il moto dei gas e l’illusione del movimento

Le foglie mostrano palmi lucidi d’acqua. E’ quasi sera, riflessi di lampioni sulle pozzanghere, lampi di luce mossa dal vento. Sull’asfalto nero d’acqua, emerge il bitume. La polvere se n’è andata e i fiori colorati disegnano con le piccole foglie, vortici di lettere misteriose. Tutto dovrebbe rallentare per capire, per lasciar parlare le cose, gli uomini. Anche l’entropia (nome nobile del degrado e della putrescenza), ha bisogno d’attenzione non scontata per rallentare.

In questo muoversi di materia che attorno cangia e si trasforma, possibile che solo i nostri piedi prestino attenzione, ma per non scivolare?

Ci meritiamo ciò che sentiamo, ciò che vogliamo sentire, ciò che ci corrisponde, desideri e piacere compreso, ma non siamo sempre stati così. Lo sappiamo quando s’avvicinano le feste, quando il vuoto si fa largo dentro e la disattenzione si ritorce su noi, sulla nostra capacità di sognare. Disattenti a noi anzitutto, disattenti a ciò che ci sta attorno, a poco a poco ci siamo chiusi nella certezza dei nostri affetti più cari e resi impermeabili al mondo. Non ci era richiesto, si poteva conservare gli uni e la capacità di vedere il mondo, di rispettarlo. La cecità progressiva, invece, spinge su una china in cui tutto sembra essere bianco o nero, successo o fallimento, indifferenza o folgorazione, mentre attorno le sfumature di colore pian piano evolvono in un mosaico transitorio di sensazioni, fatti, sentimenti che si perdono.  

Sembra che il nostro muoversi muova il mondo, in realtà transitiamo e della nostra presenza resterà ben poco, se non rallentiamo il tempo.

Moto di particelle in un contenitore che si muove per suo conto. 

è ora di mettere lane e colori per l’anima

Il pensiero del freddo, prende lento il campo. A pennellate larghe d’azzurro, oggi nel cielo terso con il sole.  Stanotte era una luna nitida, dai contorni stagliati tra stelle. Morbida luce bianca di bellezza algida ed indifferente. Poi il giorno ed il sole, caldo e senza promesse: scalda a termine, fino al ciglio della notte.

Lascio definitivamente il pensiero dell’estate, in fondo è stato un regalo cullato nella consapevolezza della ciclicità del tempo. Lo so che il tempo lineare ferisce, mentre quello circolare è solido, lenitivo, con speranze certe e concrete. Ci racconta che si ritroverà la bellezza se la cogliamo ogni giorno in quello che ci viene offerto. Anche in ciò che non si ama. M’affeziono al tempo circolare che fa irrompere la natura in noi, che promette ciò che manterrà, che tornerà il caldo, il nuovo che ha piedi sull’antico solido che si ripete, ma non è mai eguale.

Ora è il tempo dei colori dell’aria, delle pennellate dense che trascolorano nel blù, ma non disdegnano il grigio. Ier sera un rosa giallo colorava nubi grigie, poi le nuvole se ne sono andate ed il nero della notte è sembrato annullare ciò che stava attorno. Sembrava il predominio dell’artificiale, degli stop rossi delle auto, delle luci gialle al sodio per pozze di luce nei marciapiedi, delle lampade inutili in strade deserte, ma è bastato attendere la calma della cena e poi della notte piena perché la luna rifulgesse e rendesse tutto meno importante.

La bellezza ha una sua ragione interiore, non ha bisogno d’essere riconosciuta, si offre e trova in sé la sua spiegazione. Questa è l’indifferenza della bellezza della natura, forse la stessa che nel nostro profondo non vogliamo indagare, paurosi che un suo riconoscimento ci renda soli, autosufficienti, mentre vogliamo il calore dell’essere riconosciuti, amati per quello che vediamo di noi e per quello che intuiamo, ma vediamo solo attraverso gli occhi degli altri. Debolezza? Non credo, probabilmente, direbbero gli analisti, quel legame tagliato alla nascita ci impedisce di vedere, più che di sentire. Com’era nell’utero materno? Si udiva e sentiva attraverso in un calore animato. E’ qui che il freddo ha acquisito una sua realtà negativa di vita che sfugge, da allora lo associamo alla solitudine, all’assenza di contatto, e quindi al bisogno d’amore insoddisfatto.

Torna il freddo, lo sapevo e non lo volevo, con esso le luci al neon dei bar di periferia virano verso lo sfacciato, cerco luoghi gialli di calore, luoghi da cui vedere passanti radi e frettolosi scorrere verso case. C’è già un indeciso preannuncio di festa, dobbiamo collocare scadenze allegre in tempi che consentano di valicare il colle del freddo, ma lo sappiamo che le feste imploderanno nelle nostre teste d’adulti lasciando il vuoto, un tempo era la meraviglia e l’attesa a riempire quel vuoto. Basta saperlo e sapere la ciclicità del tempo della bellezza, non attaccarsi al nostro povero tempo lineare. Quanti anni ho? Sto invecchiando, sono già vecchio, ho bisogno di parole dense per commiserarmi della fatica di vivere? Tempo buttato nella ricerca di un retrocedere del tempo lineare, solo il tempo circolare contiene la bellezza e la sua sussistenza in sé, nel suo ripetersi mai eguale c’è l’indifferenza rispetto alle povere cose del momento, la certezza che la bellezza esiste e si mostra ai nostri occhi. Sentire e vedere, ecco il nascere.  

Di tutto questo, confondermi, avere sottili refoli di sensazione, tenerli stretti, farne sostanza e sguardo che fa scorrere la sabbia tra le dita e intanto guarda oltre, attendendo.

E’ ora di mettere lane per il corpo e colori per l’anima.

il senso delle ferite ricevute

Con la distanza le ferite non fanno più male, ma non si dimentica, l’indifferenza non è possibile. Se qualcosa colpisce chi ha ferito, si generano sentimenti ambivalenti, una triste soddisfazione ed una comprensione, altrettanto triste. E’ la misura dell’imperfezione, ci hanno raccontato storie sulla perfezione, credo che solo accettando ciò si è, sia possibile cambiare. Un’altra storia a doppia faccia che è comodo credere, è che si possa cambiare sempre oppure che ormai non si cambia più. Già l’esigenza di porre il problema, in realtà pone una questione che riguarda non la necessità di cambiare, ma come affrontiamo la cosa, ovvero se si vogliono mettere le mani in ciò che ci fa male, che non ci piace, oppure se ci si rassegni a tenerci, non la parte migliore di noi, ma quella meno faticosa. Credo che questa sia la scelta e che l’una o l’altra opzione non abbia un valore morale, che visto che il dolore è una faccenda personale alla fine ognuno avrà vissuto come voleva vivere.

Nei rapporti tra persone ci si può scambiare, e fare, molto bene, ma anche ferire in profondità. Non di rado entrambe le cose. Se il rapporto è stretto, forzato o meno, una strada si trova, magari molto costretta e fatta di necessità. Se il rapporto è una scelta, allora le conseguenze delle ferite hanno un aspetto che dovrebbe essere valutato guardando dentro e fuori: ricevere una ferita è un bagno di verità, aiuta a vedere l’altro nella sua realtà, quella che abbiamo accuratamente evitato di vedere perché ci faceva comodo fosse come noi lo volevamo. Si pensa fino a prova contraria: sei come io ti voglio. Quindi una ferita aiuta a vedere, ma aiuta anche a distaccarsi, sia fisicamente che mentalmente, perciò ha una sua positività di cui faremmo volentieri a meno. Infatti l’essere feriti è comunque un tradimento di fiducia in sé, anzitutto, e questo provoca un secondo effetto, ovvero ci mette davanti alla scelta: andiamo avanti, teniamo il rapporto anche se non sarà più come prima perché il velo è caduto, oppure rompiamo il rapporto e senza vivere in ciò che non sarà, si procede, ritornando a noi? Credo che in entrambi i casi ci sia un cambiamento, il che significa che si può cambiare sempre, e che accade anche attraverso la gioia e non solo la tristezza, ma quanto profondo sia il cambiamento dipende da noi. L’errore, in chi lo riconosce, è il più potente motore dell’apprendimento.

Non c’è nessuna idea di perfezione in quanto penso, gli errori insegnano molto, ma non a non farne e neppure l’accettazione di sé, se non vogliamo diventi una mortificazione, è un fatto statico, è tutto dinamico e riportato a noi che esaminiamo, comprendiamo, viviamo anche le emozioni negative, magari cercando di non permettere che queste aggiungano male al vivere. Quello che non è utile, penso, è non capire che il dolore può cambiarci, renderci migliori a noi e che per questo è un fatto personale. Tornare sui propri passi, rifugiarsi nei porti tranquilli, pensando che sia sempre tutto come prima, è chiudere gli occhi,  raccontarci una storia che testimonia tutta la nostra debolezza e la non volontà di utilizzare il dolore della ferita per vederci davvero come siamo. E cambiare.

p.s. voglio spiegare la scelta del filmato: Farinelli è un castrato, credo che poche violenze per il piacere altrui abbiano avuto, per secoli, meno riprovazione morale. Quindi ferita doppia, non sanabile e in più giustificata. Persone costrette a soffrire, accettare la sorte e cambiare. Ma lo stesso si potrebbe dire per molto d’altro che conculca l’espressione del sé, la costringe e mortifica. Fino al quotidiano più piccolo, che si vive, nelle nostre piccoli, grandi ferite.

Lascia ch’io pianga

mia cruda sorte,

e che sospiri la libertà.

Il duolo infranga queste ritorte

de’ mei martiri sol per pietà.

meglio dir poco e praticare di più

Ci sono parole che sarebbe meglio non dire, ma piuttosto praticare, parole come mai, per sempre, solo tu …

Il fatto è che ripetere ad altri, i nostri mantra, dà sicurezza, conferma, ma non rafforza il normale condursi delle cose, queste andranno per loro conto, con qualche obbligo in più da rispettare. Se il voler bene a se stessi e connesso con il voler bene agli altri non può esserci qualcosa che nega il nostro bene comunque e che questa cosa sia assoluta, come il mai, sempre, ecc. Deve esistere la possibilità di contraddirsi perché chi non si contraddice resta prigioniero infelice di se stesso. Altra cosa è la coerenza, ovvero il rispondere ai principi profondi, quelli che coincidono con noi e che se non rispettassimo ci sarebbe solo infelicità.

Di converso altra cosa è la leggerezza, ovvero il camminare senza far male ad altri e neppure a sé.

Perseguire il piacere è una spinta naturale, che ha punti di confine in noi, ma la confusione è appena dietro l’angolo e il raccontarsi delle storie diviene naturale come cura contro la disperazione di non avere una direzione, per questo è meglio non dire, ne esce la somma delle nostre debolezze, paure, giustificazioni.

p.s. lo dico perché altrimenti non si capirà mai il perché della ritirata di Madrid di Boccherini reinterpretata da Berio: l’ho messa per la sua capacità di vedere un tema in modi diversi e di reinterpretarsi, se ci fosse un’unica versione la musica sarebbe più povera, ciò che conta è l’onestà e il rigore nel riscrivere.

nuovo elogio dell’ignoranza

Non si deve per forza capire tutto, né tanto meno razionalizzarlo sempre, lasciamo spazio al mistero, all’apparente inconciliabilità di ciò che ci accade, già lo stare bene, non il bene momentaneo, transitorio, ma il progetto dello stare bene, introduce la speranza e quindi una mitigazione forte del razionale. Lasciare che le cose si facciano anziché voler determinare tutto, apre gli occhi, consente di guardare avanti ed attorno, libera perché non si è prigionieri di un ragionamento assoluto.

La filosofia del momento è la razionalizzazione del pessimismo del vivere, del sapere già cosa accadrà e quindi negare un progetto  personale aperto alla sorpresa, ci rinchiude unicamente nel sé, non consente di posticipare perché presume che tutto finirà presto e che nulla è davvero solido.

Noi non siamo un progetto razionale; con i nostri costanti bisogni d’amore, di benessere nostro e di chi ci sta vicino, introduciamo la speranza, la fiducia nel corso positivo del mondo, del nostro mondo. Questo è un progetto irrazionale e inclusivo, dove la relazione ha n aspetto sostanziale: noi siamo esternamente ciò con cui vogliamo avere una relazione. Questo implica il dare, e qui c’è un passaggio che ognuno risolve a suo modo: il dare implica una idea di vantaggio relazionale oppure è un bisogno di equilibrio interiore? Se io do perché m’aspetto di ricevere, ho già messo un limite, un giudizio, a ciò che riceverò e questo mi toglierà speranza, inatteso dal vivere. Se invece il dare è “solo” un bisogno di dare concretezza a ciò che sento, un’apertura senza oggetto, il rischio è di essere solo e quindi di fraintendere ciò mi arriva, di attribuirgli significati impropri. Tutti abbiamo esperienza dell’innamoramento, momento in cui la comunicazione si basa enormemente sul dare, ma sappiamo, poi, che se questo dare non è equilibrato diviene un prendere, un pretendere, ovvero il fraintendimento emerge con tutta la sua carica negativa.

Ciò che penso è che la necessità di un progetto personale implichi dosi molto misurate di razionalità, che la percezione del proprio ignorare sia cosciente e accetti il mistero, ovvero ciò che non si conosce e non si razionalizza, l’imprevisto. Penso che la proiezione in avanti di un progetto personale includa il momento, la soddisfazione del desiderio, ma anche il suo divenire e quindi introduca prepotentemente la speranza come filo rosso del vivere.

Chi scarta tutto ciò che dura, e il suo rischio, ha paura di essere privato di qualcosa, si consegna al transitorio, alla sua finitezza immediata perché vuol portare a casa subito, tanto tutto è destinato a finire, quindi meglio conservare per la propria solitudine. Non è forse questo il presupposto per impedire una risposta positiva al bisogno d’amore?

matite

Mi piace temperare le matite, sentire l’odore del legno e della grafite: è il profumo delle vecchie cartolerie della mia infanzia. Ce n’era una vicina a casa, minuscola, un buco alto e pieno di scaffali con la carta, gli inchiostri, le matite, le file di colori esposte.  Andavo il pomeriggio, anche con una scusa, e m’incantavo a guardare le matite colorate e a pensare a tutti i disegni che contenevano. Dietro il banco, altissimo, c’era una signora, che a me sembrava bella oltremisura, come la maestra, alta, signorile. Sembrava in attesa che le servissero il the, e intanto vendeva, non i quaderni, ma i disegni colorati e le parole che si potevano scrivere. Quelle belle, nuove parole, che a fatica leggevo nei libri e poi compitavo nei quaderni.

I quaderni avevano la copertina nera, una pagina di frontespizio e poi le righe, sottili, azzurrine; le lettere formavano le parole, con sforzi sovraumani, si costringevano in quei binari, andavano a capo, si tenevano serrate o larghe come bambine in cerca di girotondi. Era un apprendistato ad una facoltà che, miracolosamente, metteva assieme quello che si formava sotto i ricci con la realtà e, pensa un po’, restava fermo, anche dopo che i pensieri erano andati, pronto ad essere riletto, rivissuto. 

Non ho più smesso. Da sempre mi piace scrivere con le matite tenere, sentire il taglio netto del temperino, vedere la scia di grafite che scorre veloce sulla carta. Se tengo stretti gli odori del passato è perché mi piacciono adesso, non rimpiango nulla, ma farei un profumo che odora di cedro e grafite temperata, lo chiamerei graphis, oppure mots, od anche lettere. Ne metterei poco sul collo e sulla punta delle dita, e lo annuserei per scrivere nel pensiero.

In silenzio, guardando dentro e fuori, quando l’aria è dolce.

la vita sobria

Il cuore degli uomini, temo, dev’essere in continuazione fatto, confermato. E’ una verità ambivalente, ostica al desiderio di certezze e d’immutabilità che ci percorre, ma senza trarre subito dinieghi, pensate a quanto dei nostri giorni è rete di consuetudine, quanto si misura con tempi che non sono nostri e che neppure, forse, vorremmo, e quanto di noi è paziente costruzione, per capire che il rifarsi del cuore è un impegno necessario e costante. Ci si rende conto che l’educarsi al sentimento, all’affetto, alla percezione dell’altro, è l’opera nostra di costruzione del sé. Che questa s’affianca all’opera che altri, ben più forti ed arroganti, mettono in campo: la famiglia, la società che c’attornia, le convenienze, le regole, sino ai limiti fisici nostri confrontati con quanto si giudica forte, bello, adeguato. Chi non è bello secondo i parametri altrui dovrà scoprire la propria bellezza e di questa convincere il cuore per evitare l’infelicità. Come pure varrà per la forza e l’adeguatezza, il mediare con l’esterno il proprio benessere, sottoporlo, anche quando questo sia arrogante, ad una serie infinita di aggiustamenti che ne consentano l’equilibrio. E ciò vale per le conseguenze di questa ricerca al ben stare, ovvero il benessere economico, oppure quello affettivo, od ancora quello sessuale, ciascuno di questi esigendo un compromesso tra ciò che si vorrebbe essere e ciò che si è davvero. E quanto l’essere, sia esso stesso un mescolarsi di evidenza e di parti celate, lo sa il cuore che trova in suo punto d’equilibrio nel parlare con sé, mostrandoci ciò che siamo davvero. Superata l’età della sfida, della ribellione senza pensiero di conseguenza, ciò che viene dopo è un’intrecciarsi di forze, di fili che collegano e tengono, ma che se s’ingarbugliano portano verso nuove, intollerabili, prigioni. In questo c’è un dipanare, un pensiero d’ ordine che mette priorità, un prima e un dopo, valenza nelle persone e nelle cose. Ed in questo ordinare interiore c’è molto del fare e dell’educare il proprio cuore. Usare la parola cuore per ciò che sta nel cervello, significa mitigare la lama della razionalità dalla propria insensatezza, il vincolo che ci metterebbe costantemente in decisioni che, proprio per la loro nettezza, prescinderebbero da noi e non sarebbero parte di quella educazione al vivere bene che in fondo fa parte di tutte le aspirazioni e di tutti gli eccessi che comprendano la vita e il vivere. Ma questo cuore, costantemente rifatto e confermato, è quanto di più nostro abbiamo, quanto possiamo mostrarci per riconoscere ciò che siamo e da esso partire per riconoscere come abbiamo vissuto.

Se un pensiero mi attrae con maggiore forza, è quello che per scelta, semplifica, riporta a sobrietà il ribollire barocco delle vite, l’uso interiore degli aggettivi (ci sono aggettivi interiori che c’illudono, danno la sensazione d’onnipotenza, portano a crederci eterni) che scatenano la meraviglia fugace e la disperdono in infiniti rivoli di senso, tanto che alla fine, d’esso non resta traccia, inghiottito com’è dal predominare delle abitudini e dei condizionamenti, cancellato dalle pulsioni soddisfatte e subito dimenticate, riportato in una perenne eccitazione al fare confuso con l’essere.

La vita sobria è una vita complessa che si scioglie in pensieri forti senza dominio, che c’accompagna in stanze che si liberano di pesi, in archivi virtuali che s’ordinano ed in scelte che quietano. Forse il mio rappresentare le vite come poligoni di forze, sempre mutanti in relazione a ciò che improvvisamente diviene importante e tira in una direzione, non è quello che vorrei, perché è un equilibrio che ferma il movimento e trova un compromesso statico in attesa d’una nuova tensione che rimodelli il tutto, ma vorrei piuttosto il conformarsi ad una vibrazione d’onda che percorra il dentro e il fuori, faccia sentire che s’è parte dell’universo e di se stessi assieme e che questo vibrare, talvolta, all’unisono, non è solo la felicità, ma la consapevolezza d’essere all’interno d’un mondo al quale ci conformiamo senza subirlo, e continuando a crescere. 

Insomma l’uno che prosegue la sua infinita corsa e ricerca che mai non avrà fine ed il tutto che si disvela mostrandosi per pezzetti di scoperta e meraviglia, includendoci e fluttuando assieme a noi.

Non si esaurisce nulla, il processo (il vivere) continua, e sapere d’esserne parte rimodella in continuazione il cuore.

il senso del menare il can per l’aia, ovvero Enigma vs Colossus

Difficile e predittivo l’inizio, diceva la mia insegnante di lettere, poi il resto è opera d’artigiani del pensiero logico. Ed io facevo inizi folgoranti, salvo poi seguire le mie fantasie per pagine tortuose. E’ questione di pazienza, le dicevo, se si legge abbastanza magari non si coglie il senso dello svolgimento rispetto al tema, ma quello della testa, sì. ( Non mi pareva vi fosse eccessivo interesse per la mia testa). Mi consolavo, pensando che le migliori cose sono quelle fuori tema e visti gli insuccessi del folgorante, ero passato all’inizio ansante, quello che sembra un cagnone fermo un poco enfisematico, un inizio senza corsa, fatto di pennellate rapide, convulse, come se il passato fosse davvero già avvenuto, mentre chi scrive sa bene che il passato è davvero avvenuto solo quando lo si è scritto, prima è una sequenza di fatti, di frames a cui non essendoci un filo logico (il filo è sempre nel futuro, perché lì si capisce cos’ è accaduto davvero), solo la logica delle parole può dargli un senso. Insomma io scrivevo storie che promettevano molto e poi menavano il can ansante per l’aia. Non mi capiva nessuno, neppure l’insegnante di lettere, che pure mi elargiva bei voti d’incoraggiamento e mi diceva, ma cosa volevi davvero dire? Io facevo il misterioso, alludevo, le parlavo della festa della sera prima e di quella della sera dopo, così lei capiva che ero festaiolo e un pochino m’invidiava, perché diceva, bella età, ma poi i nodi vengono al pettine. 

Ecco questa dei nodi che vengono al pettine mi è sempre parsa una partenza fulminante, per niente scontata, perché per me era il pettine che veniva ai capelli, ammenocché non essere un aspirante milite e mettere il pettine fisso e la testa mobile per pettinarsi. Faccenda questa dei nodi anche un tantino pericolosa, io avevo i capelli ricci e i nodi si scioglievano passandoci le dita aperte, ma forse si trattava di nodi più difficili e dolorosi rispetto ai miei, e se per caso cadevamo nella configurazione topologica gordiana, la cosa diventava critica, un qualsiasi Alessandro il grande, con un colpo di spada scioglieva il nodo, ma si sarebbe fermato a tempo? Ecco, queste cose mica le potevo spiegare alla mia insegnante di lettere, al massimo potevo dirle che il pettine Alessandro non mi piaceva e subire il rischio che ancora una volta lei non capisse nulla di quell’allievo che molto prometteva e nulla manteneva,

Fu così che determinai da allora che in ogni storia che si rispetti, anziché mettere in premessa ciò che poi sarebbe venuto, l’inizio sarebbe stato un parlar d’altro, e che il senso l’avrei criptato e nascosto tra le  frasi del testo successivo. Pezzetti d’una storia che non finiva in un comporre chiuso, ma diveniva una sciarada che continuava a svolgere il suo senso. Devo dire, sommessamente, per chi avesse capito l’andazzo linear circolare dello scrivere, che mica ne posseggo la soluzione, al massimo ne intuisco il divenire. Turing, genio assoluto e co inventore con Newman di Colossus, la macchina per decrittare i codici che i tedeschi creavano con Enigma, mi avrebbe sputtanato in un attimo e m’avrebbe raccontato per filo e per segno la storia, quella che ancora non so come vada a finire, ma la mia insegnante non era Turing, era bella e discuteva volentieri, per questo perdeva il filo del discorso. L’avessero saputo i nazisti, l’avrebbero utilizzata subito, non si sarebbe capiva molto del messaggio, però era un bel vedere. Lei spiegava benissimo, molto e d’altro, ma chi m’affascinava era Gadda, chi volevo essere era Boccaccio, per via degli ormoni giovanili applicati alla letteratura, entrambi mi sembravano perfetti.  Glielo dissi, lei mi rispose che c’erano altre sorprese nella letteratura. Non le credetti che al 78%,  finché non scoprii Calvino. Lui non lo sapeva, ma alla stregua di Borges e della riscrittura del Don Chisciotte, la lezione di “una notte d’inverno un viaggiatore” io l’avevo già svolta, solo che non l’avevano capita.

Il segreto si nasconde nei dettagli, parimenti al buon diavolo, oppure nella pancia dove sembrano dormire le parole, e il rasoio di Occam serve a far la barba, l’inizio è solo un inizio a cui se ne sovrappone un altro, così in sequenza perché se è vero che se si vuol sapere dove vuole arrivare questo scemo (Totò), ci sarà sempre uno che capisce e dice: ma mi faccia il piacere (idem).

dire la trasgressione

Il bambinetto saltella, ride e borbotta: cacca, culo, pisello, cazzo, patata, patatina, fica.

Anche noi, guardandolo, come bambini ridiamo alla comicità un po’ da angolo d’asilo: già alle elementari le brutte parole non facevano più ridere, alle medie la trasgressione era la bestemmia, poi tutto un cercare i limiti guardandosi attorno. Le ragazze, che andavano dalle suore, un po’ rabbrividivano e protestavano, ma non se ne andavano, il proibito riguardava anche loro.

 Sarebbe interessante per le bestemmie giovanili, scavare un poco nel rapporto tra il bisogno di ribellione familiare e quella esterna, dove la religione e dio, il loro posto pure lo occupavano, analizzando la necessità di essere adulti che prende la parte più facile dell’eloquio violento della rabbia dei grandi, ma non è il caso, non ora. Restiamo sul banale, sul parlar grosso. Essendo davvero poco puritano la cosa m’ interessa nel suo aspetto fenomenologico (parolona per dire: ma perché si ride di battute grasse, perché ci si conforma all’ambiente?).

L’osteria è un luogo di umanità forte per me, anche quando sembra non esserci, ma le osterie non esistono quasi più, e se si mettono l’acca davanti diventano luoghi per fighettosi convivi, insalate appiccicose, sfoglie glutammatiche per degustazioni improbabili di vini di cui vantare sapienza. Queste ultime non le frequento, sono sostanzialmente inutili per me. Insomma se il luogo di ritrovo è un luogo dell’anima, questa mica sta bene dappertutto. In questo andare e rapportarsi nell’osteria o nel bar d’elezione, il motto di spirito, il riso sono legante ed intercalare, come la parlata grossa, modalità del pensiero e dell’emozione già scavate a sufficienza nelle analisi dotte, ma chissà che osterie frequentava il dottor Freud? Quello che mi colpisce, non è l’emergere dirompente dell’assurdo, bensì il presunto vero, detto con parole conosciute ed espunte dal parlare educato. Quindi fa ridere la maleducazione? La maleducazione è trasgressiva? Né l’una né l’altra, anche in questo tempo, ché a suo modo, fa vigere sempre l’educazione, seppure il parlare accentua ed allarga i toni. Provate ad ascoltare questo parlare trasgressivo: le vocali si allargano, le finali si allungano, il dire passa dal concitato allo scandito, dal sussurro all’enunciazione con tono più alto per farsi sentire, mentre il confine del comunicare si sposta più in là. Per conformismo molti discorsi prendono lo stesso tono, come ondate che rigonfiano e poi s’afflosciano. E si parla di sesso, di politica, di sport, come se tutti sapessero di tutto con un banalizzare le vicende personali che, se conosciute dagli interessati, a questi farebbe un gran bene. Per il relativo che tutto questo ispira. 

Dal tavolo vicino sembra ci sia voglia di vantarsi, qualche appellativo che in camera da letto o in un angolo bujo farebbe sesso, qui infastidisce, c’è proprio bisogno di chiamare troja la ragazza con cui si sta? Una fiera del trasgressivo raccontato al gruppetto degli arrapati con posizioni e dovizia di particolari, ma è proprio trasgressivo questo gusto forte? Una parola mi viene in mente: afrore: come la fregola mantiene l’eccitazione, ma chi lo userebbe come profumo personale? Mi viene da ridere nel pensare al dopo, ai compitini fatti cercando di ripetere le istruzioni, le acrobazie, nel perdersi che lascia spossati, vuoti, mentre crea nuova sete. Non c’è dubbio: sto invecchiando perché penso che in questo trasgredire più verbale che praticato non ci sia altro che molta noia, incapacità di vivere alternative, la trasgressione come sintomo di unicità per riconoscere che si è vivi.

Quello che ci ammazza è il conformismo, anche nella trasgressione, ed è anche il collante di questa società in cui il luogo comune risparmia la fatica del pensare, del cercare le proprie vie al ben essere.

Mi perdo in osservazioni da vecchio bacucco, penso che il trasgredire vero abbia un prezzo ed una “eroicità” ben superiore al conformarsi, una tensione etica di un modello personale di vita diverso. Quanta forza è necessaria per tutto ciò? E quanto rigore nel perseguire, mentre, invece, ricevo immagini flaccide che mi fanno sorridere. In realtà in tutto questo “trasgredire” c’è una normalità che sarebbe sconsolante se non fosse fatta di ammiccamenti, di discorsi da bar, di chiacchere tra amici e amiche. La sento come una sovrastruttura, un mancato riconoscere che la società è cambiata nel profondo, ma non ha regole per gestire il cambiamento. E le regole sono importanti perché sono quelle che verranno trasgredite. Trasgredire qualcosa che nessuno osserva più è solo parlar grosso, dove il parlare e il fare si confondono, ma non esiste ancora un linguaggio che consenta di sollevare la comunicazione ad “educazione” nel parlar del vivere.

Il bambino saltella, ripete il suo mantra e ride, a casa proverà ogni tanto a dirlo, per saggiare la reazione, per vedere se questo proibito è davvero proibito. 

la rivolta delle cose

Stamattina lo scotch attaccava poco.

Ci sono questi momenti nella vita, basta capirlo, sta sempre così arrotolato su se stesso…

Comunque, s’incollava alle dita ed accarezzava la carta, forse aveva paura di sporcarla, d’essere appiccicoso; di certo c’era un patto segreto tra loro. Un patto che escludeva me, le mie necessità. Mai che il cerotto usi la stessa attenzione alla mia pelle; gli dico: dai, uno strappo e via, ma è una scia di peeling che se ne va e per un orso è pur sempre un trauma d’assenza quando si guarda il braccio o la gamba. In quei momenti capisco la pazienza della ceretta femminile, la capacità di sofferenza per piacersi, capisco e divago.

Lo scotch, dicevo, attaccava poco, e le foto, le poesie appiccicate sulle porte dell’armadio aspettavano solo che mi girassi per staccarsi e cadere. Sembrava autunno con tutti quei fogli per terra, raccoglievo in silenzio e riattaccavo. Credo esista una pazienza per le cose diversa da quella che usiamo alle persone, una pazienza che parla loro, le interroga, chiede ragione di tanto accanimento e riflette. La pazienza è uno specchio, deve riflettere, deve far capire cosa si agita dentro quell’immagine che la guarda. La ragione del perché le cose non funzionano sta lì, in quell’immagine che pensa ad altro, che non si cura del mondo piccolo attorno. E’ la meccanica dell’uso che offende le cose.

C’è anche un’ira per le cose, un’ira distruttiva, anch’essa diversa da quella degli umani, un’ira che distrugge e butta via perché, tanto, le cose non capiscono. Gli si spiega che non c’è tempo, che devono essere efficienti, che sono fatte per questo. E le cose si rifiutano; riottose, mule, dinegano, è così l’ira prende e strappa, distrugge, getta. Ma loro, pur a pezzi, ridono di noi. Ho visto una volta gettare a terra con rabbia e forza, una calcolatrice meccanica, le rotelle, gli ingranaggi andavano dappertutto, correndo allegri, mentre l’iroso, ormai contrito, contemplava la sua sconfitta e l’irridere delle cose.

Ma non è colpa delle cose, se si rivoltano una ragione c’è: non abbiamo più il controllo, le abbiamo sopravvalutate prima e gettate in un canto poi. Lo scotch, ad esempio,  sta lì arrotolato, ma è diventato telescopico, il calore della scorsa estate lo ha trasformato in un cono, se adesso appiccica a rovescio e si ribella, è per trascuratezza. Lo abbiamo trascurato perché ce n’è troppo, troppe chiocciole con lo scotch in giro e pochi utilizzi e lui capisce che è finita l’epoca del nastro adesivo. A malapena resistono le graffette e i fermagli. Negli anni del post it e della virtualità si attacca meno. Tutto. Così anche la colla è seccata, proprio incazzata nel tubo rosso e si rifiuta di uscire, non attacca più, piuttosto si strugge a pezzi di consistenza gommosa e inservibile. Un giorno ho detto a voce alta: ma ti ricordi il profumo della coccoina? anche se non mi serviva la colla, aprivo il barattolo d’alluminio per annusarla. aveva un odore di mandorle, di noccioli aperti e poi il pennello a setola dura che scorreva sulla carta, vuoi mettere… Dev’essere lì che la colla s’è offesa e ha detto: adessotisistemoio, perché ha cominciato a sbavare, a venir via a pezzi. Userei lei per i fogli da incollare sull’armadio, ma è secca, rincagnita dentro il tubo e quello che ne esce è solo rabbia collosa, a pezzi bianchi che sporcano, ma non attaccano.

Bisogna parlare alle cose perché non si rivoltino, ripetere loro la funzione che hanno, fare qualche complimento: lo vedi che se vuoi attacchi, sei vecchiotta ma funzioni benissimo, come te non ne fanno più. E bisogna stare attenti, non pensare cose diverse da quelle che si dicono, perché le cose sono telepatiche. Se ad esempio si pensa: come te non ne fanno più. Per fortuna. Le cose sentono e si ribellano, sono permalose le cose. Bisogna stare attenti, parlargli piano, lasciare che diano la fantasia oltre la funzione, ma soprattutto considerare che aspettano, e chi aspetta nel migliore dei casi, pensa ad altro.

p.s. poi alla fine un accordo l’abbiamo trovato