Vi auguro amici difficili e sinceri, anime a cui parlare, affetti che non hanno dubbi. Vi auguro passioni che travolgono abitudini, che mostrino realtà ardue ed esaltanti. Vi auguro passi misurati ed infiniti, direzioni prese con il cuore, ritorni senza rimpianti. Vi auguro simmetrici amori, dolcezze silenti, occhi che parlano e carezze che sentono. Vi auguro la serenità del giorno che si farà, libri che scandaglino il profondo, pensieri nuovi, mai usati prima. Vi auguro nuove abitudini che diano piaceri quieti, imprese che non erano attese e che diano piacere al vivere. Auguro a tutti noi il cuore che vede il mondo, l’intelligenza per fare senza risparmio, la pace che si conquista insieme. Che sia un anno possibile, dove il buono ci faccia bene, il bene e la giustizia siano di tutti, senza tema d’essere forti ed eque e nate da buone volontà. Che ci sia pace, senza sofferenza, e che un vento nuovo percorre il mondo, per scuotere le bandiere che sembravano perdute, ma sono l’anima dell’umanità.
nel lavoro si predicava: Tu puoi trarre il massimo da me se mi consideri persona e non cosa. Se la mia opinione vale e non viene usata contro di me. Se valorizzi ciò che posso dare attraverso quello che do, posso essere fedele ai progetti dell’azienda che poi sono i tuoi se mi meravigli con una nuova conoscenza e così i progetti diventeranno i miei. Ciò che non puoi fare è essermi indifferente.
Esisteva un piccolo negozio di dischi, una stanza incastonata tra un’osteria e un ferramenta, con due cabine anecoiche e i dischi stipati in verticale in mobili di formica. Ci si sedeva su una panchetta all’interno di una delle cabine, si chiudeva la porta pesante con una piccola finestra e si metteva la cuffia. All’esterno un signore, forse proprietario, ma di certo possessore della musica, metteva il disco e lo faceva assaggiare nel pezzo scelto o in uno a sua discrezione. Mi piacevano molto i pezzi che lui sceglieva, preannunciavano un piacere sconosciuto, che poi avrebbe avuto modo di diventare parte di me. Mi convinceva con un annuncio di bellezza, un inizio di conoscenza e di passione. Non funziona così anche per le grandi imprese tra gli uomini?
Si diceva che in fondo non abbiamo altri criteri per scegliere in un gruppo: gli amici, i nemici, gli indifferenti.
Vale anche ora, gli indifferenti a noi, non contano.
Ognuno di noi contiene la propria malattia e su questa costruisce vita e relazioni.
Ne ha sensibilità, ma la mette in disparte, la maschera di necessità.
Scrivo di marginalità, penso cose strane e futili, uso quello che conosco per indagare con lo sguardo a lato. Mi interessa vedere intorno dopo aver guardato negli occhi, perché lì dentro ho trovato pezzi di me.
Conoscere la propria malattia significa averne intera la paura, vedere che l’indifferenza è appena dietro l’angolo pronta ad azzannare.
Quindi non è vero che l’indifferenza non conti, specie quando si maschera di cinismo, non è più inazione e azzanna la volontà.
Curare la propria malattia, significa capirla e temere il cinismo che non fornisce interessi veri. Solo le passioni sono a lato del cinismo, agiscono con chimica strana che combina occasioni e sentire. E se quasi mai si completano negli enunciati che le avevano generate, forniscono, comunque, la materia del vivere.
Scrivo spesso di piccole cose per me grandi e mi occupo di cose vere, mi saturo di realtà ogni giorno, al contrario di quando si parlava molto e si faceva poco o nulla e si viveva altrove. A lato. Allora restava quel vuoto, quell’inanità che genera la percezione della propria insufficienza colpevole.
Anche adesso.
Così la mia indignazione diventa passione e si scatena appena fuori della banalità di ciò che questo paese è diventato.
Ognuno è soggetto felice delle proprie passioni.
Per età potrei dire che non è più compito mio, che non m’interessa più. Ma in fondo la terza metà della vita, non è destinata a fare ciò che non si poteva fare prima, quello che non si è fatto è definitivamente perduto, ma il nuovo che è interessante, i nuovi percorsi e vincoli, le nuove virtù.
Ognuno di noi contiene la propria pazzia e ne ha nozione.
Spesso è l’unica libertà, la parte vera che si possiede, per questo è intollerabile viverla con continuità. La pazzia non conosce il limite tra il particolare e il generale. Totius ex parte. Era uno dei principi della magia antica, nel particolare c’è tutto il conoscibile dell’universo, tutte le contraddizioni, tutte le forze e le equazioni fondamentali. Per questo cerco la mia pazzia nei particolari, li lego alle passioni con sottili rossi fili di seta, scrivo di sciocchezze e m’intrido di realtà.
La notte di Natale accadono cose meravigliose. Più passano gli anni e più tornano alla memoria i Natali passati, si sentono nostalgie che si erano perdute tra le fodere di vecchi paletot spinati, si sentono le mani della tua ragazza che cercano la tua nelle tasche in cui non molto prima si ospitavano caramelle e tronchetti di liquerizia assieme ad elastici e spaghi. Si ama il freddo di quelle dita, il calore che portano con sé. Si vede la vita passata e si sente il suo scorrere tra argini ed esondazioni, si capiscono con indulgenza gli errori, si lascia che la quiete di ciò che è scorso nel fluire sia di buon augurio per il futuro. Questa è la meraviglia di pochi giorni che non sono calendario, non solo almeno. E’ proprio quello scorrere di ricordi che ci ricorda che tutto accade e può essere letto con gli occhi che non hanno memoria, che ogni anno segue l’altro e noi siamo stati testimoni, partecipi, a volte protagonisti. Per questo i ricordi di età in cui tutto ancora doveva accadere sono così forti, hanno il sapore del legno che brucia nella stufa, il profumo della cannella e delle mele che caramellano in forno, hanno l’odore lieto dell’inchiostro non scritto che contiene tutta la letteratura del mondo, il profumo della carta del libro appena ricevuto in regalo. Tutto deve accadere e si somma, si sommerà, in fondo questa è l’unica certezza che ci fa dormire allegri quando la proviamo intensamente.
La notte di Natale era una passeggiata alle undici di per arrivare in tempo alla messa di mezzanotte, era la chiesa illuminata da luci calde sulle pietre antiche, erano gli inni cantati dal coro di cui facevi parte, era l’attesa della neve che non sempre c’era, mentre il gelo non mancava mai. Era la cioccolata calda a casa prima di dormire per togliere il freddo dentro, era la sensazione di essere svegli per qualcosa, ma anche l’allegria dell’alzarsi tardi con la colazione a letto. Biscotti e ancora cioccolata. Era l’attesa compiuta dei giorni precedenti, la scuola dissolta in un volo di fogli e una corsa, era l’inizio di una vacanza che era così piena da sembrare di non essere tale e perché significava qualcosa, ma quel qualcosa non era il racconto del prete, era un senso di presenza di un fatto antico che era ancora attorno, mischiato alla povertà, alle luci, agli alberi, ai pranzi speciali di mezzogiorno, ai parenti che passavano in visita. Era qualcosa che iniziava e misteriosamente si nascondeva perché da noi non c’erano regali sotto l’albero per sanzionare la giornata. Quelli sarebbero arrivati con la befana, pochi e molto desiderati. Natale era un giorno di cui non si sapeva cosa dire, ma che pure toccava dentro ed era l’inizio di tante storie che sarebbero andate per loro conto. Oltre la contentezza di quel giorno, era il senso di essere assieme in casa, raccolti e luminosi sin dentro a ciò che non aveva nome. Era il mistero che diventavamo noi a noi stessi, Era capire cosa ci avrebbe portato il futuro, ma anche cosa di noi sarebbe rimasto. Quanto calore, quanta leggerezza, affetto, amore, che avrebbero preso forme e meraviglie a noi sconosciute. Era il germe di qualcosa che poi sarebbe diventato altro. Dopo la messa di Natale si tirava un po’ in lungo, i bambini non hanno mai voglia di andare a letto, ma poi avrei dormito profondamente. Mi sarei addormentato senza domande, con desideri che non facevano male, era un attimo, un pensiero disciolto e il giorno dopo era già arrivato.
Crescendo, quando a messa non ci andavo più, la notte di Natale uscivo, avevo già letto molto sul significato della nascita, ma pensavo che ancora non capivo perché figli non ne avevo e invece di quel nascere già sperimentavo le prime scelte. Le svolte della vita, che vedevo in amici d’infanzia, qualcuno più vecchio e già perduto in cerca di un se stesso dove non si sarebbe mai trovato, altri che inseguivano il successo con l’intelligenza furba di chi ha capito tutto. M’aggiravo per le strade vuote e conosciute, mi capitava di entrare in una chiesa quando mancava poco al Gloria, guardavo, le persone vestite a festa, chi avevo incontrato per strada male in arnese, i mendicanti alla porta. Guardavo e poi me ne andavo perché le domande erano più chiare ma sbagliate. Il senso della nascita era nelle mie scelte, nel tempo che sarebbe arrivato. Il giorno dopo a casa non sarebbe mancata la festa, più difficile di un tempo, ma sempre festa era, ci pensavo e mi lasciavo andare.
Chi decide per noi siamo noi stessi, aggiungiamo che chi vive l’amore ha una risorsa infinita che altera la banalità del ripetere, le domande e le risposte che vengono date sono il senso del procedere e qui ho capito una cosa: sono io che nuoto nel tempo ed è il tempo che si forma dentro me. Penso che siano vere entrambe le sensazioni e che nascere sia proprio questo continuo formarsi nella meraviglia del mai fatto mescolato a ciò che siamo stati e che questo sia il nuotare nel flusso. Liberamente, come nessuno l’ha mai fatto prima e come nessuno lo farà mai. Quello che saremo è lì che aspetta e se è cosa buona ci farà bene. Buon Natale.
la vita immaginata è un presente quando la si immagina, ciò che poi si determina è il convergere di un poligono di forze dove c’è la nostra indole, i desideri, i fatti, la narrazione interiore che ci facciamo, le attese e la costruzione di ciò che ci riguarda. La vita approssima il nostro interiore più profondo, quanto più ci riusciamo tanto più apriamo la porta a ciò che ci soddisfa e al tempo stesso crea il nuovo. No, non è la vita che immaginavo ma è migliore ed è mia.
Gli uomini di pianura hanno le gambe snelle e forti di chi cammina a lungo, le scarpe sempre impolverate, un cappello per il sole e un berretto per le nebbie di novembre. Hanno la testa che pensa altrove, l’odorato che sente il salso della marina mentre gli occhi vedono i monti appena oltre le città. Risalgono i fiumi in barche dal fondo piatto, remano in piedi tra odore di fango e canne, si fermano a guardare i salti dei pesci che pescano dall’aria gli insetti. Conoscono osterie dove si approda e che fanno zuppe forti, di verza e di maiale, sanno gli uomini di pianura, dove tacere se si gioca a carte e alzare il vino quando un pugno sul tavolo protesta.. Sanno il fresco dell’alluminio delle sedie allineate in piazza, l’odore del cotone delle tende dove riposa l’ombra, l’orologio dei tacchi di chi è attesa. Offrono un chinotto, un pevarin, un fiordilatte ai bambini, mentre per loro c’è il musetto caldo e i fagioli cotti nel coccio. Risalgono le pianure e ritornano, stanno nelle città come i principi a palazzo, si stupiscono di ciò che al ricordo dello sguardo manca, inseguono un pensiero che li era accasato. Tornano sempre negli stessi posti, conoscono le pietre, i visi, il mutare delle stagioni nelle luci. Sanno l’ora della sera, la lunghezza delle notti insonni, il richiamo dei rapaci sopra il campanile. Amano i vicoli di notte, i campi a maggio oltre la periferia, l’acerbo verde delle vigne a giugno. In bicicletta vanno verso i campi dove gli Iris, le giunchiglie e i fiordalisi fuggiti dai giardini occupano i fossi, si fermano su vecchi muri, le schiene appoggiate al cotto che s’arroventa al sole, calano sugli occhi il cappello e guardano il lavoro ordinato delle formiche. Non amano le auto incolonnate, l’aria satura di azoto, l’asfalto che scalda i piedi. Aspettano l’inverno quando si sentono da distante i fumi che l’aria suddivide tra legna e stoppie nei camini. Sanno che i contadini adesso serrano le porte, come in città e che conoscono il sudore della paura, per questo sono cauti e rispettosi. Camminano, pensano, si fermano per una parola e se ne vanno inquieti, cercando la misura dell’ombra d’estate, lo spessore del ghiaccio a gennaio. Hanno grossi pastrani, baveri alti per tenere in petto il calore del respiro, seguono la ferrovia, la strada, il fosso e si meravigliano che così tanta pietra, mattoni e anni, si siano accumulati nelle città togliendo gli alberi dai giardini, tombinando fiumi, spianando le piccole salite dove c’era il ricordo di rovine antiche. Gli uomini di pianura amano con l’allegria triste di chi non sa stare al suo posto e sognano un sogno che sia nuovo, mai prima frequentato. La sera accendono le luci necessarie, vanno alla finestra, guardano tetti e dentro altre finestre. Vedono muovere corpi, bocche che dicono qualcosa che non prosegue, poi le luci si spengono e c’è una luce azzurra che non si ferma e fa star zitti. Ogni tanto una ragazza, o un uomo, d’estate in canottiera, vengono nella piccola terrazza o al balcone e con un gesto pieno d’abitudine e di grazia, accendono una sigaretta. Si vede la brace che rosseggia, il fumo che si spande e guardano il cielo o attorno, immersi nei pensieri.
La strada sono gli stop dell’auto che hai davanti e due righe quasi parallele. La strada è la velocità compatibile, i tuoi pensieri e chi ti sorpassa a destra e a sinistra. La strada è la radio che parla e si perde, che racconta e svanisce. La strada ha davanti colline marrone bruciato, crinite d’alberi che affondano le radici in arenarie piene di fossili e sale. La strada taglia le altezze, serpeggia tra salite e passi ma a volte s’infila in gallerie, allora ha paura del buio, la strada, e lo trasmette a chi non ha il volume troppo alto, a chi non parla, non pensa, non sorpassa sfiorandoti e suonando il clacson. La strada si avvoltola su se stessa ad ogni uscita, dissemina fabbriche, alberghi, distributori, campi e rifiuti ai lati, la strada sa dove andare anche quando tu non lo sai. La strada è un mezzo e un fine, per questo è sempre in riparazione anche dove non si vede nessuno e ci sono solo i limiti e le restrizioni di carreggiata. La strada è onesta, non ti chiede di correre, di bere troppi caffè, di stancarti troppo, ti assicura aderenza e ti mostra i tuoi limiti. La strada è lì fuori che aspetta di perdersi dietro di te, è paziente nella notte, sa stare da sola, tollera il giusto, anzi la strada è giusta. A lato della strada ci sono i colori, anche sopra e davanti, la sera mentre il cielo stende strati di colori caldi nel cielo, ti chiederebbe di fermarti, di guardare attorno, di respirare l’umido che viene dai lati, dai campi bruni, dalle distese d’alberi che corrono verso l’acqua. Ti chiederebbe di ascoltare gli uccelli che raggiungono i nidi, il freddo che entra piano nelle scarpe e risale il giaccone. La strada ti direbbe di attendere, guardarti attorno, ascoltare i pensieri e cercare una locanda per la notte in un paese dove non si va in vacanza. E in una stanza d’altri tempi, con le lenzuola che odorano di cotone e di fumo di legna, mettersi a pensare che c’è tempo e la strada attende senza fretta. È così scivolare nel sonno, con gli occhi che vedono le rosse luci degli stop che si spengono e il grigio racchiuso tra due linee è solo un tappeto di stanchezze consumate.
Ormai certe notizie non riesco più a leggerle, c’è un limite al sapere quando si sa che l’orrore corre e che non c’è più pietà. Mi chiedo come quei soldati, quegli uomini riescano a non vedere ciò che vedono, a fare ciò che fanno. Quale ideologia stravolga così tanto l’umanità, ciò che si è considerato giusto, rispettoso delle vite.
Noi viviamo lontani e vicini e percepisco una dimensione di disillusione nel futuro, che si è interrotta l’attesa del meglio e con essa la sospensione del giudizio. Sostanzialmente con il mutare dei governi non è mutato nulla per l’umanità crudele ma anche per gli aventi bisogno di una prospettiva positiva che cambi la visione del mondo e nel piccolo, la situazione del lavoro, del benessere familiare, mentre i furbi traccheggiano come prima. Si va consolidando e purtroppo accettando, la novità del presidente del consiglio, donna di destra destra, che porta avanti una politica liberista di destra, con continui annunci di distrazione dimassa a fronte di una realtà pessima, nazionale e internazionale. Provate a pensare a cos’era l’Europa fino al Covid, pur con le sue crisi e iniquità era un protagonista della politica internazionale. Ora non esiste più un leader, una nazione guida, un patto di crescita mentre ci sono nazioni un tempo traina ti in recessione, la Brexit è stata derubricata da problema continentale di libero scambio, la dipendenza e l’ossequio verso gli Stati Uniti si è trasformato in appiattimento politico e industriale. L’Europa è un insieme di stati dipendenti che accettano l’idea della guerra e della propria distruzione. Pazzia, ancora pazzia oltre l’inanità. La politica nazionale d’opposizione è sempre in frenesia elettorale e mai attenta al cambiamento delle necessità di chi è in sofferenza. I silenzi del presidente del consiglio sulle derive para fasciste vecchie e nuove, sono ancor più evidenti nel clamore competitivo delle singole forze di questo governo e la narrazione fluisce nel disincanto di una opinione pubblica inerte e atona. Si capisce che ciò che si decide in Italia al più compiace i mercati, segue la corrente ma non la dirige. Se si pensasse a ciò che si spegne e a ciò che si accende, in termini di speranze di futuro positivo il bilancio sarebbe impietoso dal punto di vista del cambiamento. Continueranno a darelper tutti, i soliti noti. Sostanzialmente, oltre la deriva di destra culturale e ideologica, il governo è neoliberista come purtroppo quelli che l’hanno preceduto, ma con una accentuazione nuova che toglie la speranza di cambiamento:accelera la privatizzazione dei diritti, muore lo stato sociale e questo avviene con la sola protesta del sindacato. È neppure tutto, mentre l’opposizione non riesce neppure a contrattare un salario minimo di 9 euro. Gli aventi bisogno avranno sempre più bisogno e meno prospettiva di mutare le loro vite. Se si pensasse a ciò che si spegne e a ciò che si accende il bilancio sarebbe impietoso dal punto di vista della partecipazione.e solo una rivendicazione radicale dei diritti e della dignità dovuta a ogni uomo di questo Paese, di questa Europa, di questo mondo potrebbe ridare speranza. Si celebrano i 75 anni della dichiarazione universale dell’O.N.U. per la pace e i diritti umani ma ciò che accade nel mondo, a Gaza, è morte, distruzione di speranza e di vita, è il fallimento di una speranza.
75 anni di promessa di eguaglianza, di riconoscimento di diritti fondamentali alla vita e alla dignità di ogni essere umano spente nelle mura, nei reticolato, nelle avi affondato, nelle frontiere bloccate alla pietà, nelle bombe intelligenti, negli odi a cresciuti, delle diaspore e nei genocidio, nel benessere stivato dove non c’è bisogno, nella realtà occultatano, mutata, smentita, resa virtuale così il dolore altrui non si percepisce. Non c’è nulla da celebrare se le parole non diventano sostanza e vita, dignità e possibilità concreta di esistere. Non si può celebrare nulla se l’ingiustizia, l’arbitro, la discriminazione regnano e regolano i rapporti tra stati e tra uomini.
Ogni parola diviene ipocrisia, ogni fascismo, dittatura, libertà violata, compatibile con una politica che mistifica la realtà e pone la domanda:volete ciò che avete oppure che vi sia tolto?
Certe cose cominciano bene poi finiscono peggio in un rallentare vischioso che affatica sino alla perdita di senso. C’è una legge dell’usura che riguarda l’attrito, ha dei lati positivi perché il tempo leviga le cose.
Fa attrito il bene?
E cosa ne resta nella sua immagine accuratamente polita che conserviamo in noi?
Nel rinnovarsi il bene come muta? E se esso apprende dai suoi errori, cosa diventa?
Di simmetrie è fatto il procedere del ricordo che poi si muta in storia, sono grandi quelle che prendono i molti, li avvincono in sogni apparentemente uguali e poi si consumano nella relativa abitudine all’accadere. Così per i piccoli immensi sogni troviamo simmetria mai eguale e dovremmo sapere come i sentieri sempre incrociano altro cammino, ma ciò non fa deflettore e giudica unico il proprio sentire, com’è giusto sia. Non è la fine che in fondo interessa ma il principio e il suo primo svolgersi, potente ed ogni volta unico. E simmetrico.
Ma allora, cosa affatica il sentire emotivo dopo l’inizio in cui l’entusiasmo soverchia ogni calcolo di tempo?
Forse il ripetersi mai eguale, che torna. Anche per noi che siamo eccezione, mai regola. Torna il tempo che quando s’avverte è già trascorso, già pesa, già toglie. Non è come allora, quando iniziò ed era nuvola impalpabile di ciprea, un soffio di profumo nell’aria da cui essere imbevuti, respirati respirando. Il tempo gassoso dell’inizio è diventato prima olio e poi pietra e ha frenato la corsa. La dittatura del presente, del perenne decidere senza poter assimilare, è un ansare di pensieri che faticano a coagulare, che sono fatica interiore, un non dirlo mai prima del tempo, perché non sarebbe capito e sarebbe un’offesa. E nel frattempo, se l’abitudine non diventa nuovo, il sapore non c’è più, perché il tempo s’è incattivito in rimasugli. Costretti per recuperarne in senso a cercarlo tra gli spazi. Ciò che non si dice è detto, impreciso nei significati, pauroso nel mancare di contorni. Dilaga, chiede e ripete la richiesta d’essere interpretato.
Uccelli impagliati sognano l’antico splendore. Evocano, ricordano, e rendono il passo più lento, la memoria pasticciata, scrivono cielo e mostrano l’abisso.
Eppure c’è una luce. Non per necessità di naufraghi. È nella sublime incoscienza che vede oltre il succedersi immoto delle cose, il loro ripetersi. È nella capacità di sapere che non si sa, nel maneggiare la naturalezza del volo sentendo l’aria. Ciò che sta in essa, sapendo che oscuramente, felicemente, ci riguarda.
Ricomporre, ripeto la parola ad alta voce, ascolto il significato e il suono che è gia il mastice che rovescia la sindrome di Pandora.
Quanto è stato mobilitato in noi, per rompere un vaso stretto al suo contenuto e quanti equilibri sono, inopinatamente, finiti nella fornace dell’esperienza?
Nulla s’aggiusta e ritrova senso se non attraverso il ricomporre. Lo conosce il kintsugi nel saldare in oro le fratture, trae da esse la pazienza e la rilettura di ciò che s’è appreso e disperso.
Abbiamo dovuto rinunciare al presumere, scelta non difficile se non si vive nel posto sbagliato, ma è rimasto l’intuito, a volte delicato come piuma d’angelo, altre volte lama che s’affila.
Ricomporre però è la conquista dell’interezza, della comprensione piena, non dell’apparenza o di un’età dell’oro mai esistita, rimette assieme i pezzi che erano stati dispersi, ceduti ad altri, dimenticati.
Ricomporre. Vedo un tavolo, di quelli da lavoro. Solido, grande, ed affidabile, allineo i pezzi che man mano si ritrovano e cominciano a dare idea dell’insieme.
C’è una sensazione bella quella del prendere in mano il pezzo giusto, del saggiare gli incastri, sentire la solidità del combaciare, chiedersi dove sia finito quello che manca e ricordare. C’è una fisicità nel ricomporre interiore, il senso che glorifica tutti gli altri sensi, che accarezza con i palmi le rotondità ritrovate e quelle nuove che si sono formate con l’esperienza.
Ricomporre l’esperienza ritrovandone la dolcezza. Messe da parte velocità e consumo, per essere di più, bisogna provare con la libertà della lentezza, con l’auto ironia, il senso del limite, la gioia della leggerezza.
Non manca nulla e il lavoro procede, qui un pensiero, lì un ricordo, qua un desiderio, ancora una pulsione che aveva spinto ad essere, fare, osare e che ora diventa legante per altro.
Ricomporre come opera alchemica che oltrepassa il tangibile e modifica chi la compie.
Ricomporre per arare, seminare, e raccogliere con rispetto, equilibrio, gioia d’essere che si prolunga.
Nella sera la pace è un uccello che s’ammanta di rosso e di grigio, e pesca nell’acqua, per suo conto cenando, S’offende del mutare nell’aria, mi guarda, disapprova il mio essere altrove, le ali allarga, abbraccia nel bianco Il colore nel volo. Poco s’agita attorno, appena un sussurro, l’aria è il ferro e l’argento che cuce un tappeto alla sera. Lontano. Tace il piccolo bosco, nasconde ricci e nidi affollati, e mentre l’ombra divora gli arbusti, l’oro dei pioppi conversa col sole.
Le giornate del ricordo sono importanti, sabato quella contro la violenza sulle donne è stata corale per i tanti che sentono questa società intrisa di problemi, antica nella ferocia e nei pregiudizi, moderna nell’indifferenza e nella rapida smemoratezza. Bellissime le manifestazioni, precedute dalle discussioni, arricchite in convegni, esplose nel colore di striscioni e cartelli, nei cori, nella vicinanza forte interpretata dalle ragazze di ogni età, dagli uomini che sentono la contraddizione in sé. Sono emozioni e consapevolezze che resteranno più a lungo del giorno.
Affrontare il problema della violenza sulle donne e non solo, è questione di velocità corale intuitiva. L’educazione, il cambiamento sociale hanno tempi lenti, la violenza crescente, l’odio verso il debole, il diverso, l’intolleranza hanno tempi velocissimi. È il capire ciò che accade e la consapevolezza che ne consegue che sono urgenti.
Essere consapevoli che la violenza non è il modo naturale di vivere in una società malata di competizione, di potere, di sopraffazione, non è natura umana ma natura deviata ed è assurda nel suo rovinare menti e vite. Avere un futuro personale, affettivo, che rende davvero mobili le vite nel loro scorrere, esclude la violenza, bisogna capire profondamente che essere violenti non è un potere ma la dimostrazione della propria incapacità a gestire se stessi, i propri sentimenti, le proprie azioni. Questa comprensione collettiva e profonda è necessaria e di primaria importanza.
Essere violenti, in qualsiasi modo avvenga, è una debolezza che impedisce il bene proprio e altrui, la libertà di essere. E non è possibile accelerare il bene che radica e che per darsi visibilità ha bisogno di tempo, mentre il peggio è solo consumo e istante, più facile, immediato, ma devastante nei risultati. Oggi la solitudine sembra preferire un nemico da combattere piuttosto che un amico da capire e coltivare. Abbiamo bisogno di una tregua dai luoghi comuni, dal sociale non equo. Le donne hanno bisogno di attenzione e di una tregua che le riconosca appieno in ciò che sono e fanno, per attrezzarsi e diventare più forti e la tregua la può dare chi ha il potere considerando importante la violenza sulle donne, difendendole senza attenuanti.
Per questo non basta una giornata, un’emozione, una solidarietà, ma serve tutto il tempo che abbiamo per cambiare, il rumore che mantenga alta l’attenzione e il capire ciò che accade, della sua gravità, diventi coscienza predominante.
Non ho parlato di Giulia Cecchettin, della sua morte tragica, del dolore e dell’emozione profonda che ha generato in moltissime persone. A Padova un corteo di veglia di oltre 10.000 persone non s’è visto mai, ed erano giovani e di ogni età, accumulati dal senso di smarrimento e dolore che genera una morte ingiusta e assurda. È subentrata la consapevolezza che la morte di Giulia è tutte le morti senza storia, senza notizia, ridotte a fatto, mentre sono violenza senza fine che prosegue nella loro rimozione dal vissuto comune. Da questo dolore spero nasca uno spartiacque, un prima che viene modificato dal dopo. Non sarà facile ma Giulia vive in chi la onora con il voler togliere la violenza dall’amore, dalle relazioni e dalla vita quotidiana e non solo in forza di legge ma per convinzione profonda che muta davvero i rapporti tra le persone.