racconti per notti di vigilia: approssimazioni 3

Mi sono svegliato con un braccio gelato e una lama di freddo sul viso. Il braccio era fuori dal piumone, sotto è caldo ma sopra c’è un freddo inusuale. La notte mi agito nel sonno, mi sveglio e mi riaddormento con sogni faticosi in cui faccio cose, così la mattina sosto un po’ sotto il piumone, aspetto la lucidità della coscienza con una gradualità che un tempo non c’era. Cioè, non ne avevo bisogno, saltavo in piedi, ma ora che fretta c’è? Comunque stamattina fa freddo e non capisco perché, spero non sia il riscaldamento in blocco. Le cose che si guastano nei giorni vicini alla festa rendono tutto difficile, fanno capire quanto precari e dipendenti dalla normalità delle abitudini siamo diventati. Anche un mal di denti diventa difficile da gestire in questi giorni in cui tutto sembra essere inghiottito da una generale allegria e ottimismo in cui nulla si guasta, nulla fa male. È solo rimozione perché altrove le cose continuano come nulla fosse. Bisognerebbe informare il caso e il futuro delle feste, non scriverle sui calendari e basta. Ho riflettuto a ogni fine anno sulla vacuità dei calendari, sul loro rappresentare visioni del mondo e dello spirito, segni sulle pareti come per i carcerati o gli euforici. Segnano date importanti, fissano un inizio e cominciano a contare: numeri, settimane, convenzioni, non stagioni astronomiche, cicli fisiologici. Numeri e simboli poco legati all’uomo, ma poi la paleontologia, le analisi dei paleo DNA ci bisbigliano verità scomode: eravamo in tanti ominidi, ci siamo accoppiati tra noi, per piacere e necessità, poi alcuni sono scomparsi ma non si sa perché e una sola specie ha continuato, e magari non sarà l’ultima, vista l’esiguità di anni in cui si è esercitata a far danni con successo crescente. Un dubbio per un gesuita potrebbe essere: ma per il Neandertal c’era stato un salvatore? Mica tanto vista la fine che aveva fatto. E in cosa credeva, visto che aveva un’intelligenza, faceva delle cose complesse, procreava e si mescolava con altre specie, tra cui la nostra, ma non leggeva e scriveva e così niente testi rivelati? Si accontentava di una paura per l’esistenza senza trascendenze? Pensieri ricorrenti per i cambi d’anno, bisognerà metterci una pezza, nel senso di non rimuginarci su ma di trasferirli nell’agnosticismo. Quello che è oltre il sensibile non lo possiamo sapere con certezza, anche se indagare restringe il campo e toglie false soluzioni. Però fa freddo e questo è sensibile, meglio capire perché. Mi alzo e la stanza è decisamente fredda, gira aria e sono 14 gradi. Viene dalla porta finestra socchiusa. Basta uno spiraglio di questa stagione e raffreddi una casa. Fuori la stella cometa è illuminata, così adesso ricordo la fretta di ieri notte: me la sono scordata accesa. Beh, dovrebbe illuminare la notte, è o non è una cometa? Ma non ci sono prese nel terrazzino, così se si vuole illuminarla, il filo tiene un po’ aperta la porta. È un filo sottile che un tempo sarebbe passato tra gli infissi, ma oggi abbiamo porte così ermetiche, che non siamo più abituati all’aria che un tempo circolava per le case. Adesso ci respiriamo in continuazione nelle nostre ermetiche case. Aria viziata che produce pensieri viziati. Se le case con i camini e le stufe fossero state ermetiche si sarebbe estinta la specie nei paesi freddi, chi ha la mia età ha avvelenato dolcemente il sangue di anidride carbonica fino ad ogni successiva primavera. Ma poco, in modo compatibile, ed erano gli spifferi che portavano ossigeno.

Mia mamma ogni mattina, in pieno inverno, spalancava tutto, cambiava aria alle stanze. Non era solo delicata, sapeva. Spengo la stella e inizia un nuovo giorno che approssima. Servirà tempo per riscaldare, adesso un caffèlatte che rimetta in ordine i pensieri e le cose. Sono soddisfatto della mia cometa.

Ogni mattina c’era un caffelatte con i biscotti secchi. Anche la settimana delle attese che finiva nella vigilia, aveva la stessa colazione, eppure prima della festa c’era un cibo particolare e i preparativi, che definivano già speciale quel giorno. Era il preannuncio di qualcosa con un sapore buono, il semi festivo degli autobus, una quasi festa che ancora non potevo definire, ma che si capiva che era un giorno differente. Forse per quello si mangiava pesce in una giornata sospesa, fatta di cose inusuali, di negozi di giocattoli da vedere, col gioco meno sguaiato del solito, con già vacanza. Era un pregustare le cose che sarebbero accadute, la mattina di Natale, con mia mamma che preparava la cioccolata, la guarniva con biscotti Lazzaroni e ce la portava a letto. L’alzarsi e il cercare i doni che ancora non si capiva bene dove fossero, ma che poi sarebbero comparsi sotto l’albero al ritorno dalla messa. Nell’aria, il profumo del bollito si sovrapponeva a quello del caffè, i tortellini erano sulla tavola in attesa, e con tempi lenti veniva l’imbaccuccarsi con i vestiti della festa che avevano qualcosa di nuovo che sostituiva il liso, poi l’uscire indolente nel freddo e se c’era la neve una piccola battaglia prima della chiesa. Era tutto speciale e così non importava il giorno in cui cadeva il Natale, ma sembrava una domenica assoluta e unica. La rivincita del Natale sulla Pasqua, del solstizio d’inverno sul primo plenilunio di primavera fatto coincidere con la domenica: il Natale poteva capitare quando voleva ed era comunque una grande festa mentre la Pasqua era obbligata. Erano tutte cose che non sapevo ma mi piaceva più il Natale d’ogni altra festa. Mio padre non lavorava la vigilia, sostava a letto e poi usciva con me a salutare amici. Per chi andava a scuola, le vacanze iniziavano il 24 e spesso arrivavano al 3 gennaio, ma non era certo. Non c’era una vacanza statuita che coprisse le due settimane sino all’Epifania, ma il capriccio di qualche deità scolastica che faceva tornare prima, a volte addirittura il 2 gennaio. Poi la befana naturalmente, festiva, ultimo baluardo di qualcosa che era stato.

La settimana scorsa, ho confrontato i miei ricordi con quelli degli altri, attorno al tavolo della cena, e faticosamente sono emerse anche le loro vacanze. Avevamo pensieri e ricordi differenti, eppure abbiamo vissuto negli stessi luoghi e negli stessi anni. Mi è parso che i tempi non fossero sovrapponibili e invece lo sono ben più di quanto si pensi. Voglio dire che, a parte la durata delle vacanze che variavano da scuola a scuola, la letterina non la scrivevo solo io, la scrivevamo anche gli altri. I risultati erano diversi ma a tutti avevano insegnato che quella era la prova che sapevamo scrivere. La carta infiorettata la procurava la maestra e si pagava anticipatamente, il testo non era un miracolo di esposizione che già limitare gli errori di ortografia, le cancellature, le macchie d’inchiostro, era un’evenienza fortunata. Era la nascita di un conforme pensiero collettivo con tratti contenuti di originalità (gli errori e la grafia) ma mica lo sapevo. Da qualche parte ci sono ancora alcune di quelle letterine (mia madre le aveva conservate), che messe sotto un piatto di tortellini fumanti, trovate con una sorpresa che mi ostinavo a credere vera, avevo poi lette, all’inizio, in piedi sulla sedia. Poi solo in piedi. Quanto mi piaceva stare in piedi sulla sedia, ma il piacere era in quella e poche altre occasioni. Leggevo, incespicavo sul testo, arrivavo sudato in fondo a quelle tre righe in cui riconoscevo i disastri della vita precedente e promettevo le virtù future. Era l’antenato del tweet dei buoni propositi con più o meno dello stesso numero di caratteri, e già aveva l’avventatezza del futuro determinato dalla volontà. Poi s’ imparava a non promettere troppo e usare il per sempre con parsimonia. Ma anche allora, con il torrone, l’impegno finiva e per un anno non se ne sarebbe più parlato.

Per chi non conosce la Cologna veneta, il torrone duro e friabile, zeppo di mandorle, lucido e bianchissimo, non c’è possibilità di appartenenza culturale a questa regione. In Veneto, penso, ci sia una predilezione per le cose dure: il pane biscotto, i bussolai, il torrone di Cologna, i pevarini, ecc. Come fossimo persone dai denti forti e perenni. In realtà non è così ma nessuno s’è mai lamentato e il duro nel cibo ha aiutato a percepire le qualità del morbido, così il dolce quasi orientale ha fatto cercare l’amaro e il salato. Anche la stella illuminata da una candela veniva portata di casa in casa, cantando e ricevendo in cambio dolci e qualche spicciolo. Era un’uscita permessa serale permessa ai più intraprendenti che costruivano la stella con legno leggero, colla di farina e carta velina, come gli aquiloni. Una stella esibita, segno e non direzione, speranza senza parole particolari se non quelle del canto. La ciara stela. Portava bene, perché erano bambini ad annunciarla. C’erano più in campagna queste cose, ma anche in città qualcuno suonava al campanello e cantavano nell’entrata con i visi arrossati dal freddo, i nasi gocciolanti, le sciarpe rosse fatte in casa ben avvolte attorno al collo. Gli occhi luccicavano di luci e vin brulè, ridevano forte e ringraziavano, qualcuno non parlava e sorrideva solo, erano i più timidi a far numero, ma gli sfrontati facevano per tutti.

Come faccio a mettere tutte queste cose in una stella cometa che può anche lampeggiare e che è fatta in una città cinese, che non ha il Natale ma in cui si fabbricano il 50% degli addobbi natalizi del mondo. Non si può. Come non si possono raccontare le attese, i motivi veri per cui ci sono tempi che dilatano e che si riempiono d’indefinito. Credo che l’amore abbia a che fare con l’attesa, che ne costituisca una parte non banale. Facendo le cose del mattino, penso, e mi viene in mente che l’amore si cerca, si aspetta, si riceve, tutte azioni che sono collegate a un sentire che preannuncia una soddisfazione successiva che non si esaurirà. Si pensa che questo non esaurirsi includa il per sempre, che sia questo un motivare le attese, un renderle sempre piccole rispetto all’accadere. Se il desiderio si avvera, l’attesa diviene annuncio, profezia avverata. E finché non si verifica, l’attesa prolunga la speranza. Allora la stella indica una direzione, è più di un segno legato a qualcosa di definito, è la via indicata e il percorrerla è il senso del viaggio. Solo che bisognerebbe capire quale sia questa direzione interiore. Mah. La casa s’è scaldata, guardo la stella e mi piace anche se non è illuminata.

racconti per notti di vigilia: approssimazioni 2

Stava guardando quella stella luminosa appiccicata a un portafiori di metallo. Quanto kitsch sono le menti, pensò, e quanto il kitsch riflette un bisogno insoddisfatto, un ricordo mal digerito, un’assenza. Quella stella chissà cosa rappresentava nella testa di chi aveva fatto la fatica di metterla su un balcone e di accenderla. Lanciava un messaggio, ma era una richiesta di aiuto o un affermare qualcosa? Magari era solo il ripetersi di un indefinito bisogno, un’assenza per l’appunto. Natale era diventata la festa dell’assenza che chiedeva di essere presente prima a qualcuno e poi a qualcosa. E non era forse uno dei tanti rapporti insoddisfatti con il bisogno d’amore  che si manifestava? Quello che si sarebbe voluto e che si cercava, approssimando e approssimandosi e difficilmente si trovava esauriente e completo nel tempo.

Approssimarsi è una parola almeno bisenso, definisce un avvicinarsi a qualcosa e un cercare di essere aderenti al vero che si rappresenta. Come fosse facile, pensò, io li invidio i sicuri, quelli che sanno con precisione e non si pongono problemi d’ interpretazione. Hanno una visione chiara del mondo e di se stessi. Prima andavano in chiesa e mangiavano il panettone con la famiglia, adesso se hanno soldi, se ne fregano della pandemia, vanno in montagna o ai tropici e festeggiano in altro modo. In fondo la festa è solo l’atto del festeggiare, dello stare assieme con chi approssima il bisogno. Ma se ci sono troppi significati, loro, gli invidiati, li derubricano dalla testa. Inutili perdite di tempo per oziosi, li definiscono. E lì finisce.

Però qualcuno aveva fatto la fatica di mettere quella stella cometa, come ci fosse una direzione da indicare, un luogo. E il luogo non poteva essere che il cuore, ossia quello che chiamiamo cuore e che in realtà è un groppo di sensazioni, bisogni, desideri, sentimenti, relazioni che tutte ruotano sempre su qualcosa che è desiderato. Sentiva affine quel mettere fuori un segnale che dicesse: ci sono anch’io, con gli stessi dubbi, le stesse attese che hai tu, ma sono anche diverso. Ho un mio vissuto che non t’assomiglia. Ciascuno s’ approssima per suo conto, con sue motivazioni, eppure il luogo è lo stesso. Quella stella kitsch era più una traccia che una festa ed era meglio dei tanti alberi monocromi che si vedevano nelle case, esibiti tra tende aperte e luci calde. Alberi da vetrinisti in bianco, in rosso, in blu. Alberi tutti in verde non ne aveva visti, come pure il giallo e il viola o l’indaco erano banditi; il colore è anch’esso bisogno ed espressione, indica una moda e un approccio, una visione di sé. Il rosso era diventato il colore delle feste, associato ad una eroticità che metteva il tempo libero assieme al lasciarsi andare. Il cibo, il bere e il sesso, i motori dell’uomo che complica poi le cose col ragionamento. Alberi rossi e mode di case sfolgoranti, ma non solo, perché altri sceglievano il bianco come ci fosse un bisogno di quiete, altri ancora il blu, con la necessità di apparire formali e a posto, in ordine con se stessi e il mondo. I decori come stato d’animo e bisogno; meglio gli alberi di un tempo, fatti di fragilità e di palle colorate, di aggiunte progressive che si costruivano con l’apporto dei piccoli, insegnando a stare attenti. Pensava a tutti gli alberi della sua vita. Non che li ricordasse, ma il loro costruirsi, la liturgia dello scegliere, gli addobbi recuperati dal sonno annuale, il fare dove prima era stato spettatore, poi attore partecipe. E gli alberi erano mutati negli anni, mantenendo un loro angolo di centralità: erano il luogo del dono e della festa visibile, l’accordare il dentro e il fuori.

Quella stella era una traccia di qualcosa che si era svolto e voleva svolgersi. Ognuno aveva natali pieni di attese poi deluse, travolti da un conformismo di massa svuotato di senso che non fosse quello del rito e della festa. Prima c’era stata la religione, che pure di contenuti ne aveva, poi scortecciando i significati era emerso il bisogno di essere assieme, il dono che era un’attenzione aggiunta, poi disperdendosi i partecipanti ci si era stretti in un chiedersi, in un riflettere perché mancava qualcosa. Certo le cose si ripetono, ma se non c’è sostanza sotto, significa che prevale l’assenza. E l’assenza si tampona col rumore, col frastuono, col portare la testa altrove. Quelli come lui che non credevano più, dovevano giustificare a se stessi il perché c’era una festa che comunque li riguardava. Forse per questo gli altri, quelli che invidiava un poco, se ne andavano altrove, coprivano tutto di altre sensualità, di leggerezze transitorie che facessero doppiare le domande come fossero uno scoglio periglioso da tenere alla larga.

Camminava in mezzo alle luminarie della città più vuota del solito per i divieti mal rispettati. Oggi le amministrazioni fanno sfoggio di luce, pensava che non badavano a spese perché ci doveva essere una festa visibile e comune, anche nelle strade deserte e di notte. Un tempo c’erano i pranzi dei poveri, adesso erano rimasti i poveri. Pensava al fastidio che suscitavano nei benpensanti quelli che chiedono l’elemosina, il giudizio che radiografava l’abito, il modo di chiedere, la presenza o meno di un telefonino. Come se chiedere la carità fosse una professione e non una condizione. Ieri l’aveva fermato un uomo, aveva forse meno di 50 anni, vestito con cura, ma troppo leggero per il freddo, all’inizio l’aveva ascoltato preparandosi a un rifiuto. Quest’uomo gli aveva detto di essere un medico che veniva da Aleppo e che aveva perso tutto. Che la moglie era morta durante l’assedio. Mentre gli stava dando delle monete, pensava che cambiare condizione di vita è un dolore che si aggiunge, che la speranza di una fuga poi si risolve in una delusione. Diamo per scontata la solidarietà quando si è nel bisogno, pensava, è così che si chiede l’attenzione a chi ci è amico. Ma tutto si chiude in una cerchia, quelli che sono dentro hanno diritto a un sentimento, gli altri sono fuori e si eliminano attraverso il giudizio. La pandemia e il suo allontanare i corpi aveva fatto il resto. Anche a Natale. Anzi di più a Natale perché si aggiungevano contraddizioni e bisognava invece che tutto apparisse bello e lucente.  Per questo ci sono sindaci che fanno ordinanze contro chi chiede l’elemosina e profughi respinti nel gelo con i cannoni ad acqua alle frontiere. Ci sono naufraghi senza porti sicuri e persone che s’ammassano sulle rive in attesa di un natale altrove. Danno fastidio i poveri, i profughi, ma a cosa? Alla religione? Al senso di una festa?

Quella stella cometa che aveva visto sul balcone indicava una semplicità, c’era il bisogno di approssimarsi, anche nella parte negativa, riconoscersi e dirsi se davvero ci si piaceva. Questo era un bisogno che forse la festa poteva racchiudere, perché la festa era tale se apriva, se tirava una linea da cui ripartire. Se almeno la festa diventava un porto sicuro da cui ricominciare la vita. Fatti nascere di nuovo.

racconti per notti di vigilia: approssimazioni 1

Quando cerchi qualcosa in questa casa non la trovi mai. Vorrei delle viti autofilettanti da ferro, 1.5 x 0,3 testa piatta. Sarebbero meglio inox, ma non si può avere tutto. Mi basterebbero le viti. 3 o 4 e attacco la stella al porta vasi esterno. Una stella luminosa, unico arredo esterno per una festa che dice, anzi chiede, e lascia larghi spazi di vuoto.

Mi succede ogni anno da quando ho smesso di credere nei significati religiosi del Natale, però mi sono tenuto il pensiero di una bellezza infantile. Un clima caldo dentro casa, l’albero e le palle colorate, l’attesa di un regalo che allora c’era sempre, la responsabilità di preparare la tavola e mettere una letterina sotto il piatto.

A volte c’era la neve fuori. Mi piaceva la neve a Natale, mi piaceva nonostante il freddo che entrava nei cappottini più pesanti che caldi. Il freddo che arrivava nei maglioni fatti in casa che pizzicavano la pelle, le scarpe che si bagnavano e che poi avrebbero fumato, piene di giornali vicino alla stufa. Mi piacevano gli amici alla messa con le luci sfolgoranti, il coro. Mi piaceva cantare nel coro. Cosa cantavo… adeste fideles. La canticchio anche ora che cerco le viti e dallo sgabuzzino è emersa una scatola di libri che non mi ricordavo più di avere. Libri di fotografia, tecniche vecchie, ma come stampavano un tempo? Quadricromie costose che ora virano verso i rossi e gli aranciati. Bei tagli. Chissà quanto hanno lavorato in camera oscura, mica erano tutti Cartier Bresson che stampava l’intero fotogramma e fotografava senza farsi vedere. Sì, ma chissà quante ne ha buttate via di foto Cartier Bresson. Che faccio con questi libri, fuori non c’è più posto quindi di nuovo in scatola. A dormire. Usciranno alla prossima ricerca di viti.

La casa è piena di carabattole, di oggetti che potrebbero servire a tre vite e invece ne ho una. Però ho una buona memoria. Infatti ecco il barattolo delle viti. Un giornale e poi si rovescia l’intero contenuto. Me l’ha insegnato mio cugino. Belli quei tempi quando avevo un’officina dove portare l’auto, e dove avevo pure lavorato. Si fa per dire lavorato. In officina mi ero sporcato di nafta e morchia. Ero un ragazzino e più mi sporcavo più mi pareva di dimostrare impegno nel lavoro. Mio cugino era ordinato. Le chiavi e gli attrezzi a posto, non come qui dentro che ci sono cose per attrezzare una fabbrica ma nessuna si vede. Però mi ha insegnato come si trova quello che si cerca in un barattolo: è semplice, non bisogna avere paura della quantità, si rovescia sul tavolo e si separano le cose con la punta del cacciavite, o con la pinzetta a becchi lunghi da officina. Giornale e barattolo rovesciato. Viti di tutti i tipi, alla fine tre uguali ci sono, la quarta è un po’ più lunga e larga ma non si vedrà da fuori. Solo che sono vecchiotte. Taglio e non testa a croce. Serve il cacciavite giusto.

Prima mi faccio un caffè. Polvere, acqua, e dieci gocce per dove finirà il caffè, non bisogna bruciarlo appena esce. E fuoco basso. Intanto cerco il cacciavite, è nella cassetta degli attrezzi, assieme ad altri dieci compagni: perdo memoria delle cose che compro, ma quando le vedo ricordo il periodo. Mi piaceva fare il bricoleur, dovevo dimostrare qualcosa, adesso faccio meno del necessario e m’ illudo di saperlo sempre fare. Bah, mica è vero, ci provo e mi trovo sempre nei guai con tempi sballati, con impegni che si sovrappongono e quello che doveva essere fatto in 10 minuti, dopo un’ora è ancora malfatto e incompleto. Penso sempre che sia un problema di attrezzi e invece è incapacità di valutare le proprie forze. Delirio di onnipotenza. Succede in molte cose. Magari si chiama ottimismo della volontà, ma in realtà quelli che sanno fare sul serio, hanno misura di sé, si muovono con i tempi giusti e hanno il necessario. Il caffè sta uscendo, si sente il profumo. Mettendo il fuoco al minimo sin dall’inizio, esce piano e aprendo il coperchio il profumo esplode nell’aria. Aver vissuto per anni vicino a una torrefazione mi ha condizionato, ne sono certo. Mi mandava mia madre a prendere il caffè, non potevano vendere al minuto ma me lo davano lo stesso: un chilo che macinavano al momento. Finché guardavo i forni dove tostavano i grani, mi regalavano un caffè fatto da una Cimbali enorme. Un caffè buonissimo che non riuscivo a trovare al bar. Ristretto, profumatissimo con un retrogusto rotondo e dolce. Questo magari fosse così. Ci si accontenta col tempo magari vantadosi di essere gourmet. Però il caffè si beve seduti. Sul tavolo ho giornali di due settimane, devo trovare il tempo per liberare. Fosse facile… Ogni volta che vedo qualcosa di scritto m’interessa. Caffè e biscotto caramellato, inzuppare con calma. Il caffè si beve con calma, poi inizierò. Intanto fuori la luce cala in fretta e farà pure freddo.

Trapano, punta da 2,5, fori sul portafiori. Fatti i fori, il prossimo anno basteranno le viti. Sembra semplice, ma fa freddo davvero, le dita si ghiacciano e il metallo non è facile da forare. O è la punta? Primo foro per la stella, poi per fare il secondo dovrò decidere come butta la coda, la mando in orizzontale o verso il basso? Orizzontale. Servirebbe una bolla, ma vado a occhio anche perché il portavasi non ha tutto questo spazio di libertà. Con due fori fatti la stella e la coda sono già a posto. Basterebbe così, aggiungiamo il terzo foro per preziosismo. Mi fermo a guardare il tramonto, in questa parte del mondo il sole fa meraviglie quando scompare dietro ai colli. Però fa davvero freddo e bisogna finire. Mi pare di fare le cose per bene, non è così, però se tutto è accettabile, chi se ne accorge a parte me e la mia insoddisfazione. Ormai è notte e sono pieno di freddo. Potevo farlo stamattina, mi dico, anzi lo dico proprio così lo capisco meglio, e invece rimando finché non ci sono più scuse.

La stella è a posto, il portavasi e le piante pure, e adesso serve il filo elettrico da portare dentro. Una prolunga e si accende. Lo so che questa cometa è una cosa banale, una pacchianeria. Me lo dico da quando l’ho comprata. Il cinese m’ha assicurato che è per esterno. Magari sarà vero, ma speriamo non piova e che non prenda fuoco. Però adesso si accende e potrebbe pure lampeggiare. Sarebbe troppo, un cattivo gusto aggiunto al cattivo gusto. Farei fatica a dormire col pensiero della stella fuori che lampeggia. Siamo sempre prigionieri di quello che pensano gli altri ma questo lo penso anch’io.

Adesso da dentro si vede la stella cometa illuminata, a frammenti, tra le piante, fuori è intera. Ho preso freddo e ormai è notte piena. Ho preso troppo freddo, come un imbecille. E la casa è rovesciata. Comincio a mettere a posto, mi fermo spesso perché trovo cose inaspettate. Intanto la stella è accesa. Scendo a vederla intera. Non è male. Pacchiana ma un po’ fa festa. Poi quando andrò a letto, chiudo la porta e la spengo. Se non prende fuoco prima.

E’ quasi Natale, quasi, manca il resto.

racconti per notti di vigilia: l’acciaieria

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Le billette si allineano nel piazzale. Disposte per orditi e trame salgono di 8-10 ordini in quadrati di sei metri o più. Qualche colata e le pile si alzano, poi i camion caricano e portano via. Il freddo del metallo lo conosce solo chi ci ha messo le mani. Anche con i guanti spessi, quel freddo ti entra dentro. E’ un freddo solido, squadrato, 140 per 140 fanno 900 kg a billetta di 6 metri. Così è pesante il freddo, potente, autonomo e indifferente. Com’era indifferente il calore, prima bianco e poi rosso ciliegia, centinaia di gradi di colata che rapprendono per loro conto, poi billette che scivolavano sui rulli, muletti, fuori. All’aria. Aria fredda d’inverno, alito di metallo che muove l’aria, deforma lo sguardo. Non è respiro d’uomini, non c’è vapore, è una vita per suo conto. Allineata, impilata, in attesa. Scaglie d’ossido si staccano e volano leggere. L’anno scorso con la prima neve si mescolavano all’aria e volavano attorno. Prima grigie e poi rosse ruggine. Come ciocche di capelli di una bella donna capricciosa che taglia e ti guarda con sfida. Continueranno a volare dai camion, scia destinata all’erba di scarpata, ai fossi. La poesia in fabbrica te la porti dentro, fuori turno. Nei turni serve attenzione, bisogna esserci e non sbagliare. Nella poesia si sbaglia sempre, sei fuori dal mondo, vedi i particolari e il generale, ti soffermi , pensi con un respiro possente e lieve, che è come il metallo, solido di sé. Solo che non hai tempo, ti muovi, mentre il metallo ha il suo tempo e nel piazzale dove volteggiano camion, gru a ponte e muletti, la poesia allora è quella che ti fa alzare gli occhi quando sui pioppi di cinta compare il primo verde. E’ la stessa attenzione che ora segue la danza delle forche dei muletti che sollevano e allineano le billette. Tutti diminutivi per cose che pesano, sono potenti, buone se non ti cadono addosso: billette, muletti. Ecco adesso il pensiero si ferma. Erano in sette alla Tyssen, non gli hanno fatto male le billette, è stato l’azzardo di altri sulla loro pelle, l’olio ha preso fuoco e l’incuria ha fatto il resto. Chissà chi si ricorda ancora della Tyssen e dei sette morti di Torino, sono passati 14 anni. E dell’incidente alle Acciaierie Venete di 4 anni fa, con la rottura del gancio di una siviera colma di metallo fuso, due operai morti dopo mesi di sofferenze e due feriti gravemente, qualcuno si ricorda adesso? Anche dei cinesi di Prato, chiusi nel capannone e morti bruciati, nessuno si ricorda più. Non ci si ricorda più di nessuno, solo il cuore ricorda, ma il cuore è qualcosa che si mette assieme. Non ci appartiene mai davvero. Però adesso facciamo fatica a stare assieme, così i ricordi non sono patrimonio comune e occasione per ricordarci che bisogna cambiare il pericolo nel lavoro. Toglierlo. La classe operaia non esiste più, non esistono le classi, dissolte nell’individualismo. E questo non è successo troppo tempo fa, qualcuno s’è portato via per interesse lo stare assieme. Prova a pensarci, è accaduto. A chi è servito?

I capannoni sono aperti su un lato. Ci sono i portoni, ma sono sempre aperti. Se guardi da fuori, ogni tanto vedi lingue di fuoco: i forni covano metallo, lo scaldano, lo sciolgono. La ganga galleggia sul metallo fuso, poi finisce, a mucchi appena fuori. Dalla parete che manca entra vento d’inverno, entra ed è respinto dal calore. C’è poesia nel calore del metallo che scende dalla siviera negli stampi, sembra colore denso che cangia e che cola, c’è la poesia di una forza antica. Cose d’altri tempi, come il carbone, il minerale, il calcare. Cose senza tempo. Sarebbero facili le similitudini, evocare miti e vulcani, ma sono così banali le similitudini.  Da queste parti adesso si usa rottame. Rottame che arriva dalla Russia, rottame di guerre mai combattute, di altre povertà. C’è stato un tempo in cui, dopo Cernobyl misuravano la radioattività. Chissà se la misuravano sempre. Nelle case e nelle fabbriche attorno, anni fa avevano steso lenzuola fuori delle finestre. Si riempivano di polvere scura in pochi giorni, la gente protestava, ma non accadeva nulla. Anzi non è accaduto nulla: la fonderia c’era prima delle case, hanno detto. Sono diminuiti gli scoppi di notte, la gente si è stancata. Quando ci si stanca ci si abitua, sai che c’è qualcosa che non vorresti ci fosse, ma lo confini in un angolo. Sta lì acquattato come una bestia in sonno, poi di tanto in tanto, muove la coda e ti fa paura. Speri si riaddormenti se non puoi affrontarlo. E’ questo sonno che ti fa male.

Per capire dove sei, bisogna guardare quel pavimento grigio, le rotaie dei carrelli, ascoltare i rumori, sentire l’ozono e il carbonio che pizzicano un poco il naso, le pance dei forni, il calore, le tracce di ciò che resta e ciò che se ne va. Questa è realtà, solida e a turno continuo. Ci pensi mai che la realtà non dorme? Tu dormi e la realtà prosegue, la raccogli la mattina ascoltando il giornale radio, come la polvere sul lenzuolo fuori dalla finestra. Tu dormivi e la realtà apparecchiava il giorno. Particolari e panorama generale. Guardi sul piazzale ed è quel volteggiare di scaglie d’ossido che è poetico, sembra neve sporca, sembra la pelle del serpente che volteggia nell’aria. Sembra ed è solo ossido che si posa. Piano, piano, come neve.

Dormi, non ti svegliare troppo, tra poco è Natale. Appunto.

Posted on willyco.blog

racconti per notti di vigilia:tempo previsto, domenica…

posted on willyco.blog 16 dicembre 2014

S’era messa a fare i biscotti. Farine, burro, uvetta a mollo nel latte, mandorle, zucchero, uova, lievito. Nella ciotola le farine mescolavano i colori in scie, attendevano il giallo delle uova e il paglierino del burro sciolto, ne veniva un aranciato omogeneo che si scoloriva nello zucchero. Mescolare, mescolare a lungo, con il braccio che sentiva la consistenza dell’impasto e la morbidezza crescente. Si lasciava andare, l’impasto, a quella violenza morbida e la densità, prima granulosa si rasserenava e diventava liscia. Una amalgama omogenea che inghiottiva uvetta e mandorle, golosa essa stessa di sé. Una crema densa ch’era quasi un peccato suddividere in piccole losanghe, cerchi, animaletti da formina che sarebbero bruniti nella piastra: era bella così.

Con gli ingredienti e le proporzioni, e un po’ d’amore per i propri gesti, il risultato non muta. Accadesse anche nei sentimenti… Fare, pensò, era un antidoto al pensare, all’oppressione che sentiva. Sapere che dalle sue mani sarebbe uscito qualcosa di buono, sembrava rassicurarla. E come l’accudire, fare biscotti o torte per sé e per i bambini era mettere del dolce in mezzo alle difficoltà. Perché per un attimo restasse l’amore. Anche in bocca. Solo l’amore. Cos’era la gelosia se non una malata forma d’amore? Malata di rifiuto, d’insicurezza, di possesso. E il possesso stesso era conseguenza della non certezza. Un giudizio su di sé, non sull’altro. Amato, desiderato, mancante quanto mai eppure non raggiungibile. Gelosia e cose dolci assieme, e una malinconia infinita, impotente, come un lasciar scorrere sangue da una vena aperta, che non fa abbastanza male e intanto toglie le forze. Languore del lasciarsi andare. Scorre il sangue, lo spirito, la stanchezza. tutto assieme. Prima tumultuava dentro sulle pareti, sciacquava veloce nelle curve, invadeva il cuore e colmava tutto fino all’ultimo capillare, cosicché la malinconia era in tutto il corpo. Ovunque. Ho un alluce malinconico. Pensò. E sorrise, con quell’allegria discreta che avrebbe voluto condividere con lui, che avrebbe voluto potesse essere sua. Chissà che fai a quest’ora? Pensò. Con chi sei. Chissà se mi pensi. Nella gelosia non si accetta d’essere meno che importanti all’altro, eppure c’entriamo noi, solo noi, è un’importanza non condivisa. Dove ho sbagliato. Pensò. Oppure non c’era nessun errore e ciò che ci condanna alla mancanza è qualcosa di distante, un vuoto che ci sembrava di poter colmare, ma che non ha limite e allora pretende d’essere esclusivo e vuole tutto per sé. Incolmabile mancanza non tollera l’insicurezza. Come ai funerali. Come si vivrà senza?

Vuoi più bene alla mamma o al babbo? Domanda stupida, inutile, volevo essere voluta bene da entrambi, non volevo bene a quel fratello che mi portava via il loro amore. quell’amore fatto di disponibilità e attenzione. A che serve essere come ci viene chiesto, se poi l’amore non è sufficiente, se non è disponibile quando necessita, se non c’è quando lo si implora muti perché afoni di dire. Eppoi dovrebbe essere naturale riceverlo, no? Invece non è così, non basta mai. Poi quando si cresce, si intromette il piacere e allora tutto sembra complicarsi e scomplicarsi. Il piacere condiviso lega assieme, è la porta della confidenza, misura di qualcosa che si riproduce sempre diverso, a voglia, ma è un mettere le mani avanti su un futuro partendo da una felicità. Sennò cosa resta? Per questo la gelosia è un dialogo con sé prima che con chiunque altro, un dialogo che se non ha risposte scava, disgrega, devasta. Quando emerge cosciente , la rovina è già inarrestabile. solo l’altro la può arginare, farci ridere assieme. Che stupida. Pensò. S’era seduta e le mani giocavano con gli stampini dei biscotti. Però tu rassicurami, ti prego. Chiamami. Dimmi che solo noi, solo noi possiamo essere insieme. Felici. Dimmelo in qualche modo, fammelo sentire, perché così potrò lasciarmi andare alla fiducia. Ho paura di perdermi. di scivolare in una solitudine senza fine. Ho paura di avere freddo. Quel freddo che non va via e tu ti mette coperte, scaldi la boule, soffi sulle mani e c’è sempre una lama che risale e ti prende tutta. E sai che non avrai più caldo. Più.

Le voci dei bambini che bisticciavano, del cane che era impegnato a chiedere un suo ruolo nel litigio, la fecero lanciare un richiamo. Alzò la voce. La fece scura, imperiosa. Minacciò. Ma era distante con la testa. Non le importava molto, presa com’era da quel flusso di pensieri che s’ingolfavano dentro, s’attorcigliavano, diventavano circolari e ripetitivi. Un mantra negativo. E anche se sembravano tanti, poi erano uno solo: mi manchi. Lo disse ad alta voce perché avrebbe voluto lo dicesse lui: mi manchi. E voleva sentire il suono avvolgente di quelle emme che si sovrapponevano, così lo ripetè sempre più rapido: mi manchi, mi manchi, mi manchi, mi manchi … finché divenne un sussurro, un soffio, come un bacio che stava per posarsi sulla nuca. E allora chiuse gli occhi socchiudendo le labbra e aspettando arrivasse. Mi manchi. Ripetè. Uno dei bambini entrò con una grossa lacrima che scendeva, cominciò a protestare le sue ragioni e si convinceva con il discorso mezzo urlato e mezzo a singulti. Arrivò anche il cane e cominciò ad abbaiare a tratti, guardando alternativamente lei e il bimbo. Come si aspettasse qualcosa. Lei si chiese perché le lacrime a volte non sono simmetriche, ma ne cade una sola all’inizio, da un solo occhio mentre la testa soffre intera. O forse non era così e si poteva soffrire a mezzo? Prese in braccio il bimbo, gli diede il dito pieno di impasto dolce da succhiare. E mentre si quietava pensò alla bocca di lui. Pensò che avrebbe voluto tornare indietro. essere bimba e donna allo stesso tempo. Essere tenuta, compresa, capita, amata. E che tutto cominciasse su un foglio bianco con una parola ancora da scrivere, da declinare, da condividere. Ci si innamora della mancanza di essere amati, e così si pronuncia quella parola. E ci si crede perché sembra non ci siano alternative. Forse qui c’è una radice di malessere che finisce nella gelosia. Pensò.

Era finito il giornale radio, la voce dell’annunciatrice disse: Tempo previsto per domenica… Il bimbo dormiva succhiando il dito. Il cane s’era accucciato sui suoi piedi e sembrava appisolato. Guardò fuori. Era già scuro, la notte s’era mangiato il giorno, le cose, la possibilità. Le sembrava di non aver combinato nulla. E allora desiderò profondamente di uscire, camminare, essere distante da sé, mentre fuori pioveva e l’acqua lavava i vetri, gli alberi, l’asfalto, ogni pena.

pensieri dell’attesa 1.

Lui soffriva di malesseri speciali, non riuscendo ad essere felice come pensava fosse possibile. A lui dispiaceva di far del male con il proprio malessere e allora si chiudeva in silenzi lunghissimi, leggeva cose che prima erano curiosità e poi un dovere di conoscenza. Questo sapere nuovo dimostrava la sua ignoranza di fronte a ciò che aveva tralasciato e che anche ciò che gli sembrava di conoscere era impreciso e nel frattempo era evoluto. Era una questione di tempo e di età, cose che messe assieme sembrano riprodurre, determinandole, le vite e come esse si evolvono. Come fosse tutto già accaduto, previsto e scritto. Quindi la volontà non bastava e ciò era una fonte di malessere, perché rendeva bisognosi, la peggiore condizione interiore che ci si possa fabbricare. Quei libri che all’inizio sembravano aprire porte nuove e nuove prospettive senza vincoli di misura esaurivano l’interesse in poco tempo, lasciando la fatica del continuare.
Se richiesto sullo stare, rispondeva.


C’è qualcosa che mi spinge a fare ma non so cosa.
Ho sonno e un malessere che un tempo affrontavo andando via, ma forse è solo un timore che sente il tempo fuggire, il non essere come vorrei che rende ora le cose desiderate, difficili. Persino l’immagine di sé diventa meno definita e anch’essa dev’ essere precisata, fatta scendere dalla giostra che mostrando il mondo in una intera circonferenza lo rende privo di scelta.
L’introspezione non basta, diceva, nemmeno l’analisi funziona perché aumenta la consapevolezza del tempo che si è perduto e di quello che ora scivola via, non risolvendo a tempo la vita.
Ti sei mai accorto, diceva a chi lo interrogava, che ciò che si capisce rende il passato un succedersi di cose non avvenute perché ad esse è stato impedito di avvenire dalle proprie fobie, dalle deviazioni che la natura aveva subito per educazione, costrizione o mancanza di fiducia e che ora era tardi per quello che non era accaduto mentre diventava più difficile trovare la forza dell’intraprendere un nuovo che fosse duraturo.


Vedeva e sentiva che ci sarebbero state tante cose da fare, da capire, mentre tutto ciò che era abitudine e ripetizione diventava urgenza e peso.


Quando non riesco a reggere questo peso mi viene sonno. Diceva. Ma sono sonni brevi, che portano in un altrove in cui ci si riposa, mentre la realtà è paziente e ci attende al risveglio.


Gli sembrava che se fosse uscito da quell’umore, la leggerezza, l’auto ironia, la voglia di raccontare e quella di scrivere lettere a persone che non le avrebbero mai lette, gli sarebbe tornata, e sarebbero scomparsi i pensieri più grevi, il malessere che lo faceva sembrare triste. No, non era triste, non era più disposto a farsi carico della tristezza altrui, di essere adeguato alle richieste che gli venivano poste. Voleva che, essendosi ritrovato, questo servisse a qualcosa e gli desse l’energia necessaria per costruire una vita differente, forte, tranquilla.
Trasmettere tutto questo senza provocare domande o troppa sollecitudine era complicato e solo il silenzio lasciava credere altro, ma questo non dire gli sembrava ingiusto. Un negare che dagli altri che ci amano si possa ricevere qualcosa che eccede già il molto che ci danno e che ci permette di vivere. Così ogni preoccupazione creata, ogni richiesta che lo riguardava era parte di quel l’ingiustizia che perpetrava pensando a sé, ma che doveva compiere perché senza trovare chi era ora, con la dovuta calma e comprensione non l’avrebbe portato fuori dai malesseri e dall’attesa. Così pensava e sommava il dispiacere di non dare tutta quella parte di bel vivere a chi gli era caro con la necessità di creare qualcosa che fosse una passione e lo portasse verso un nuovo modo di vivere se stesso.

https://youtu.be/vu1BcNeebMI

parlando

Posted on willyco.blog 28 dicembre 2007

Parlando emerge la barriera: non voglio più che mi facciano male, per questo non mi lascio coinvolgere. E poi siete tutti uguali. Lascerei cadere il discorso nei convenevoli, facendolo serpeggiare tra immagini vuote. Poi i saluti, con l’impegno per una prossima volta, che se sarà avanti nel tempo non farà particolarmente male. Ed invece insisto, ribadisco che è offensivo pensare che tutto e tutti siano uguali, chiedo ragione. Così emerge una disillusione profonda, un male che ha devastato. Sono quasi contento di aver chiesto di più, ho paura della pavidità che frana nel cinismo, non la sopporto, è la rinuncia ad essere, fatta pagare ad altri inconsapevoli. Capisco il dolore, il ritrarsi, la paura, ma non il nascondersi e l’attacco vile. Argomento poveramente: non mi è mai riuscito di tirarmi fuori, di guardare senza partecipare. Ma le domande rimbalzano: perché dopo un dolore, un abbandono, si rinuncia ad un pezzo di sé? E perché costruire un riparo, che da momentaneo, diviene crosta, prigione dei nostri sentimenti e spegne la capacità di lasciarci stupire. Per alcuni il dolore della perdita, del non essere amati, schianta la speranza, impedisce al tempo di sanare, di riordinare le attese. Per altri, il dolore fortifica e aiuta a vivere più pienamente.

Io so la scienza degli addii, appresa

 fra pianti notturni  a chiome sciolte.

Ricordo che Osip Mandel’stam ha avuto una vita terribile, senza perderne il senso.  Ma i dolori altrui non hanno più significato: la crosta s’è indurita. Resta solo la notte e un pensiero: non è che il cinismo sia il modo per far male al nostro sperare per far pagare qualcosa a chi non c’è più nella nostra vita? 

riassunto

Rimettere in ordine ciò che si è scritto, discernere quello che resta da quello che era transitorio e trovarsi davanti a una consapevolezza e a una determinazione. Questo scrivere è stato un diario non autorizzato dalla razionalità, una sequenza interminabile di stati d’animo, di percezioni, di sguardi, di emozioni. È stato l’apocrifo racconto d’una vita nel suo farsi e contemporaneamente rifrangersi. Come accade a tutti penso. Le urgenze, l’ascolto, il raccontarsi d’altri vissuto come emozione e lasciato frammischiarsi al proprio.

Chi ha la pazienza curiosa dell’ascoltare capisce cosa sia un interesse determinato, colto negli occhi dell’altro, indagato nei moti del viso e del corpo, atteso nella scelta delle parole.
Trovare e condividere la consonanza, ovvero la capacità di essere veri dove l’apparenza e le sue finzioni non sono richieste, fa parte di questo comunicare.
E parlare di sé è parlare d’altro, in ordine inverso, nell’audacia onnipotente del passare dal particolare al generale.

Di molte cose avverto il limite (ecco il biografismo) ma mai degli abbracci, anche di quelli dati a chi ha tradito. C’è un’ accettazione inerme nell’abbraccio che purifica il passato e il futuro. È una terapia che rimescola le carte, ci riconfigura ma dopo, molto dopo. Accade anche nell’ascolto che deve abbandonare la facilità del giudizio e affidarsi allo stupore dell’altro da sé. L’abbraccio e l’ascolto sono un far proprio che lascia integra la libertà. Anche del tradire.
E che dire degli abbracci mancati? Dell’ascolto negato?
Qui, rileggendo, il pensiero si vela di scuro, porta il rimpianto di una possibilità negata, coinvolge l’esame di una scelta che poi magari si relativizza in giustificazioni oppure si assolutizza nell’assenza della perdita.
Beati quelli che rimuovono, oppure beati quelli che sanno abbracciare e se lo tengono per sempre quell’abbraccio.

pubblicato in willyco.blog il 7 dicembre 2016

che resterà?

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Che resterà di questo tempo indeciso,

di questi giorni che scavano fossati,

che resterà delle pietre lanciate,

delle amicizie provate,

dei confronti infuocati,

che resterà delle speranze deluse,

dei scenari tracciati?

Rovine, resteranno rovine.

Dal dileggio non emergerà la speranza,

dei toni troppo alti resterà a lungo l’eco,

e chi si è riconosciuto non dimenticherà,

né per convenienza, né per stanchezza.

Di tutto questo c’è un peso crescente,

molti non hanno notato,

da tempo non guardano più,

però qualcuno se n’è stupito, 

altri cercano di pensare sia dovuto,

ma è un peso nel cuore che pulisce il superfluo,

che evidenzia destini sullo sfondo,

mentre trasale ciò in cui si è creduto.

Si è tracciata una riga 

e usato un bastone,

no, non sarà come prima,

e neppure come dopo,

come un tempo s’era sognato.

osservare un incrocio

Le persone parlano se trovano qualcuno che ascolti. E io ascolto. Non di rado le parole sono imprecise, al loro posto vengono adoperati modi di dire oppure parole pluri significato che sono abbastanza larghe da contenere anche ciò che vuol essere detto. Intanto il corpo, il viso e le mani si muovono e parlano per loro conto e precisano il senso, negando in parte quanto viene detto. Basta attendere poi verrà dell’altro. Non di rado la comunicazione finisce in un vicolo cieco, proseguendo dovrebbe dire troppo e allora si avvita su se stessa, cerca di tornare indietro. Basta attendere e poi riprenderà il filo.

Le parole non sono mai sufficienti, bisognerebbe ci fosse corrispondenza tra ciò che si dice e ciò che si ha dentro e usare i silenzi quando serve, allora il sentire uscirebbe in pienezza e sarebbe in accordo con gli occhi, la bocca e le mani finalmente distese. Ma non è facile: bisogna fidarsi e non è facile fidarsi di un quasi sconosciuto che ascolta e non parla di sé.

Invece il bisogno di comunicare riguarda tutti, anche chi ascolta e l’ascolto è una forma di comunicazione che non aggiunge, accoglie, rispetta. Non è forse di questo che spesso si manifesta come bisogno forte. Ora che viviamo in una forzata clausura, ancora di più, perché le abitudini e il timore accentuano l’isolamento e i pensieri si accumulano dentro, formando strati su strati che poggiano su un terreno oscuro e malfermo.

Tutta questa immaterialità credo ci faccia male. Ci espone a un confronto continuo e superficiale, a una narrazione reticente od ostentata, chiede una continua risposta o presa di posizione su cose che non si conoscono e annulla il tempo che potrebbe essere dedicato alla ricerca interiore, a capire di cosa abbiamo davvero necessità per il nostro benessere. Uscire dai social è possibile ma ha un costo immediato: piombare in una solitudine comunicativa a cui non si è abituati e la stessa ricerca del riscontro per qualsiasi cosa venga pubblicata ne è dimostrazione.

È notizia un po’ datata, qualche anno fa un blogger nordico puntò la telecamera collegata al suo computer sull’incrocio con semaforo, sottostante la sua casa. E la lasciò accesa e in connessione alla rete. Ogni giorno, e vieppiù la notte, un pubblico notevole si metteva a guardare per ore da casa propria nei più svariati mondiali orari, quell’incrocio, attendendo che accadesse qualcosa. Questa pratica è stata ripetuta e pare procuri uno sballo meditativo, come fissare un nulla mantenendo attiva l’attesa. Sembra anche che questo guardare sia sostitutivo di altre pratiche, sonno compreso.

Cercando meglio ho trovato che questa comunicazione ha vari gradi di sviluppo e che non sono pochi quelli che lasciano il computer e la telecamera perennemente accesa, questa volta fissata in una parte della loro camera o in altre parti della casa e hanno il loro pubblico di fans scelti oppure lasciano al caso l’incontro tra un bisogno di guardare nella vita altrui e la sua soddisfazione. Come guardare dentro una finestra aperta la vita che si svolge altrove. Pirandello, in una delle sue novelle, Il lume dell’altra casa, parla di questo guardare e di come esso possa entrare nelle vite dei protagonisti, ma ciò che è sottostante è sempre un bisogno comunicativo dove il pensiero interpreta la vita altrui e la confronta con la propria, sinché non capisce quale sia la soluzione che lo riguarda.

In questo ascoltare è necessario ci sia qualcosa di vero, un mettere a disposizione che chiede conferma o almeno una dialettica di esperienze. Kieslowski, in Film Rosso, mostra un giudice che spia le case degli altri e ne ascolta le telefonate per confermare a se stesso che non c’è possibilità di comunicare davvero e che la gente mente, poi il film si incaricherà di far emergere il valore della comunicazione profonda e si chiuderà, dopo tante menzogne, con una speranza. Credo che solo il comunicare possa davvero cambiare le vite e portarle verso qualcosa che le approssima nel profondo, ma questo è ciò che credo io.