Oh scarsa mia opinione, oh timidezza,

ho celato le spinte del cuore,

in rossori incongrui di sé vergognosi,

così anche la fantasia che ribolliva,

è stata gettata come dadi sul tavolo,

sperando che il doppio sei non uscisse,

per non giustificare l’essere felice.

E ancora, ciò che sapevo,

l’ho celato tra sguaiati paraventi di riso

e scarsa curanza di me,

perché volevo sì, essere invisibile,

ma pur capito,

come l’uccello che alza a noi lo sguardo,

e se ne nota il facile fraseggio d’ali,

la livrea e la grazia, ma non la fatica,

e neppure il suo essere creatura d’aria,

pensando l’essere per lui facile

ciò che a noi sarebbe impossibile.

racconti per notti di vigilia

mediterraneo

Elogio della verza

tempo previsto per oggi domenica…

un uomo comune

In questo nodo di festività che si concentrano intorno al Natale, ci sono difficoltà comuni che accomunano credenti e non credenti. Un disallineamento tra realtà e immaginario, tra visto e sentito che non di rado sfocia nella tristezza e nel desiderio che il periodo passi al più presto. Il peso delle ritualità, anche quelle che nascono per rifiuto o differenza rispetto al vuoto, accompagna un senso di privazione di qualcosa non ben identificato. E questo riceve molte risposte, ma il come uscirne non è un ridisegno ma una fuga. Leggevo uno scritto sull’indifferenza e di come essa sia difficile da raggiungere dopo un sentimento provato, in particolare quando chi ha generato la rottura con un prima, sia presente. Non c’è una invisibilità perché la nostra storia è in noi e continua a produrre, anche se è altro da ciò che veniva suscitato prima. Si reagisce o si subisce e questo avviene anche per le feste che hanno comunque altri significati. Non pochi attendono che si esaurisca il periodo, ma il vuoto rimane con le ragioni razionali. 

Questa convergenza di disagio, che quindi non dipende solo dal fatto di credere o meno, dovrebbe far riflettere su quanto significhi questo periodo dell’anno e ansare oltre alle frenesia e ai riti. Quindi, non l’oggetto e la sua immagine, ma piuttosto l’essenza, ovvero ciò che si vuol rappresentare: la spiritualità. Chiedersi quanto essa ci appartenga, vedere come positiva opportunità il tempo che viene distolto da abitudini e superficialità e riportarmi a sé. Quanto ci siamo siamo allontanati dalla ricerca di chi siamo davvero, dalla nostra poesia interiore e come ci possiamo trovare in un nuovo equilibrio di relazione con il profondo?
Le religioni hanno risposte che indicano strade ma espropriano la spiritualità libera dall’uomo e la confinano nelle regole, nei dogmi, nella mortificazione del sé umano. La società di mercato compie un’operazione analoga e crea nuovi rito e felicità indotte, mai libere e rispettose dell’uomo. Chi non vuole né le une né l’ altra oppone un rifiuto, non rinuncia alla propria spiritualità e non si adegua e sa che la risposta alle sue domande gli impone di trattare la propria dimensione spirituale uscendo dai pregiudizi e vedendo dentro di sé. La religione è un prodotto degli uomini, un bisogno di spiegare, non si può essere indifferenti ad essa, né a chi crede, allora resta l’agnosticismo, e si cerca di avvicinare lo spirituale al pensiero, riducendolo, per quanto si può, al comprensibile, al razionale e dove non si può, si medita su ciò che non si capisce.

Come entri lo spirituale nelle nostre vite, è parte dell’esperienza di ciascuno, ma anche, e soprattutto, dell’accettazione di questa parte essenziale dell’uomo, che non è solo superstizione o bisogno di sicurezza, però esiste e vale almeno quanto il razionale o la parte che assegniamo ai sentimenti nel guidare le nostre vite. L’uomo, noi, siamo tutto questo insieme, nel mescolarsi di dimensioni diverse che danno una direzione, ed il prediligere l’una o l’altra dimensione orienterà le scelte che facciamo nelle relazioni, nel vivere concreto, nel rapportarci con noi stessi. 

Sull’eclisse del sacro, sulla superficialità di questi giorni, chissà quanti articoli, blog, riviste manifesteranno il disagio esistente tra l’immagine luccicante delle festività e il sentire delle persone. Anche se questo riflettere sarà ben inserito tra una pubblicità di orologi, un’altra di profumi, una di un’auto seguita da quella del cibo firmato.
E chi, come me, si interroga, tornerà ai classici senza tempo, avrà rispetto della poesia e della bellezza. Cercherà con umiltà di trovare una via che non getti il positivo di un malessere che ci chiede di assomigliare a noi stessi. Dopo le reazioni che oscillano tra il rifiuto del troppo che ci attornia e la ricerca di significati a ciò che si sente e si vede, si pensa a ciò che non può ripetere l’infanzia ma può recuperarne il meraviglioso che l’accompagna, e ci si accorge che il filo che tutto cuce è nell’amore che esiste attorno.

Un ripasso di ciò che conta davvero, oltre le modalità, oltre il vincolo delle giornate, ascoltando gli affetti e le domande che arrivano. Bisogni forse troppo simili per non dire che questo senso del religioso sconfina troppo spesso nel bisogno d’amore e che forse andrebbe investigato in questo senso.

Ma come si legge, non ho soluzioni, so chi non sono ma non so chi sono. Forse perché è il cammino che conta e la riflessione che continua. Questo è uno dei temi del vivere. Almeno per me.

rendo grazie

Ogni giorno che ci è stato dato, 

ogni momento che abbiamo donato,

ogni pensiero ricevuto,

ogni notte rischiarata,

ogni figura che ora è voce, 

ogni possibilità che diventa amore,

ogni refolo d’aria fresca nella notte.

ogni pietra seduta, calpestata, sconnessa e consumata,

ogni bellezza che è stata donata,

ogni attenzione che ci ha visto e si è soffermata,

ogni rimorso ch’è stato consolato,

ogni attesa in cui qualcuno è arrivato,

ogni solitudine cercata,

ogni pensiero che ha capito, 

ogni telefono cancellato,

ogni auto partita senza i pensieri che ha portato, 

ogni nube mutata nell’acqua che ha ristorato,

ogni persona che ha visto come eravamo e ci ha parlato,

ogni metà verso cui si è camminato,

ogni sogno, tenerezza e confidenza che in noi hanno creduto,

ogni stagione che sorridendo la seguente ci ha donato,

ogni volta che abbiamo guardato l’acqua e meditato,

ogni sosta in cui abbiamo ricordato che altra vita avevamo sognato

mentre vivere e amare ci ha sorpresi,
resi forti, accolti e accompagnati,

e ogni volta ancor più ci ha insegnato a capire che siamo vita,

indefinitamente e pienamente vita, per ogni attimo,
ogni giorno e notte, sempre. 

A tutto questo e molto altro rendo grazie.

una infinita bolla

Per scoppi, come se nel ventre oscuro dell’anima di pietra e fuoco, s’accumulasse un’infinita bolla. Così lo specchio nero del mondo da lì sale, per vie oscure, sublima in rocce polite, in creste taglienti, e il mondo ci attraversa e guarda sé, neutrino che segue un pensiero senza limite. E non si cura, non ascolta se non per sue vie che radicano infinite, che non fanno domande, non si voltano e procedono mentre attendono un passo.

Mai è il suo nome mentre interroghiamo il caso, seguiamo la possibilità e la chiamiamo speranza. Mentre parliamo al suo posto, mettiamo in bocca le battute al mondo e aspettiamo parli mentre il silenzio diventa insopportabile e allora di nuovo la parola, la nostra, riempie un luogo, risuona nelle nostre orecchie. Miracolosa la parola fino a un nuovo silenzio, fino ad un’abitudine interrogante che tace e rapprende il poco che resta nell’aria e in noi.
Così il silenzio accompagna a lungo e poi quando trasuda non finisce a tempo debito. Il tempo non ha debiti, casomai crediti e chiede conto mentre in disparte s’accumula il non fatto o ciò che dev’essere ripensato e ripreso in un interminabile gioco dove ciò che si scarta è sempre maggiore di ciò che si sceglie e però non scompare, ma sta quieto, in attesa. Di grandi coni d’infiniti grani è fatto ciò che resta in disparte. Ne vidi di enormi nei porti, si stagliavano contro il cielo, limitati solo dalla gravità e dall’attrito tra particelle. Poteva essere grano o zolfo, e allora il colore giallo riempiva l’aria d’indebita allegria, oppure era carbone lucente e grasso che assommava al vento polvere e piccoli mulinelli, tingendo cupo il cuore. Altrove erano minerali di ferro, rame e manganese che beffardi riflettevano la luce in caleidoscopi rivolti al cielo, o ancora coni di rottami tagliati da trance impietose, ridotti a parvenza di ciò che erano stati funzionanti, ma ancora vivi nelle tracce dei colori che li avevano vestiti. Erano arlecchini di passato, e mentori e presaghi, indicavano. E quei coni enormi nati da benne indifferenti, erano acquattati in attesa d’un nuovo essere.

Così è il tempo che non si compie, che non ha un fine e una linea: granuli e gravità che rotolano in nuovi equilibri e levigano le forme. Capsule d’attesa in un porto e possibilità scartate prima che divengano rimpianti.

Così il cuore che è un cono che si staglia verso il cielo e ha innumeri grani che danzano nel silenzio d’una musica d’attesa.

il tango del silenzio

Perché ora ti fidi, hai detto che non finiresti più.

Forse era la sfrontatezza sicura di chi attende,

o la luce che sorride dell’ignota possibilità

e del segreto d’una scaramanzia in attesa d’avverare.

Allora, nel suo fidarsi, il corpo s’è disteso:

dismessa l’arroganza il seno

il viso interrogava in attesa d’espressione,

e intanto, in un silenzio sorridente, hai porto la guancia,

perché era ora d’andare.

E di scoprire almeno il poco e l’importante

di ciò che s’era trascurato nel mettere da parte.

il buon errare

Come si dovesse ristabilire un equilibrio, un’ autostima da recuperare appieno, dopo  la sconfitta nelle sue varie forme (e l’abbandono o la delusione sono tra queste), appare la rabbia. Chi ci legge, la vede negli atti, la sente nel tono, persino il negoziante straniero la coglie è ci sorride chiedendo e ragione. Una ragione che non c’è perché la rabbia è l’ultimo atto di debolezza, il colpo di coda, già oltre il tempo massimo. Ciò che genera è un gesto che forse scarica la delusione, ma impedisce di guardare avanti con razionalità.

Accade sempre quando c’è passione, si rompono le amicizie per questo. Forse perché le cose in cui crediamo portano con sé una carica emotiva, amorosa che le fa sentire come estensione di noi e quindi intangibili. Comunque sia, in amore, politica, vita quotidiana, la tentazione di rompere il giocattolo emerge. E siccome questa tentazione è sempre prossima nelle passioni, meglio fermarsi e capire prima dell’irreparabile. Ciò che diviene insopportabile è quasi sempre un bersaglio fittizio e neppure collegato alla ragione profonda del proprio disagio. Allora vale il rifiuto della rabbia, meglio gettarla nella fornace della prossima volta, nella certezza che nulla si conclude mai  davvero e che il futuro sarà non una rivincita, ma un dar ragione alla ragione.

Guardando avanti c’è comunque una risposta dovuta : dove abbiamo sbagliato? E se pure non emerge l’errore, qualcosa che ha condotto le cose in una direzione diversa dalla nostra volontà c’è stato. Anche se fortuna e fato conducevano le linee del destino a quell’esito, almeno il non aver compreso a tempo ciò che accadeva, sarà stata pur stata un non vedere. Non penso ci sia colpa in tutto ciò, quando si vive si è miopi. Riesaminare, con la giusta distanza, è piuttosto la necessità di guardare in noi prima che all’altro, perché se ci piace vivere, con noi facciamo sintesi. E il nostro sarà un perenne confronto, un imparare che non apprende abbastanza, che ci condurrà in una mischia o in una relazione guidati da un sentimento che ci procura energia da spendere.

Nulla di più fallace dal punto di vista della razionalità. Nulla di più bello dal punto di vista del vivere.

C’è sempre del buono nell’errore ed estrarlo prima che si aggiunga errore a errore è un amaro che fa bene. L’in cauda venenum come agire, sperimenta l’impotenza del rancore: è un pasto che non soddisfa mai