nuovo elogio dell’ignoranza

Non si deve per forza capire tutto, né tanto meno razionalizzarlo sempre, lasciamo spazio al mistero, all’apparente inconciliabilità di ciò che ci accade, già lo stare bene, non il bene momentaneo, transitorio, ma il progetto dello stare bene, introduce la speranza e quindi una mitigazione forte del razionale. Lasciare che le cose si facciano anziché voler determinare tutto, apre gli occhi, consente di guardare avanti ed attorno, libera perché non si è prigionieri di un ragionamento assoluto.

La filosofia del momento è la razionalizzazione del pessimismo del vivere, del sapere già cosa accadrà e quindi negare un progetto  personale aperto alla sorpresa, ci rinchiude unicamente nel sé, non consente di posticipare perché presume che tutto finirà presto e che nulla è davvero solido.

Noi non siamo un progetto razionale; con i nostri costanti bisogni d’amore, di benessere nostro e di chi ci sta vicino, introduciamo la speranza, la fiducia nel corso positivo del mondo, del nostro mondo. Questo è un progetto irrazionale e inclusivo, dove la relazione ha n aspetto sostanziale: noi siamo esternamente ciò con cui vogliamo avere una relazione. Questo implica il dare, e qui c’è un passaggio che ognuno risolve a suo modo: il dare implica una idea di vantaggio relazionale oppure è un bisogno di equilibrio interiore? Se io do perché m’aspetto di ricevere, ho già messo un limite, un giudizio, a ciò che riceverò e questo mi toglierà speranza, inatteso dal vivere. Se invece il dare è “solo” un bisogno di dare concretezza a ciò che sento, un’apertura senza oggetto, il rischio è di essere solo e quindi di fraintendere ciò mi arriva, di attribuirgli significati impropri. Tutti abbiamo esperienza dell’innamoramento, momento in cui la comunicazione si basa enormemente sul dare, ma sappiamo, poi, che se questo dare non è equilibrato diviene un prendere, un pretendere, ovvero il fraintendimento emerge con tutta la sua carica negativa.

Ciò che penso è che la necessità di un progetto personale implichi dosi molto misurate di razionalità, che la percezione del proprio ignorare sia cosciente e accetti il mistero, ovvero ciò che non si conosce e non si razionalizza, l’imprevisto. Penso che la proiezione in avanti di un progetto personale includa il momento, la soddisfazione del desiderio, ma anche il suo divenire e quindi introduca prepotentemente la speranza come filo rosso del vivere.

Chi scarta tutto ciò che dura, e il suo rischio, ha paura di essere privato di qualcosa, si consegna al transitorio, alla sua finitezza immediata perché vuol portare a casa subito, tanto tutto è destinato a finire, quindi meglio conservare per la propria solitudine. Non è forse questo il presupposto per impedire una risposta positiva al bisogno d’amore?

7 risposte a "nuovo elogio dell’ignoranza"

  1. Sacrosanto, come di consueto, ciò che intuisci e trasmetti .. il problema però, che hai delicatamente tenuto al riparo, è che le possibili risposte sarebbe giusto fossero intuitivamente, correttamente e ambivalentemente poste sul terreno di scambio …

  2. Un post che mi fa molto pensare e che smisuratamente mi galvanizza.
    “Dare c’è un vantaggio relazionale o un bisogno di equilibrio interiore”? chiedi.
    Misura! Ecco una virtù che continuo a faticare nel suo esercizio come essenziale fonte di crescita vera,dal momento che la mia natura tende all’entusiasmo e…vola.
    Comunque sia,per me il “dare” ha sempre costituito felicità.Una felicità che automaticamente si autovalorizzava dando,costasse tutto,magari rimettendoci di mio anche materialmente.E di questo non fui mai paga.
    L’incredibile era,a volte, o anche spesso che,partendo con questo spirito “inclusivo” solo per energie da tirar fuori ed “espansionabile” insieme,mi sono capitate cose inimmaginabili e,che,io accoglievo in modo (S) misurato e incapace di gestire razionalmente quell’inatteso nuovo.
    Tante sono state le esperienze di questo tipo.Ho imparato,allora?…Ho seri dubbi,mannaggia a me!
    Bravo Willy.E’ proprio un BELLISSIMO post.BUON APPETITOOO!
    Mirka

  3. Nonostante io sia convinta che c’è sempre un perchè nelle cose che succedono, sono nello stesso tempo altrettanto convinta che spesso ci è preclusa la spiegazione razionale di quello che viviamo.
    Se un perchè o un motivo c’è, prima o poi salterà fuori, forse. Ma non è detto.
    E non dobbiamo incaponirci nella sua ricerca.

    Ho imparato che è assolutamente meglio aprirsi alla vita senza voler predeterminare il più possibile il suo corso, anche perchè non ci è concesso farlo più di tanto, alla fin fine.

    E mi chiedo: serve razionalizzare?
    E se, ammesso e non concesso che “tutto finirà presto e che nulla è davvero solido”, allora cosa viviamo, amiamo, lavoriamo, ci impegniamo, costruiamo cose e relazioni a fare???? Sarebbe tutto estremamente triste e insulso … 😦

    Sississì Will, concludo dicendo che sottoscrivo in toto il tuo pensiero 🙂

    Buona serata e buon fine settimana, ciao

  4. La prigionia in una storia data per finita prima di nascere (che nondimeno dura da due anni) mi sta uccidendo.

  5. molto spesso mOra si è prigionieri, non di un’altro o d’una storia, ma di se stessi. Rompi il cerchio di gesso, torna solo a te. Per un po’ almeno, finché le cose acquistano la giusta dimensione.

  6. C’entra niente 🙂
    ma trovo deliziosa e veramente bella (per i colori e per il contrasto tra di essi) l’immagine della testata!
    Sai Will, considerata la mia passione e oltre che leggere quanto scrivi, mi piace anche osservare le immagini che abbini alle tue parole 🙂

    Buona serata e buona domenica, ciao

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