ora tocca ai vecchi

Diciamo la verità: questi vecchi non sono mai piaciuti. E non di rado anche dentro la cerchia familiare. Sono ridicoli quando cercano di fare i giovani, hanno la testa nell’altro secolo, capiscono quello che vogliono e sopratutto non mollano il potere. Siamo obbiettivi, a chi gliene importa qualcosa della saggezza, del sapere accumulato in studi e intuizioni, in una società dove vale il singolo. Per l’io, che non si cura del prima e del dopo, i vecchi sono un peso.

L’eugenetica surrettizia si esercita in tanti modi, ma sono sempre gli stessi: una parte più forte fa i propri comodi e si dimentica degli altri. Certo ci sono vecchi e vecchi, provate a toccare i “capitani coraggiosi”, quelli che svernano il covid all’estero o in Italia in ville blindate. Questi sono preziosi per ricchezza propria e quindi (che strana cosa) per la nazione. Anche se fossero come Paul Getty, che conservava le proprie urine e le catalogava, non ci sarebbe mai nulla che davvero li definisca bizzarri, sono i vecchi delle rsa che da 4 mesi non vedono un parente che lo sono e non dovrebbero sentirsi abbandonati in questa tempesta di cui neppure portano responsabilità.

Che ne farete di questo Paese senza vecchi? Chi si occuperà dei vostri sentimenti visto che ormai la società ne è priva. Come cresceranno i vostri figli già orfani del vostro tempo, senza un sapere che non ricordate più, senza una parola di dialetto. Sarete migliori o peggiori?

Sarete e basta e neppure vi basterà perché le ultime lotte per avere un paese decente le facevano i vecchi, quelli che ancora hanno la capacità di indignarsi di fronte all’ingiusto, quelli che hanno pietà e cercano di vedere un futuro migliore. Quella capacità che voi non avete più.

solstizio d’estate

Nei giorni facili al confronto, inquinati dal ricordo, il caldo colpisce e va al cuore dei problemi: non è un anno come gli altri. Anzi nessun anno è come altri ma questo colpisce per il suo sospendere il giudizio in una allegria che cancella settembre. Cosa dovrei dirti, amica mia, che te ne stai andando come se tutto fosse come al solito, solo con un anno in più: che la fortuna ci assista. Te e tutti noi che non possiamo vivere nel timore ma neppure possiamo essere acefali e il ragionamento che sempre ci ha affascinato non può essere gettato come un ferrovecchio soverchiato dal caso. Tendo a incupirmi se penso alle cose irrisolte che attendono, spero benevole come il balzo dei gatti al ritorno del compagno di giochi. Allora non penso, faccio e guardo. Faccio il minimo e guardo ciò che accade. Di sicuro, tu che vai in una spiaggia poco affollata, in un paese poco contagiato e benevolo, lascerai i pensieri al check in e poi tutto sarà come un tempo. Solo un po’ diverso, ma non troppo.

Tornano a mente i luoghi che già ora s’affollano, l’acqua che attende raffreddare la pelle calda e poi il quieto liquefarsi dei pensieri nel caldo e nel sole. Basta girarsi ogni tanto e riprendere un tempo che non ha rintocchi. Neppure fame prima di sera, solo sete e crema solare da mettere con lentezza. Le notti erano calde e corte, spesso la prima luce giocava con gli occhi e i sogni, le finestre aperte all’aria fresca portavano i profumi delle piante che si preparavano al giorno. Bastava girarsi e iniziare una sequela di sogni brevi fino al momento in cui qualcosa doveva pur iniziare.

Solstizio d’una strana estate. Ne converrai con me. Piena di segni, di indici che ciascuno interpreta per suo conto, ma chi legge i segni, mia cara, chi si spinge oltre il palmo della mano o i fondi nella tazzina del caffè. I menagrami e di quelli non abbiamo bisogno anche perché sbagliano anche quando dicono la verità, mettendoci di fronte alla nostra impotenza. Però è vero che stiamo fuggendo da qualcosa che temiamo. Ho un lungo elenco, ma credo che tutto si possa riassumere nel tempo. Vogliamo giocare con esso, precederlo, farlo amico e poi parlare del presente e del passato senza rimpianti, allineando le molte estati zeppe di cose che facevano di questa stagione il luogo del desiderio. Tu parti, non hai il tempo di chi ha bisogno, potrai restare o cambiare luogo seguendo un’idea e un’abbronzatura. Ho constatato che tra gli amici di un tempo ormai ci si saluta al solstizio e poi ci si dà appuntamento a settembre. Pensa è come quando eravamo ragazzini e si partiva per lunghissime vacanze al mare e settembre diventava il mese in cui tutto nuovamente iniziava, ma con un tempo largo, senza fretta perché il futuro era determinato. La scuola, i primi freddi, l’autunno, la neve e poi le vacanze di Natale. Tutto nuovo e insieme conosciuto. Ora non sappiamo nulla, approfittiamo del presente che è largo di doni se si è nella condizione sociale giusta.

Siamo fortunati? Lo pensavo fino a prima della pandemia, ora credo dipenda da noi aiutare la fortuna. Penso spesso a ciò che si presume ma non si sa, al cambiamento di cui abbiamo parlato e al clima che muta senza attendere che noi rinsaviamo. Pensa che in Siberia si stanno verificando fenomeni strani, tarme giganti che risvegliate dal permafrost che si scioglie attaccano la vegetazione, e improvvisi getti di fuoco del metano che sinora era imprigionato nel terreno ghiacciato e ora esce con violenza. Così il virus sembra un diversivo, un argomento importante che riempie le prime pagine e attende un vaccino, così nel frattempo lo si può tenere a bada e riempire l’estate di stranezze ma anche di consuetudini.

Ho pensato che fare il possibile e attendere i nuovi equilibri sia ciò che è giusto e che l’estate comunque in posti diversi la trascorreremo. Diminuendo i coinvolgimenti emotivi per ciò che accade, per i problemi vecchi a partire dalle migrazioni e le guerre, fino allo stato dell’economia che mai come in questo caso significherà come vivremo. Ho pensato che guardare le cose, cercare le connessioni, fare ipotesi, seguire le notizie vere, rifiutare i complotti e cercare le cause, sia un esercizio che si può fare senza essere angosciati dalla propria inanità. Il verso del Trionfo di Baco e Arianna diceva:

Mida vien drieto a costoro:
ciò che tocca oro diventa.
E che giova aver tesoro,
s’altri poi non si contenta?
Che dolcezza vuoi che senta
chi ha sete tuttavia?
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.

Ciascun apra ben gli orecchi,
di doman nessun si paschi;
oggi siam, giovani e vecchi,
lieti ognun, femmine e maschi;
ogni tristo pensier caschi:
facciam festa tuttavia.
Chi vuol esser lieto, sia:
di doman non c’è certezza.

 

Accadrà qualcosa ma ne parleremo al tuo ritorno, intanto il solstizio regalerà comunque una tregua e chi dovrebbe avere vista lunga, ovvero gli statisti e i gestori del potere speriamo non vadano anch’essi in cerca dell’oblio estivo. Mi conforta che nel nostro Paese, molte cose apparentemente senza soluzione accadono d’estate e poi trovano un loro equilibrio. Però se mi chiedi se sono sereno, ti mentirei. Allora non chiedermelo e goditi l’estate, che con le mie paturnie alleggerite io farò altrettanto.

Buon solstizio.

 

piccolo popolo

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Molti di noi vengono presi in giro per la propria malinconia. Altri per la sensibilità oppure per l’inerme accettare situazioni che li mettono in svantaggio. Spesso ci viene insegnato cosa dovremmo fare, mentre sono irrise le cose banali (così a loro sembrano) a cui siamo legati. Veniamo giudicati negli ideali, nei modi di vivere, nei rapporti con ciò che viene definito utile.

Non di rado veniamo usati o almeno si tenta di farlo. Tutti o quasi, credono di sapere ciò che è utile e salutare per noi e non mancano i consigli. Solo chi ci vuol bene cerca di capire oltre l’evidenza. Chi ci vuol molto bene ci accetta per ciò che siamo e non vorrebbe cambiarci.

Sognatori essenzialmente; donne e uomini che nel mondo hanno comunque sviluppato un loro modo di essere in accordo con se stessi. Vincere apparentemente perdendo, non è facile. Forse per questo i sorrisi sono a volte senza motivo e si riferiscono a soddisfazioni interiori poco comunicabili.  Fabbricatori di compromessi per cercare di darla a intendere e restare come si è per davvero. Una realtà più antica, parallela e superata, viene in noi attualizzata. Come se per davvero fosse possibile cambiare, essere diversi, avere più armonia e gesti gratuiti nei rapporti tra persone e con il mondo che ci avvolge. Ed essere autentici: ridere quando viene o piangere o guardare e pensare cose che non sono così usuali, sapendo che è meglio non parlarne.

Non folli, non come si pensa per chi è pericoloso a sé o ad altri, ma coltivatori di un piccolo giardino conchiuso dove si sta bene e che viene aperto con fiducia a chi è in grado di ascoltare con i cinque sensi e con il corpo. Ascoltare e conoscere il valore piacevole di alcune attese, il peso forte delle delusioni, il coraggio che occorre per rimettere assieme i cocci di noi stessi e ridere per il risultato. Con piacere, ridere e poi parlare d’altro. Di cose apparentemente strane, inusuali, come i sentimenti profondi, il sentire che s’assomiglia e con felice sorpresa si ritrova, la dolcezza della gentilezza, l’arte del difficile naufragare con ironia. E dell’inutile che non è mai tale, ma necessario al cuore e all’amare. D’altro, insomma.

 

abitudini

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Ripetere i gesti che vengono da abitudini che c’hanno preceduto. Linguaggi che hanno scandito il tempo punteggiandolo di segni che avevano altro significato. Contestualizzare, se ci si avvede di ciò che è ormai modo di pensare senza un preciso senso, ma tenere ciò che è buono perché il male resta tale e così il bene. Allora come adesso. Nei gesti che si ripetono, come nelle parole, c’è una traccia di lotta, lo sforzo contro l’animale che ci portiamo appresso e contro il tempo. Il tempo s’è distaccato dal sentire ferino ed ora scandisce e pervade con tanti modi e tanto imperio da impedire ogni mutamento repentino. Allora aveva più difficoltà, era parte dei ritmi delle stagioni. Adesso, ma forse anche un tempo, si ergono piccole dighe in affermazione dell’essere nell’Essere, gesti di volontà poi trasformati in ritmo, in abitudine e così trasmessi. Divengono cifra d’una famiglia, parole e modi d’appartenere. 

Il caffè e il suo rito, m’arrivava dalla tranquillità di mia Nonna, dalla laboriosità continua di mia Madre, entrambe devote a quella pausa, allo scambiare parole in un momento di quiete come pure considerarlo accoglienza per chi arrivava inatteso. Ad Esse, da chi era giunto questo rituale che era zeppo di segni e di familiarità? Dove si era generata quell’abitudine, argine/piacere al tempo e piccola affermazione di potere? Da quali altre famiglie, scoperte, privilegi si era esteso come possibilità condivisa, e piccola sofferenza quando era stato assenza e privazione nelle guerre, nelle povertà delle cadute verso la sussistenza? In tant’altro trovo segni perché non se ne sono andate le abitudini, si sono trasformate, acquisendo sensi nuovi mentre altri ne hanno perduti. E sono tracce di un cammino a ritroso che scava verso l’origine: testimonianza d’infiniti equilibri tra piacere e privazione di esso, quindi desiderio.

Nelle abitudini ci sono storie personali mischiate con quelle collettive e tutte trasmesse in quella Storia che è di una schiatta arrivata sin qui. Che non si è perduta anche se ha subito ed è stata deviata dai fatti nei cammini intrapresi. Ha lottato nel tempo e ad esso, nel flusso, con l’abitudine, piccolo argine, s’è opposta. Ha trovato con fatica qualcosa che le consentisse di non essere altri, ma se stessa.

 

cossa feto, dito, gheto, sito

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Cossa feto, dito, gheto, sito?

Cussì come late, ‘e paroe xe passà,

daprima sensa saver ben, da la boca,

pò come giosse, pian pian in na macia e se gà ponà.

Ponà, te gò domandà, cossa vol dire?

E co la to voze piana te me disevi de le onde

che pin pianelo, posa sabia su sabia,

graneo su graneo, capa su capa

cussì che quando te meti el piè se sente on sfrigolar de tenaro,

un desfar che ben tien el caminar,

dolse da sentir come na caressa de man che gabia lavorà.

Cussì, te disevi, ‘e paroe se pona,

una sora st’altra

e come i sogni no è gà peso, fin che no le xe dite.

No te me ghé mai dito dei tò sogni

e ti vol saver dei mii ogni matina

e par i to oci, cussì pieni de ben mio,

xe passà on lampo che xe finio nei basi,

e te me ghè brassà par no dir,

furba ti e piena de ben par mi.

Chissà cossa sognava i veci,

pensavo tra mi,

lori che gà visto e po’ tuto ghe xe ponà,

in tea testa sensa desmentegar.

Chissà cossa che i sogna quando de scorlon i se sveja

par po’ riscomissiar.

Chissà cossa ch’i sogna i veci,

quando i verze i oci e i varda el scuro.

E quando ch’ei pianze, chissà cossa i gà sognà.

Desso che lo sò, gnanca mi lo conto

e no xe sempre vero che su queo che xe ponà se pol caminar.

No xe vero quando l’acua rosega

e porta via lontan,

e resta on vodo, na buseta

che nessun jorno impenirà.

Però ghe xe del novo,

eco queo che te disevi, dopo verme brassà,

ti che che gavevi visto tanto ti vedevi lontan:

ghe xe del novo, tienlo streto,

vardalo, viveo, ma vaghe drio pocheto

sensa stufarte de zontare vita a la vita,

parché la resta insieme al ben,

e queo no teo star desmentegar.

 

le vie di mezzo lasciano ferite

Chi si ricorda di Bombacci?

In questi giorni di perenne crisi italiana, dopo una pandemia devastante e già pronta a essere rimossa, si sono attivati gli stati generali. Un affresco del futuro che ci dovrebbe attendere, ben calibrato sul termine ri costruzione dell’economia che di fatto riporta a un prima in crisi e che è favorevole per chi conta e ha gestito sinora destini e privilegi, ma non tocca i temi del diritto alla sanità, all’istruzione. all’abitare, alla mobilità non inquinante, al lavoro come diritto dovere equamente retribuito. Quindi continuerà una progressiva perdita di diritti e di possibilità di uscire dall’indigenza per quelli che già prima erano sull’orlo della crisi.

È una grande occasione questa crisi e in particolare per l’Europa, che però è immobilizzata dalla propria incapacità di essere di più che un aggregato e quindi silente, che cerca di tranquillizzare con molti denari che fanno gola ai soliti aggregati d’interesse la rabbia che cresce al proprio interno. Dobbiamo chiederci quanto c’è per un nuovo che sia davvero tale in economia come in rapporti sociali, che rimetta in moto l’ascensore sociale, riduca l’ineguaglianza, che faccia davvero emergere la volontà di affrontare la sfida ambientale? Nulla, perché non muta il modello neo liberista e la sinistra socialdemocratica si è adattata usando il si ma, ossia quella difficile manovra che di fronte all’impossibilità di dire che ci sarà più equità e speranza, calcia la palla in avanti. Tutto rinviato a nuovi equilibri politici mentre si addensa la paura per i molti che perderanno non solo il posto di lavoro ma la condizione sociale di autosufficienza. La rabbia dovrebbe essere la maggiore preoccupazione  per chi governa perché, alla fine l’opposizione che nulla fa, potrà dire che avrebbe fatto meglio. E verrà creduta portando verso una nuova accelerazione delle disparità e della perdita di diritti.

Tutto questo pensare al dopo covid non arresta i problemi del mondo e dell’Italia. Con l’estate riprenderanno tragedie e sbarchi. Abbiamo ancora i porti chiusi e chi glielo spiega alle donne, violentate nei campi di raccolta libici, che c’è una malattia in Italia che è peggio della loro vita? E gli uomini invisibili, quelli che ora l’agricoltura contingenta, sarebbe interessante andarli a a contare nei campi, sono illegali per legge, creati così dallo Stato che poi si volta dall’altra parte, dov’erano in questi mesi di chiusure: spariti, numeri, pedine di scambio per lavori meno che precari. Quindi esiste ancora il problema dell’immigrazione ma chi lo può affrontare e risolvere non sono i paesi dell’accordo di Visegrad che hanno accolto zero (0) immigrati, e così torniamo all’Europa che vede la realtà e chiude gli occhi, l’Europa dei diritti e dei doveri umani che derubrica il problema. Per ora tutto o quasi tace, finché non esploderà nuovamente visto che nessuna delle guerre è stata risolta, che la fame uccide 5000 bambini ogni giorno, visto che un miliardo di persone sono nell’indigenza nel mondo. Quindi il problema si può derubricare ma è alle porte.

Bombacci era un socialista rivoluzionario, un fondatore del PCI a Livorno, inizialmente molto radicale, poi negli anni del fascismo si illuse che il regime contenesse un po’ di socialismo,che ci fossero spazi di riformismo e di critica, finì a Dongo con Mussolini. Perché lo dico? Non per infangare la sua memoria ma per far capire che tra due visioni dell’uomo, della società e del suo futuro non ci possono essere sospensioni di giudizio. Ciò che dice l’Europa in termini di principi e di prospettive non rende efficace e lecito ciò che poi avverrà nel cambiare un sistema che non regge più anche se si spartirà gli aiuti, e non risolverà i problemi. Questo consegna responsabilità al governo Italiano, al m5s prigionieri di assiomi contraddetti dalla realtà, ma soprattutto non libera la sinistra e gli uomini di buona volontà dal dire che se non si risolvono i problemi verremo travolti da essi e anche l’Europa e la democrazia verranno travolti. Non basta un po’ di orgoglio nazionale. Orgogliosi di cosa, di quale cambiamento, di quanta equità da spendere in progetti e nuova occupazione?

Bombacci dovette tacitare l’intelligenza e i principi che aveva, con la guerra di Etiopia,  con gli eccidi di preti e civili copti, persone assolutamente innocenti, mentre gli italiani si costruivano il mito di essere brava gente e bombardavano in Spagna le truppe repubblicane, usavano armi chimiche, costruivano un impero invadendo nazioni sovrane. Dovette misurare l’intelligenza e la capacità di analisi con quello che ne venne poi di guerre, compresa quella alla Francia. E perse il rigore, l’aveva già perduto perché non c’erano elementi di giustizia sociale nel fascismo. Il giusto e la diplomazia contro la realtà della forza e la volontà di affermazione personale, non potevano essere corretti in un’opposizione ideologica se poi non si scavava facendo emergere il nero, il pensiero maleodorante che discriminava gli uomini, che generava le leggi razziali, che in colonia le aveva già applicate assieme al madamato e alle spose bambine da comprare. Un regime dove gli uomini che non erano uomini uguali era redimibile? Era una domanda che circolava nei guf, nelle fronde dei giornali universitari, ma solo gli antifascisti al confino o nascosti avevano dato la risposta giusta: no, non lo era. Si poteva solo non vedere la realtà e questa è già una condanna.

Ciò che non trova le soluzioni ai problemi ma afferma la volontà di potenza affascina gli uomini, ma la sinistra non può accettare che non cambi nulla, fermarsi alla superficie del mutamento. Non è più possibile,deve analizzare e indicare alternative.
È questa la funzione di chi ha una visione della società e della storia, dire ciò che pensa ed è conforme a un obiettivo generale, che mette al centro dell’agire il bene comune dei molti e non dei pochi. l’Italia non può essere identica dopo la pandemia, deve scegliere cosa essere e non dire cos’è stata. Il neo liberalismo non è riformabile se non in una chiave di responsabilità sociale, di lavoro ed equità diffusi, di welfare reale e stabile.

Così l’immigrazione deve essere vista, affrontato lo jus culturae, deve vedere gli uomini che circolano nelle città e nelle campagne, che lavorano e sono sfruttati oltre ogni dire. E se abbiamo una civiltà da spendere questa visione deve essere imposta all’Europa, bloccando trattati e crescita dei privilegi finché il richiamo etico non diventerà soluzione.  

Bisogna ricordarsi dei cadaveri buttati in mare, dei pescatori che non vanno più a pescare per timore di incontrare persone da salvare che non sanno come sbarcare e c’è chi non mangia più tonno. Il Mediterraneo è il nostro futuro o la nostra maledizione per l’insensibilità collettiva dimostrata. E non possiamo far finta di niente perché nel futuro ci siamo noi e loro: ci sono quei due cadaveri abbracciati, un ragazzo e una ragazza, morti di fame sul fondo di un gommone o il ragazzino con la pagella cucita nella giacca, ci sono le madri affogate assieme ai figli, e insieme a loro ci sono i salvati che scivolano in una indigenza senza speranza. Ci sono i nostri lavoratori, la nostra società che si disgrega assieme ai diritti faticosamente conquistati. Pensiamoci perché i poveri sono tali per condizione e per ingiustizia e sono brave persone, uomini che il sistema di prima condanna.
Bisogna dire da che parte si è perché non c’è speranza di riformare la destra e per cambiare il mondo non si può tornare a prima. Le vie di mezzo non esistono se si vuole davvero mutare il modello in cui si vive, far vivere meglio le persone, dare un futuro in cui ci siano gli uomini e i bisogni, non solo il denaro.

no logo né luogo

No logo per sentire la sostanza delle cose, l’amorevole loro utilità 
a noi soli. Adesso non luogo per non procedere
e per andar via,
già s’è dissolta la patina di sensazioni che chiamiamo memoria: 
lavata da sé a fior di pelle.
E la pelle non fiorisce se non nell’amore, 
ma quando il gelo l’accarezza
rabbrividisce,
e stanca d’appartenere diventa muta.
Prigionieri d’una terra di nessuno,
d’un non luogo, fatto d’abitudini in cui ci si riconosce e si regolano i corpi,
così si diventa un supermercato dove tutto viene allineato, comprato, consumato.
Scaduto.

 

pioggia di giugno

Ne è venuta di acqua. Molta di stravento, a raffiche. Rabbiosa per essere stata a lungo trattenuta. Ieri il cielo aveva nubi bianchissime, obese di umidità alta e di luce riflessa. Si alternavano con nubi più piccole d’un grigio leggero che solo a tratti scuriva, ma stavano le une distanti dalle altre, come non si volessero parlare. Così siamo entrati nella sera, una nave piena di luce aranciata che guardava il succedere di queste meraviglie sospese verso il mare. Poi qualcosa dev’essere accaduto, forse una baruffa in cielo, ma ha atteso il giorno e improvvisa l’acqua si è scatenata. Ha bagnato scarpe, rovesciato ombrelli, le tende da sole si sono inzuppate e le strade sono diventate signore luccicanti con rivoli di rimmel ai lati.

I bambini sono rientrati e hanno preso a giocare nelle stanze con i troppi giocattoli rotti in questi mesi di clausura. Attorno, in cielo, il silenzio s’è confuso con gli scrosci e solo pochi uccelli sui rami del mandorlo hanno continuato a lanciare richiami. È la stagione degli amori e la pioggia rende nuovo ciò che ieri era solo caldo istinto.

frugalità

Scrivo impressioni, emozioni personali senza pretese d’infinito, piccole cose, particolari che mi colpiscono e che si riconnettono con altro che riemerge. Non è una scrittura da affreschi, ma una calligrafia, un insieme di note a margine su un testo che leggo(la mia vita) e su cui è facile soffermarsi. Il mio scrivere è quello che vedo e che sento. Quindi sono un lettore, che indugia nella disattenzione e segue il pensiero suo e quello dell’autore. Un pessimo metodo per imparare e ottimo per perdere se stessi e il proprio tempo in qualcosa che attinge al piacere del dialogo quando è possibile, dal vero, oppure nella propria mente. Gli autori spesso rispondono, non sono tutti uguali e il mio modo di mostrare loro che capisco è mettere assieme senso e parole. Un lettore devoto che si sofferma sulle parole e ne resta incantato dal significato. Le parole contengono, mostrano e nascondono, dipende da come si leggono. In questo si costruisce un rapporto se non si ha il corpo a disposizione, ed è un rapporto con emozioni, attese, delusioni (non poche) e intuizione. Cioè lo strumento più vero e fallace di cui si dispone per parlare, sapere, conoscere l’altro. Manca il corpo con i suoi linguaggi potenti, ma questa, seppur virtuale è carta e allora ad essa più che le note di un seguire sé cosa si può attribuire? Seguirsi per seguire, dire in verità ciò che conta per il momento in cui nasce. Un’ immensa mappa di segni, di tracce, di cose apparentemente scollegate a cui trovare nesso e senso: ad una sola condizione: che interessi, come in un libro, chi ci sta davanti. È questo un ossimoro della mente perché tali e tante tracce si sono sommate, stratificate, che i punti comuni ormai dovrebbero emergere ed è così, in ogni massa di indizi ci sono plurime verità che il tempo rende vere e false e una frugalità appena sotto la superficie. Oltre gli aggettivi, i testi che si gonfiano, le ripetizioni che rafforzano, oltre c’è il poco e l’essenziale, quello che nella mistica ebraica è il numero, ossia la lettera: ciò che dà la vita e insieme la rende un mistero. A questo serve il girovagare, penso, tra lettere e parole, tra luoghi e particolari, nel sentire multiplo che ricomprende i sensi. O almeno spero sia così, perché comunque altro non saprei fare.

la figura è a 2/3, sulla sinistra

La figura dell’uomo è eretta, tiene un bastone con un manico strano, quasi un anello, a cui non si appoggia. Penso alla storia di quel manico modellato da chi, ben attento a non bruciare il legno nel calore umido di un camino, ha lavorato in una sera d’inverno e di nebbia. Poi, soddisfatto, l’ha messo con gli altri, tutti diversi, e venduti al mercato la primavera successiva. Un manico strano e unico, come i luoghi in cui è nato: dalle parti del partigiano Johnny.

In una sera d’autunno eravamo ad Alba e andavamo verso Barbaresco, una cena e una nebbia talmente fitta che la strada era un’opinione nella testa di chi guidava. Doveva esserci anche lui, l’uomo del bastone, alla cena, ma non venne, così tutto scorse tra antipasti e vino degno di ricordo. Non so ancora come tornammo, sopra di noi si vedevano le stelle e davanti un muro bianco. Dovevamo essere uccelli. La musica che leniva la fatica del digerire e guidare, era il clavicembalo ben temperato, suonato da Edwin Fischer, e tutti amavamo Gould, ma era bellissimo sentire che la musica ci avvolgeva. Il tempo non esisteva più e l’albergo era un semplice luogo, non l’andare e il restare. Un luogo dove dormire e poi partire. Ciò che contava era l’arrivare e vedere il sorgere del sole in una mattina d’inverno. Per testimoniare che eravamo lì e pieni di quella vita che rende le cose degne di essere vissute. Per questo arrivare tardissimo e dormire nulla, non contava. Così posso associare il ricordo di ciò che vedo in questa fotografia, scattata non distante. Colline, campi verdi e poi, sullo sfondo, le Alpi. Ma torniamo al nostro mancato ospite e conversatore. Il suo sguardo è rivolto verso il fotografo interlocutore e ha un sorriso un po’ forzato. Fino a poco prima ha raccontato dei luoghi che stanno attorno e di molti altri ben più lontani. Ha parlato di persone incontrate, alcune di esse sono di comune conoscenza, altre, famose, per la sua vita che non è stata usuale, diventano aneddoti, frasi secche che definiscono un punto di ricordo che ha lasciato traccia.

Ripensando a lui, mi torna a mente che la vita usuale è stato l’argomento di una conversazione che ho avuto con una persona da cui imparo molto, qualche settimana fa e che non si è conclusa.

Non sono necessarie avventure particolari o viaggi incredibili per rendere inusuale una vita, è l’approccio e la capacità di vederne la singolarità che ha importanza. 

Nelle abitudini c’è una storia che ci precede, che abbiamo ricevuto. Anche nei rifiuti di accettare un modo di fare o di dire, è così, c’è una discontinuità con un passato che era la somma di sensazioni, di preziosità divenute comuni, di cose inusuali passate nei giorni e tali da punteggiare le ore. Cosa c’era prima del caffè mattutino e perché ne amo il profumo, se non lo ricollego a ciò che avveniva nella mia casa ogni mattina e prima di essa nelle case che erano state abitate dai nonni e dai loro padri, fino al punto in cui dall’assedio di Vienna quei misteriosi sacchi di chicchi tostati erano poi scivolati dall’alto verso il basso.

Di quante singolarità è fatta la nostra vita, che senza attenzione hanno un significato per i sensi più che per un pensiero cosciente. E dove è nato quel piacere che essi portano in noi, e come e quanto piacere noi abbiamo aggiunto ad essi.

E cosa trasmettiamo? Così mi avrebbe risposto, ricordando cose che si sbriciolano se non vengono stipate in parole.

Ora riguardo la fotografia, la figura è a circa 2/3 verso sinistra, con un ampio panorama davanti, guarda come volesse essere già oltre una linea del tempo: il passato è alle spalle. Ripenso ai suoi libri letti, e a quelli che ho evitato perché mi avrebbero disturbato l’essere immerso in un’altra mente che pure veniva dagli stessi luoghi. Mi piace il suo modo di guardare e di mantenere una posa così eretta, come usavano i militari che, in alta uniforme con uno sfondo sempre uguale, mandavano la fotografia a casa e posavano appena il cappello sul braccio. Guardavano l’obbiettivo e il cuore di una cosa che avevano dentro; mostravano ciò che avrebbe fatto piacere a chi li avrebbe visti non le fatiche della lontananza. Lui ha calzoni di fustagno e un maglione chiaro, di lana grossa, tra poco andrà a passeggiare. Forse farà un sentiero che lo porterà a scollinare e intanto, camminando, converserà pensando alla frase successiva e alle parole da non dire. Mescolerà dialetto e un italiano che possa essere connotato con il luogo in cui viene parlato. Così, per ribadire che un tempo, lì si parlava volentieri francese, ma senza dirlo.

Di quella notte è rimasto il pensiero d’una mancanza, ma forse è meglio così perché alle cene ufficiali difficilmente si hanno le giuste confidenze. Mi è rimasta una nebbia e un incrocio di coincidenze che ci ha portati e poi riportati senza danno, le stelle sopra di noi e il cielo così scuro quando non ci sono paesi attorno. La lentezza del trovare una via di mezzo tra il ciglio e la mezzaria, l’alba attesa come una liberazione, il piano di Edwin Fischer, e il sole che con pazienza dissolveva la nebbia mentre un’abitudine si rinnovava. Prima un caffè nero e poi un caffè con il latte a parte.

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