non sopporti il caldo

Per qualche anno avevi avuto come vicino un muratore. Era più giovane di te, una persona generosa, senza pensieri non necessari. D’estate tornava a casa la sera disfatto dal calore. D’estate si fanno i tetti e cinque litri d’acqua non bastavano per placare la sete. Era una abbronzatura assoluta, senza olio né creme dopo il primo giorno. Con le mani che maneggiavano malta era impossibile avere cura di sé. Lo vedevi che bruciava pelle e anni, invecchiava e ti raggiungeva. Lo hai incontrato qualche mese fa, ormai in pensione, gonfio di cortisone, il viso paonazzo, tormentato dai dolori alle mani e alla colonna vertebrale. Con te è stato cortese come sempre, ti ha parlato dei tempi andati, dei bei momenti passati insieme, quando eravate giovani entrambi e ora poveri vecchi. Anzi lui era un povero vecchio con 15 anni meno di te, mentre tu ancora …
C’è chi può seguire il suo equilibrio, che può fuggire il caldo d’estate o cercarlo per un rapporto con la propria idea di benessere e chi non può farlo. Non serve che tu rinunci a te stesso ma hai la vista per vedere e la testa per capire, ciò che ti accade attorno non è solo fortuna o la parte giusta del mondo, ma opportunità distribuite in modo ineguale. C’è chi può scegliere, gli altri subiscono. Pensaci un poco, non stare male, ma non permettere a nessuno di dire che questo è giusto.

per chi ama la sete e la pioggia

La pioggia è arrivata, prima tiepida e sporca
d’oscure particelle, d’ozono e vapori,
poi limpida ha svettato col profumo dei tigli,
degli arsi muri e del legno d’alberi esausti.
È scrosciata, impudica e forte,
da togliere la ragione e gettare le gambe nell’inutile corsa,
oppure ha generato il felice pensiero d’inzupparsi nei cotoni leggeri.
Così un uomo attempato cammina con piccoli passi,
ha un sacchetto della spesa,
ne difende l’imboccatura e il pane,
rifiuta un ombrello e la giacca leggera è ormai fradicia,
dalle spalle l’acqua riga i calzoni,
s’infila nelle scarpe,
e ancora rifiuta, mettendo i piccoli passi verso qualcuno,
che con pazienza attende il pane, la spesa e lui stesso.
Amo la pioggia quando ha sete la terra,
quando il verde si scuote dal torpore,
e felice brulica di gocce:
generoso le getta nella pozzanghera che s’ingrossa
e disegna, come fanno le nubi, figure nell’asfalto,
nella terra già ebbra.
Sul muro di mattoni, cocci di vetro rilucono i lampi,
sotto d’essi, piante d’interstizio
bevono e distendono radici nella calce,
a loro canta un uccello
e guarda dai rami degli alberi reclusi.
Amo la pioggia quando accarezza le foglie e la pelle:
nei suoi brividi, che scorrono in luoghi segreti,
c’è sensuale maestria,
che toglie il pensiero dal giorno e lo posa nell’attimo
Amo la pioggia mentre distacca fiori di tiglio e
bacia, ingorda, i boccioli di rosa.
Amo la pioggia che rammenda larghe trame di luce,
mentre tutto scorre in rivoli,
coagula, scorre,s’ingrossa là, dove più facile corre l’arsura
e genera la vita del tempo,
mio, nostro, di chiunque
insieme ami la sete e la pioggia.

come nascono gli statisti

C’è chi ha un progetto che non  è solo suo, ma di molti e si impegna, ci soffre o gioisce a seconda di come vanno le cose. C’è chi ha un progetto personale che è proprio suo e lo mette in un progetto più grande. Si impegna, ci soffre e gioisce se il suo fine si realizza o meno. Per realizzare il suo progetto deve coinvolgere altri, essere un capo, spargere benefit e paghe finché dimentica ciò da cui era partito, cosi fa politica e vive nel solo presente. Si occupa del proprio potere e di esercitarlo e ciò basta e avanza. In mezzo ci stanno tante persone che vivono, operano in misura differente tra i due estremi. Il progetto dei molti va avanti, rallenta, fallisce, secondo l’energia che gli viene immessa. Se troppa attività si esaurisce nel personale ciò che è di tutti, e grande, e nuovo, diventa prima difficile e poi relativo. Se invece molta energia viene data al fine comune, qualche progetto personale fallirà ma molto del nuovo accade e la società cambia per tutti. In meglio. E questa potrà lasciare spazio al lavoro e alla crescita di chi vede oltre al proprio interesse e più lontano per tutti. Così nasce una classe dirigente, oppure il vecchio continua. Dipende da ciò che accade davvero non da ciò che si racconta.

viaggiatore

Non ho molto da dire. Oggi l’oceano, dall’alto d’una rupe, gli uomini sono piccoli e le onde instancabili carezze. Ieri, altrove, piazze lastricate di bianco, un ricordo d’autodafè cancellato e poco oltre le sedie di ghisa d’ una pasticceria piena di antica gentilezza. Ancora oggi, le mura bianche bordate di giallo e d’azzurro, d’una città dei Mori, che prima fu dei Visigoti, e ancora prima dei romani. Chi in origine davvero era nato in quella terra ha solo mescolato il suo DNA con chi arrivava.
Cosi la città si è abbracciata e case e chiese si sono strette in cerchi digradanti di spirale. Orgia di turisti, di liquori e specialità locali. Fuori, attorno, la campagna e i boschi. Quasi quelli di prima. Quasi.
Se si ascolta tutto parla e c’è davvero poco da dire. Un marrano poeta, compose poesie che parlavano del fiume e dei boschi, dell’urgere dell’acqua in primavera e del lento carezzare della brezza, innamorata delle foglie e l’erba. Fu assai maltrattato come nuovo convertito, non si fidavano di chi cantava la bellezza, in fondo era quello di prima con vestiti nuovi, per poco evitò il rogo.  Ci sono tempi in cui nessuno ascolta, nessuno ricorda, molti parlano con verità sicure e non sono buoni tempi : la bellezza tace e si perde e non salva più nessuno.

venne il profumo del latte, ovvero l’importanza di essere amati

Per primo venne l’odore del legno stagionato e della lacca, si mischiò con quello ferroso del sangue, poi ci fu  il profumo  dolce del latte e della pelle calda. C’era del vapore nell’aria,  l’acqua calda per pulire, il profumo dei lini puliti in cui avvolgere. Fuori era già estate, come si usa da queste parti in giugno, con la notte che alita il calore degli intonaci e delle pietre arroventate. Poco distante, il canale, che ora non c’è più, l’eco dei gridi degli uccelli notturni che rimbalzavano tra gli edifici alti delle torri e dell’università. Mancava poco all’alba e l’allodola svegliava le compagne, così il parlottare diventava canto fuori degli scuri accostati. Mia mamma era stremata, nella sua camicia di bianco lino bagnato dagli sforzi della nascita. Io avevo pianto un poco e poi m’ero quietato su di lei, mio fratello si svegliò nel lettino azzurro e tiratosi su, assonnato chiese chi ero. Mio padre lo tranquillizzò e dopo poco riprese a dormire. Ci fu un po’ di traffico nella stanza, ma erano ormai le quattro e tutti i visitatori volevano riprendere il poco sonno che restava. In cucina c’era un vassoio con il marsala in piccoli bicchieri dal vetro luccicante e i biscotti secchi. Molti fecero gli auguri e la bottiglia finì presto, ci fu una silente confusione per le scale in pietra di Nanto, consunte dai molti piedi. Mio padre aveva passato il bianco della calce nei giorni precedenti, così anche l’odore fresco e acuto della calcina si mescolò a quello del legno. Fuori ormai albeggiava, il fresco della notte entrava con il primo chiarore e lentamente tutti andarono. Restammo mia Mamma, il Papà e mio fratello che dormiva. Credo si guardassero, dopo avermi già amato, e che la speranza fosse padrona dei pensieri. Sarebbe andata meglio che a loro e se ci fosse stata fatica e modo di trovare strade ancora sconosciute, era la vita e la sua possibile felicità che sempre avrebbero contato. Non li ho mai ringraziati abbastanza, loro, assieme a chi mi ha amato, ma non ho mai finito di farlo e ciascuno è nel mio cuore grato.

confessione alla stagione del gelsomino

Ho conosciuto l’amore che toglie la precisione, m’ è rimasta la passione per ciò che è simmetrico e imperfetto, per ciò che si rimanda per poca voglia, per il tempo dissipato nell’apparente nulla. Ho confuso i sogni con i progetti, usato matite molto grasse, dal segno obeso, per scrivere parole che dovevano solo suggerire. Tenendo ben presenti i numeri non ho concesso loro il futuro che avrebbero preteso, mentre  sono stato avaro nel gettare ciò che poteva aver vita. La notte l’ho mescolata con la mattina, senza lesinare per alzarmi presto. 

Mi sono preso cura e molto più spesso ho ricevuto attenzioni immeritate. Quasi mai chi mi ha lodato ha avuto la mia approvazione, sentivo cose che s’agitavano sotto le parole e portavano domande inopportune. Ho esplorato dentro e ho ascoltato, scialando il tempo. Non me ne sono subito pentito, ma dopo, almeno per un poco sì, m’è sembrato d’aver tradito, ma cosa e come, davvero, non l’ho capito. 

Spesso mi sono sorpreso di ciò che trovavo in me, e non tutto era buono, però ho portato pazienza e speranza assieme. Non fa così il giardiniere che pota e parla a una pianta con l’oscura sofferenza del vivere. Le racconta la gioia del fiorire, le muove appena la terra, toglie i parassiti, la osserva con occhi amorosi, e cercando d’ indovinarne bisogni, perdona sempre  le sue piccole intemperanze. Così  per me è stato, e ogni anno attendo la stagione del gelsomino, quando l’aria è tiepida e il bianco compie il miracolo nel suo profumo che perdona la passata stagione e attende quella che verrà. Così penso sia la cura e la ricerca di ciò che sono.

destra sinistra

Ti ricordi quando è accaduto l’ultima volta? Stavamo parlando e bevendo un aperitivo. Attorno c’era quell’aria di indolenza che regala il pomeriggio inoltrato. Studenti che vociavano tutti assieme, risate a non finire. Si sentiva la voglia di raccontarsi che si ha a quell’età e gli appuntamenti che s’incrociavano, i ragazzi che si alzavano mentre altri chiudevano la bici e si sedevano. Sembrava una stazione più che un bar e noi che discutevamo di cose così generali, di politica, di società, di aspettative personali e collettive. Un po’ mi dispiaceva perché quei ragazzi sarebbero cresciuti, sarebbero andati incontro a una vita fatta di poche certezze, di lavori precari e di sogni che sbiadivano. Sono importanti i sogni, credo di aver detto, e tu hai sorriso ribattendo che i nostri sogni avevano creato questa situazione. Capita che tutto risalga ai padri e credo che nessuno di noi sia innocente, ma non siamo stati tutti uguali. E così quella sera il buio è sceso prima assieme alla voglia di andar via, di ritrovare un libro, una frase da sottolineare, un appiglio solido per dire che non solo non era vero, ma che la ragione, il discernere è ciò che fa capire la realtà, non il banalizzare la lettura del presente. 

Ormai la politica ci allontana, te ne sei accorta? Tra noi di alcuni argomenti non si parla, con altri ci si ferma a tempo o si sfuma. A volte ho l’impressione dell’orlo del precipizio, un balzo e, o si impara a volare o si precipita. Quasi sempre è la seconda eventualità che accade. Senza che ce ne accorgessimo la realtà è mutata e noi con essa, c’è stato un bivio quasi impercettibile, due strade parallele o quasi e lì ci siamo separati ognuno con la sua strada da percorrere convinto. Viviamo immersi in una società che mentre ci atomizza, ci riduce a consumo e competizione, porta a uno stato di singolarità che ci rende sempre più uguali, ma in basso. Carne da mercato e da lavoro, che viene addestrata ad odiare. Quando eravamo ideologizzati, non parlo di te che le ideologie le hai lette nei libri di filosofia o nelle caricature di chi già mentiva sulla realtà perché aveva vinto, avevamo gli avversari, loro e noi, eravamo in tanti per ciascuna parte, ci si contrapponeva. Noi si perdeva quasi sempre però c’era un’altra occasione. Ora non c’è più, ci hanno tolto le occasioni. A tutti.

Per carenza di analisi, per disattenzione. Ecco, siamo stati poco attenti, anche noi, perché non ci siamo detti tutto. Non ci siamo raccontate le rabbie diverse che crescevano. Abbiamo chiuso gli occhi per non vedere come stavano gli altri e mentre peggioravano, raccontavamo di altre volte in cui si era risalita la china, ma non era così perché adesso le soluzioni si erano rarefatte. Non eravamo più davvero assieme, in tanti, ma atomi di pensiero che si aggregavano per interessi fugaci, su interpretazioni ballerine e di convenienza. Ora ci allontaniamo dopo che le idee si sono tanto divaricate da dire, questo però lo pensi tu, che è difficile distinguere il luogo politico in cui si è, che segno abbia. Se quella parola così vituperata e gettata nel fango, sinistra, sia solo imbelle, confusa, incapace di discernere oppure se l’uomo e i suoi bisogni non la contengono più.

Forse è cominciato con l’illusione liberista del tutto a tutti, purché si avessero braccia abbastanza forti da poter cogliere, o è stato per innamoramento del potere che da droga sottile è diventato presunzione prima e protervia, poi. Presunzione di sapere, di avere la verità, di trascurare le periferie delle città e del pensiero. Magari è cominciato partecipando a una festa in cui c’era molta destra, quella non si è mai vergognata di essere quello che era, e si beveva, sorrideva, parlava assieme già trascurando un principio, un’analisi del reale. Oppure è stato a un convegno che sembrava, nel titolo, mettere assieme ragioni diverse e metterle a confronto, si finiva per non dire tutto e per capire le ragioni dell’altro, si sfumavano le proprie. Nei retrobottega del potere si incontrano persone strane, a volte un caffè, spesso una cena, in un luogo poco frequentato oppure molto visto, perché anche la notizia fa parte delle domande che qualcun altro si porrà. Luoghi per mettere assieme una strategia: il nemico del mio nemico è quasi mio amico. È stato lì che si è perduta l’innocenza? E quale innocenza si poteva perdere se gli ideali della gioventù erano già alle ortiche. 

Forse è stato quando il giusto e l’ingiusto hanno cominciato a sovrapporsi? Ma qui è tutto più recente: perdeva il giusto ma era un prezzo da pagare al liberismo, alla globalizzazione, al fatto di non avere elaborato una politica economica alternativa .E allora via l’articolo 18, la scuola che diventava buona mentre anziché occuparsi di come diffondere critica e cultura del presente assieme alla storia di un passato assai inglorioso, si mutava in un’ agenzia di viaggi per insegnanti. Tutto il potere ai direttori, e il popolo, la libertà, l’eguaglianza, dove finivano? Via, nel relativo, assieme ai testi da emendare perché anche Mussolini qualcosa di buono l’aveva fatto. Fosse solo per statistica, nelle tante cose nefande, vuoi che non gli sia scappato qualcosa di buono, chessò la carità a un povero, una generosità senza calcolo. Sarà capitato, l’avrà fatto anche Hitler che amava gli animali ed era vegano, ma da questo riabilitare il fascismo, chi aveva tolto la libertà, messo il dissenso in galera, gettato l’Italia in guerre talmente ingiuste e nefande che dovettero poi inventare la favola dell’italiano buono per non pagare il conto. Tutto questo con l’epilogo del Paese ridotto a un cumulo di macerie per furbizia di stare con chi presumeva avrebbe vinto. Non con il giusto ma con il nefando e pensando a questo non si annullava ogni perdita di tempo sul presunto buono. Bastava dire che c’era stata una parte che aveva tolto diritti e libertà e una parte che l’aveva difesa, che c’era stato chi aveva fatto le leggi razziali e chi le aveva approvate, ma anche chi le aveva subite. Insomma la destra fascista era ed è qualcosa di diverso dall’eguaglianza e dal rispetto dell’umano, semplicemente adopera per fini di interesse il popolo e lo scaglia contro altro popolo. Si esercita con i deboli, sopprime il dissenso e la libertà perché il giusto apparirebbe, sopprime la ragione e glorifica l’apparenza. Ma queste cose le sai e dici di essere d’accordo, anche se ormai, affermi, la destra e la sinistra sono solo comodità del pensiero non una visione del futuro dell’uomo. Adesso vale la dittatura del presente, la meritocrazia, giusto è quello che arriva prima, che è più furbo, che sa usare meglio un pezzo di realtà e la modifica davanti agli occhi degli altri mettendoci suoni e colori che non ci sono. Non si chiama realtà aumentata, ecco questa è la realtà e riguarda il singolo, che vuoi che c’entri l’idea comune, l’essere solidali implica essere in tanti, ora vogliamo essere soli con tutto a disposizione. 

Quando mi provocavi con queste idee, restavo senza parole. Come è accaduto quella sera. Ti ho detto : quando è morto l’unità, il giornale, a te non è interessato nulla, mentre io mi sono sentito senza un appiglio, un luogo in cui con fatica ci si poteva confrontare. Non mi piaceva più l’unità, era diventata un luogo dove parlava solo uno, ma non trovavo di meglio da altre parti. Il Manifesto era una alternativa, ecco forse dovevamo riscoprire chi e perché l’aveva fatto quel giornale, ma non era mai stato un giornale da operai e se anche io non ero operaio, mi piaceva l’idea di qualcuno che riusciva a parlare con loro.

Amica mia eri inciampata nella sinistra perché pareva una cosa ma doveva essere altro. Ti sei sbagliata, non è che non ci sia più e non è che tutti i nostri sogni hanno generato mostri, almeno non uno,: noi eravamo assieme. Mentre ora la solitudine dell’essere individui e non gruppo rende il futuro di ciascuno contendibile con quello del vicino e via via ciascuno ruba pezzi di futuro all’altro, ma non accade a tutti perché ci sono alcuni che il futuro ce l’hanno intero. Basterebbe questo per generare una sinistra, per mettere assieme chi ha la coscienza di essere derubato ora del suo futuro, ma pare abbia più successo chi dice che altri hanno rubato, altri hanno colpa e i problemi crescono, diventano irrisolvibili, immani.

Comunque sia non va bene. Cos’è stare assieme al tempo in cui le parole si rovesciano nei significati? Ma si può fare qualcosa con uno di destra, uno che non sarà un fascista ma … ?  Frequentarlo alla pari, starci assieme, far crescere un’amicizia o qualcos’altro. Credo di no, perché alla fine idee e persona coincidono, e litigare o mandar giù rospi non fa bene. Eppure ormai ne abbiamo in ogni famiglia e si lascia emergere la tolleranza, che poi è la versione buona dell’educazione cattolica. In quelli più illusi emerge la speranza di un convincimento: uno di destra che passa a sinistra è una bella ventata di novità. Siamo troppo avanti nell’odio, non accadrà e dovrebbe bastare la realtà, l’ineguaglianza, la perdita di dignità, il lavoro precario, le libertà che si riducono per far cambiare idea e se non accade significa che si è guastata l’idea di società come bene comune, che ognuno ha delle possibilità e se non sa nuotare annega. E pare che questo diventi il giusto. Così si trasformano le parole e si toglie loro significato e se si chiama dio a testimone significa che siamo oltre ogni possibilità di tornare indietro con la ragione. Per me tutto questo è terribile, per te non lo è abbastanza.

Su una cosa hai ragione, adesso qui a sinistra, viviamo in soffitte zeppe di luoghi comuni, con ragnatele ideologiche abbandonate dai ragni. Anche a noi la realtà è severa maestra. Però è pur sempre casa nostra l’essere dalla parte di chi ha meno, vedere le diseguaglianze, capire che i diritti e i doveri sono per tutti, che la solidarietà è il primo legante sociale e sappiamo che si deve analizzare e proporre soluzioni che convincano. E chi sono quelli che ogni giorno con arroganza ci dicono che abbiamo sbagliato, che potremmo fare così, che non stiamo andando da nessuna parte, ci servono poco perché che abbiamo sbagliato siamo i primi a saperlo sennò non sarebbero questi i rapporti di voto.

Ci siamo lasciati quella sera con l’impressione che nelle strade parallele, ci si incontra. che mai nulla è definitivo, ma vorrei metterti in guardia: sono peggiorato. Ragiono di più e giustifico di meno, le parole diventano per me sostanza. Il diminutivo usato per dileggio, il finto affetto verso l’avversario usato come arma che percuote e chi viene minacciato viene salutato con un ti voglio bene. Il minimizzare la tempesta economica che sta arrivando e così la richiesta di ragioni dell’Europa diventa letterina. L’affermazione che adesso non si muore più attraversando il Mediterraneo sui gommoni mentre i porti sono stati chiusi, sono tutte perversioni della realtà. Sono la negazione di ciò che ci accade attorno e tra noi. È questo che sostituisce la verità, il perenne ribadire il contrario di ciò che è, per sbudellarsi sorridendo. Ma io non sorrido più e resto a sinistra, quella che tu non vedi più.