Quasi tutti hanno gli occhi chiusi o altrove. La macchina fotografica è entrata nella casa, già ha modificato i rapporti tra l’apparire e l’essere. Atteggiarsi è più importante per dare misura dell’essere consoni al ruolo. Ognuna di queste persone ha una vita propria diversa. Siamo in Spagna, prima della grande guerra. L’interno è quello di una casa borghese, già si è superato il limite dell’affetto ottocentesco, il lei appartiene più ai genitori che ai figli. Il giovinotto segna il distacco pur mantenendo il legame. La posa, la camicia con il colletto rigido , il panciotto dal taglio elegante, lo fanno più adulto e un po’ zerbinotto. Ha già avuto le sue esperienze, i suoi amici lo attendono al caffè, è in apprendistato per il vivere. In Spagna ci sono i casini, i circoli dei borghesi, dei nobili, della caccia e via dicendo, ma fa fatica ad espandersi il cabaret, soprattutto in provincia. La ragazza si affida alla casa, ai genitori, le troveranno un marito, ma i suoi occhi diretti, gli unici che guardano l’obbiettivo, fanno presupporre un’ingenuità, mista a coraggio. Forse il marito lo proporrà lei, anzi il pensiero è già presente. Si esce di casa presto, per maritarsi e per riprodurre l’agiatezza da cui si proviene. Lo status è un contenitore in cui le vite si sviluppano, un incubatore. Sopra l’ottomana, simmetrici ci sono i ritratti dei nonni, probabilmente entrambi morti, sono numi tutelari del ricordo di ciò che si è. I genitori sono intorno ai quarantanni, forse più giovani considerata l’età dei ragazzi, ma già molto maturi entrambi, infagottati negli abiti che diventano corazza verso gli altri e verso se stessi. I mobili, la tappezzeria, l’ampiezza della stanza e le suppellettili, testimoniano una condizione agiata. Adesso possiamo chiederci quali pensieri si aggirano nelle teste, quanto il fotografo abbia celato nel mestiere e quanto abbia lasciato trasparire nelle pose, nella noncuranza del marito sul bracciolo, nel comporre un ritratto rassicurante, che si avvicina più a quella del pittore che a quello di chi ruba lo sguardo e il lampo di pensiero. C’è un’apparente calma e unità, ma avverto una tensione che diverge, ogni persona ha un obbiettivo proprio. Quella che sembra con meno futuro, ovvero con un presente solido da riprodurre, è la madre. E’ ancora nell’altro secolo e la figlia cerca in lei l’affetto, non lo specchio. I due uomini si stanno rincorrendo, il padre tiene a bada, ha un buon controllo della situazione familiare, il figlio avrà le libertà che lui deciderà. Complessivamente l’affetto circola, non sono assieme per caso, la fotografia deve testimoniare un’unità, un come eravamo che sia esemplare. Se ci riesca o meno poi ognuno è libero di pensarlo. Mi interessano i pensieri, li sento tutti diversi, l’unità è il vincolo familiare, ma le vite divaricano.
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Edifici dismessi: la tipografia
La macchina è un corpo piegato,
sinuoso nello spazio ristretto,
funziona nella sera, sola, gioca in curve veloci, pagine e dorsi.
Oltre è buio e silenzio,
attendono le pile, i pallets pronti ad essere inforcati,
sono libri or fuor d’interesse.
Un’altra sera, eravamo in due,
si sentivano i passi,
rimbalzavano su scaffali e soffitti,
su tubi d’aspirazione, sulle condotte colorate di rosso e di blu,
sui fasci di cavi e sulle macchine ferme.
Nel disfarsi d’un progetto ci sono catene d’eventi,
e i muri ricordano tutto,
le macchine una ad una si fermano,
le dita e le voci non accarezzano più i quadri di luci,
tutto si spegne un poco per volta.
C’erano cento persone ora trenta eran troppe
e nel rumore dei passi si sentiva l’attesa,
il fermarsi che voleva spiegare,
discutere,
mettere evidenze a compensare gli errori.
Prima che tutto fallisse,
prima che una vita
diventasse indifferente,
nessuno sembrava percepire il tracollo,
governava la speranza a dare un senso all’evolvere.
Questione di soldi, d’interessi, impazienze,
poi sulle macchine la polvere ha iniziato a cadere,
si sono chiusi i portoni
e il freddo ha investito ciò che di silente restava,
Ora dagli alti lucernari, a entrare fatica la luce,
non illumina più, inutile essa, ascolta i passi,
e cerca nel suono che qualcosa muti l’attesa.
Autunno palindromo



Il filare dei platani alza il grigio dei tronchi verso un trionfo giallo e bruno. Le strade dei contadini e dei signori erano piacevoli all’occhio, toglievano il peso dell’andare, almeno per poco. Novembre era un mese in cui i fittavoli che avevano terra e orto e stalla avevano già predisposto i campi per l’inverno e si dedicavano ad avere cibo e attrezzi necessari a superarlo. L’orto dava radicchi, verze, carciofi, cavoli. Le zucche erano scorta come le castagne e la frutta da maturare e seccare. Il maiale, ignaro, ingrassava, come i polli che non avevano notato il destino delle oche, tutti mangiavano in un ciclo in cui nulla veniva gettato. La sofferenza si consumava lentamente, inframmezzata da racconti e giochi, luci fioche, freddo ovunque che non fosse la cucina, la stalla o il letto con lo scaldino. Crescita e vite sempre nel limite della fame e della fatica.
La mezzadria, i patti agrari, il bracciantato sono termini che nessun giovane conosce, quelli della mia età li hanno rimossi. In cinquant’anni un paese agricolo si è trasformato in industriale, poi in generatore di servizi e marchi di moda, adesso non si capisce bene verso cosa vada.
Qualche giorno fa ero in mezzo alla campagna, all’inaugurazione di un impianto fotovoltaico a terra da 2.7 MW, cinque ettari di pannelli. Un tempo ci vivevano due famiglie fatte di nonni, figli, bimbi, anche 40 persone che coltivano grano, vino, orto, pollaio. Crescevano figli, imparavano molto dalle mani, il necessario sui libri, appena grandi sciamavano come uccelli, verso città di cui conoscevano a malapena il nome. Cercar fortuna era un modo di dire che includeva immane fatica, lingua nuova da imparare, usi, costumi, cibo, lettere da scrivere ai vecchi che avevano 40 anni ed erano ancora legati alla terra, alla fatica, agli alberi che erano sul limite del campo, nel fosso. Se c’era fortuna e generosità, un po’ di soldi andavano a casa, per comprare quella terra da stenti, la casa, con l’idea di tornare che troppo spesso passava e diventava racconto.
Non mi piacciono gli impianti fotovoltaici a terra, sono solo soldi senz’anima, che producono energia per alimentare spesso ciò che è superfluo e trascurano il cibo che un tempo nasceva da quella terra. Guardavo, sentivo pezzi di discorso, rumore di bottiglie stappate. Faceva freddo, c’era il vento giusto per il primo raffreddore di stagione. Su due tavoli con tovaglie candide, piatti di salame, pane fresco, vino e pasticcio caldo. Tre camerieri in giacca e grembiule bianco porgevano assaggi. Un quadro incrinato, felliniano e stridente, zuppo di significati e contrasti.
Una classe di ragazzi di un istituto tecnico, faceva folla, interessati al salame e a un lavoro futuro, trattenuti a forza nel presente e meno alla precarietà dei contratti che avrebbero conosciuto. Toccherà sempre ad altri, ma non è così.
Il prete ha parlato a lungo con Genesi e preghiere, la nascita della luce e il fotovoltaico, più stringato e concreto, l’amministratore della società tedesca ha tagliato il nastro. Io pensavo a Olmi e all’albero degli zoccoli e mi parevano fuori posto quei ragazzi, con i vestiti degli studenti di campagna, fatti di strati di felpe da mercatino e calzoni sformati di jeans, con la professoressa giovane, piena di freddo, vestita per altra occasione importante, ma non per quel posto in mezzo ai campi, (calza giusta, vestito di lana a pelle e giubbino da bar del pomeriggio). L’insegnante maschio, invece era incappottato e desideroso di tornare nel caldo di una stanza. Supponente come chi ne ha viste tante, e provate di più, sbuffava scetticismo sulle promesse solenni della politica. Sapeva che da essa e da lui, non sarebbe dipeso quello che quei ragazzi davvero avrebbero potuto fare nella vita. Senso dell’inutile a cinquant’anni, una diversa vecchiaia.
Quei ragazzi erano i nipoti dei fittavoli, poi diventati metal mezzadri e infine artigiani, a loro non era rimasta appiccicata la sofferenza degli avi.
I proprietari dell’impianto avevano scelto le 11 del giorno 11, San Martino, per l’inaugurazione. Chissà che funzioni davvero per questi ragazzi la baggianata delle coincidenze, che porti bene anche se nasce da sistemi di misura inventati da ometti che neppure sanno ordinare bene il mondo in cui vivono.
Intorno c’era la campagna della bassa, così bella d’autunno che (lei si davvero palindroma e insensibile), si poteva leggere in senso inverso e lo diceva a chi ascoltava con gli occhi : io c’ero prima e ci sarò anche poi, voi no.
Mi sono fatto travolgere dal pensiero di ciò che è stato, così immobile di stagioni e fertile di mani, come fosse un pensiero trasversale della terra. Un sistema di numerazione basato sull’11, che accorciava gli anni per seguire il tempo meteorologico che ormai sfuggiva le stagioni e mi faceva sorridere la capacità che abbiamo di entrare ed uscire dal reale pur di far finire quello che ci annoia.
Ero davanti al mare di foglie giallo brune di vite e di platano, immerso nel riflesso dei pannelli e pensavo che qui, in questo luogo, poteva nascere qualsiasi pensiero, qualsiasi idea che poi avrebbe rigato il mondo.
Con l’ultima parola che ancora oscillava dalle casse acustiche, è scattato il rompete le righe ed una folla di mani si è avventata su piatti, forchette e cibo. Il gruppetto dei notabili sorrideva, mentre con i proprietari, si avviava al ristorante.
oggi è San Martino
In questo giorno i carri dei fittavoli e dei mezzadri, se l’annata non era stata soddisfacente, venivano sfrattati e andavano in cerca di una nuova casa sperando in migliore fortuna. Perché di fortuna e non di diritto si trattava e se la mezzadria era già un passo avanti rispetto alla servitù, la vita di quelle persone era consegnata comunque all’indigenza, alla fatica, alla malattia, all’interminabile sequela di disgrazie che accompagnavano la miseria.
Beppe Fenoglio ne parla in un racconto: la malora, cupo come la sorte che si accanisce, ma proprio l’etimo del titolo è sbagliato perché non si trattava di una condizione momentanea, ma di una vita di stenti e di insulti, di angherie che toglieva dignità alla persona. Le vite si chiudevano in silenzi cupi, con scoppi improvvisi di rabbia. E fece scalpore nei primi anni del ‘900 l’ omicidio della contessa Onigo compiuto da parte di uno di questi quasi servi della gleba di fronte all’ennesima angheria subita.
Solo emigrare sembrava dare una alternativa, ma anche in quel caso i pochi che ce la facevano erano accompagnati dai tanti che soccombevano oppure proseguivano altrove vite di stenti. Ebbene queste persone desideravano gli stenti e l’arbitrio di casa quando furono in guerra. Perché è bene ricordarlo, la guerra fu soprattutto di contadini contro altri contadini. Persone che guardavano il terreno e ne vedevano i pregi e i difetti oltre a scavarlo di trincee. Persone che conoscevano i nomi delle piante, ed erano in grado di usare gli attrezzi e di farli. Persone messe assieme in una accettazione del destino che sempre investe chi non si ribella, ma che pensavano ai campi e ai lavori da fare a casa, alla miseria che cresceva finché loro erano al fronte.
Le lettere dei soldati dovrebbero essere lette e spiegate ai ragazzi nelle scuole. Credo che non sia rimasta alcuna percezione di cosa avvenne e quanto esso fu disastroso per le famiglie. Piccole prosperità distrutte assieme alle vite, orfani a non finire accanto a non pochi figli nati fuori dal matrimonio. Tutto venne occultato in una propaganda che parlava di santità della guerra e di una sua giustizia che non c’era e non ci poteva essere.
Penso ai comandanti e ai non tanti di essi che vedevano gli uomini prima dei soldati, alla razionalità, anche nel combattere, contrapposta al puntiglio; erano ufficiali in minoranza che ragionavano di fronte all’inutilità di posizioni da raggiungere e abbandonare subito dopo, che obiettavano nella pianificazione di attacchi fatti di ondate dove gli ultimi dovevano camminare sui morti che li avevano preceduti. Cosa avranno pensato nel giorno di san Martino quei contadini già immersi nel freddo, nella paura di un ordine.
Ungaretti si guarda attorno e usa le parole scabre e definitive della poesia.
Eppure, lo dico per esperienza, se andate a san Martino del Carso non c’è traccia di queste persone. Se andate sulle doline del san Michele, non c’è la presenza di queste vite. Ci sono i monumenti, lacerti di trincea, ma non gli uomini, o meglio non la loro umanità.
Ai ragazzi di adesso cosa viene trasmesso di quanto accaduto in quei luoghi, come si riesce a far parlare le vite per non disperderle nel nulla? Credo che l’identità di un popolo sia fatta non tanto della storia, ma della sua umanità. Che se dovessi parlare in una scuola a dei ragazzi delle medie direi loro della sofferenza del non avere identità, dignità. Gli racconterei non dei generali, quelli verrebbero dopo, nella sequela infinita di errori, ma di cosa pensavano e scrivevano quelle persone a casa, perché noi siamo cresciuti sulle loro vite. Gli direi che molti di loro conoscevano la famiglia e la fatica e molto meno l’Italia e che essere liberi, poter scegliere, era un privilegio.
E partirei da san Martino e dai traslochi per dire che un tempo la stragrande maggioranza di chi lavorava la terra e quindi del Paese, era precaria, ma che ci fu un momento in cui anche questa precarietà sembrò una felicità perché le stesse persone stavano peggio. E che san Martino era un militare che tagliò il mantello per darne metà a una persona che non aveva nulla. Era un militare che capiva la miseria e rispettava la dignità.
Sì partirei da questo.
Buon san Martino a tutti.
quelli che









Ci sono quelli che non si voltano mai indietro. Hanno una grande coscienza di sé, lasciano uomini e cose e pensano al nuovo. Altri, più incoscienti, sono incollati alla propria storia, l’hanno ficcata dentro uno zaino che è diventato pesantissimo. Pensano di conoscerne a memoria il contenuto e così ci guardano di rado. Ma se lo facessero scoprirebbero cose interessanti. In compenso lo portano in giro rassicurati dal ricordo e dai fili che sembrano tener aperte comunicazioni. Dall’altra parte dei fili ci sono esigenze ormai spente, oppure altre che non s’accontentano. Intendimenti diversi che si erano incontrati. Ora che resta? Per fortuna pesi diversi.
Qual è il limite di peso consentito per volare davvero con la mente e la fantasia? E quale è il peso tollerabile del vivere se in un momento di quiete, oppure di passione, venisse voglia di andare e basta. Di togliere senso al tempo non proprio e camminare? Si sarebbe fatta la pace con ciò che non è accaduto, e vuotato lo zaino, riprenderebbe la storia dall’incipit evitando quelle noiose prefazioni che spiegano tutto e tolgono gusto. Capire il limite del passato non è accontentarsi e neppure farsi una ragione.
Nell’adattarsi il corpo si piega e si chiude, lo si vede nella postura che a volte si ribella; soccorrerebbe allora l’immagine del risveglio felino, che si stira e si guarda attorno stupito. Per un attimo, solo per un attimo, prima di una nuova mobile indifferenza.
singolare e plurale
Singolare e plurale,
continuità che sciolgono gomitoli di fato,
eppure ognuna resta a suo modo eguale.
Segno d’un armistizio che sa,
quali strade frequentare,
o le abitudini ch’è fatica lasciare.
Nella luce da est, già alle 7 di mattina, le auto erano scaglie variopinte d’un serpente che si muoveva poco e, in attesa di mordere qualche metro, s’attorcigliava nella libertà negata, con i suoi pari in amplessi irosi e pieni di rabbia. Salito in auto, avevo fatto i 100 metri fino all’incrocio e non mi muovevo. Ho guardato lo smartphone, ascoltato la radio, ma restavo senza possibilità d’immissione. A destra e a sinistra si stendeva una linea d’auto priva di soluzione di continuità. I paraurti si baciavano secondo un kama sutra meccanico, fatto d’impazienza e privo di piacere. Nessuno dava nulla a nessuno per cortesia, dovendo girare a sinistra, ho voltato a destra, nella corsia libera. Le strade che si conoscono dalle gite al mare potevano servire alla meta ed erano pure più belle, immerse nella pioggia e nella campagna. Muoversi per parallele e per tratti ortogonali o sghembi muoveva le labbra al sorriso di chi ne sa una più degli altri. Ho fatto 7 chilometri, ho cambiato comune godendo della vista di ville antiche e nuove case, le seconde molte e mai viste, le prime restaurate per nuovi usi. Qualche capannone industriale con giardino davanti, auto che venivano in senso contrario e con cui ci si sfiorava su una strada fatta per la quiete agricola. Sono arrivato alla provinciale parallela e ancora, ma diversa per protagonisti, c’era una linea d’auto, furgoni e camion, senza soluzione di continuità che si stendeva nelle due direzioni. Dovevo girare a sinistra, ho girato a destra e mentre guardavo avanti vedevo che i paraurti si baciavano e ogni tanto c’era un piccolo sussulto che apriva una speranza subito spenta. Altri 7 kilometri nella direzione che sembrava allontanarmi dall’obiettivo e la coda non finiva. Si sentiva nell’aria un pensiero ronzante, cattivo ormai, che centinaia di teste riepilogavano nelle scuse per i ritardi agli appuntamenti, al lavoro, agli impegni. Tutti si lamentavano, si vedeva nei volti tesi e nel muoversi di labbra, perché altri avevano fatto la loro scelta, perché tutti andavano in auto ovunque, perché le strada erano comunque insufficienti, perché il mezzo pubblico non era un’ alternativa, perché pioveva. Se un drone con telecamera si fosse levato avrebbe visto la statale intasata e ferma, le provinciali che tentavano di entrare in essa e non ci riuscivano. Avrebbe testimoniato l’accumularsi di strisce di mezzi impotenti, di rotatorie piene d’auto come nodi di una corda ormai frusta e rabberciata. Tutto questo in entrambi i lati della statale che attraversava un corpo di case e di terreni soffocati nei gas di scarico e nelle imprecazioni.
Nel mio lato c’era la libertà di andare verso i luoghi di provenienza di quelle auto e il traffico era minimo e scorrevole, così sono arrivato a un semaforo che interrompeva il muro d’auto e ho girato finalmente a sinistra. La strada era d’altre necessità, stretta, lungo un canale senza argini né protezioni, ma era frequentata solo da quelli che avevano avuto altre mete e altre code in passato.
Sono ritornati ricordi d’estate a notte, con il corpo che ancora emanava sale e profumo di pelle accaldata, gli occhi arrossati e la stanchezza bella di un giorno di mare. I chilometri intanto si accumulavano ma mi avvicinavo alla metà. Alla fine avevo aggiunto 10 chilometri alla distanza ma all’orario prefissato ero all’appuntamento che è poi durato 15 minuti. Le ore tra andata e ritorno, hanno maturato il pensiero che un premio me lo meritavo e l’ho riscosso in pasticceria, non era vicina ma eccellente. Poi il ritorno in una strada ormai svuotata, erano le 10.30 e ho pensato che è così ogni giorno. Se piove è peggio ma la coda che si allunga per molti chilometri è sempre la stessa, le imprecazioni le stesse, le considerazioni, le stesse. Così la vita si sciupa ma ognuno è solo, vuol restare solo, nella sua scatola di plastica e latta e pensa che la strada sia il problema mentre è solo la conseguenza.
coincidere








La mente gioca per suo conto, è un grande pescatore di coincidenze. A volte una frase, una parola, risplendono : sono il tassello che s’incastra nel nostro puzzle di pensieri. Parole semplici, apparentemente prive di forza, banali come l’arancio slavato di questa luce che si fa strada tra nuvole di pioggia. Si sente che quel colore è l’astrazione dell’arancio e in esso realtà e idea di colore coincidono. La parola è ora sapida di significato ed è l’arancio di un dolce a fette, del suo sapore ricordato, è una casa sul canale, un fiore che rifulge disseccato.
La sensazione è che questo accada quando c’è una sospensione del tempo, che genera un equilibrio con una dinamica interna che non ha bisogno di moto, ma connette e comprende a fondo che tra il fuori e il dentro c’è un legame di significato.
Annullare le notizie ed entrare in una realtà che permane, dove il noi coincide. Uscire e sentire il sapore della pioggia calda d’autunno, fermarsi per dare un nome alle cose e assaporarne il sapore, come fosse un’onomatopea che non ha bisogno di rifare un verso. A volte le parole proseguono, nominano le cose come fossero nuove, acquistano ritmo, e suonano di vibrazione esterna. Diventano definitive. In quei momenti le parole scandiscono blocchi di emozione, di significato, che sono una scoperta per noi. Ci pare diventino importanti anche per gli altri e il bisogno di dirle è urgente, ma qualcuno che possa capire.
C’è un entusiasmo della parola, ma non so cosa sia davvero la poesia se non la realtà svelata nell’essenza. I poeti veri, quelli in cui si trovano i pezzi di noi, del nostro mondo interiore, ci fanno sentire disvelati, nudi e parte di un tutto improvvisamente chiaro.
La poesia di cui parlo è personale, accessibile e diffusa, e ci permette di leggere una realtà come libro comune a tutti. La si porta appresso, negli occhi e nelle connessioni neuronali. Sembra corrispondere a qualcosa di più alto e comune, tanto che la posseggono tutti i meno disattenti. Senza dirlo regala piccole felicità e introspezioni verso le cose, che sono un noi lanciato verso ciò che ci circonda.
Non ho opinioni precise di questo sentire, so che ad esso i poeti fanno compagnia, che legano indissolubilmente nel poco il molto e mostrano verità comuni, non importa se allegre o tristi. So che così rispondono affermativamente alle nostre domande. Forse ai poeti, ciò che a noi accade di rado, ovvero sentire che il pensiero e le parole sono un tutt’uno di significato, accade più spesso ed è con semplicità che fanno calare il sole mentre la sera ha lunghe dita intrise d’arancio e blu per toccare le cose, e noi vediamo questo colore nei palazzi, sulle pietre, nella pioggia che dirada, improvvisamente identico al nostro pensiero di sera e di colore.
E questo ci regala un attimo di comunione e d’improvvisa felicità.
la sera arriva sempre più presto











La sera arriva sempre più presto. La stagione regala meravigliosi tramonti, ma chiude le finestre all’avanzare della notte. Sull’altra sponda del lago le luci si accendevano prima, mi perdevo a guardarle nell’ora in cui l’attesa è calda di promesse. Pensavo la notte che entrava scivolando da sotto le porte, che stupiva le abitudini sollevando gli sguardi da un lavoro, mentre invadeva corridoi e cucine. Gli alberi della litoranea erano punti di luce gelosa dei lampioni e cerchi si susseguivano alternando chiarore ed ombra nei marciapiedi . Qualche panchina ospitava le parole scambiate prima di un abbraccio, di un lasciarsi fino al giorno successivo, non c’erano addii, pensavo, ma luci e calore che abbracciavano le luci dentro i cotoni pesanti, le prime lane che avvolgevano i corpi. Il tramonto che vedevo si stingeva in coni pieni di verde donati dagli alberi sopra i vecchi affusti in ghisa dei lampioni. Un mondo quieto, ignaro, che si preparava alla cena, allo scegliere il che fare in attesa del sonno. Fuori dal grafo che unisce i punti e le relazioni del perimetro di ciò che conta per la sua vita, c’era un altro mondo che alterava l’ordinata sequenza delle scelte. Mi sembrava un mondo meraviglioso per il molto che poteva dare, ma insieme irto di minacce. Capivo cosa significava quella parola che il medioevo ci restituiva: essere in balia di qualcosa, di qualcuno, di volontà senza regole negoziabili e avvertivo la mia scelta del posticipare, dell’omettere ciò che avrebbe potuto irritare la sera e la notte.
Ascoltavo spesso la quarta sinfonia di Brahms che mi sembrava riassumere l’attesa di un secolo ormai lontano, ancora così romantica nella volontà, nell’indurre l’idea che il singolo potesse affrontare non solo il proprio destino ma quello dei molti essendo parte di un’idea grande, bella, di pace e di inclusione. Era un tempo denso, non troppo distante, in cui la gioia immotivata poteva dialogare con le malinconie della consapevolezza del tempo, del luogo, del modo. Ma ora che posso dire del tempo che ci lega, del camminare portando speranza, dell’ascoltare intelligenza, mentre attorno si diffonde indifferenza e incoerenza tra le logiche del buono possibile? Capisco che le parole dicono poco, ma non è logico, naturale dare speranza ai propri affetti, preservare gli amori, la bellezza che abbiamo la fortuna di ricevere? E perché allora la notte non è quieta e non si fa strada la coscienza dell’essere protetti, che chi ci è caro avrà la bellezza da noi vista e molta di più, che noi stessi, il mondo, possono pensarsi in pace non travolti dall’innominabile?
La conclusione di questo riandare a un tempo che mi sembrava denso di speranza e con difficoltà, è in un epitaffio: “il terrificante inizio del ventunesimo secolo, un tempo senza dio, contaminato da arrivisti e corrotti, nel quale il capitalismo finanziario, con la complicità dei governi conservatori e la passività dei socialdemocratici, ha soppresso il welfare state” (Fernando Valls, El Pais). Dovremmo aggiungere che i diritti, la dignità, l’equità che poteva essere una conquista comune, ridiventano parole e sono la fotografia di un gruppo infelice e succube. E’ l’immagine degli abitanti di questo occidente mediterranea, atlantico, ora globalizzato e succube? Siamo noi? Può essere, la fotografia è precisa, ma include sentire e chissà quanti si riconosceranno, perché non per tutti è uguale.
Si celebrano gli sconfitti? Solo nei romanzi, nella vita diventano naufraghi senza patria. Non c’è salvazione senza un sogno, senza una terra a cui tornare. Si accatastano le vite nell’inverno del nostro scontento. Servirebbe un incipit, un vessillo, un orifiamma che indichi il senso del vento, e poi la corsa in direzione contraria e ostinata a riprendere ciò che è nostro: la speranza di un futuro in cui cresca l’umano. Nel sole che ha illuminato il giorno e domattina tornerà, nel sole mediterraneo, dove le navi portano rifugiati e noi non sappiamo accogliere e ora neppure noi sappiamo dove andare, trovare un senso, perché ciò che s’è smarrito è il senso. Del fare, dell’essere, dello stare assieme. Parafrasando Pintor, agire è uscire dalla solitudine, essere nuovamente proprietari delle scelte che ci riguardano.
L’indifferenza cresce quando il necessario c’è, ma la grande contraffazione immiserisce, poco a poco, tutti, e nel cedere un metro di diritti umani e poi cento, un campo, un paese, si consuma la voglia di lottare. Il grande paradosso è questo difendersi, anche da se stessi, dalle proprie paure e miserie, dalla incapacità di ritrovare il noi comune che rovesci le regole imposte dal profitto sfrenato. Come non ci fosse più un limite a cosa ci toccherà perdere ancora. E sappiamo che ora sono le vite, la scelta tra la pace e la guerra, tra l’umano e l’inumano.
Vorrei una fotografia felice in cui guardarsi a lungo, decidendo se riconoscersi o meno, ora e in futuro. Seguire col dito le pieghe del sorriso del momento, che è fiducia del divenire. Riconoscersi è essere consapevoli, affrontare la sofferenza per uscire dall’inazione, dal subire ciò che non ci appartiene. Ma insieme, perché da soli non c’è storia.
La sera arriva sempre più presto, eppure la luce manterrà le promesse, chiede ai sogni di interpretarci per il giorno e così bisbiglia nella notte le parole che noi decidiamo di ascoltare. La luce torna e ci troverà sereni nell’agire per non cedere alla solitudine.
era passato mezzogiorno








Stamattina, da poco passato mezzogiorno, la via che un tempo mi faceva timore come una infinita distanza da casa, era piena di sole. I palazzi che poi ho amato, quelli abborriti, erano immersi nella quiete di passi distratti. Alcune persone ai tavolini di un bar parlavano dell’autunno precoce e una sequela di portici si protendeva oltre la curvatura della strada, la chiesa non si vedeva e gli archi sembravano non finire in qualcosa da scoprire. Ogni volta che passo rivivo il piacere di una adolescenza irta di difficoltà ora quiete, avrei avuto episodi infiniti da raccontarle sulla strada in cui lei abita, non l’ho fatto per stanchezza. Tutto si era concluso in una fatica che si trascinava, ma l’abitudine di non chiudere le porte è rimasta e ciò che non le ho detto è rimasto a lievitare nelle libere associazioni dei pomeriggi.
Dal suo palazzo si vede l’interezza del giardino che dall’Ercole dell’Ammannati si estende per l’intero cuore di un quartiere. Il portiere non mi ha mai concesso di salire sino alla terrazza e di fotografare ciò ho bene nella mente. Tra quelle strade che dall’alto sembrano tagli netti nelle case, sono cresciuto, ho corso sulle gambe di bambino, sognando e guardando ciò che nasceva intorno. Si giocava spesso nei cantieri, inseguiti dalle bestemmie e dai sassi dei manovali, ma troppo forte era la tentazione di trovare “cose” tra i detriti di ciò che veniva abbattuto in aggiunta alle rovine della guerra. I tesori erano resti di memorie. Cartoline, libri sdruciti, accartocciati dalla pioggia e dal sole nascosti tra ferri che diventavano archi e frecce, erano vetri colorati che si mescolavano ai dischi di bachelite infranti, ai cassetti di scrittoio di cui restavano pezzi d’intarsio e incastri accurati. Una miniera in cui poteva emergere di tutto ed era quella possibile scoperta che affascinava, che alimentava i racconti dopo una fuga con i piccoli tesori raccolti, le mani tagliate, le gambe ricoperte di polvere di calce. Seduti in un rifugio sicuro, dietro la chiesa che veniva ricostruita dopo l’immane disastro del bombardamento, scambiavamo cose, racconti, pensieri di un crescere che da ogni frammento di parola, di cosa, di conoscenza, di percezione costruiva possibilità, usi, giochi, persino parole nuove che diventavano gergo. Potevo raccontarle tutto questo, assieme al ritorno nella sera, a casa. La complicità di mia nonna nel lavarmi, nel rendermi presentabile oltre gli strappi, le abrasioni, le suole consumate dal correre?
Quando passo per la via, davanti al palazzo che ho visto costruire e dove c’è il suo nome tra i tanti campanelli, cerco il suo volto, Siamo invecchiati entrambi, ma le vite scorrono parallele su strade scivolose e le riflessioni di ciascuno non si incontrano più. Quando ci si conosce in profondità si intuiscono i pensieri o almeno la nuvola di intenzioni che li genera. Era piacevole sentirmi raccontare com’ero allora, ma al tempo stesso sentire in lei il pensiero che si formava. Mi sorprendevo dell’intuito, del nuovo modo di vedere le cose. Cercavo l’essenziale come ora cerco il suo volto e un saluto da scambiare, eppure allora, come adesso, c’è in me il molto e il poco che si confondono. Ciò che fa star male vedendo un fine alle notizie, ai fatti è il racconto del piccolo che ha una sua grandezza e prende il volo nella fantasia del possibile. Ripensavo al Carducci di Davanti a San Guido, alla dualità che ognuno di noi possiede se ha lasciato la porta dell’infanzia, della prima giovinezza aperta. Pensavo a come da quella porta veniva un vento pieno di profumi, parole, immagini, passi e corse, nodi mai dipanati, paure ed entusiasmi. Pensavo a come tutto questo potesse essere solo messo in un romanzo, che è il luogo dove qualcosa principia e poi si svolge e che mentre parla, si rivolge a un indeterminato punto davanti agli occhi, ma è anche un luogo in cui la vita guarda la vita. E come dai tavolini di un bar immagina mettendo assieme chi sta dentro e attorno, e può guardare senza timore le tessere dell’infinito labirinto, gli specchi e ciò che è solida convinzione. Immagini interiori che messe assieme sono la stessa cosa, ma che solo il possibile immaginato addolcisce riscrivendo il ricordo. Questo non potevo raccontargli lo e come lei non mi raccontava la verità ma ciò che le assomigliava e mi permetteva di vedermi, lo stesso io facevo con lei.
Mi sarebbe piaciuto salutarla nel sole fresco di stamattina, riproverò ogni volta, ma ormai è una scusa per ripassare dove molto è già accaduto. Quanto basta per andare altrove.
la memoria dell’aria

Che sarà rimasto dell’impronta del mio corpo davanti al quadro?
Gli atomi e le molecole d’aria per accoglierlo si sono spostati, dei neutrini l’hanno attraversato indifferenti, qualcuno si è messo un po’ a lato e ha intrecciato le aure. Ma senza volere, con l’ indifferente pazienza di chi non conosce il tempo.
E del vedere che ha prima scrutato e poi cercato, è rimasta solo l’eco e l’impressione d’una vibrazione che trasformava energia in materia? L’interno della bocca si è ammorbidito e poi seccato per la meraviglia.
C’erano voci attorno. Alcune normali, altre sussurrate, avranno spinto l’aria addosso. Senza sapere hanno accarezzato un timpano, degli abiti che si muovevano, un corpo avvolto, il viso e il collo d’uno sconosciuto.
E del viso che s’è girato, degli sguardi incrociati, dell’attenzione momentanea che ha trovato un particolare che stupiva, cos’è rimasto?
Mentre il quadro, apparentemente immobile, faceva muovere piano i corpi eretti, piegava con gentilezza le teste, generava pensieri che cercavano appigli di conosciuto, forse lo sapeva che pian piano stava diventando un foglio su cui ciascuno scriveva con caratteri solo a lui conosciuti, che ne dipingeva un lato, che metteva sul bordo l’impressione sopraggiunta e che infine lo lasciava cadere volteggiando nella pila di fogli della sua memoria.
Poi il corpo si muoveva, gli occhi cercavano di essere sorpresi e occupavano nuovi spazi mentre vibrazioni, atomi rimescolati assieme al pulviscolo d’intelletto che staziona in ogni museo o biblioteca o montagna, foresta o mare, danzavano. Era la memoria dell’aria che finiva in uno stipo dell’universo dove tutto il possibile di quel momento si archiviava in attesa di un nuovo presente.
E il corpo era parte di quel possibile che coincideva con una delle infinite bellezze disponibili.
Questo ti racconto.
