la novità della crisi

L’unica vera novità di questi anni è la crisi e pur non sprecando l’aggettivo epocale, credo che questa modificherà profondamente il mondo così come l’abbiamo conosciuto.  Ma qual’è la percezione della crisi? Di essa si vedono gli epifenomeni, gli effetti, e di questi, moltissimi dolorosi, incidono sulla carne vera della persone. Se fossi la Fornero, non dormirei la notte pensando che 370.000 famiglie, per una convinzione opinabile, sono private di reddito, beffate, impoverite e che nel frattempo non solo non si fa nulla per riparare a quell’ “errore” per non toccare principi, ma ben altre spese non vengono minimamente toccate. Basterebbe un bombardiere in meno per sanare tutti gli esodati e ne avanzerebbe per qualcos’altro.

Ma il sonno della Fornero ci riguarda poco, mentre questa vicenda è un’ingiusta interpretazione della crisi, non una sua conseguenza diretta. Però altre sono le conseguenze che riguarderanno tutti e si faranno sentire, cambiando il mondo come l’abbiamo conosciuto: i nuovi modi di produrre, ad esempio, la marginalizzazione delle aree locomotiva del paese (sta scomparendo l’auto e molta meccanica, la cantieristica è in difficoltà, il legno e il mobile sono in crisi, il tessile è mera testimonianza, l’edilizia è in crisi patocca, il piccolo commercio al dettaglio sta sparendo, ecc. ecc.), l’incapacità di far emergere produzioni ed aree tematizzate in grado di dare una direzione industriale al paese, l’attacco strisciante al welfare, il sistema di protezione sociale rimesso in discussione. Mi fermo per evitare un lungo elenco di cambiamenti in corso, ma l’impressione e la realtà coincidono con un paese che scivola verso una nuova posizione in un mercato che non conosce stabilità e in cui la merce ha una centralità diffusissima, ma marginale rispetto alla finanza speculativa, che determina la possibilità o meno dello sviluppo. Non si è mai parlato così tanto di moneta e di finanza speculativa come in questi anni e mai il virtuale era entrato così prepotentemente nella qualità possibile delle vite, nel futuro delle persone, nella mobilità sociale degli individui, abbassandone il rating reale, che è poi la capacità di acquisto reale, ciò che determina se si dipende da altri oppure si è autonomi e quindi liberi. La crisi viene percepita più come solo impoverimento che come forte cambiamento, e se ne avvertono gli effetti economici più che quelli sociali di ben più lunga gittata e trasformazione delle persone. Gran parte degli imprenditori e politici che conosco, ma anche persone, famiglie, percependo la crisi come momentanea stretta di mezzi, aspettano che passi, sono in ansia con i tempi lunghi, pensano che basti fare dei sacrifici perché tra un poco tornerà tutto come prima. Magari non proprio lo stesso di prima, ma la prosperità, il benessere torneranno ad essere una sensazione diffusa, un benessere possibile anche per chi non ce l’ha.

Sono convinto che non sarà così.

Sono convinto che la trasformazione in atto stia rendendo insostenibili molte delle politiche di tutela che hanno sorretto il benessere dello stato sociale, che la sola crescita non basterà per recuperare le vecchie tutele e che comunque la crescita basata sui vecchi modelli di produzione sarà transitoria e perdente.

In un processo logico, si individua il problema, si identificano gli operatori che saranno coinvolti, si trova la soluzione. A volte il problema è così complesso che bisogna scomporlo, ma comunque i singoli pezzi di soluzione si integrano nel risultato finale. Oggi pare non sia così, perché individuato il problema le soluzioni proposte non sono in realtà soluzioni, ma tentativi di tenerlo a bada. Se qualcuno mi minaccia, mi impoverisce, rende precaria la mia vita non avrò possibilità di star bene finché non l’avrò ridotto all’impotenza, in questo momento non è così perché la minaccia è più tutelata del minacciato. Proprio questo impedisce che tutto torni come prima e le politiche degli stati, ma anche quelle personali degli individui devono interagire con il nemico, confinarlo, mettere in atto strategie che lo mettano in difficoltà. E’ evidente la sperequazione che esiste tra chi riconosce il proprio debito, uomo d’onore, e chi tende ad aumentarlo all’infinito dimodoché il debitore non possa mai restituirlo e si impoverisca, perda le tutele sociali e ancora non riesca a restituire ciò che continua ad aumentare perché è fuori della propria capacità di creare ricchezza. Il limite del debito è questo e non avere questo limite rende la crisi modificante del mondo.

p.s. qui mi fermo, avrei altre considerazioni su ciò che sembra macropolitica, ma in realtà riguarda molto da vicino il nostro presente e il nostro futuro, rischierei di annoiare ancor più di quanto fatto, mi basta che riflettiate su quanto ci sta accadendo e come stanno cambiando le nostre vite senza proteste sostanziali. O queste vite valevano davvero poco e quindi, anche se mutano, poco male, oppure davvero tutti pensiamo che questa sia una crisi transitoria che in realtà non muterà il sistema e che tutto tornerà come prima.


invidia e fascinazione

Tra le poche cose che resistono alla fascinazione, l’invidia eccelle. Anzi diciamo pure che l’invidia resiste a tutto. Anche alle passioni oltre che alla norma. L’invidioso instaura il dialogo, lo provoca, ma nel dialogo non si parla dell’oggetto comune, perché ciascuno parla di una sua visione dell’oggetto, solo che l’invidioso, nel mentre ne parla, lo distrugge. Prima dentro di sé e poi esternamente, finché l’invidioso viene talmente attratto dalla distruzione dell’oggetto invidiato da non volerlo più, se non scomparso; così smarrisce ogni contatto con il reale, e naturalmente con la sua relativizzazione. L’invidia altera quindi talmente tanto la comunicazione da chiuderla, pur mantenendola aperta. Ascolta solo se stessa, e della comunicazione prende ciò che le serve per il suo scopo, ovvero la distruzione del positivo dell’immagine dell’oggetto desiderato. Quindi l’invidia è una passione negativa nel suo tendere all’assoluto del possesso, nel suo pervadere interamente chi la prova e nel brucialo come nelle passioni positive, ma, al contrario di queste, si chiude in sé e si autodivora.

L’invidia ha nella mia immaginazione lo stesso color rosso della passione, me ne sono chiesto spesso il perché, dovrei vederla nera, ma il nero è riservato all’odio come altra faccia dell’amore, l’invidia si dibatte nel proprio sangue, forse per questo la vedo rossa.

Perché la ritengo impermeabile alla fascinazione? Perché la fascinazione è parte dell’oggetto che l’invidia vuole distruggere, e solo esercitando una sua impermeabilità non  può essere convinta a salvarlo, a vederlo diversamente, ad apprezzarne la verità, ad accettarne la vita.

E così la fascinazione, nella sua modalità positiva dell’attrarre-essere attratti e quindi di comunicazione intima, è soccombente e non diviene un’arte del comunicare insinuante e fragile, gioco ammaliatore, sottile, biunivoco dove esiste una gara che viene vinta nell’esercizio critico e nella crescita di sé, anzi la fascinazione viene semplicemente usata, gettata nella fornace delle prove che giustificano la morte dell’oggetto di desiderio.  La prepotenza ammaliatrice di don Giovanni non potrebbe esercitarsi contro la donna invidiosa, Jago non è preso dal fascino della potenza vittoriosa di Venezia perché questa coincide con Otello, Caino, pur avendo notevoli doglianze da fare per la natura matrigna e per il mancato favore della divinità, non porta le sue ragioni, semplicemente risolve il problema alla radice, ovvero lo elimina. L’invidia distrugge l’invidioso, gli toglie l’allegria, la positività, lo marchia escludendolo dalla fascinazione, e con questo lo esclude (si autoesclude) dalla possibilità di essere felicemente attratto. 

E’ chiara una mia valutazione positiva del ruolo della fascinazione nei rapporti interpersonali, e anche con se stessi, ma di questo ci sarà modo di parlare.

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mortificare come negazione del vivere

Quando qualcosa diventa altro, eppure questo qualcosa è ricompreso, nascosto in un insieme più grande, non e’ metonimia, ma è la mortificazione in agguato. Ed anziché una parte essere simbolo del tutto quella parte sta necrotizzando qualcosa, lo imprigiona e con esso imprigiona noi.

Ci sono infiniti modi di mortificare, scrivere al posto di vivere ad esempio, oppure pensare che il piacere duri all’infinito, forzarsi di vivere nel momento togliendosi il futuro, parlare di sé senza cogliersi e sapere che il particolare raccontato è il grande paravento. 

La mortificazione, tolta dalla disattenzione altrui, oppure dall’indebito rimprovero, è faccenda personale, passeggiare sul limite tra vero e falso, dove il falso non è così falso, ma solo una parte, una scorciatoia per non affrontare la difficoltà di vivere. Come una giustificazione per qualcosa che si farà, o ancor meglio, non si farà. 

C’è mortificazione quando, scientemente o meno, ci si toglie qualcosa perché sostenerla non è comodo, potrebbe mutarci. Faccio un esempio se lo scrivere è un piacere che dilata il mio sguardo, mi porta problemi e li risolvo dialogando con me e non solo con la forma, con la grammatica, sono meno attento al contenitore e molto alla mia verità nel contenuto, allora lo scrivere allarga la percezione, il dialogo non è solo un soliloquio. Se invece lo scrivere è un rifugio, un rinchiudermi nel mondo personale, anzi un chiuderlo ancor più, allora diviene mortificazione della possibilità e quindi mortificazione di qualcosa che ho dentro.

L’aggiungere diviene il discrimine tra ciò che amplia e ciò che rinchiude, e l’aggiungere non è il numero, ma lo sviluppo della possibilità, il lasciare ch’essa cresca, divenga parte di noi, piccolo passo avanti. Per questo penso che la lotta tra la mortificazione e la possibilità siano una costante forte del vivere che scende oltre la superficie, e penso altresì che la scelta non debba necessariamente essere mortificazione, ma quanto più vicina è a noi stessi, tanto più essa amplia e quindi è esattamente il contrario della mortificazione. 

Si dice spesso che la non scelta è una scelta e spesso di grande peso, ma nel non scegliere mortifichiamo e quindi diviene una scelta negativa peggiore di quella esplicita che evitiamo perché la consideriamo troppo contro noi stessi, troppo violenta nel suo rifiutare ciò che sentiamo giusto per noi.

Il mortificare è un topo furbo che si nasconde beffardo, è il rivolgersi in continuazione contro di noi attraverso l’ apparente piacere immediato, attraverso l’ordine esteriore, attraverso la rottura della regola per la rottura e non per l’emergere di una nostra regola interiore. Il dialogo con la mortificazione, con lo thanatos che ci accompagna è continuo, faticoso, estenuante spesso, se non affinando la capacità di non prenderci troppo sul serio, nel sorridere di noi con l’ironia dello sguardo che distingue tra ciò che ci fa bene nel tempo e ciò che ci fa bene immediatamente. Non è una posticipazione del piacere, sarebbe una visione molto deviata e fintamente cattolica dell’uomo, ma la sua tranquilla crescita in un progetto personale che comprende la vita come bene sommo e non persegue la sua costante negazione.

In fondo la vita è l’esplorazione di queste segrete stanze che conteniamo e il lasciarle aperte alla luce del nostro vedere.

scosso

Ci pensavo stamattina durante l’ultima scossetta, 3.5 Richter, una sciocchezza, ma gustata in bagno. Nei giorni scorsi, un po’ ridendo, mi chiedevo com’era la fuga come si è, in quei momenti quotidiani, naturalmente per sdrammatizzare. Qui anche se scuote bene siamo distanti dall’epicentro e dai disastri veri. Però…

Però l’insicurezza che sta instillando questo terremoto tocca ben altro. Ridimensiona tutto, consegna ad una dimensione del non prevedibile cose a cui non eravamo più abituati. Il vivere quotidiano ad esempio. La natura, nome un po’ degradato a ubbia dei verdi, riprende il suo posto splendente, che non è fatto solo di tramonti, mari e montagne scintillanti, ma di forza e imprevedibilità. Quello che viene detto è l’imprevedibile, nell’alzare dotto delle mani testimoni del non sapere. L’esattezza della fisica, l’ascendere inesausto matematico, la tangibilità dei prodotti delle reazioni chimiche ci hanno abituato a considerare ciò che non è impresa risolutiva a breve della mente, come materiale di serie b ed invece ci si accorge che, mentre si sono fatti passi enormi nell’infinitamente piccolo, che tra gli astri si snocciola una teoria al mese, basta scendere di una decina di chilometri e non sappiamo più nulla, i modelli predittivi fanno ridere gli scommettitori del superenalotto, la capacità di descrivere rientra nel pressapoco.

Uso una parola cara ai greci (e molto a me): meccanica. L’ordinato svolgersi del moto, il confronto e la composizione delle forze, ché sempre queste hanno un ordine e qualcosa a cui rispondere che a noi qui sfugge. Bene, in questa parola sta anche il terremoto, i disastri delle nostre, piccole cose, inadatte all’eccezionale, l’economia fatta, banalmente, sempre di un prevedibile andamento senza intoppi che non siano i mercati, la vita quotidiana assuefatta al controllo del futuro e non all’indecisione. In questo sta il timore controllato che mi assale. Mi hanno abituato a considerare la scienza come unica risposta al mondo, l’uso dei suoi proodotti e della tecnologia per convincere il succedere degli eventi, delle ore, delle abitudini, ad accadere davvero. Ed ora?

Capisco che esiste un ossimoro della scienza che imprigiona le menti, quando questa viene intesa come solutore e non spiegazione del reale. Che la scienza tratta del reale, ovvero di ciò che accade e lo spiega quando può. Troppa fiducia viene riposta da chi attende una risposta, nelle capacità risolutive di persone, magari distanti migliaia di chilometri, ed esiste una profonda, enorme differenza tra chi studia un fenomeno, ci ragiona sopra, emette delle teorie le verifica o falsifica, trae delle conclusioni sulla ripetitività e chi invece quel fenomeno lo vive e lo considera negativo nel ripetersi e vorrebbe una parola che dicesse basta. Una parola in sé salvifica ed autorevole per riportare a sé il controllo del suo destino. Sappiamo di non sapere, ma quanto ce ne rendiamo conto? In fondo il mondo è fatto di scorciatoie, di risultati che poggiano su giacimenti di numeri. Nel fare c’era la comprensione del risolvere un problema, trasformare e portare ad un ordine maggiore, trasferibile nelle vicinanze, ma c’era anche il limite, si sapeva dove si poteva arrivare, ora tutto si nasconde in una complicazione che si esaurisce nell’uso nella prigione dell’uso e nella sua accelerazione. Compro qualcosa che mi permette di fare un sacco di cose, la cui esattezza non posso verificare perché tutte poggiano su uno strato di algoritmi. Io parlo con un’interfaccia, credo, penso, che sapere come muovermi con essa sia conoscere il mezzo, con il terremoto non ho interfaccia, vado alla ragione che non capisco e ne provo paura, anche se non sono minacciato direttamente la minaccia dell’inconoscibile emerge.

La parola scossa di per sé contiene lo stupefacere dell’inatteso, sommuove e mi mette di fronte a me stesso, alla mia dimensione. Non mi sento piccolo, mi sento fragile e incapace di previsione e controllo. Mi oppongo alla scossa, non oscillo con essa, l’esorcizzo quando la rappresento come il gigante in giardino, ne cerco un lato non offensivo, esperienziale senza danni, so bene che sono alla sua mercè, qualcosa di oscuro, non prevedibile, che non si capisce bene nella dinamica, può disporre di me e la scossa sarà un’occasione per vedere diversamente il mondo se mi risparmierà. Me e il mio mondo. 

Sono scosso, ovvero senza cavaliere, come nel palio di Siena e corro e rincorro, senza paura, qualcosa che non capisco, ma so che con lo scemare dello sciame sismico, tutto tornerà come prima ed il conto sarà solo tra danni e ricostruzione. Invece proprio la scienza, adesso negletta dall’assenza di effetti, mi riporterebbe al fare, quello che capisce, che è fatto di messa in sicurezza, di mani di muratori, di materiali e ferri correttamente applicati, di pesi, norme e precauzioni. Il risultato di questo riconciliarmi, sarebbe che alla fine oscillerei con la scossa, ne porterei il timore, ma la paura non investirebbe il mio mondo fatto di interno ed esterno, finalmente ricomposti nel vedere.

E se parlo di vedere, parlo di ciò che vedo nel presente e nel futuro, come conseguenza di un modo di vivere dove l’economia si scuote e si orienta come gli uomini al possibile ed al compatibile con la natura.

Vorrei che le scosse non fossero inutili, ecco!

inshallah

Nei primi anni di università frequentavo un gruppo di studenti arabi, c’erano palestinesi, iraniani, giordani, qualche siriano. Ci vedevamo a lezione, al bar o in sala studio, si parlava con le ragazze, c’era sempre molto caffè da bere, risate, curiosità reciproca. Erano anni in cui le guerre tra i Paesi Arabi ed Israele si susseguivano, in Iran c’era molta resistenza, cercavamo di capire senza darlo a vedere e  per questo parlavamo tutti con generosità di parole, di tutto, ma anche molto di vita quotidiana. Inshallah concludeva tutti i ragionamenti pratici: gli esami, una serata programmata, un approccio possibile con qualche ragazza, l’appuntamento per il cinema.

Non mi rendevo molto conto del valore che c’era dietro a questa parola, m’affascinava il suono, come accade per la lingua araba quando scivola tra le vocali ed addolcisce consonanti. Mi chiedevo come si potesse rallentare una vita fatta di slanci, perché tali erano i loro e quelli della loro storia, temperando il governo delle cose e del tempo, con l’attesa e l’ accettazione di una volontà esterna così forte da essere l’ultima a dire la parola. Sembrava un affidarsi operoso: ho fatto il possibile adesso tocca a te.

I miei amici erano laici, bevevano e mangiavano senza preclusioni, comunque non credenti e come noi spesso agnostici, si parlava di religioni comparate come fenomeno culturale più che come insieme di precetti, eppure inshallah emergeva come modo di vedere prima che intercalare. L’impressione che ne traevo era quella di essere altrove, come venisse aperta d’estate la porta d’ una chiesa ed il fresco che usciva, prendeva, non occorreva credere in qualcosa per star bene, e si capiva benissimo che quello era il logico accompagnare di ogni sereno preannuncio di impresa, di programma futuro.

Pur sentendone il fascino, mi sfuggiva allora questo affidarsi dinamico, lo capii di più in seguito, con gli anni, e con i viaggi. La parola ed il suo significato tornava, mentre si allargava il suo confine e diventava un modo di vedere il mondo. Credo che il probabilmente a cui aderisco quando vado in africa, o l’affidarsi vigile di quando viaggio nei paesi arabi siano il mio modo di aver capito che ci sono posti e regole in cui lasciar fare agli eventi. E che questo è un aiuto al compimento  dei progetti. Inshallah così diventa anche il mio intercalare, ed il modo per ritrovare una serenità messa a dura prova dagli orari mancati, dalle deviazioni continue, dagli accidenti che spostano di albergo, di cibo e di tragitto. Non arrivo ancora a pensare che la vita, la salute siano poco da tutelare perché comunque un caso benevolo le difenderà, mi premunisco per quanto possibile, ma dove non arrivo, spero e lascio fare.

Mi viene da pensarlo in queste giornate di terremoto, quando l’imprevisto diviene più forte e la scelta è tra alternative inesistenti: è meglio restare o andare? correre od attendere? Scelgo e mi muovo sperando che sia la scelta giusta. Per me il significato di inshallah è questo, fare con serenità una scelta che presa, non dipende più da noi soli, ma da una miriade di variabili per cui è meglio che la loro somma conduca pressapoco dove dovevamo andare.

Ecco, facciamo, impegnamoci, portiamo noi e il nostro mondo verso qualcosa che ci porti avanti, ci faccia bene e speriamo che tutto vada per il verso giusto.

Inshallah.

gli anni inutili


Sono i nostri gli anni inutili, quelli della mia generazione, che per propria responsabilità e per la gioia della Fornero, tira innanzi anni in cui non ha vocazioni e progetto. Sono anni dove i nostri figli non crescono, anni che sono fatti di giorni spergiuri delle nostre speranze giovani, anni in cui il mondo e’ cambiato solo per noi, anni in cui lo spread tra le età continua a salire. Questo e’ il vero debito pubblico, un debito fatto di energie stanche, di luoghi comuni che hanno preso il posto della fantasia, un debito arrogante e ingiusto.

Anni inutili se vissuti senza la forza di immaginare vite nuove, prolungando giovinezze improbabili perché prive di sogni, ricche di illusioni e poggiate su zampe di cinismo. Anni senza coraggio, anni ripetuti di giovanilismi, di conti che non sono stati saldati a tempo.
Penso, invece, al coraggio dei ragazzi che vivono da precari ed ogni mattina vanno a lavorare pensando che cambierà, penso alle famiglie che costruiscono ed hanno timore di chiamarle con questo nome perché, se si lavora a tre mesi, mancano i progetti, non i sogni di famiglia. Eppure questi giovani, che sono ormai legione, continuano, cercano, provano.

Penso, anche, alla disperazione dei cinquantenni che perdono in continuazione il lavoro, ma magari la Fornero non sa che a 50 anni si perdono i lavori, non si trovano. Penso alla chiusura sociale che sta avvenendo tra chi sta bene e chi ha nulla, o ha poco.

Penso al discorso a pranzo, oggi, dove il tema del ristoratore era l’immatricolazione delle barche oltre i 12 metri in Croazia, e la grande idea di un mio coetaneo era pagare tutti poco, perché così non c’è evasione, ben sapendo che gran parte del prelievo avviene su chi non può cammuffare i propri redditi. Pensavo che se i miei anni saranno anni egoisti, saranno anni inutili, ma che in questi anni, che abbiamo a disposizione, qualcosa di buono si può fare, ad esempio, attivare una cultura che consideri l’età non come un privilegio ma un bene comune.

E comportarsi di conseguenza.

è un segreto: il posto, l’aria, il profumo. E non parlatene se non a chi non capisce

I platani capitozzati sono tirati a pergolato, e scendono con fiumi di glicine azzurro e bianco verso il castello di Miramare. L’aria è piena di profumo, l’azzurro viola riempie il cuore, le nari, il cervello. Si può riempire un cuore di colore, di profumo? qui si può fare , così anche i pensieri, poi a Barcola, davanti al mare, sono meno assillanti e la mia vita, le cose che faccio fatica a chiudere, anche quando non ho evitato il dolore, divengono storie.

Una storia, tra le altre, mi è rimasta da pensare, perché non l’ho capita. Ora ho certezza di essere caduto in una volontà senza decisione, così la cosa è rimasta sospesa, il mondo è andato avanti e le cose, il mondo, le vite sono cambiate, ma ciascuna per suo conto.

Pensavo: ecco in questa mancanza di comprensione profonda si consumano molte storie, noi proclamiamo la leggerezza come strumento per non lasciare orme sulla vita, pensando di danzare, mentre in realtà siamo fermi e simili ad alberi nei nostri percorsi. E se guardassimo bene l’albero del nostro vivere, vedremmo infinite ramificazioni che, al più, finiscono in una foglia, rami che non saranno mai fusto, ed un tronco, solido, piantato nel terreno in cui ci è dato vivere. Il tronco ha un bisogno enorme di crescere, di essere albero – quell’albero- e il resto che compie, con volontà e leggerezza, sono tentativi di luce. Essere albero esige determinazione per la propria vita, e pur vivendo del rapporto con gli altri, donando profumo e ricevendo luce, la determinazione alla fine riguarda solo noi stessi.

Pensavo, mentre il mare e il profumo di salso avevano tracce di glicine, a quanti silenzi chiudono un lasciare qualcosa per cui si è patito e gioito, e quanta forza è necessaria per dare espressione a quel silenzio, che è un nostro parlare e serve a dare senso ad una sofferenza, che sarebbe annacquata dalle parole. Forse solo la consapevolezza del perché si soffre chiude le sofferenze, pensavo, e ci riporta a noi e ci fa capire cosa amavamo davvero in quelle storie che si chiudono. Soffrire non dà una ragione, ma un significato a ciò che si prova.

Io, pensavo, per anni non ho capito che la parte maggiore di ciò che mi impediva di essere sereno nell’ andarmene era il senso del fallimento, e siccome non l’ accettavo, riprovavo, come se una sconfitta avesse una prova di riserva. E’ la sindrome del giocatore che pensa sempre che la prossima mano gli permetterà di rovesciare la fortuna avversa e di riprendere se stesso. Ma in realtà non è così, quando subentra la comprensione, il gioco, quel gioco, è perduto, non coinvolge più. Resta un buco dello strappo e si deve attendere che si riempia. e qui, pensavo, che cercare di capire perché non si è soddisfatti sembra sia la necessità di colmare quel buco. Ma un riempire è un fatto statico, non considera la vita come qualcosa che procede. Ecco, avrei voluto ricordarmi sempre che la vita procede, che quello che avevo era meno di quello che mi stava attorno, e che sentivo nel colore, nel mare, nella sensazione di ben essere. E che guardandomi esclusivamente dentro, mi perdevo molto della vita che pullulava e chiedeva di essere letta. 

Non c’era tristezza in questa percezione di essere fuori e dentro altro, anzi il confronto con il molto di buono e bello che avevo conosciuto, portava allegria, fiducia. L’allegria che ci permette di sbagliare e poi di riprovare, con mezzi uguali, e diversi, con attenzioni che ci sembrano nuove, con il senso che davvero c’è molto più fuori di noi che dentro i nostri piccoli razionali, pensieri, che prevedono il futuro.

Siamo solo maghetti di pianura consegnati alle arti magiche del già visto, provato, vissuto, all’ illusione di vivere che si consuma, se ci si sofferma in questo sapere senza meraviglia. 

chi sarà il nostro Steinbeck?

Chi sarà il nostro Steinbeck, il Dos Passos o il John Fante di questo paese che frana? Chi sarà il Volponi, il Levi, o l’Ottieri?

Oggi, in sovrappiù rispetto al ’29, agli anni ’50, anche lo Stato è in crisi. Tutti in depressione, senza orizzonte a breve. Solo le banche ballano mentre oscilla il mondo. 

Chi descriverà tutto questo, se abbiamo perso gli operai, e non ne ha parlato nessuno. Chi parlerà, illuminerà, lascerà traccia d’un mondo che si è sbriciolato senza domande? Senza troppe domande, perché la classe media aveva troppo orgoglio per accorgersi che ne prendeva il posto e diventava proletariato. Ma proprio da quella classe media venivano, vengono gli scrittori che parlano d’altro. Forse non sanno e non vedono, oppure non sentono. Neppure dei loro vicini parlano, parlano di un mondo di pochi, un sogno che dovrebbe essere di molti.

E allora chi parlerà dei giorni uguali? Del lusso della noia, dei residui d’una generazione di reduci vissuta di ricordi e di voraci sogni. Mancano le strade di periferia, lì dove si staccavano gli operai dagli impiegati, chi parlerà delle case al mare, delle aziende che chiudono in silenzio, degli appartamenti dove si vive, venduti per pagare i conti? Chi scriverà per gli e book e per gli editori di carta, sapendo che proprio il loro mondo è fuori della realtà?

Meglio il fantasy, meglio il ricordo, meglio la thriller story, meglio il relativo, i lustrini, lo sport, l’intimismo. Meglio. Passerà. Meglio parlar d’altro.

Non resterà traccia. Non abbiamo Steinbeck, e neppure Fante, certamente non Tondelli, Levi, Calvino o Pavese. Forse non va troppo male. Non ancora.

contro la narrazione

La parola narrazione mi suscita moti di stizza, ripulsa.

Capisce la parola?

Tutti narriamo, l’abbiamo sempre fatto, ma non abbiamo inventato un genere; a volte spieghiamo, a volte ricordiamo, a volte raccontiamo quello che sembra verosimile, che suona bene. Ecco, credo che la narrazione quando diventa genere, si alimenti soprattutto del terzo genere, intrisa com’è di sentimento e fatti. Più sentimento che fatti e quest’ultimi, piegano il reale.

Non mi piace la narrazione pubblica, mi piace l’invettiva, il j’accuse. Se si parla di camorra, di mafia o della banda della magliana, bisogna evitare il genere letterario, oppure considerarlo tale, far capire che la realtà fa male, perché il pericolo di normalizzazione diventa enorme, come pure quello dell’emulazione. Ci sono t-shirt, felpe, cappellini generati dalla narrazione, idee conformi che non toccano la radice dei fatti, ovvero che l’illegalità è un male profondo, personale e sociale, che l’illegalità genera illegalità e sofferenza, ma soprattutto che l’illegalità è intollerabile.

C’è un limite al racconto ed è quello oltre il quale subentrano i fatti, i nuovi fatti. Si usa molto un’altra parola, che m’infastidisce, spesso legata a narrazione: civile. Coscienza, cerimonia, orazione, società, narrazione, ecc. come se il resto fosse un mondo a parte, non civile. Io credo che le grandi storie, le persone che l’hanno vissute non siano santi civili, sono le urne dei forti del Foscolo, ciò che illumina la notte, ma qui sotto ci siamo tutti con la necessità di vedere chiaro, di distinguere, di schierarci.

Adesso infuria la narrazione civile, credo facciano un po’ i furbi, il discrimine è lieve, la tentazione della nicchia calda, forte; bisogna stare al di qua, comportarsi.

Capisce la parola?  Comportarsi di conseguenza.

Non abbiamo bisogno di santi civili, abbiamo bisogno di comportamenti generalizzati che sorreggano i soldati in prima linea. Chi racconta le retrovie, le storie di ordinaria umanità di Napoli o Casal di Principe, chi sostiene oggi i successori di Peppino Impastato, o di Ambrosoli? Prendo Loro ad esempio, ma, in testa, tutti abbiamo i nomi dei caduti in prima linea, molti ce li siamo dimenticati perché sono stati troppi e perché nessuno li ha santificati, fossero giudici, parlamentari, poliziotti, giornalisti, persone per bene. Anche per le medaglie d’oro c’è una narrazione che piega i fatti ai sentimenti.

In questi giorni c’è il programma di Saviano e Fazio, l’ho visto a tratti, è un programma televisivo, non diamogli un significato eccessivo, se fosse due volte alla settimana per 6 mesi, dopo il primo mese lo guarderebbero in pochi. I soliti, quelli che pensano in un certo modo, e perdonano le ripetizioni, cercano ragioni.

C’è un bisogno forte di segni, di unghiate, cose che la narrazione racconta con dita di velluto. Se Grillo fosse in tv, e non sulle piazze dove anche i pidiellini lo vanno a sentire, sarebbe meno della Gabanelli.

Vi siete mai chiesti perché la narrazione rappresenta il limite dell’impotenza? Perché il potere è più forte oppure perché la narrazione, indigna quietamente, attiva quel senso di sdegno che spinge più ad astenersi che a fare ? La mia risposta è sulla seconda opzione.

La sinistra soffre di un complesso di castrazione culturale e informativa che ai tempi del PCI non aveva. Strano vero? Se si narrasse di meno ed accusasse di più, il suo popolo si sentirebbe meno solo, con il suo bisogno di allegria, di obbiettivi e politica, di entusiasmi, di commozione. Per questo la narrazione non serve al cambiamento se non quando diventa carne e sangue del fare, dell’esserci, del partecipare.

Con la narrazione Dreifus sarebbe ancora in galera e Zola avrebbe una rubrica su le Figarò.

Capisce il concetto?

lettura emotiva del salone del libro

L’impressione, entrando nell’ immenso salone, è d’un altrove scatenato a terra che addensa segni, parole spiaccicate nei libri, ronzio gonfio di voci, sudore di calca, visi disfatti, persone stravaccate su cubi in pelle rigenerata, soddisfazione di vedere Tremonti che firma in solitudine le copie del suo ultimo libro, così impara a dire che con la cultura non si mangia, panchine oggetto di desiderio, e angoli, molti, troppi angoli, che amplificano ciò che non si può amplificare, il pensiero, e lo frangono, emozionano, lo fanno riflettere la luce prima di disperderlo in decine di altre scatole craniche, finalmente attente ed ascoltanti. Insomma, un flusso inarrestabile di intenzioni e desideri, dove ognuno cerca qualcosa e spesso lo trova, in una frenesia caotica e direzionata.

E’ uno spazio tempo del quiadesso, un coagulo di volontà che si risolverà in pochi giorni, immemore dell’altro, altrove passato.  E l’altrove di prima, lo si vede innalzando gli occhi, filtrando tra i pannelli, verso le capriate d’acciaio ed i muri alti, verticali, grigi ed inutili ora, per cose a misura d’uomini, ma qui gli occhi s’ alzano poco, per cui il ricordo si confina nel mio: qui costruivano motori, un tempo l’aria era compressa e percossa dal clangore delle calandre, l’ozono e i minuscoli soli di saldatura, frizzavano nelle narici, in un sincopare di schiocchi e rumori ritmici d’aria compressa. Il luogo del fare è ricettacolo del pensare, dal materiale all’immateriale, eppure… Eppure c’è un nesso profondo tra ciò che spinge a leggere e ciò che si fa, chi legge non vive solo in un mondo parallelo generato dal cervello di chi scrive, ma segue una realtà fatta di oggetti, di cose concrete che arredano il pensiero. Immagino il pensiero degli operai d’un tempo, degli impiegati con il tinello e i volumi rilegati di Conoscere o di qualche enciclopedia ereditata. I classici, la scrivania in un angolo, e per i più vivi, il grigio delle rilegature Einaudi oppure il marroncino della Bur. Quel leggere entrava in fabbrica e dalla fabbrica, con la sirena, usciva nei quartieri, spezzava a tavola il profumo di minestra, riusciva dopo cena nei bar fino a notte, oppure si stemperava davanti a televisori a rate. Era un altro modo di sapere e i saperi si sono confrontati ed assimilati in altri anni. Volponi, Olivetti, Levi, Ottieri, Calvino sarebbero felici del mescolarsi così alto di simbologie, qui, in questo luogo, e di questo flusso di persone in cerca (di cosa, di chi? ),  che trova, compulsivamente trova.

Questo luogo non è il mio per l’ atto dello scegliere libri. Ho una libreria, un libraio che conosco da sempre, con cui parlo e che accoglie in restituzione ciò che non mi piace, scaffali di cui conosco la disposizione, banchi in cui mi fermo in lettura, persone con cui converso e scambio impressioni. L’orgia del pensiero, la bulimia dell’acquisto la consumo altrove, però qui sono dentro le parole, e il mondo, che non è né quieto né ordinato. E mi piacciono entrambi. Ho anche una scelta da fare: passo al digitale oppure continuo con la mia amata carta? Credo che un dinosauro debba essere felice  della sua specie, dell’essere quello che è, di questo me ne rendo conto qui, compulsando la tentazione: che mi costa? mi regalano anche 4 libri, c’è l’offerta salone. Quasi quasi mi prendo un tablet che così ho tutto, pesa però, per leggere, 680 g, poco per un computer molto per la mia testa quando m’addormento. Cheffò, lo prendo? No, non lo prendo, varrebbe la pena solo per il dizionario incluso, è bello, poi parla e traduce. Quasi, quasi…

 Non l’ho preso, ma non è finita e a modo mio qualche altro inutile aggeggio arriverà. Il salone è stato utile anche per questo, bello il digitale, ma meglio l’odore della carta. Magari potrebbe essere un’idea per Amazon quella di dotare i lettori di un profumo e di un crepitio di foglio, quasi quasi la brevetto.

Non solo di parole si nutre l’uomo, ottimo il pecorino e pure il cannonau, dello stand Sardo, la cultura ha gusto e peso proteico. Avete mai osservato come un buffet culturale ecciti gli appetiti più famelici, persone compassate, professori e maestre dalla penna rossa davanti al buffet si trasformano. In coda ad un convegno sull’attualità di Leopardi, ho visto il tentativo di consumare un tentacolo crudo di piovra, arredo del banco, brandito trionfalmente da un’insegnante che l’aveva strappato nella ressa. Sabato ho avuto modo di ascoltare un testo in sardo, letto con una voce bellissima, non ho capito nulla, ma mi sembrava la voce della terra, dell’acqua, della roccia che per suo conto diceva di sé.

Al salone ho incontrato persone di cui conoscevo solo lo scrivere, bloggeur come me. E’ bello sovrapporre il viso alle parole scritte, e chi frequenta i blog conosce il rischio della delusione nell’incontro, ma se non c’è doppio fine e non si raccontano balle, ci si accorge con stupore che la persona è quella che avevi in testa. Anzi di più perché parla in diretta. Abbiamo arricchito ( ;-)) i Benetton? Non credo, ma che miseria nella terra dello slow food, io però ero contento, di quella contentezza immotivata e un po’ bambina, del conoscere amici, del consumare quello che c’è con loro; come si aprisse una porta e la luce che ne veniva fosse calda, profumata di buono.

Questo degli incontri è un tema che vorrei consigliare ai gestori del Salone, ovvero configurare uno spazio per bloggeurs con tanto di caffè e tavolini, un bistrot da rive gauche. Sarebbe un appuntamento annuale per gli amanti della parola, un percorso inverso dal digitale al reale.

La sera, a cena dal Parin, secondo turno; alle 23.30 eravamo ancora all’antipasto. Siamo andati via per non coincidere con il primo turno del mezzogiorno successivo. Per me, che sono perverso, è stato divertente e molto, anche il non cenare, merito della compagnia.  

Il giorno dopo Torino, era Juventina, assonnata, spazzata da folate di pioggia. Mi pareva logico che il Salone fosse lì fuori, nelle piazze, nei viali vuoti di persone, nei caffè che aspettavano mezzogiono per diventare ristoranti. Mi pareva logico che nel Circolo dei lettori, il buffet fosse sommesso, i bicchieri appropriati, il parente piemontese della cassoeula, giustamente indigesto.

i.s. è sempre stato presente in questi giorni, il pensiero grato per questa visita torinese, per chi mi ha dedicato attenzione, regalato un inconsueta quantità di sorrisi, estorto gentilmente parole che tradivano la mia timidezza. E, cosa singolare, mi ha fatto retrodatare la settimana come inizio al sabato. Come dire che l’effetto dura tutt’ora.

Grazie.