Lama nuova, primo taglietto rituale dell’anno. Aspergo una goccia di sangue come un principe inca in omaggio all’esistenza.
Leggo i segni e ho colto una runa nuova sul viso: si è scritto un insistente pensiero. E’ bifronte, piacevole e doloroso. Consistente. Leggere il viso è leggersi dentro. Lietamente, per rispetto del passato proprio e degli apporti altrui. Ha segnato l’amore? E la delusione come s’è vendicata prima di dissolversi in consapevolezza? Sarà parola guida dell’anno: consapevolezza. Che sia lei che ha generato quell’ombra accennata? Era una scelta non fatta, forse? Nella geografia del viso le armate dei successi si sono infrante sul confine dei fallimenti. Accade così anche negli atlanti che il limite contenga un’ambizione e al tempo stesso ne abbia riempito di consapevolezza e cultura il territorio. Nel rito maschile del farsi la barba c’è una delle attenzioni permesse dall’ ego assegnato, in fondo giocare con una lama induce forza e tenerezza verso sé, ma è anche un momento necessario per guardarsi con attenzione. Vedersi. Se penso a una corrispondenza femminile, cosa di cui so poco, mi viene a mente lo stendere la crema o il togliere il trucco. Un fare e pensare raccolto: questione personale.
La lama scorre, liscia la pelle, il dorso della mano apprezzerà alla fine con un gesto rapido e un mezzo sorriso. Dei pensieri intimi davanti allo specchio, ben poco uscirà in parole, troppo personali per essere racconto di sé. In fondo ci si vede sempre in terza persona davanti agli altri. Ma in quella goccia di sangue c’è una consapevolezza in più e una riga tirata. Un prima e un dopo.
Mentre buttavo le briciole dal balcone, un piccolo assembramento di passeri si è radunato. Hanno becchettato quel che c’era, con molto senso della realtà, poi hanno divorato anche l’aggiunta, e infine sono sciamati in un volo corto fatto di fili e rami. Appoggi, insomma per stare a vedere. Siccome ho virtù aruspicianti, da quel breve volo, per inferenza statistica, ho tratto questo oroscopo egualitario, che va bene per chi ci crede e per tutti i segni, anche quelli sul muro e sulle scale che non si capisce mai chi li abbia fatti. E va bene pure per chi non ci crede l’oroscopo, perché al volo dei passeri nessuno si può opporre. Néanche Renzi o la U.E.
AFFARI: Distinguiamo, se per affari intendiamo gli aggeggi di solito elettronici, di cui non ricordiamo il nome, e a malapena la funzione, ma di cui certamente non abbiamo nozione del funzionamento, allora siamo circondati da affari che lampeggiano, rassicurano, inquietano e che sembrano avere una funzione consolatoria nelle nostre vite. l’anno a venire sarà ancora più ricco di questi affari che comunque non dureranno, e come gli altri si butteranno senza averne sfruttato le capacità. Se saprete coglierne il limite avvertirete anche un senso di liberazione e quindi affari nuovi vita nuova.
Gli altri affari, ovvero quelli che fanno i tipi in gessato, i conoscitori di vini pregiati che fanno bere agli altri il vino in tetrapack, i possessori felici e condonati, delle ville sul mare che costeggiano le nostre coste perché il mare è in loro funzione non per tutti, quegli affari lì andranno sempre bene. Per tutto l’anno e anche quelli a venire. Diciamo che i gessati appartengono a un altro universo che non ci compete e se i loro buoni affari fanno un po’ andar peggio i nostri, qualche motivo ci dovrà pur essere, ma per ora non sappiamo come metterci una pezza. Anche perché se mettiamo una pezza a loro restiamo un po’ col culo scoperto noi, che le pezze ormai le abbiamo lì.
LAVORO: nel 2015 chi avrà lavoro, lavorerà molto ma sempre con lo stesso ricavo. Alcuni si sentiranno dire: ti ho dato un lavoro e vuoi anche essere pagato? Ma allora non sei mai contento… Però si intravvederanno segnali positivi di uscita dalla crisi,e questo rincuorerà alcuni se avrà effetti pratici su di loro oppure deprimerà altri se non gli cambia nulla. Pare non sia una scelta possibile, quindi cercate di vivere al meglio e di aver fiducia. Per ora non costa nulla, la fiducia, anche se la si potrà detrarre dalla nuova denuncia dei redditi.
TECNOLOGIA: i passeri non erano passeri, erano droni, ma me ne sono accorto dopo. Sono sempre più intelligenti questi droni. La tecnologia ci coccolerà, affascinerà, convincerà per tutto l’anno e anche dopo. Ne saremo conquistati e compreremo un sacco di cose inutili e divertenti, che si rifiuteranno di funzionare quando servono di più. Saremo dipendenti e ci sembrerà di essere più liberi. Tutti i grandi marchi mostreranno novità che renderanno obsoleto e senza valore quello che non avete ancora finito di pagare. Le applicazioni che funzionavano tanto bene non andranno più con i nuovi sistemi operativi. E se con fatica avete imparato a far funzionare il penultimo ritrovato della tecnologia, dimenticatevene perché l’ultimo è diverso, più semplice e incomprensibile. Potete anche considerare cheperfino i droni passeri senza batteria non volano, che fare le 4 operazioni e scrivere su carta può persino risultare intelligente e senza attendere un black out mondiale cominciare a preferire la concretezza del legno, del ferro, delle piume e dei cuori pulsanti (ossia dei sentimenti).
SESSO: L’anno è aperto e promettente, Marte si incontra con Venere, se entrambi hanno voglia. Se siete degli dei non c’è problema, saranno situazioni idilliache e memorabili, ma se non siete dei guardatevi attorno e pensate a quello che davvero volete, la scelta sarà tra la durata e l’estetica. Come per le lavatrici tedesche. Comunque sia la scelta, visto che le possibilità sono ampie e l’anno favorevole, scegliete il meglio. E se non è vero che chi fa sesso statisticamente (chissà com’è il sesso statistico) vive più a lungo è pur vero che si diverte assai di più. Meditate, meditate, ma non per per troppo tempo, poi datevi da fare.
AMORE: L’ anno che si apre, secondo i passeri-droni è favorevole all’amore. A quello in corso, a quelli non ancora nati, a quelli che si concludono. La pentola del tempo sembra contenga sia la felicità che il dolore e che l’amore abbia la capacità di cucire entrambe e poi di metterle a disposizione come al self service. Abbiate fame e prendete una bella dose d’amore, consumatela che tanto ce n’è ancora, innamoratevi di chi lo merita e vi corrisponde e se vi capita di guardare il soffitto al buio, non è segno d’insonnia o disturbi alla vista, ma della necessità di ascoltare quello che c’è dentro: siete innamorati.
POLITICA: Il premier nel discorso di fine anno ha detto che la parola guida del futuro sarà ritmo: preparatevi a ballare. Sulle possibilità che questo sia un Paese tranquillo, i passeri-droni sono stati chiari: non sarà così. Ci sarà invece tutto il campionario di promesse, improperi, dileggi, speranze che fanno parte della politica non noiosa. Si vota il nuovo capo dello Stato, se ne avete voglia ci sono modi interessanti di partecipare attraverso gli allibratori di scommesse di Londra, di sicuro avranno più brividi delle quirinarie di Grillo. Forse si vota oppure no, ma il vero fatto nuovo è che il premier attuale non giura più sulla testa dei figli, come uno precedente, cosa che rassicura i figli, ma non il resto del Paese. Però promette il cambiamento, quindi non preoccupatevi ci mancherà niente. Allora dipenderà da voi occuparvi di politica, visto che neppure le elezioni mancheranno: potete fregarvene come fa il 50% degli italiani, aderire per opportunità a una parte come fa il 25%, credere a qualcuno o qualcosa per svariati motivi come fa il 23,5%, essere convinti di poter cambiare davvero le cose come fa l’1,5% degli italiani. Comunque sia la vostra scelta non illudetevi, la politica vi braccherà, vi costringerà a discuterne, influenzerà le vostre vite, vi farà inveire, vi darà delusioni e speranze, non le scapperete, allora tanto vale interessarsene davvero.
SELFIE: Sarà un anno favorevolissimo ai selfie, se ne scatteranno a miliardi. Aiuterà molto il riconoscimento momentaneo di chi li scatta visto che pare crescano i problemi di identità, e se nessuno sa chi è davvero meglio si scatti una fotografia e la metta su facebook, magari qualcuno lo riconosce. Tra le tante spazzature in crescita, dopo la plastica negli oceani e nei ghiacciai, ci sono i selfie. Se ne producono miliardi e sono usa e getta, solo che da qualche parte ristagnano e occupano memorie, cloud, sms, mail, social network, ecc. ecc. e stanno intasando tutto. L’anno che verrà non promette nulla di buono al riguardo, continueranno a moltiplicarsi finché ci sarà solo una immagine nelle teste di ciascuno, la propria.
TEMPO: Secondo una recente teoria pubblicata su Nature da due fisici americani sulla direzione della freccia del tempo (i due intervistati, hanno accolto il giornalista in maglietta e calzoncini corti, con delle pantofole interessanti a forma di orsetto quantico) si sono detti contenti della teoria e perplessi sulla comprensione della stessa), sembra che a partire dal momento zero dell’universo, il tempo e la sua freccia si siano espansi in entrambe le direzioni opposte, per cui le frecce sono due, opposte e noi saremmo remoto passato degli antipodi della freccia opposta. Questo provoca una piacevole conseguenza: siamo già stati e abbiamo una possibilità di futuro che già esiste. Tanto vale approfittarne e viverlo allegramente.
Buon anno a tutti, il tempo è una buona cosa, usatelo.
Sul fare o non fare regali a Natale, quanto questi siano un obbligo e quanto un piacere, se essi debbano rispettare i gusti del ricevente o viceversa, se si possa trovare un utile compromesso, se i doni debbano essere misurati sull’importanza, ecc. ecc. ; su questi temi credo che tutti si siano esercitati.
Ho trovato un po’ di chiarezza, dopo anni di insoddisfazioni, che se da un lato ha ristretto i doni a chi conta per me ed è vicino fisicamente, dall’altro cerca di continuare attraverso il dono un dialogo, un interesse.
Hai letto Coriandoli nel deserto di Alessandra Arachi ?
No, di che parla?
E’ una sorta di lettera d’amore molto bella. Tieni te lo regalo.
Ma mi hai già fatto un regalo.
E te ne faccio un altro. Vedrai ti piacerà.
Ma era destinato a qualcun altro e l’aveva già letto ?
Qui il dialogo potrebbe finire, il libro tornare nel sacchetto e una amicizia avere un po’ di sana sospensione per capire ciò che davvero ci tiene uniti. Invece ho detto la verità, ossia che l’avevo visto in libreria e comprato perché sapevo che di lì a poco l’avrei incontrato. Una giustificazione non dovuta perché, a volte, bisogna sopportare le distorsioni mentali, anche negli amici. E non è una questione di sincerità, o di buona educazione, ma di come ci si pone di fronte a un regalo. Non è necessario contraccambiare, ad esempio, l’imbarazzo non dovrebbe esserci, casomai l’emozione, e allora dovremmo chiederci perché un dono, che non è altro che un dono, dovrebbe generare un’ asimmetria? Questo apre un discorso infinito che riguarda ogni rapporto “amorevole”, restiamo al contesto, un dono è un darsi, un’attenzione oggettivata, un reiterato modo di dire che si vuol bene. Se chi lo riceve pensa ad altro, mette in discussione l’intenzione. Anche se fosse vero, anche se fosse un regalo riciclato, un rapporto e un dare sarebbe sminuito. Questo mi fa pensare che i regali si possono sbagliare, ma bisogna darli alle persone in grado di riceverli. Chi non sente che dietro un dono c’è altro , oppure lo banalizza, semplicemente non lo merita. E neppure la nostra attenzione sentimentale merita.
Una nuvola di capelli crespi, zigomi pronunciati, occhi azzurro intenso, un viso bello. Gambe lunghe, seno piccolo, senza bisogno di sostegni, calzoni larghi, t shirt. Intorno ai 40. Sorride spesso. Corre, fa le cose insensate che si fanno in palestra. Conosce i pochi che si trovano a quest’ora. Dice cose eccessive: oggi ti amo, mancavi. Scherza, ride, poi d’improvviso si fa seria. Il tono della voce è un po’ alto, insicurezza? Forse è voglia di dire: ehi, ci sono… Mah.
Ci fu un tempo in cui era comune essere così, ed era tutto così intimista, proustiano, anche se c’era una rivoluzione possibile, tumultuava tutto. Pensieri piccoli, sensazioni, per questo sembra uscita da un ricordo di anni fa. Parecchi. Troppi.
L’uomo ha fatto fatica a tirarsi in piedi. La sua schiena glielo ricorda per tutta la vita. Ma anche la posizione seduta, di riposo, non è così naturale, le sedie seguono più principi estetici che la fisiologia. E qui finiscono le considerazioni generali. Un tempo il cartello solo posti in piedi indicava un disagio, una minore fruizione di ciò che veniva proposto riservato agli ultimi o ai meno abbienti. Credo che per questo abbiano inventato lo sgabello ovvero un modo per stare in piedi appoggiando la coda. Ma il pensiero non nasce dalla stanca e alcoolica osservazione dei propri vicini appoggiati al bancone del bar, ma dalla notizia che una nuova tendenza dell’organizzazione aziendale magnifica gli effetti produttivi del lavorare in piedi. Se è per questo bastava che ci si guardasse attorno e si sarebbe visto che una gran quantità di persone si siede di rado, ma la grande “intuizione” consiste nel far lavorare in piedi gli impiegati, che non sarebbero proprio in piedi ma sorretti da una gruccia su cui appoggiare i glutei. Se magari gli si racconta che questo rassoda la parte forse ci saranno schiere immediate di adepti. Però sorge una domanda: se ci sarà un aumento di produzione a fronte di un disagio, non appoggiare mai la schiena non è proprio il migliore dei modi per lavorare 8 ore, chi si terrà il beneficio? Ecco una risposta a questa domanda ci riporta all’inizio di queste considerazioni: i primati si sono rizzati sulle zampe posteriori per correre meglio, per raggiungere la frutta sui rami bassi senza fare salti, per spostarsi vedendo cosa c’era sopra le erbe della savana, quindi hanno perseguito un utile. Allora la domanda diventa: se cambio postura che utile ne ho?
Il calendario di Internazionale per dicembre offre un’ immagine ammiccante, il contenuto della rivista lo è meno. Ammiccante, intendo. Per natale si mobilita la musica classica, meglio i cori di voci bianche, le canzoni austriache e le carole inglesi, i violini, e le trombe. Davanti ai municipi, abeti pieni di luci led, nelle strade del centro storico (le periferie restano tali anche a natale) mercatini a spaglio, case di babbo natale, ridde di cianfrusaglie e di biologiche amenità: le regioni in Italia sono soprattutto gastronomia e finto artigianato. Un tempo c’erano gli zampognari, qualche pecora per fare scena, bancarelle di torroni piemontesi in pezzi grandi come massi di granito, molti dolci, colorati con tutti gli E xxx proibiti. Panettone Motta o Alemagna, entrambi con uvetta e canditi e grandi discussioni sulla differenza, freddo intenso, un enorme salvadanaio per il pranzo di natale dei poveri, chiese piene la notte della vigilia. Gli: Speriamo nevichi la notte di natale. Canti tradizionali alla messa di mezzanotte. Senso di caldo, di famiglia, di accoglienza. Ho cantato così a lungo nei cori che quei canti sono per me il segno del natale esterno, e li sento in testa anche ora.
Poi le cose sono cambiate, in edicola, specchio del mondo e delle abitudini palesi o segrete abbondano i numeri speciali delle riviste che un tempo erano sexy ed ora sono solo noiosamente patinate. Nella carta e nelle foto. S’assomigliano tutte, ripropongono ciò che è stato fatto nella stagione del caldo, pelli ambrate e levigate, risposta al gusto medio del desiderio, cose già cucinate e cibi da frigorifero: trist’eros. Accanto ai settimanali, molte riviste di dolci: stiamo diventando o obesi o frustrati, spesso contemporaneamente. Dalle mollette penzolano cd che riemergono ogni anno con le stesse canzoni. Classici e anche in questo caso, anticaglia e fondi di magazzino. Del resto anche i negozi, sono già in sconto, e ripropongono, ancora una volta i classici, cioè l’invenduto di un anno fa. Di tutto questo ci si può fare una ragione, arrivare persino a sopportare la ressa, la retorica delle parole, i buoni sentimenti di chi è violento tutto l’anno. Per qualche giorno ci sarà una tregua e allora accettiamo le carole senza freddo, le case senza bambini, le strade senza i gruppetti che cantano la chiarastella. Accettiamo le settimane bianche con le ragazze che si abbronzano in paesini da fiaba carichi di neve. Accettiamo anche il cine panettone, basta non andare a vederlo, le candele elettriche, le fiamme nei camini e le grandi tavolate festanti. Accettiamo che i poveri ci sembrino meno poveri, anche se non è vero. Accettiamo che quello che arriva sia di plastica, che l’amore sia senza erotismo e magari senza amore, che ci sembri di vivere in un paese felice. Accettiamolo a tempo, per uscire dall’angoscia di non sapere che fare. Vedo i calendari dell’avvento nei negozi, altra abitudine che non era nostra, ma ciò che mi chiedo è cosa aspettino quelli che li comprano. Ecco, se c’è una risposta questa domanda, tutto il resto si può accettare.
Nessuna prima pagina dei giornali su carta parla dello sciopero di domani. E’ significativo, la stampa si conforma ad una idea per cui chi protesta è marginale. Il fatto che vi sia un declassamento delle idee a favore dei personalismi, delle banalità momentanee è un processo che dura da tempo, prima sui talk show, ora ovunque. Anche l’antipolitica viene derubricata a fatto accessorio, serve anch’essa ad una maggioranza fatta di pochi che raccontano un paese diverso da quello che esiste.
I lavoratori, i pensionati, non fanno notizia, espunti dalla realtà, assieme alla crisi strutturale. Scompare l’aggettivo epocale quando servirebbe davvero e la crisi viene trattata come problema transitorio. Del resto sono scomparsi anche i suicidi di imprenditori. Le morti strane e poco spiegabili diventano trafiletti di interruzioni di servizi: una persona è caduta sotto un treno, due ore di fermo della linea ferroviaria. Non basta più una storia, un morto, serve qualcosa che superi l’indifferenza. Lacrisi silente, i disoccupati atomizzati in migliaia di piccoli fallimenti e ristrutturazioni aziendali, sono un elemento di sistema e ciò la dice lunga sull’utilità di una informazione che sta diventando conformazione. Embedded.
Solo il caso, lo scontro fisico fa notizia ormai, questo sindacato ha stufato, si sente ripetere e Renzi l’ha capito subito. Ma di quale realtà si sta occupando chi per mestiere dovrebbe riferire ciò che accade? Va bene così? Chi riguarda la crisi, come se ne esce, quali alternative ci sono?
Domani chi sciopera ha una realtà diversa di quella di cui si parla, anche così il popolo si divide, anche così il potere diventa nemico, e invece avremmo bisogno tutti di unità, non di conformazione, di obbiettivi condivisi non di prove muscolari, ma non se parla e chi sciopera non si sente ascoltato. Il danno diventa anch’esso strutturale.
Accendo mezzo sigaro, sono in un bar, quasi immediatamente mi chiedono di spegnere o di uscire. Ho attorno la riprovazione generale. Anche dei fumatori. Spesso mi accade anche fuori di sentire commenti infastiditi sul fumo.
Salgo in autobus, è pieno, faccio fatica ad arrivare a timbrare il biglietto. Ad ogni fermata salgono e scendono persone, pochissimi timbrano, tutti abbonati? Nessuno protesta o chiede ragione. Arriviamo in stazione, tutti scendono, tutti liberi. Farla franca sembra dia una soddisfazione particolare.
Quindici giorni fa un amico dirigente mi parlava del seminario, che ha tenuto la sua azienda, sulle nuove regole sugli appalti della pubblica amministrazione. Dovevano capire cosa c’era di nuovo e allora hanno chiamato avvocati, dirigenti pubblici (quelli che scriveranno i nuovi appalti), commercialisti. Alla fine la conclusione è che la procedura non è più difficile, neppure più trasparente, solo si sono moltiplicati i decisori, e quindi ci saranno problemi, che nel migliore dei casi saranno burocratici. Però tutto si affronta e il lavoro è lavoro. Ci sono centinaia di persone che lavorano e che devono essere pagate ogni mese, si capiranno le regole e si cercherà di vincere le gare. Guadagnandoci, naturalmente.
Siamo al bar, parliamo di Roma, tutti sono schifati, tre mesi fa parlavamo di Expo e Milano, poi due mesi fa di Mose e Venezia. Vedo sorrisi di compatimento per il mio accalorarmi, dicono che è così ovunque, hanno preso quelli facili, quelli impudenti. E’ uno scandalo che serve a qualcuno, poi tutto si quieterà, è il sistema che è marcio. Ma io dove sono in questo sistema? Se pago in nero un lavoro, se l’amico del bar mi fa uno scontrino a volte sì e a volte no, se faccio un favore per avere un mio diritto, se chiedo una raccomandazione nessuno si indigna. Se corrompo per avere un lavoro o evitare una ispezione e dico che è per non chiudere l’azienda, allora molti giustificano. Però quando prendono un corrotto tutti si indignano, e i corruttori? Perché non hanno altrettanta riprovazione di quando mi sono acceso il sigaro nel bar ? Se nessuno fuma al cinema o al ristorante, significa che il controllo sociale funziona benissimo. E allora quando si dice che siamo tutti onesti significa che non rubiamo cose, ma pure che gran parte di noi si gira dall’altra parte se vediamo farlo. Certo c’è il problema del rapporto cittadino istituzione, se si denuncia qualcosa la parte istituzionale ha proprie regole e abitudini, non interviene secondo i tempi con cui si attende che le cose vengano affrontate, le pene sono ridicole, lo Stato è inutilmente inquisitorio con i piccoli, e non con chi trova la strada per passare attraverso le regole. Ma pur senza sanzioni applicate non si fuma nei luoghi chiusi e quindi significa che una strada c’è per far rispettare la legalità senza troppi interventi. Dipende da noi, non votare più un disonesto, non prendere prodotti di una azienda che corrompe è un deterrente più forte della legge. Dipende anche da noi.
p.s. Le grandi aziende di software e i governi, assumono gli hacker per capire da chi li viola, le debolezze dei sistemi informatici e renderli più sicuri. I maggiori esperti di corruzione sono i corruttori, chi studia le norme per violarle, lo Stato dovrebbe assumerli, pagarli moltissimo e utilizzare la loro scienza per rendere forti e applicabili le leggi sugli appalti. Non lo dico io, lo dice l’OSCE. Costerebbe molto meno della corruzione e i lavori sarebbero fatti meglio.
” Davanti a lei c’era il solito viso giovane di Senkichi, ma non aveva il fascino oggettivo che si può provare per il corpo di un uomo al quale ci si comincia ad abituare. No, era un fascino magnetico, sempre più ambiguo, sempre più totalizzante. qualcosa in lui l’aveva rapita e non sapeva se sarebbe riuscita a separarsene. La sua voce, un gesto banale, il suo sorriso, un’abitudine insignificante come la smorfia esitante che faceva ogni volta che accendeva un fiammifero e ne ammirava la fiamma… Non poteva lasciar andare tutte queste cose che, soprattutto da quando avevano iniziato a convivere, si erano incollate al cuore di Taeko come vischio. Se qualcuno le avesse estirpate con la forza, la sua pelle si sarebbe lacerata fino a sanguinare. ” Yukio Mishima. La scuola della carne. Feltrinelli
Taeko, la donna, ama e si lascia prendere dal fascino e, man mano, trasforma la presenza dell’amante in vita propria. Appartiene e la sua libertà evolve solo in relazione all’altro finché coincide con l’appartenere. Ma Senkichi non ha lo stesso sentire e ha una libertà che non corrisponde con eguale appartenenza, ha vita propria, e Taeko, mentre dipende sempre di più, lo capisce. Oppone desideri, destino proprio, ma solo nella sua mente, in realtà tutto è a due e vorrebbe un’ attenzione assoluta, essere libera di appartenere ed agire in conseguenza. Non essendo così, si lascia andare all’obbedienza, si conforma agli ordini erotici, modella la sua vita su quello che le viene chiesto, immagina una conclusione comune come libertà condivisa, ma sente che l’altro vive più vite e lei è solo una di queste. Di questo colloquio con l’amato, molto avviene nella sua testa, anche la richiesta di rassicurazione continua per timore della perdita che sarebbe perdita di sé, è implicita. Chiedere troppo potrebbe implicare l’addio. Teme la fine dell’amore come fine propria e il dolore fisico indicibile che ne conseguirebbe, è sul crinale, ha paura, non rompe l’incantesimo e quindi non può andare per proprio conto, deve procedere.
Se qualcuno vuol sapere come va a finire meglio legga il libro, a me interessa capire perché una cultura così differente dalla nostra com’è quella giapponese e in autore così imbevuto di tradizione come Mishima, diventi tanto simile la paura dell’abbandono nei suoi effetti. L’abbandono non ha sempre avuto la stessa fisiologia in occidente, in epoche, anche recenti e attuali, dove le migrazioni sono frequenti, c’è quasi un’inclusione della modalità del lasciarsi nell’ordinato evolvere delle storie amorose. Prima per una necessità che era immanente, dettata dalle cose, ora per una sorta di termine dei vincoli. Per cui è anche strano che questo sentire si sia portato, intatto nel dolore che provoca, nelle vicende di una società come la nostra, più leggera nei contenuti, meno vincolata. Diminuendo i vincoli sociali e religiosi legati al contratto matrimoniale e alle storie amorose era sembrato inizialmente che i sentimenti perdessero incrostazioni, fossero più naturali e liberi, che le storie avessero un evolvere che tralasciava gli assoluti e puntava sulla realtà. Come vi fosse finalmente un primato dell’amore, soprattutto nella sua eguaglianza di sentire e che il resto assumesse man mano la consistenza degli obblighi e della loro soluzione sociale. Invece non è stato così e pur essendo diverse le situazioni in occidente a seconda del contesto nazionale -ciò che è normale in un paese protestante sembra non lo sia in un paese cattolico- l’amore ha evidenziato la difficoltà di essere simmetrico e ha forse accentuato il dolore dell’abbandono. Più libertà ma non eguale, più dolore nell’abbandono, ma non eguale. A ben vedere tutto come prima. Quindi una fisiologia dell’abbandono e del dolore connesso non si è sviluppata. E non parlo delle grandi storie d’amore, ma della quotidianità dell’incontrarsi, amarsi, tenere assieme l’amore, oppure lasciarsi. Che questo accada in ogni cultura, anche se in modi, e credo con intensità differenti, rendono l’abbandono un punto fermo di analisi. A partire dall’abbandono (o dal suo non esserci) si arriva alla tipologia d’amore. E qui, ancora, oriente e occidente si incontrano, l’appartenenza e il sono come tu mi vuoi, è dipendenza, snaturamento del sé. Ma se si chiede a chi percorre questa strada, ci si sente dire che questa libertà consegnata all’altro è prova dell’amore e ancor più è dono assoluto. Piegarsi diviene facile se l’insicurezza di essere amati è alta, eppure in tutte le altre manifestazioni del vivere la vita sembra continuare con gli stessi principi di prima, è solo in quell’ambito che non ci sono più resistenze. Se in una storia non c’è simmetria, qualcuno rincorre perennemente e oscuramente sa che l’abbandono è già compreso nell’inizio, quindi ciò che si vorrebbe, indipendentemente dai sistemi culturali in cui si è nati, è che quel destino fosse rovesciato, che non fosse vero. Così Taeko, immagina evoluzioni cruente e comuni, non riesce a vedere un futuro felice e trasferisce alla passione asimmetrica il compito di far coincidere con un dolore/piacere, il destino comune. Manca un’ ipotesi dell’abbandono come evoluzione della storia amorosa, anche come sintesi di realtà, come passaggio/nascita verso qualcosa di nuovo che sia maggiore perché comprende una crescita. Il dolore come riconquista del reale e di sé, l’amore come qualcosa che mentre segna le vite, le spinge avanti, fa desiderare un nuovo assoluto. Manca questo pezzo nella cultura e quindi ciascuno lo elabora come meglio crede, trova una soluzione oppure implode in ciò che non stato. E questa singolare comunanza rovescia l’analisi: per sapere chi siamo e come saremo amati dovremmo capire perché l’abbandono pesi così tanto in noi come paura assoluta. Anticipo di una solitudine, questa sì assoluta nel nostro vivere, una incompletezza a trovare l’altro e quindi a sentirsi amati per davvero. Manca una educazione ai sentimenti, e questo è così poco naturale da far presupporre che sia un’area lasciata intenzionalmente vuota, come se nell’infelicità degli uomini ci sia un esercizio di potere.
Ci sono punti di saturazione, anche alla protervia, all’insipienza. Tutte qualità di chi ha troppe certezze, o forse altrettante debolezze da occultare. Sarà l’insofferenza a far ordine e così considero tempo perso commentare ciò che accade attorno, come se l’evidenza fosse di per sé esplicita. E penso che chi scivola via indifferente, non coglierebbe comunque e chi invece s’accanisce, sul particolare mostra simmetrica debolezza. Lasciamo che il pubblico faccia ciò che deve e riposiamoci nel privato, che per chi ha conosciuto altri tempi, sa che quanto più ci si mostra tanto più diviene impudicamente pubblico, ma avverrà non nella sostanza, piuttosto nel gossip, nei recessi dove non si vorrebbe, nei retrobottega delle imprudenze per troppa sicurezza e presunzione d’impunità. Ci sono pochi ingenui, molti furbi, parecchi impuniti e corrotti, già questo basterebbe a far pensare che sia l’illegalità e la corruzione il vero male di questa Italietta, e che non si prendono provvedimenti veri è perché sembra, oltre i casi eclatanti, che colpire i furbi sia una categoria mentale da moralisti, vecchi sognatori, noiosi. Eppure ciò che genera il brodo in cui nuotano le corruzioni è la furbizia perché per il furbo non c’è una legalità o un limite nell’impossessarsi di qualcosa. E quindi si esercita con facilità a partire dalla cosa di tutti e quindi, sembra, veramente di nessuno. È li, a disposizione del furbo, basta togliere qualche piccolo impedimento fuori tempo ed è sua. Per questo non ho nulla da dire, sappiamo tutto tutti, ma se questa conoscenza non diventa esecrazione quotidiana, a partire dalle piccole cose, non sarà educazione al bene comune e quindi si lascerà alla magistratura il compito di colpire l’evidenza talmente evidente da non essere ignorata, ma è solo la piccola parte emersa di un iceberg che non muta quello che sta sotto.