la linea dello sporco

L’abitudine a non rovesciare i pitali in strada non è eradicata da molto. Anche in Europa e in Italia, a seconda del posto, si tratta dalle due alle cinque generazioni. Le fognature e la relativa depurazione, sono quasi un’opinione in non poche città, e quelle che, con sublime eufemismo, l’ingegneria idraulica chiama acque nere, vengono trattate, non di rado, per diluizione, in citta grandi e medie.. Dosi non proprio omeopatiche di dejezioni umane e animali circolano nei fiumi e mentre si discetta di BOD e carico batterico, queste allegramente sciacquettano le sabbie e gli scogli delle nostre spiagge. Non a caso un luogo, che serviva per purificare le acque di fogna vicino a Milano, erano le marcite (sic), dove l’acqua per filtrazione ed ossidazione all’aria, si depurava e ricaricava la falda. Nulla di straordinario, insomma, e noi, non è una notizia, pur lavandoci frequentemente mani e corpo, pur consumando migliaia di litri di acqua potabile sulla nostra pelle, con lo sporco abbiamo un rapporto che, puliti o meno, rimuoviamo dalla realtà. Presumiamo. Anche perché con diverso sporco si convive, e con molto, che sporco non è, si combatte senza indagare eccessivamente. Essere puliti significa pulire il corpo e ciò che vediamo attorno a noi. La nozione di sporco, pur ben presente da sempre, è mutata con il tempo e le latitudini, e in occidente la sua rimozione è diventata pratica distintiva della classe media. Le pratiche che si insegnano ai bambini, ovvero lavarsi le mani prima dei pasti ed in altre occasioni della vita quotidiana, e il lavarsi con frequenza il corpo, adesso è pratica di massa, un tempo, senza bagni in casa era più difficile per tutti. Del povero, per affrancarlo e testimoniarne la cura, si diceva quand’ero ragazzo, che era pulito, magari con le pezze al culo, ma lindo. Lindo è una bellissima parola ormai desueta, con il suo significato spagnolo di bellezza visibile, ma che nei miei anni di ragazzo ancora si diceva. Mia madre la usava, e notava se frequentavo qualche ragazza dalla frequenza con cui mi lavavo. C’è anche un rapporto eccessivo con la pulizia che è indice di qualche altra carenza, ma in genere ci si lava di più di un tempo. Da mediamente pulito, quasi igienista, ho cominciato a notare la linea dello sporco, viaggiando, e rendendomi conto che nella nostra testa, il pulito coincide con la civiltà europea (e con la civiltà giapponese) e che la linea dello sporco si abbassava nel tempo, ad esempio nella nostra penisola, fino ad uscirne. Seguendola la vedevo abbassarsi nei Balcani, in Medio Oriente, adesso la percepisco frastagliata  in Africa, in Sud America. E’ una linea in movimento e seppure i mal di pancia non si riescano ad evitare, è evidente che il pulito è aggressivo e conquista nuovi territori.  L’industria dei detersivi ha aggredito lo sporco e il pianeta, con eccessi visibili su qualunque spiaggia, troppo in alcuni posti,  ma ciò che m’interessa qui, è il rapporto con lo sporco e con la sua idea. Ogni volta che vado in un paese un po’ precario dal punto di vista dell’acqua, l’ Africa, ad esempio, mi accorgo che abbasso il livello di nozione di sporco.  Non essendoci acqua mi disinfetto con quei gel che la sostituiscono, e chiunque li provi sa che la sensazione di unto resta, le mani appiccicano, ed appiccicoso nella nostra testa equivale a sporco. Ma anche polvere e terra equivalgono a sporco, così il fango, l’acqua di fiume, invece la sabbia viene assolta, l’acqua di mare e la schiuma che produce un sapone, sembrano pulite. Non è vero, e molti concetti di pulito nei paesi privi d’acqua, o quasi, si rovesciano. L’acqua serve per bere, ci si lava con acqua non potabile, il dubbio se lavarci i denti con acqua del rubinetto ci assale ogni volta, cerchiamo angoli d’occidente, oppure abbandoniamo le idee di casa e cerchiamo di capire di cosa si tratta. Un corpo lucido di burro di caritè sta bene al sole, ed anche all’ombra, e non è unto, la polvere non è sporca e si scuote dalle mani e dagli abiti, i vestiti vengono lavati con saponi spesso naturali ed in acque che è meglio non indagare, ma i vestiti non si mangiano. Lo sporco si trasferisce dalla superficie a quello che si manda dentro, si cerca di capire se è buono o cattivo per noi. Ciò che non fa male è buono, ciò che è sulla pelle e non puzza è buono e così via. Nella battaglia per la sopravvivenza, parlo proprio di vita per chi abita in questi paesi, il pulito avanza e retrocede, dipende dai fenomeni atmosferici. Il limite delle enteriti potrebbe essere un buon confine, farle arretrare significa aver confinato lo sporco, quello cattivo non quello delle nostre teste. In un’osteria di Cheren in Eritrea ho mangiato youghurt di cammella, pane cotto sulla pietra arroventata ed era buonissimo, oppure potrei parlare di una visita inopinata in una cucina dove si cucinava alla dancala, il pesce era squisito, ma meglio non indagare sulla confezione del cibo, sulla pulizia dei contenitori e delle mani di chi lo confezionava. E’ andata bene. Due mesi fa mangiare nei villaggi, nel sud del Senegal, direttamente con le mani, non ha fatto male a nessuno, ma poteva accadere, semplicemente si era disinstallato il controllo del pulito e ci si adattava, d’altronde una forchetta chissà con che acqua è lavata visto che non ci sono acquedotti, né fognature. Meglio le mani. Forse. Credo subentri una accettazione passiva, per noi che conosciamo i rischi, si spera, per chi ci vive semplicemente non ci pensa, non è quello che fa venire l’enterite. Ed è quella, invece la parte cattiva del villaggio, quella da cui tenere distanti i bambini. In questi casi subentra la nozione di sporco che avevano i nostri nonni, ben presente negli studi medici quand’ero bambino, lo sporco è quello che fa ammalare, il resto è compatibile ed è fatto di acqua sul corpo, sulle mani. In Senegal c’è un’abitudine molto musulmana, quando si vanno a fare i propri bisogni, anche nella savana, si porta con sé l’acqua per lavarsi le mani e il resto. Nei bagni degli alberghi si trovano delle strane teiere di plastica variopinta piene d’acqua, servono per lavare le parti intime, anche se non c’è traccia di sapone. La funzione purificante dell’acqua è arcaica, non pulisce solo il corpo, ma anche la funzione e non ha bisogno di sapone. Anche prima della preghiera ci si lava, i piedi e le mani. L’idea del pulito è qualcosa che con attenzioni diverse circola ovunque, un buon motivo per ripensare alla superiorità delle culture, e la cultura dell’acqua ci permette di capirci subito e porta a far arretrare quella linea di cui parlavo. Forse per questo i pozzi sono necessari, non solo per bere, ma per consolidare la linea del benessere, contro quella dello sporco della parte cattiva che fa star male. 

Quest’anno spero ci si concentri anche su questo a sud di Kolda, con la onlus, un paio di pozzi, magari con pompe a pannelli fotovoltaici, potrebbero essere un buon contributo per mettere un confine nuovo e far vivere meglio. Ne discuteremo con chi ci abita da quelle parti. Vi dirò.

un pensiero attorno

Non ho perso il vizio di guardarmi attorno. Un tempo, nel mio partito, chi era dirigente, chiedeva con frequenza cosa pensassero gli operai, gli impiegati, nelle fabbriche, nelle famiglie, in bar. Non c’erano sondaggi quotidiani, si capiva così, in presa diretta l’umore e l’opinione. Allora gli statistici erano quelli del pollo a testa, con uno che ne mangiava due e l’altro niente, ed i sociologi trattavano cose grosse come la definizione di classe sociale, la violenza urbana e rurale, la famiglia, e nessuno ti spiegava cosa pensavi. Anche se non faccio più politica come allora, non riesco a non chiedermi cosa sta accadendo. La mia percezione è quella di un fascino anomalo per un capo del governo, non eletto, che porta avanti una politica di rigore e tagli, neo (o vetero) liberista, praticamente senza opposizione. Credo sia un prodotto dell’antipolitica, ovvero della possibilità di operare senza mediazione in un mondo intellettualmente molle. La ragione, il rigore sono connaturati con l’etica e l’intelligenza, le stesse qualità che impediscono di giustiziarci quotidianamente gli uni con gli altri, in forza di regole condivise, rispetto dei patti sottoscritti e compromesso sulla gestione dei conflitti e sul nuovo. Bene, in questi mesi sono stati buttati all’aria i patti sottoscritti tra stato e cittadini su wellfare e pensioni, i conflitti ed il compromesso si scontrano con una logica esterna: i mercati. Il presidente Monti dice che dobbiamo rispondere ai mercati, che dobbiamo convincere i mercati, come se il patto tra cittadini avesse una variabile indipendente ed un’ unica soluzione: la subordinazione alla finanza e alla speculazione. I mercati per l’appunto. Eppure il consenso non diminuisce in modo significativo. Per questo penso che stia prevalendo, non la vena masochistica del Paese, ma la convinzione che si possa fare a meno della mediazione e della politica. Basta che ci sia uno che decida, che rassicura e che mantiene. Ma quali sono i vantaggi sinora promessi? Nessuno in realtà, perché è proprio del liberismo lasciare che sia il mercato a decidere del merito di ciascuno e di ciascun prodotto, quindi interventi reali sulla ripresa e sulla crescita non ce ne sono. Basterebbe intervenire sul costo dell’energia, sul costo della burocrazia, sui tempi consegnati al rispetto di leggi perennemente interpretabili, per avere un sostanziale miglioramento della competivitività del Paese. Ma la competitività ancora non dice quale sarà il modello di sviluppo e le tutele dei cittadini, questo viene comunque lasciato al mercato e tolto dalla politica. La mia impressione è che un silenzio colpevole gravi sul paese, che le colpe degli anni passati premano su tutti, per questo sta emergendo un modello senza mediazioni sul generale, fatto di proposte nette: prendere o lasciare. E chi è messo davanti alla scelta, prende. Dopo il disastro della politica degli ultimi anni, non solo di Berlusconi, ma anche della sinistra, il governo sembra un gabinetto di salute pubblica, fatto perché si debba uscire da un disastro talmente immane che ogni dubbio è fuori luogo. Se ciò fosse, la logica sarebbe il processo a chi ha prodotto il disastro, il castigo del colpevole, l’oggettivazione del danno subito, invece questo è occultato e passato sotto silenzio, come se il malato guarisse a botte e non spurgando le ferite. Questo è il grande malinteso che diventa imbroglio, se non si ripristinano le regole democratiche ovvero la discussione tra i rappresentanti del popolo, ogni cosa sarà dovuta, soggetta ad una teoria che non si sa se verrà verificata. Chi ci dice che le teorie economiche del premier siano quelle giuste ? In ambito tecnico si pensa anche altro, non pochi giudicano vecchia l’impostazione neo liberista. Obama ad esempio, fa ben altro. Ma ciò che sorprende, e non dovrebbe essere così se non ai romantici come il sottoscritto, è la mancanza di dibattito, di confronto sulle condizioni, quasi che un ipse dixit abbia coinvolti i fedeli, non i cittadini. Ritorno sulla questione dei mercati, ben sapendo che non è possibile sottovalutarli, in una democrazia il governo è del popolo e il condizionamento dell’azione di governo dev’essere assunta per variabili dipendenti da questo. Lo sviluppo deve far parte di una visione della crescita, la coesione sociale, il patto solidaristico dev’essere all’interno di regole, sentimenti condivisi. Se così non è l’apologo di Agrippa funziona a rovescio ovvero ognuno è per sé, gli arti si muovono indipendenti dal corpo e dal cervello e questo comporta la perdita della libertà. Pensavo a Tabucchi e al suo Sostiene Pereira, a quante volte si è messa in disparte la percezione di ciò che accade attorno. Mi sembra importante, non l’aver ragione, ma il poter discutere (quindi niente prendere o lasciare) e farlo. La dignità comincia anche da qui.  

occupazioni per giorni senza vento

Conservo immagini di dita sottili e forti, intente a sciogliere nodi. Non riesco ad associare loro quel tratto che tanto mi disturba, ovvero la presunzione. C’è una pazienza nel dipanare che riguarda noi prima di ciò che si scioglie e che non si combina con la fretta del capire superficiale: ho già capito, ti ho capito, tu sei così. E’ l’esercizio della dolcezza nel conoscere, una sapienza che si radica e non è conoscenza acquisita attraverso lo sforzo mnemonico, ma possesso reale. Non c’è possesso vero senza rispetto, non c’è comunicazione profonda quando si presume, semplicemente c’è solo fretta. E quando è il tempo che diventa il regolatore, allora anche l’annodare, ovvero ciò che allaccia funi altrimenti sciolte, diventa frettoloso, punta al risultato e non si cura della bellezza del nodo, la sua complicazione è un ordine ritenuto inutile, sfugge la complessità per passare ad altro.

Le dita sottili e forti sciolgono nodi e riannodano: il tessere e il costruire. Oltre l’arcaico mito dell’uomo inerme, in balia d’ una volontà altra, tra le tante similitudini delle relazioni questa mi è cara perché è governo e disciplina del privato. Ovvero ciò che siamo e vogliamo essere davvero, senza finzioni nè inutile apparire.

ma davvero è tutto determinato e scontato?

Ma davvero è tutto determinato e scontato, per cui al più è possibile solo mutare qualche piccolo particolare che ci riguarda, mentre tutto il resto è vincolato? Se così fosse, ovvero non vi fossero alternative, e neppure miglioramenti, questo sarebbe il mondo delle libertà presunte e virtuali, delle democrazie senza contenuto, da inguaribile romantico mi permetto di non crederci. Qui può finire la lettura, le considerazioni seguenti riguarderanno il mio modo di vedere quanto sta accadendo in questi giorni in Italia.

Il governo Monti procede secondo le proprie priorità e convinzioni nell’azione di “risanamento” del Paese. In un’analisi certamente né equa, né serena, colgo l’allungamento delle età pensionabili per tutti, per le donne di più, addirittura sette anni, vedo un innalzamento dell’iva, un inasprimento delle tasse sulla casa, liberalizzazioni molto contenute o inesistenti per professioni, taxisti, farmacie, ben rappresentate in parlamento, nessuna vera tassa sui grandi patrimoni, il miserevole recupero dell’1.5% sui capitali scudati (e le banche dicono che è difficile, per motivi di anonimato, anche se è una minima parte di quanto richiesto per lo stesso motivo dagli altri paesi liberali), nessun intervento sulle banche e sulla stretta del credito, un rinvio che non promette bene sulla vergognosa cessione gratuita delle frequenze, e un altrettanto grave rinvio sul problema della governance della Rai. Certamente tralascio qualcosa, non dimentico lo scorporo delle reti gas, e ho presagi non positivi sulle reti acqua e sulle reti Rfi. Ma io sono di parte, chi mi conosce sa che ho una storia di sinistra, che ho avuto l’occasione di vivere dal di dentro la politica e che quindi posso capire, ma non sono obbiettivo. Come sarebbe giusto che ciascuno fosse di parte, almeno la sua, rispettoso delle idee altrui, ma naturalmente portato a contrastare ciò che non ritiene giusto. Bene, per me non è giusto quanto sta avvenendo, si incide sulla carne reale delle persone senza che ci sia un equilibrio nei sacrifici, i deboli pagano moltissimo, i forti nulla. Si è generata l’idea che i colpevoli della crisi del paese siano i lavoratori, le donne, i pensionati, si è sventolata una lettera della BCE, come i comandamenti che permettevano di restare all’interno della chiesa della finanza,  ben sapendo che la stessa BCE è in buona parte impotente rispetto alla speculazione e succube della volontà della Germania. Si è agitata la Grecia come spettro del disastro incombente, vero, ma si è evitato di dire come si genera e si sostiene il debito italiano, quanto realmente pesa l’illegalità e quanto è diversa la situazione italiana rispetto alla Grecia e al Portogallo. Si è considerata la speculazione come un fattore di mercato senza aggettivi negativi e componente ineliminabile dal capitalismo e dai governi democratici. E si è superata la stessa lettera della BCE con la riforma di un articolo dello statuto dei lavoratori che nessuno aveva chiesto, ovvero l’articolo 18.

Si è deviata l’attenzione dalle domande vere della crisi, ovvero come superarla e creare nuova occupazione, come generare nuove professioni e lavori, come sostenere le imprese che siano adeguate ad un protagonismo italiano nel mercato globalizzato. L’attenzione del governo si è incentrata sullo statuto dei lavoratori, cavallo di battaglia dell’ex ministro Sacconi,  e pur riconoscendo che deve essere riformato l’accesso al lavoro dei giovani non è rendendo più facile l’espulsione di quelli più anziani che si risolve il problema. Comunque vorrei sottolineare che non è l’articolo 18 il problema dell’Italia, è un problema marginale, fortemente caricato di valenza ideologica e non riesco a capire perché a fronte della disponibilità del sindacato di voler convergere sul modello tedesco perché si sia scelta la rottura e la divisione. Anzi un motivo mi viene in testa, ovvero che per dare patente di riforma a ciò che alla fine non creerà lavoro aggiuntivo, si sia scelta la prova di forza e se la CGIL non approva allora significa che è davvero una riforma. Come se la sinistra, la CGIL, il Pd fossero la parte reazionaria del paese e invece la modernità risiedesse nelle politiche liberiste. Ecco, questa è un’altra delle mistificazioni che non mi piacciono, tanto da coinvolgere la gestione della flessibilità in uscita tedesca, troppo sociale sembra, per la nuova interpretazione del mercato del lavoro. Meglio il modello americano dove le tutele praticamente non esistono, e non c’è neppure il sistema di wellfare che esiste in Europa.

Non mi piace che nessuno spieghi perché il lavoro dipendente paga l’80% delle tasse a fronte del fatto che possiede il 50% della ricchezza prodotta. Le domande a cui un governo tecnico dovrebbe rispondere sono: che fine fanno i soldi, chi paga chi, perché questo paese non cresce. Senza essere millenaristici è da tempo che il sistema di produzione basato sulla crescita dei consumi porta con sé il proprio declino e tracollo, questo è il problema che dovrebbe essere analizzato e risolto, anche affrontando nuove solidarietà di mercato. Non  sono tra quelli che pensano che si possa uscire dal sistema, che è meglio fallire anziché pagare, solo che capisco che la cura adottata sta ammazzando il cavallo. Lo stanno facendo in Grecia e in Portogallo ed ora anche in Italia, perché nei prossimi mesi, le famiglie verranno ulteriormente impoverite, e magari i lavoratori occupati resisteranno, ma chi non ha lavoro o l’ha perduto, che farà?

Ho l’impressione che in una situazione come quella che vive l’economia italiana ovvero uno stato di recessione con una crisi strutturale in atto che sta cambiando il nostro modo di produrre e creare reddito nel manifatturiero, una minore arroganza e una volontà di trovare soluzioni, non sia consociativismo, ma la necessità di condividere, con chi sta pagando la crisi che non ha, in gran parte, generato, le soluzioni per rilanciare l’economia. Con lo scontro e l’arroganza, è facile non vedere le parti buone della riforma, ma viene anche da pensare che il lavoro irregolare e nero, aumenterà, visti i controlli esigui, che le aziende assumeranno il minimo ed utilizzeranno, finché possono, gli straordinari per le punte di produzione, generando un mercato asfittico basato sulla sopravvivenza anzichè sulla crescita.

Si è detto in questi giorni che bisogna attrarre capitali e nuove imprese, fino ad oggi, in Italia, c’è una flessibilità, che significa precarietà, elevata, un’area di illegalità importante eppure questo non ha attirato capitali e lavorazioni, anzi anche le imprese delle aree dove più si è cresciuto e si cresce, anziché restare sono, o stanno emigrando verso paesi in cui non c’è nessuna tutela. Quindi non è questa la vera ragione della crisi. Il fatto è che questo è un paese economicamente vecchio, dove il costo della burocrazia e dell’illegalità è elevato per chi sta alle regole, è il paese in cui si sono vendute gran parte delle filiere complete di prodotto, la chimica, i treni, gli aerei, fra poco l’auto, si resta sui mercati con nicchie di prodotto, con il made in Italy, contando di non essere raggiunti e superati. Al posto di favorire la nascita di nuove produzioni, viene invece proposta maggiore libertà di impresa, il che significa lavoro meno tutelato e possibilità di espellere gli elementi di disturbo, basterà pagare. Vediamo l’esempio Marchionne, quanti investimenti ha generato? Quanti lavoratori in mobilità sono rientrati in azienda, rispetto a quelli programmati? Dove sono i nuovi modelli di auto? Il problema è proprio questo, non ci sono prodotti e la produttività ristagna da anni per mancanza di tecnologie più che per la capacità di lavoro e di sacrificio degli operai. Se oggi gli stabilimenti Fiat, o quelli delle altre migliaia di fabbriche in cassa integrazione avessero più produttività, avrebbero i magazzini pieni per mancanza di mercato. 

La modernizzazione è una parola contenitore, ognuno ci mette quello che vuole, ma senza pensare a soluzioni impossibili, cambiare si può, magari condividendolo anziché imporlo a chi protesta poco, e comunque agire con meno arroganza. Soprattutto se non si è mai stati eletti da nessuno. Meno emozioni televisive e più cuore per ascoltare il Paese, che poi è quello che la carretta la deve tirare davvero.


l’importante e il relativo

Importanti a noi e a pochi,

a volte utili ad altri,

le nostre tracce si chiudono nei cerchi,

del thé mescolato pensosamente,

nei pensieri grati, nelle rabbie, negli amori,

tutto si scioglie a volte in un sorriso, a volte in un pianto,

scrivendo epitaffi che correggiamo di continuo. 

l’altra velocità

Tornavo per poche ore. Dal treno vedevo schizzare le case, i campi, i pioppeti, il cuore si apriva, riconoscendo il paesaggio. Non i luoghi , le pietre, proprio il paesaggio che era la stessa lingua che parlavo e che scriveva i rapporti tra le cose, il modo di lavorare, di recintare, di far fatica. Si può aprire il cuore? E’ solo un’immagine, ma è vera e si sente che allarga, che parte da dentro e alza le spalle e lo sguardo ed io così vedevo -e immaginavo- questo mondo conosciuto, le sue parole, i tempi, le vite. Mi pareva rivivessero presente e passato assieme, ma soprattutto le passioni, i tempi lenti delle passioni collettive, ché quelle individuali hanno fretta, ma quelle dei tanti, sono lente, modificano il vivere e ci pensano prima di diventare passioni.

Eppoi il dolore nei tempi lenti diviene acerrimo, fa più male, e così ha bisogno di consumarsi rapido, così pensavo che il dolore diventasse una spinta alla velocità, al leggero, per cui ogni ferita profonda potesse diventare scalfittura. Ed ancora accelerasse fino a schiantarsi addosso all’impossibilità di mettere assieme tutte le immagini di noi, tutto ciò che non eravamo potuti essere, tutti i nostri star bene, tutte le felicità consumate dentro quel dolore che non se ne andava. C’era bisogno di un’altra velocità. Giocavo con le parole, altra non è alta, veloce non è buono, rapido non è vita, eppure sapevo che il senso non era questo, che ciò che mancava non era il rallentare, ma la gestione del ritmo. Il proprio ritmo, risucchiato dagli altri ritmi esterni, dalla necessità che ingigantiva, diventava dovere, razionalità cartesiana delle vite. In ascisse il tempo, in ordinate la vita o lo spazio, che dir si voglia, e la curva si inerpicava, non c’era senso perché quel puntare in alto non aveva direzione, ad un certo punto esplodeva. Guardavo i pioppeti, le case, i campi e pensavo che bisognava togliere il tempo. Bisognava che il tempo fosse, al più, una variabile dipendente. Bisognava.

Se si potesse vivere in un istante quasi immutabile perché ricompreso negli eoni dell’universo, saremmo accumulo costante di esperienze senza fretta, di curiosità soddisfatte e di meraviglie senza rapidità. Anche il male verrebbe curato per ciò che è, la riabilitazione non esisterebbe, in quanto non ci sarebbe abilitazione, ruolo obbligato, ma voglia di fare e d’essere. Stati che ricomprendono anche le cose storte, non le scordano, ma le collocano in una pianura verso le montagne, tra gioie, fatiche, riposi e nuova voglia. L’altra velocità era il mio ritmo, il ritmo di ciò che si assimila, il passo dell’aborigeno e l’antibiotico, il tablet e la penna, o ancor più il bastone con cui un uomo assorto disegna sulla spiaggia. Perso nei suoi pensieri, si dice, e se fosse perso ciò che è esterno ai suoi pensieri? 

Dicevo tra me: immagino le vite come case, i rapporti come fili, nuvole, flussi. Immagino il tempo come un territorio da percorrere, una relazione in cui si può scegliere il tipo e il modo della velocità e la direzione. Immagino il mondo come modificabile, gli uomini come esseri pensanti, la società come una somma di luoghi comuni superficiali e di forti vincoli sotterranei. Ho riempito la mia casa di libri e di musica, nelle persone ho fatto prevalere il sentire al giudicare, ho difeso i miei territori intangibili, ho rispettato quelli altrui. La mia casa adesso ha mille finestre, le ho aperte per curiosità e ne ho chiuse ben poche. Eppure la sanità che c’insegnavano da bimbi consigliava di chiudere un libro, un giornale, un luogo, una persona. Chiudere e passare ad altro, in velocità. Ed invece vorrei ricordarlo questo passato, per lasciargli essere creativo, vivo nel suo mutare con i nostri anni, ho imparato a lasciarlo parlare, sommessamente, nel bujo della mia testa. Non farlo urlare e prendere posto d’altro. A che serve l’esattezza nel ricordo, se questo non è attuale, la citazione è senza vita se non ci siamo. Il senso, catturare il senso, il ritmo, lasciar aperte le finestre e puntare su un’altra velocità, che esiste. Si sono certo, che esiste. 

Poi arrivavo in stazione, il flusso riprendeva tra orari, tram, luci che corrono. Solo le domande restavano, con le loro parziali risposte, da esporre al dileggio di chi non ha tempo. Già chi non ha tempo è nel reale e gli altri dove sono?

il parente

Era fuori luogo vantarsi dei figli, o degli altri parenti prossimi, la discrezione e il tener serrato l’orgoglio faceva parte dell’educazione. Era un eccesso, i figli crescevano con l’idea che nulla o quasi fosse sufficiente, che ci fosse sempre un obbiettivo più in alto da raggiungere, che la considerazione delle madri e dei padri fosse surrogata dall’amore, quello magari non mancava, ma i risultati erano altra cosa. Quindi mai fermarsi, mai essere contenti, cercare di eccellere, poi dipendeva dalla riottosità di ciascuno, dall’indole, come si diceva allora. E quella, l’indole, a ceffoni o altre punizioni, si correggeva. Era troppo, ma non guastava quella discrezione che teneva nel circolo delle parentele e degli amici l’evidenziare i meriti, con qualche mezza parola, qualche apprezzamento. L’ostentazione era espressione di volgarità. A questo sfuggiva il parente, da citare come esempio, e a seconda di chi comandava c’era sempre un congiunto, più o meno lontano, da ascrivere alla parte in auge nel comando. I nonni e i padri socialisti, furoreggiavano, anche i liberali, però vecchio stampo si sottolineava, non mancavano. Una curiosa prevalenza di ascendenze che, vista la frequenza, di certo avrebbe dato a queste formazioni politiche la maggioranza del paese, ma visto che non era stato così, forse tutti questi padri pensavano ad altro, Più occulti, c’erano quelli che, nel cuore, erano sempre stati da quella parte, non importava quale, ma da quella parte, quella dell’interlocutore, ed era quella che li aveva sempre guidati. Anche nel segreto dell’urna, certo. Misteriosamente assenti, o espunti, i fascisti. Strano per un paese che nel 1940 aveva 75.000 antifascisti censiti dall’Ovra e il resto? Probabilmente allora, come adesso, l’antipolitica e l’indifferenza erano la vera maggioraanza del Paese. Ma di queste cose si parlava poco, casomai c’era la piazza per manifestare la curiosità e la presenza politica, a volte il bar, l’osteria, le case erano più riservate.

Sui successi familiari prossimi, c’era il riserbo, anche la scuola veniva derubricata nel: va bene, è stato promosso. Le bocciature erano un’onta, non un’occasione per capire di più, quel figlio riottoso. Era importante non mostrarsi troppo e il non vantarsi, era un bel tratto di non chalance, di stile. Forse per questa educazione, anche adesso, mi disturba il parente esibito, l’ostentazione che spesso dietro l’ illustre, riscatta i tentativi maldestri d’essere poco riusciti. In fondo è facile trovare schermi esterni e senza scavare troppo, tutti abbiamo di chi gloriarci gratis, anche se trovare chi ha fatto del bello, oltreché del buono, magari, è più difficile. Basta? Noi, di quali glorie discutiamo con noi stessi, cosa vorremmo davvero esibire? Nell’epoca dell’autostima, delle prestazioni incrementanti, vendersi bene fa parte della considerazione di sé, ed invece l’intraprendere silenzioso è messo in disparte. Sarebbe bello dire pianamente ciò che si è, non richiamare alle armi i parenti che hanno fatto quello che noi volevamo fare, mostrare la fatica, le mani, i sogni sognati e affermare sollevati: ci provo, vivo, a volte m’è piaciuto.

la prigionia del necessario

Il ragionare, la razionalizzazione serve a dar conto della propria prigionia nel necessario. L’obbligo che, per essere trangugiabile, dev’essere ricondotto alla volontà. Farsene una ragione, in fondo è questo il procedere comune, e per quanto raffinato è il ragionamento, nel dialogo tra sé, alla fine ci si convince, perché questo era il fine. Non potrebbe essere altrimenti, perché  si dovrebbe rinunciare alla vita di relazione, agli affetti, alla convenienza. Nell’epoca della libertà virtuale, la convenienza ha un cattivo nome, sembra una parte poco generosa delle persone, la si apparenta al calcolo. La generosità in questo mondo, è apparente per gran parte dei casi, dei momenti, delle persone e quasi sempre soddisfa un bisogno. E’ una virtù domestica, la generosità, da associare all’amore, all’affetto, al bene e quando esce dalle mura domestiche, assume una dimensione sociale, supera l’individuo e la sua sfera, diviene eroica. Abbiamo bisogno d’eroi oppure queste modalità d’essere, queste sovrastrutture, poco ci riguardano, quando la vita di tutti i giorni è la gestione della libertà che ci è stata data ed è difficile da esercitare? E’ l’era delle libertà virtuali, che ci consegna al malessere del compromesso tra la possibilità e la realtà, ed è di questo che ogni giorno bisogna farsene una ragione. Ma andando alla radice del luciferino che conteniamo, anche la libertà è un bisogno di perfezione ed invece, noi viviamo nell’universo del relativo, poggiamo i piedi nella perfezione dei teoremi, delle leggi fisiche e dobbiamo muoverci con la forza del pressapoco. Bisogna farsene una ragione, sentire la limitatezza come possibilità, alterare le regole del gioco e pensare che se il mondo è solido noi fluttiamo su esso, che se la società, i vincoli economici, i modi di vivere sono gabbie possiamo uscirne e rientrarne per convenienza. Esplorare il profondo vuol dire essere adeguati a sé e non al mondo mutato, farsi affascinare dalla profondità del mare che conteniamo, è una cosa irragionevole e difficile, non c’è forse, una parte di noi che ci è stata insegnata con cura che ci dice che è meglio governare la ragione, perché la ragione aiuta a procedere? E se ad una ragione ne segue un’altra, poi un’altra e ancora, in una sequela infinita di ragioni e compromessi, non è poco male se esploriamo meno il mare e riusciamo a gestire desideri, irragionevolezze, pulsioni, stanchezze, gioie e disperazioni?

In questa funzione, il prete della ragione, la società, rassicura ed assolve, mentre lo strascico del difficile equilibrio della convenienza lo segue. 

A noi che come pesci ci immergiamo, saltiamo, ci ri immergiamo, perché la vita, lo sappiamo, è lì nel profondo, non nel guizzare d’acquario, resta l’irrequietezza e la necessità del farsene una ragione.

Quasi sempre, a volte si deroga e si respira.

praticare la sineddoche

Luna velata. Su cielo di nubi lunghe, chiarore spampanato nell’ azzurro grigio delle sere di questa stagione. E’ colore che porta verso nord, assieme al freddo che avvolge senza mordere; per le donne, è sera da scialle, per gli uomini, basta una giacca spavalda, da rinchiudere senza dar vedere. Ci son già primi profumi leggeri, quelli che penso d’aria, scivolati per leggerezza e fiducia verso ciò che arriva. Profumi ben distinti dagli olii estivi onusti di giorni di sole e di sete, essenze, questi, da pelle.  Da passare con un dito, per una scrittura o una carezza. E così s’accarezzano le aromatiche che subito, paurose o grate, alzano un velo che avvolge la mano e basta odorarne il palmo per sentire la terra, e la vita che, loro attraverso, sale.

Saltando dal generale al particolare, perdo ciò che sta a mezzo, me ne rendo conto, mi perdo e perdo. Forse è abitudine, ma gran parte del reale viene automatico e non si nota. Forse. Direbbe un’ amica appassionata della terra che questi sono lussi da perditempo, ma quante cose si perdono nella velocità, mentre dai parabrezza (c’è sempre un riparo per gli occhi quando si corre), si vedono cose ferme, prospettive limitate e se anche, quando si traghetta o naviga (è una metafora), s’ attende più l’approdo che la dimensione enorme del mare.

E così mi perdo il senso del correre, il mondo di medietà con le sue verità e trasgressioni, quasi un obbligo per la colonna vertebrale, ché guardare troppo in su, oppure troppo da vicino, la vista, la schiena e il cervello, ne soffrono. Si può soffrire di particolare nel cercare le assonanze o di sguardo ampio per collocarsi nell’universo? Si, ma ancora una volta è un equilibrio da costruire e mantenere, giorno dopo giorno. Non si può vivere d’eccezione. A dispetto di Ulrich, l’uomo senza qualità, che vorrebbe vivere senza le pause del consueto, e, di converso, neppure come in un film giapponese di molti anni fa, che durava 24 ore. Antesignano della cam da voyeur, e del grande fratello, ma senza copione e novità obbligate, mostrava la vita nella sua nudità, dove anche la passione è pretesto, e si svolge tra ripetizioni: sonno, risveglio, necessità, cibo, relazioni, assenza, noia, presenza. Tutto in rapporto 1:1. Una noia mortale, ma anche un’ alternativa, perché, volendo, assieme al protagonista, si poteva dormire durante il film, pranzare con lui, sovrapporre le vite, e vedendosi dallo schermo rendersi conto di come si è davvero: medi e ripetitivi. Ma la medietà dobbiamo al più accettarla, mica per forza ci deve piacere.

Alternativa è praticare la sineddoche, con le storie che estrapolano particolari, li collocano in un generale condiviso, mai troppo ampio, e dove la stessa eccezione dev’essere tale, non normalità, e la vita raccontata, a sé, prima che ad altri, liason tra particolare e generale. Medietà che ci tiene assieme agli altri, ci fa condividere, argine all’ovvio e, al tempo stesso, porta aperta per la diversità, contro ciò che, visto realmente com’è, diverrebbe orribile noia ed irraccontabile vita. Solo quando alziamo lo sguardo ed abbracciamo il cielo e la luna, solo quando ficchiamo dentro gli occhi, quanto più mare o bosco, o roccia, o strade e case si riescono a vedere, solo quando dei libri vediamo i dorsi, ma ne sentiamo il contenuto premere verso di noi, solo in questi momenti quella meraviglia che ci fa fermare davanti all’inconosciuto diviene noi e perdiamo la medietà e dirlo ci è difficile, per la paura di essere presi per visionari, illusi, folli.

dialogo sulla comunicazione golosa

willy

le parole siamo noi, da come le usiamo mostriamo quanto, chi le riceve, sia importante per noi. E le parole hanno una superficie dura ed un contenuto succoso, pieno di significato, se chi le riceve, le accoglie allora sente che le sensazioni sono molto più intense.

N

Però spesso io faccio fatica a tradurre con parole esatte quello che provo, la mia paura è che arrivi falsato quello che voglio dire…   falsato, cioè non corrispondente alla mia realtà, a quello che provo effettivamente  o che sia interpretato in modo sbagliato.

willy
Se ti fidi della persona con cui parli, lasciati andare, non farti troppi problemi, se non capisce ti chiederà. A volte si vuol dire dire e anche no, si chiede al nostro destinatario di capire oltre le parole. E’ un azzardo, può accadere e non accadere, d’altronde questo sfumare fa parte del fascino del comunicare con i silenzi. Anche per mail, o in tutte le altre diavolerie moderne del comunicare tecnologico.

N

Vero, si comunica anche con i silenzi, ma secondo me, devi averla davanti la persona che sta in silenzio. Solo così puoi capire il senso del silenzio.  Altrimenti non è possibile. Il silenzio a “distanza” può voler dire tante cose: non approvazione, disinteresse, noia, stanchezza, … E  non puoi interpretarlo, a distanza.

willy

Non è solo così, bisogna raggiungere uno stadio più alto, che superi il mezzo. Il bisogna è pleonastico, se si vuole si può fare. E i silenzi, quando si attiva una comunicazione si sentono sempre. Quelli che a volte non si incontrano sono i bisogni reciproci, le vite distanti scorrono, hanno zone enormi di non condivisione, eppure si pretenderebbe la stessa attenzione che si conosce quando si è vicini, ci si può vedere, toccare, sentire a naso ed espressione.  Sai che questo è in realtà il bisogno di avere di più, di essere più sentiti ed è dimostrazione di interesse grande, ma è diverso rispetto al passato dell’uomo, quando aveva meno mezzi a disposizione per comunicare.
Affinare il sentire l’altro è una qualità che tutti abbiamo ma che lasciamo perdere perché è difficile, eppoi crea nuovi bisogni, domande, ecc. Per questo credo, la comunicazione verbale e fisica sembra essere l’unica concreta, la più importante, ma è una, non l’unica.

In realtà vorrei parlare di più sul significato dell’usare le parole, quando si scelgono per restare vicini a quello che si vuol dire, quando non si sparano perché tanto vale la sensazione. Questo esige una sintonia profonda, oppure ci si accontenta. Ed oggi, molto spesso, si dice che è indispensabile puntare al concreto, ma in realtà ci si accontenta di quella che sembra la realtà. Basta sapere che non è possibile comunicare profondamente con tutti, anzi nel mio caso, lo faccio veramente con pochi e se ne ho un riscontro negativo mi ritraggo, mi chiudo. In una comunicazione la maggior fatica e soddisfazione (proprio nel senso di piacere) è quando le porte si aprono, non quando si capisce o si sente meno. Io parlo di una comunicazione golosa, non di una comunicazione bulimica, in questo anche il silenzio ha un suo modo forte di parlare.

N

In fondo siamo tutti esigenti, resta da capire se i tempi e i modi coincidono, altrimenti la golosità è un piacere a senso unico. Condividere, mi pare necessario, anche le modalità e i limiti. Ne parleremo e i silenzi saranno eloquenti :-).