incubo allegro. 

il profumo delle pesche

Erano mattine calde e luminose, mai troppo presto, dopo colazione, mia madre mi metteva sul sellino della Legnano gialla, e con calma attraversavamo la città. Sentivo l’aria fresca che veniva dall’ombra dei portici e il sole già caldo, mi pareva che nei contrasti ci fosse la felicità, ma questo lo so ora mentre allora mi piaceva e basta. Lei aveva una borsa di pelle blu, a sacco, che conteneva infiniti tesori, un sorriso di ragazza e vestiti leggeri, a fiori come si usava allora.  

Si cominciava a fine giugno e poi si proseguiva a luglio, nell’andare in un luogo che aveva il nome latino, ma era fatto di barche agili, di sabbia riportata, di alberi grandissimi e pieni di foglie bianche e verdi. Ed era pieno di grida, di tuffi nell’acqua, di corse, di salvagenti fatti di camere d’aria. Mia madre prendeva il sole, leggeva una rivista, io giocavo coscienzioso con paletta, sabbia, acqua e secchiello. Costruivo cose che avevano un nome, ma non era quello, erano luoghi della fantasia dove il gocciolare della sabbia bagnata sommava forme e statue incredibili, e cuspidi, e creste di mura incantate. Era un lavorare alacre, fatto di secchielli riempiti, di tragitti, di soddisfazioni che esigevano nuove conquiste. Fino alle 11, quando dovevo lavare le mani e da quel sacco blu uscivano le pesche bianche (monse’esane, di Monselice, così si chiedevano al fruttaro’o), fresche di ghiaccio mattutino e con quella leggera peluria che a me sembrava freddo sulla pelle. Le sbucciavo con le piccole dita di allora e poi c’era il primo morso accompagnato dal pane croccante e caldo. Si univano il profumo delle pesche con quello del pane e non sapevo da dove nascesse tutto quel piacere. Non era fame, no, era solo piacere. Mia madre mi guardava e assaporava con me, parlando quella lingua profumata e dolce, che non ho più abbandonato.

Credo siamo fatti di piccoli fatti, di ricordi, di sensazioni che si allacciano e sovrappongono le une nelle altre. Come si scavasse il profumo e poi la dolcezza e il sapore fino a quel duro nocciolo che non si può mangiare, ma che solo può dare vita a un albero, e a innumerevoli frutti destinati a provocare altre infinite sensazioni. È essere parte di un flusso che gioiosamente non finisce, e quando lo capisco sento un profondo senso di ringraziamento. 

notte calda notte

Prima al buio, c’erano luci tenue sul soffitto.

Erano impronte di finestre,

qualche lampo colorato, forse una tv,

poi ombre rade che passavano,

una voce che seguiva.

Figure geometriche di vita nella calda notte urbana.

Fuori dalle case il mondo s’assottiglia,

bastano due dimensioni,

le ombre parlano per linee, soprattutto ricordano,

a noi, qualcosa che potremmo

o vorremmo essere, altrove,

in un altro calore, nell’estraneo sussurro di un altro buio.

Le notti sono luogo di ombre che si sciolgono, indifese,

e diventano sogni, sudore,

odori conosciuti e nuovi,

e carne,

e parole calde di oscurità accoglienti.

Ci sono verità che amano la notte

e sono senz’ ombre,

precise di geometrico ragionare,

ma questa è solo una calda notte urbana

dove rumori si spengono come fiamma tra dita coraggiose,

e fanno solo una piccola bruciatura prima del buio.

 

lenti camminare

Camminavamo lenti. O almeno non così veloci come il mondo pretendeva. I discorsi erano fatti di telepatie, parole, silenzi e risate. Mancava un copione ben scritto. La vita reale è così, una pessima scrittura piena di puntini di sospensione. A me mancava la definitezza delle frasi, ma era un’impressione. Non mi mancava niente. Solo in qualche occasione emergevano quei discorsi densi di significato e di aperture, si dipanavano e avevano molti bandoli segno che dentro il filo si era spezzato più volte e semplicemente si era riavvolto su altri fili. Possibilità multiple ed apparentemente equivalenti, o almeno così sembrava. Vedevo nei film, leggevo, un modo di vivere alternativo anche quando sembrava parlassero di noi, era la realtà che non lo consentiva ? E quando il dialogo diventava avvincente, a tratti definitivo, e apriva la mente, costellava di lampi la percezione, quando ciò accadeva era così raro da lasciare un bisogno di appunti perché sembrava si sarebbe perso molto del possibile.

Camminavamo lenti su sentieri in parte conosciuti, alcune scelte erano state fatte, mancavano quelle successive e sarebbe stato bello discuterle, approfondire, scartare, tenere. Di quel camminare ricordo. Ed è già una frase sgomenta, un aver lasciato scorrere mentre ancora scorreva e poneva domande ai nostri silenzi, il vivere. Tenere le difficoltà altrui come proprie, farne similitudine ed esempio e sapere che non serviva a nulla, che il dolore un poco contagia ma la gioia ha altre necessità per essere condivisa. Produttori di silenti analisi, presunzioni per difesa e poi comunque camminare. Eravamo tristi? No, ridevamo insoddisfatti, qualcuno era troppo solo e la solitudine genera attese, bisogni che si colmano per un momento. Tutto quel desiderare per coprire altre domande, presumere di essere solamente  perché c’era un acuto di piacere. Un’ identità sommersa, disvelata e subito spenta. In quel bisogno di parlare arrivando all’osso delle cose, sentire finalmente qualcosa di candido e duro oppure tacere perché non si può dire. Se non a volte. E non è come nei romanzi o nei film, qui la sceneggiatura era lenta e ricca di puntini da riempire. Un gioco di parole senza né capo né coda. Ecco cos’era. Pensare, tacere, ascoltare, ma anche parlare e lenti camminare.