disfare l’albero

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Abbiamo sempre parlato poco delle feste, dandole per scontate, accettando la nostra diversità di sentire senza dirla. Ci si arriva come si è, non potrebbe essere altrimenti, eppoi come mettere assieme luoghi, attese, pensieri differenti. Penso a ciò che fai tu e ciò che faccio io, ma tra il fare e il disfare gli addobbi, l’albero, si misura la distanza e la consumazione della festa. Per tutti. Questo grumo di festività così addensate avrà pure una ragione, anche per chi non crede; un significato che è diventato civile a furor di popolo, ma poi se n’è persa la ragione e così restano numeri rossi sul calendario, la voglia di voltare davvero pagina e una necessità di riposo che forse solo il freddo presunto spiega. 

Insomma non c’è niente da fare, quando non ci sono bambini nelle case per vivere con i loro occhi, i giorni scorrono e la delusione emerge perché ciò che è accaduto non corrisponde mai a quanto si genera inconsciamente come attesa. Il meraviglioso non ha succedanei, e se esso è transitorio e volatile diviene ancor più disposizione d’animo in cui si mescola la paura di non avere nulla da abbracciare con la sorpresa del trovarlo. Fugata l’idea di non essere amati, e il dono conforta l’amore, lo rende tangibile, la meraviglia si appaga e si dispone queta ad una nuova attesa, resta il calore che qualcosa di importante è accaduto. Questo appartiene ai piccoli e, di rado, a qualche adulto che ha conservato la disposisizione all’innocenza, per gli altri è passata la festa.

Domani la maratona del cibo dovrebbe essere finita (chissà perché lo stare assieme deve essere così iper calorico…), poi ci si risveglierà a gennaio; senza saper bene che fare e cosa è accaduto davvero. Resta un albero e gli addobbi da riporre, la sensazione che tutto sia volato in fretta, che qualcosa sia accaduto, ma forse ero impegnato altrove con la testa, e così ho dormito la meraviglia. Non è così anche per te? No? Che persona fortunata che sei…

Ci saranno altre occasioni, bisognerà lavorarci per arrivare preparati.

Adesso che inizia davvero: buon 2014.

la ripetitività dei numeri primi

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Chi l’ha poi detto che il criterio cronologico permette di capire tutto? Ovvero come si sono svolte le cose. Avevo un collega e amico che ogni volta che gli chiedevo notizie sul suo magazzino, di cui era il capo, cominciava un lungo discorso che partiva dalla recinzione. Una volta gli dissi che avevo poco tempo, 5 minuti,  e dovevo conoscere il carico di uno scaffale, cominciò : quand’ero piccolo e mia nonna… Doveva per forza partire da lontano, ci abbiamo scherzato per anni, ma a me non interessava come si estraeva il ferro che era servito a fare lo scaffale, mi interessava ciò che ci stava sopra. 

Però mi piace la storia. Così ogni volta che inizia una nuova enciclopedia storica, con trepidazione compro il primo volume. Sfoglio le pagine, mi immergo nella lettura, confronto, mi faccio domande, poi constato che è una riedizione, rimaneggiata, di qualcosa che è già uscito e concludo che non c’è così tanta novità per aumentare il peso complessivo delle librerie di casa. Adesso anche National Geographic riedita ? (mi pare di averla già vista) una sua enciclopedia storica e parte dall’Egitto e i faraoni. 

Non se ne può più, dell’Egitto e dei faraoni, ma perché magari solo per confondere le idee, cari esperti di marketing, non partite dalla riforma protestante, dall’impero Ittita, dalle crociate, dall’impero Turco, dalla storia della Cina, che per averne una di decente bisogna spendere un patrimonio con Einaudi.

Partite dal novecento e risalite, così capiamo quante cazzate si sono ripetute nei secoli. Indagate sull’assedio de la Rochelle  e perché gli olandesi protestanti affittavano navi ai cattolici francesi contro i protestanti ugonotti. Fate confusione e parlatemi della battaglia della Marna, e di quello che successe sul fronte russo che così capisco perché abbiamo quasi vinto una guerra ma non ci hanno riconosciuto che era vero.

Insomma parlateci d’altro che ormai di Ramses terzo sappiamo molto, uscite, dai luoghi comuni, estraete il midollo, lo facevano anche gli egiziani, date aria, non alle mummie ma al resto della storia dell’umanità che attende di essere messa in prima fila. E se proprio vi piace l’Egitto e i faraoni, tirate fuori qualcosa dalla sabbia e dalle decine di dinastie, che poi vengono ridotte a dieci nomi, fateci viaggiare nel tempo per davvero.

E per farlo, imparate dalla rete, parlateci di molto, ma senza criteri cronologici (?), che le vite non ci bastano per leggere ogni volta dall’inizio. Diteci dei vostri dubbi fondati, non spacciate per scienza il collage, il predigerito, stupiteci, fate confusione, appassionateci che le pareti ormai sono coperte di primi volumi.

Non fateci abbandonare la storia, guidateci nel dubbio, fateci capire quanto siamo ignoranti, che anche se lo sapessimo non ci gioverebbe per allargare la mente senza una grande curiosità.

Ecco, incuriositeci, e non vuotate i fondi di magazzino riempiendo a caro prezzo le nostre case. Mi ricordo ancora una serie di cd, con tanto di pubblicità dell’editore, su Glenn Gould, ad un prezzo esattamente il doppio di quello a cui li vendeva Feltrinelli. Poi si dice che la cultura non dà da mangiare, certo che lo fa, ma non a chi la frequenta, piuttosto a chi la usa.

Insomma cercate di essere nuovi e adeguati ed evitate la noia. La noia uccide tutto, anche voi.

continua sull’appartenenza

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Da dove si fosse originato tutto ciò non importava molto; forse era solo naturale evoluzione, crescita. Come ci si muta in famiglia secondo l’età, ciò ch’era accaduto – e accadeva- sembrava la prosecuzione dello stesso bisogno assoluto dei primi anni in cui ci si forma autonomi in famiglia, quel darsi nella crescita senza un criterio, che non sia il seguire tutto quello che prorompe e preme sugli abiti, nel cervello, nei sentimenti, nel cuore in una novità continua che mette in campo la voglia di misurarsi, di non coincidere nei desideri comuni, nel mettere in discussione l’autorità. Un individuo si forma, cresce, si stacca e nuovamente poi cerca di unirsi quando sa chi è, o almeno presume di saperlo, ma quella seconda unione non è una scissione dallo stesso corpo, piuttosto è il tentativo di riformarlo. E questo riunire era più difficile, non solo perché ricerca pressoché impossibile a realizzarsi se non per pochi attimi, ma perché era un riunire restando individualità forte, un sentire comune che aveva  sentire diversi. Di questa fase, che gli sembrava così forte, e già l’indipendenza s’era attuata, ne sentiva il sapore pregno di propri umori vitali, coglieva il legame con età vissute e mai sopite. E in essa c’erano le gioie profonde del coincidere, la necessità del distinguersi, il piacere di provare qualcosa che veniva condiviso ben oltre la superficie. Tutto appreso strada facendo, in misura unica, perché l’unicità è in gran parte l’educazione che portiamo a noi stessi nei sentimenti, a partire dall’ambiente protetto dei primi anni e costruito nelle difficoltà, nelle timidezze, negli scatti d’orgoglio che la costruzione della propria vita indipendente porta. E poi il lavoro, la fatica, i condizionamenti, le difficoltà e le gioie di un vivere autonomo fino ai diversi modi di vedere che si succedevano in un continuum di apprendimento che non apprende, di cadute e voli che dovevano lasciare il segno per iscriversi nei percorsi dell’anima. Eppure non erano le difficoltà ad aver mosso prima l’inquietudine, poi il silenzio -che era modo di capire- anche se era stato a partire da quel silenzio interiore, da quella difficoltà a bastarsi com’era, che si era fatta strada la consapevolezza della necessità di un nuovo affrancamento, che pur essendo solo la naturale continuazione del precedente giovanile. Ciò aveva mosso tutto era il rideterminarsi per sapere cosa era disposto a dare, cosa poteva essere. Una misura di sé, insomma, che non doveva dimostrare nulla a nessuno, ma costituire quel movimento verso il trovarsi, riconoscersi. E tanto bastava per motivare scelte difficili, banali, sbagli e piccole rabbie per la difficoltà di mutare con la necessaria, così gli pareva, velocità e intensità. C’era la pazienza da apprendere e il proprio tempo, ché mica coincide con quello degli altri, ma è solo proprio, e capirlo. Profondamente capirlo e farlo proprio.

nota sull’appartenenza

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Gli pareva, anzi ne era sicuro, di non voler appartenere più a nessuno se non a sé. Non più, almeno, come un tempo. E non era un bastarsi, ché era ben conscio dei propri limiti. e anche del bisogno di bene era conscio, della necessità d’amore, di compagnia, ma piuttosto era il bisogno di crescere per suo conto che prevaleva. Il camminare secondo voglia, necessità e volontà propria. Insomma quelle caratteristiche che esternamente noi chiamiamo libertà, e sembrano semplici, esistenti in natura, ma interiormente sono ben altre tempeste e faticosi equilibri prima di giungere ad una consapevolezza che faccia di essa un dirsi: questo mi va bene, questo lo scelgo, questo lo voglio e di questa libertà metto in comune ciò che sono. Il bisogno di bene allora, restava intatto, tutto quello che i sentimenti sollevavano veniva percepito profondamente e trovava terreno fertile per crescere, restava solo in più quella libertà d’essere anche per altri, ma restando comunque sé. Ecco, questo sentiva.

giù dalle colline verso la pianura

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Sono colline estenuate, stanche d’appennino. Riottose quel tanto da mostrare ferite di antiche gare geologiche, calanchi, che si gettano in mari che non esistono più. Ma verranno, oh sì che torneranno i mari, la terra è un galantuomo ( strano si metta al maschile le cose che si mantengono, le donne mantengono assai di più, forse pensare oltre il genere fa capire quanto poveri siano i modi di dire a fronte della realtà), ha tempo e si riprenderà la terra data a prestito, la riconsegnerà ai pesci, e attenderà che altre insensatezze la facciano reagire. A suo modo, certo, con quella pacatezza che si scorge in queste colline che contengono l’uomo, non ne sono contenute. Le città di pietra presa dai colli, le cattedrali meravigliose di marmi, il pavimento più bello del mondo, le opere d’arte, le torri arroganti, i palazzi rossi di mattoni, tutto questo immane ingegno profuso, si scioglie nel paesaggio. Perché basta un cipresso a fermare il passo. Un dorso di collina che si staglia contro il cielo, le scie di colori d’autunno giocati sulle variazioni del verde, la natura e l’opera dell’uomo, rallentano l’andare perché presi dalla quantità di bellezza bisogna lasciare tempo per accogliere, per esserne pervasi. Poi magari ci si accorge che mancano i colori del nord, che non ci sono i viali di platani che spingono frotte di foglie giallo marroni verso le auto, che i marciapiedi e i bordi delle strade non croccano sotto le scarpe, che l’aria è priva del mulinare nel vento di fine ottobre. Mancano perché questo è il regno dei sempreverdi, e le piante decidue, che pur ci sono, sembrano complemento al verde, mai protagoniste. Ma tutto manca distrattamente e rende lontano e privo di senso ogni confronto, qui e ora non può che essere così. L’immanenza dell’esistere nel momento qui trova la sua realizzazione, non nella piccola ricerca dell’attimo, nella soddisfazione che si esaurisce.

Scendere a Siena come Guidoriccio da Fogliano è semplice, i paesi sono un po’ più grandi dei castelli del ‘300, ma le colline sono le stesse. Mancano i nomi bellissimi dei condottieri e dei popolani (chissà che fine ha fatto questa capacità di dare ai bambini nomi originali, che tracciavano destini ed erano già un biglietto da visita, sostituendoli con le pletore di Katie, Samanthe, ecc. ecc.), ma se si scava nelle parole dei luoghi, Montaperti è ancora una ferita per una parte e una gloria per l’altra. Anche sui partiti, su quei guelfi (bianchi e neri, con non pochi distinguo, perché in Italia avere una posizione duale è praticamente impossibile e chi propugna sistemi politici binari dovrebbe rendersene conto che questo è il paese in cui ci si dilania sulle sfumature per non giungere mai al contenuto) e ghibellini che fanno parte del nostro modo irrisolto di gestire e separare la cosa pubblica dal credo spirituale delle persone. Scendere è facile dalle colline, meglio per le strade secondarie, meglio evitare le superstrade che puntano a obbiettivi lontani e tolgono la vista, meglio restare nel silenzio, fermarsi al ciglio e guardare. Prima guardare e poi fotografare. E non di rado tenere solo dentro sé l’impressione, perché quel verde, quel colpo d’occhio, quel profumo di legna bruciata, quell’eco di parlata nel borgo, quell’azzurro distante, e soprattutto quell’essere travolti dalla bellezza di esserci e vivere, non verrà mai in una fotografia. Ma dentro di noi sì resta la sensazione, che continuerà a lavorare sui particolari, che penserà alle colline belle come il duomo di Siena, che restituirà una sensazione di equilibrio nella gara del meraviglioso. Era una partita, l’uomo ha dato il meglio, ma il tempo non l’ha mai avuto dalla sua parte e le colline, piano piano hanno inglobato tutto, la cornice si è presa il quadro, rispettando le singolarità, i guizzi di genio, ma alla fine ciò che resta è la sensazione di essere immersi in un tutto in cui l’uomo si inchina, mostra la sua esistenza e si sente parte. questo è il vero equilibrio, la pace, la vittoria della bellezza che non ha vincitori.

solo sfortune?

L’aumento vertiginoso dei compro oro testimonia la miseria crescente e la grande quantità di contante che esiste ed è altrettanto presente. In altre mani naturalmente. Così piccole antiche fortune, momenti di tenerezza tangibile, affetti oggettivati, vanno sul bilancino e cambiano proprietario. La pubblicità di un orologio famoso, e caro, dice che non lo si possiede mai interamente, ma lo si trasmette, adesso non è più così per un italiano su quattro che affronta i problemi momentanei con quello che ha e aprendo la porta di un compro oro, ma non risolve la sua condizione che ha bisogno di ben altro intervento. Anche di consapevolezza. C’è una solitudine emblematica in chi entra in questi luoghi, invero squalliducci ed è quella di non essere assieme sui problemi veri. Ci si diverte assieme e si soffre da soli. Verità polverose, ma come mai emergono tutti questi soldi per comprare, e che fine farà tutto quell’oro, quegli oggetti, quelle pietre? Sembra non ci sia nulla di speciale, è tutto alla luce del sole, anzi pare serva una autorizzazione della Banca d’Italia, per fare questo lavoro. Sì, ma da dove viene tutto questo denaro?

Un paese sano è quello che conserva le proprie fortune, che costruisce su di sé e quindi tiene nelle case le testimonianze dei sentimenti e del benessere raggiunto con fatica. Un paese sano aiuta i propri cittadini a non scivolare nella miseria. Un paese sano segue la ricchezza e il denaro e chiede da dove proviene. Invece oggi più di ieri, sembra emergere una visione di potere del denaro e di equivalente debolezza di chi può contare solo su di sé. Si sono comprate anime, vite, adesso oggetti che verranno fusi, solo ciò che è più pregiato resisterà intero e verrà rivenduto come oggetto. Anche gli uomini? Miseria e ricchezza, impotenza e potere, possibile che non ci sia nulla da dire?

solstizio d’estate

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Due scie di cemento, ora grigie, ora rossastre, perfettamente levigate, tagliano la città. In mezzo una rotaia, una sola, su cui corre il tram. Una riga nera e argento, come un nervo scoperto. Viste dall’alto, le scie, sono un sentiero che tra lunghi tratti dritti e svolte dolci punta da nord a sud. Un cardo maximo che si inoltra tra case e portici, piazze e riviere, affianca acqua e ponti antichi. Un filo per tagliare la polenta che non avrebbe neppure bisogno del mezzo che lo percorre, perché esso è percorso e percorre. Da nord a sud. Instancabile. Se ci pensi ti accorgi che da questi punti corre il senso, cardo del vivere, dall’alto al basso, senza scorciatoie e viceversa. 

La casa dava sul canale, quello che ora scorre sotto. La città si è rivestita di pelle e muscoli, un tempo il sangue era alla vista, diceva cose talmente passate che contrastavano con la voglia d’essere nuova e giovane. La città è un corpo. D’estate è un corpo che si mostra. A quest’ora ero già davanti a un bicchiere di spuma gelata, con un biscottone, un zàleto, in mano. Nel cortile dell’osteria tra le piazze c’era la televisione. Mia nonna mi portava per tempo. a me non interessava molto la tv, erano spettacoli per grandi, commedie, lirica, politica. Mi piaceva il percorso, il ponte, la strada in salita, le piazze, l’odore della carne e del pesce, i mattoni che trasudavano calore, la calcina per sanificare le case, la pietra, il porfido e la trachite arroventate dal giorno. Poi l’androne e il cortile. Sopra il cielo. Guardavo il cielo, la spuma, sgranocchiavo il zàleto. Aspettavo. Attorno giocavano a carte. Mi parevano tutti vecchi, non era vero e insieme era vero. Mia nonna chiacchierava in disparte con le sue amiche, poi arrivava qualche altro ragazzino e cominciava il gioco. Via dal cortile, in piazza, dove una palla aveva trenta piedi, una caduta un pianto trattenuto, una baruffa si concludeva ridendo. Avevamo tutti le stesse cose, calzoncini cortissimi, canottiera o maglietta a righe, sembravamo tutti fratelli. La palla andava altissima, mai orizzontale, la città è ricca di vetri da rompere. Poco oltre passava il tram, ma l’altro, non quello d’adesso. Bisognava che la palla non ci finisse sotto, il tram non aveva pietà. Le sere finivano tardissimo e andavo a letto a ore impossibili, stanco, lavate le ginocchia e le mani, il catino con l’acqua che diventava mattone e rossiccia. Macchiavo le lenzuola di sangue. Mi piaceva l’odore delle lenzuola di lino, mi addormentavo, sognavo. 

Le scie attirano come le sirene i ciclisti, poi la ruota finisce nel solco e cadono. Bestemmiano, si rialzano, riprovano se non ci sono danni, sono irretiti da quel liscio che sembra scivolare in avanti. Un tapis roulant. Meglio a piedi, mettere distacco e curiosità e seguirle dal portico. lasciare che accompagnino. Mostrano quello che si può, magari entrassero per i vicoli, lì fino a quel muro alto da cui spuntano foglie e rose, oppure lungo le altre riviere, quelle da innamorati, che scuotono i capelli dopo essersi baciati e ridono perché i tigli lasciano cadere fiori gialli. Ci sono marciapiedi gialli, dove l’aria è zeppa dell’ umore penetrante del tiglio, camminare è morbido, anche le suole per poco diventano gialle e odorose. Bisogna lasciare le scie e ritrovarle, andando da ovest verso est, come fanno i viandanti e i perditempo, quelli che cercano il sole e ne sono attratti. Se la vita scandisce le svolte, una ogni tanto, il sole riempie i vuoti e l’attesa, pare di vivere tutto e invece s’attende qualcosa. Se ne intuisce il peso, ciò che cambierà davvero, ma non si sa cos’è e intanto ci pare, riempiamo i giorni di abitudini, piccole sofferenze, gioie repentine, come continuasse tutto allo stesso modo, ma non è così, lo sappiamo. Poi c’è chi crede che la vita sia comunque amica e tenera, e chi ne ha paura, ma entrambi si muovono a zig zag nel sole. Da ovest a est e viceversa, instancabili perché altrimenti il silenzio pone domande e la vita si riporta da nord a sud. 

Io so cos’è la solitudine. La sera tiravo in lungo, gli amici, il bar, le discussioni infinite, poi la compagnia si sfaldava, le parole che avevano riempito l’aria, mosso sentimenti, aperto e chiuso idee, comunicato per puntiglio e per noia, si dissolvevano. Non tornavo a casa, giravo e sapevo dove alla fine sarei finito. Lì, sulla piazza davanti alla mole ciclopica del salone, dopo mezzanotte il bar all’angolo chiudeva, ma lasciava qualche sedia e qualche tavolo. Seduto sentivo il caldo che calava dall’alto e momentanei sbocchi d’aria, come se altrove qualcuno aprisse una porta, una finestra e in quella corrente ci fosse il ciabattare insonne, la fatica di affrontare il letto e insieme la stanchezza del giorno seguente, già pronta, che pesava prima d’essere vera. Le voci si spegnevano, qualche richiamo, i barboni che arrivavano con il bottiglione di vino. Parlavo, ascoltavo le parole corrotte dall’alcool, poi tagliavo con una risata, mi spostavo. Cercavo la solitudine che riassume, rimette ordine. Il giorno dopo sarei andato al mare, gli esami erano un problema, ma adesso ero davanti a me e guardavo. Mi guardavo. Lasciando che il resto fosse cornice, non più sono, ma il dubbio. La solitudine veniva poco a poco, raccontava della difficoltà di dire, di trasmettere le sensazioni, diceva dell’impudicizia del dire la verità, ossia ciò che si pensa davvero, e questo non riguarda l’altro, ma ciò che si sente. Raccontava dell’unicità come colla per tenere assieme tutto, come scusa per non procedere oltre, accettarsi, vedere i lati positivi, non scavare. Mi sarebbe piaciuto non avere dubbi, vedevo quelli che non ne avevano, quelli che dicevano io, che erano così sicuri e immemori, così pieni del loro scegliere, pagare, vivere che non s’accorgevano che tutto quel daffare era un rifiutare la solitudine, il dubbio che essa portava con sé. Era una piccola sicurezza o forse mi sbagliavo anche in quello? Stavo lì in piazza mentre la notte acquietava tutto, leniva le voci, finché non parlava più nessuno. Neanche i barboni. Il sonno prendeva. Il giorno dopo, il sole, il mare, l’esame sempre in ritardo, i desideri e le voglie, il pensiero di qualcosa che mancava. Domani. Tornavo a casa, aprivo piano, al buio mi spogliavo e mi raggiungeva la voce di mia nonna: sito tornà. Ero tornato per modo di dire, non si torna mai davvero in un luogo, si torna dentro. Era già estate. Una lunga estate.

Due scie di cemento tagliano la città da nord a sud, in mezzo una rotaia, un nervo scoperto, una corda che risuona in tono di basso: solstizio d’estate.

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l’inutilità dei reduci

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28 maggio 1974, Brescia, piazza della Loggia.

Di quegli anni non resta nulla, come per le famiglie, il ricordo si circoscrive, perde l’emozione, diventa una data, una figura. Così non si impara nulla, ci si muove nella nebbia inseguendo luci, e non si rafforza lo spirito delle vite, la loro direzione, se alla fine ciò che accadde è cancellato, confinato. E l’emozione diventa non solo irripetibile, ma irraccontabile, se non per i pochi che ancora considerano importante ciò che è accaduto. Ma questi ultimi lo sanno già, e allora a che serve?

Difficile spiegare cosa furono gli anni ’70, non solo in Italia. Oggi, chi sente ancora la pericolosità dell’eversione, ricorda la strage di Brescia tra gli episodi più gravi di quella stagione, ma come spiegare che allora viaggiare in treno non era così sicuro, che le gallerie si facevano dicendo alla fine: è andata. Oggi che non ci sono più manifestazioni o quasi, come spiegare che andare a una manifestazione, o fare servizio d’ordine era un atto di coraggio prima che di libertà. Eppure le piazze erano piene.

Come raccontare che allora tutto deviava: servizi segreti, nazioni “amiche”, polizia, carabinieri, corpi dello stato, senza chiedersi perché deviavano, e a chi interessava tutto questo? C’era una teoria degli opposti estremismi, probabilmente la stessa che fece intervenire la polizia a manganellate, a Brescia, in piazza, dopo la bomba, per disperdere la folla che si prodigava sui feriti, e in base a questa teoria ogni avvenimento aveva una interpretazione ideologica ancor prima della realtà, addirittura prima che accadesse, fino a violentare l’evidenza. Insomma, l’eversione in quegli anni, per i corpi dello stato e per non poca opinione pubblica, era naturaliter di sinistra.

Come raccontarlo,oggi, tutto questo, l’emozione che allora colpì chi faceva politica alla notizia delle bombe, la voglia di non piegarsi alla violenza, l’andare in piazza apposta per dimostrare che non avrebbero vinto. Chi? Gli oscuri pupari, i fascisti, gli eversori veri, i bombaroli, assieme a quella parte del paese che restava in silenzio e sembrava approvare che le libertà si dovevano ridurre, che gli scioperi facevano male al padrone, che non si doveva cambiare perché andava bene così, ecc. ecc. Oggi è difficile spiegarlo, anche perché le poche manifestazioni che si fanno sono sempre contro qualcuno anziché per qualcosa e la gente preferisce andare ad ascoltare un comico che fa ridere, che usa il turpiloquio, anziché prendere in mano essa stessa il suo futuro. Ormai ci si chiude nel personale anche quando si è in tanti e così è difficile lottare per lo stesso obbiettivo comune. Per questo sono inutili i reduci, perché parlano di qualcosa che non c’è più, perché tracciano una relazione tra il passato e il presente.

Questi sono i pensieri e le domande dei reduci, inutili come loro stessi e se le ripetono non è per trovare un senso, ma per affermare che non c’è un solo modo di gestire la vita, che non c’è solo un qui e ora, ma una direzione, un prima e un dopo. E il dopo è meglio che neppure assomigli al prima. Ma tutto questo costa fatica a dirlo in pubblico per questo i reduci spesso parlano da soli.

caffè asmarino

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Il caffè con il ginger, in quella casa, veniva fatto con la moka, altrove con la napoletana. Entrambe eredità degli italiani e si vedeva dalle ferite d’uso. La donna, come spesso accadeva in cucina, nascondeva con il corpo il momento della mistura. Il gesto mi ricordava il bar vicino al Senato dove servono quel caffè con una crema di zucchero, mescolandolo dietro un piccolo paravento. I segreti sono ingenui ed eguali dappertutto. Lei non portava il velo in casa, altre mi dicevano di sì, davanti agli stranieri, e nei giorni di festa aveva certe acconciature complicate, i capelli luccicanti e tirati nel burro e poi attorcigliati in serti e treccine. Ovunque c’erano tracce della dominazione italiana, anche sulla tavola, con le gambe squadrate e dipinte di un verdino a olio, pesante nella laccatura, e sul ripiano di marmo, sbrecciato e con un inizio di crepa, così da cucina anni ’30. Tutto pulito, lindo, come le mattonelle di graniglia del pavimento. L’eredità degli italiani erano in realtà, le tracce di una fuga, evidente nell’abbandono di tutte quelle suppellettili, armadi, bauli, mobili pieni di specchietti e alzatine, che ora stazionavano nel mercato coperti da teli a brandelli oppure nei negozi attorno. Negozi? Semi magazzini, senza o con piccole vetrine impolverate, in costruzioni dal tetto piatto, chiusi da una porta malmessa o un cancello di ferro adattato. Molto bui, con corridoi tra cataste di mobili accatastati l’uno sull’altro, e su tutto una lampadina, di piccola luminosità, anch’essa eredità, od uso italiano, di parsimonia d’anteguerra, con raggi che luccicavano gialli sui vetri molati, qua e là lampeggiavano maliziosi sugli specchi, come ammiccassero una seduzione all’acquisto.

Il caffè, servito in tazze piccole o in gottini di vetro, spandeva il profumo misto d’amaro, dolce e piccante della mistura, e si sentiva subito al profumo. Poi molto di più al sapore. Mi dicevano facesse digerire e vista la modesta quantità delle pietanze, mi chiedevo cosa ci fosse da digerire. Forse quel pane schiacciato e molto morbido, l’injera, con cui raccoglievano e si avvoltolavano carni e sughi dello zighinì, uno spezzatino molto piccante. Forse aggiungere piccante a piccante, anestetizzava e tamponava l’interpretazione personale della mistura del berberé. Erbe e peperoncini, messi dappertutto. Forse era proprio il piccante che induceva alla frugalità e dava loro quei bei corpi asciutti, quasi privi di età.  Cose a cui abituare in dna: i peperoncini, li avevo visti polverizzare al mercato del Medbar, in un antro da tregenda, con le donne che uscivano dalla luce ocra, delle nuvole di polvere piccante. Loro, tra sacchi di spezia, che parlavano e ridacchiavano nel vedere che dopo essermi appena avvicinato, subito mi ritraevo con gli occhi che bruciavano. A casa, dopo ore, lavando mani e viso, c’era ancora sulla pelle il pizzicare e l’odore di quell’attimo, mentre il sapone si tingeva di riflessi arancioni e rossi.

Insomma non ho capito se vi fosse un’ utilità al matrimonio del caffè con il ginger polverizzato, so che mi piaceva e alla fine la bocca restava pulita.

il critico

Quando penso al critico nella mia testa compare l’immagine di chi osserva, partecipe, i lavori pubblici oppure di chi guarda giocare a carte, cioè persone che hanno un’idea precisa di come fare o di come vincere, ma non lavorano e non giocano. ” Sporcarsi” con il fare toglie la calma olimpica di chi guarda dall’esterno, espone all’errore, anzi include l’errore come parte di un processo che ha lo scopo di compiere e realizzare il meglio. L’errore è ciò che gioca a rimpiattino, un animaletto che fugge e si vuole acciuffare, e quando lo si acchiappa allora l’opera, la partita, è perfetta e dà una soddisfazione enorme, piena. Ma questo è il processo di chi fa, una relazione con se stessi che il critico non può capire nella sua importanza, anzi neppure ammettere, perché egli si ferma all’opera, all’esecuzione, alla tecnica. Così non può comprendere che la ricerca della perfezione di chi compie non è la sua, che l’opera stessa si genera nel fare, il suo compito è quello di condurre altri verso un lavoro non proprio, far vedere ciò che non noterebbero, collocare, relativizzare, mettere a confronto cose inconfrontabili perché appartengono ad altri lavori, altri tempi, modi, cervelli, mani.

Preferisco ascoltare, vedere, leggere, gustare e poi, se c’è tempo e voglia, sentire la critica.

p.s. pare che al minuto 6.24 ci sia un errore interpretativo, se non me l’avessero detto non me ne sarei mai accorto e mi sarei goduto la bellezza sublime della musica e di chi la suona, senza quel minimo di retro pensiero.