
Spesso tagliano l’erba,
il verde diventa tappeto,
perde i fiori, la voglia d’essere seme.
Le api cercano, ma solo per poco,
poi vanno altrove.
I bambini scendono tardi,
giocano sull’erba con palle colorate,
non ascoltano i richiami,
proseguono discorsi che parlano a sé,
o fingono mondi che loro soli vedono,
ma non hanno ricordi.
Attorno si ripetono i suoni,
e in una bolla l’universo rapprende:
il prato, le grida gioiose,
i piccoli pianti, la casa che accoglie.
Cos’è il sentire se non un animale scacciato,
un cane che rincorre la palla,
che non conosce il gioco
ed è il correre felice il suo senso,
così questo tempo e luogo si ripetono
e noi abitiamo la differenza.
Il sentire che interroga e si finge,
che cerca nel colore bellezza,
come usavano gli antichi nei templi,
per stupire la grandezza
e allontanare i presagi.
È il futuro che si apprende:
nell’età felice la conseguenza non esiste,
così il dispiacere transita veloce,
e la felicità è una corsa,
una palla che vola,
il sudore che vela la pelle,
sciolto nella certezza di un abbraccio
e di una voce amata.
Nel prato che il verde nasconde,
il tempo sussurra,
storie indifferenti a chi non le coglie,
le stagioni attendono,
si ripetono mai eguali,
sanno che solo il bianco e il nero
sono la scena,
la sostanza dei fatti,
il luogo e il tempo,
in cui cogliere il senso
e mutare d’ accenti.
Guardo e sono erba e albero
che recitando invecchia,
e mentre altri,
i loro mondi stupiscono,
siedo nel prato,
con la mia nuova parte,
che m’invento, attingo al ricordo,
penso e poi taccio.
In silenzio sono così dolci le voci,
il muoversi armonico dei corpi,
le loro storie che riempiono la vita e la scena
del mio piccolo mondo.









