Pensavo a te, oggi, e tra gli alberi filtrava luce,
nel bosco s’agitavano felci, fiori sparsi in cerca di chiaro,
c’era un silenzio di parole e fitto di suoni,
e mi veniva la presenza tua, che mai è caso,
ma spesso è un piccolo solco nell’anima, verticale come un grido.
Camminavo su aghi di pino sciogliendo le mute richieste,
seguendo la vita che continua a vivere ,
come se il tempo fosse cosa che non la riguarda: il tuo, il mio, indifferente,
e così quello inutile di ciò che non è stato, non poteva essere, che non ha voluto.
Eppure il pensiero non si recinta,
vuole attenzioni che non riserveremmo a noi stessi,
in fondo ad ogni desiderio, o sentimento, non c’è giustificazione,
solo la soddisfazione che riapre la porta al desiderare.
e questo, a volte è poco, troppo poco.
Cosi tengo la luce, la presenza, il segno,
che poi è grido che lascia un piccolo solco,
mentre la punta del piede disseppellisce piano, richieste,
e allora parlo a me, al possibile, alla luce che filtra tra i rami,
ricordo che komorebi è il suo nome giapponese e dirlo piano, sembra una morbida lode al giorno
che accarezza e testardo vuol venire.
