12.12.12

DSC00457

Con molta allegria mi hanno detto che non vedrò più una sequenza di numeri uguali nelle date che vivrò. Ho fatto un rapido calcolo e ho concluso che è vero, nel prossimo 01.01.01 avrei 153 anni, e anche se ci arrivassi non so se capirei che giorno è. Mi è anche venuto in mente che questa cosa delle date è una bubola che riguarda una parte del mondo, questa, perchè nulla di più illusorio del calendario, che al più misura stagioni e cicli astronomici, ma sui numeri è davvero un’ opinione.

Basti pensare che il nostro calendario (sottolineo nostro, perché ne esistono davvero tanti di attivi per miliardi di persone)  si è “fumato” 10 giorni tra il 5 e il 15 ottobre 1582 e per non farsi mancare nulla, stabilì pure che siccome il 4 era giovedì il 15 fosse venerdì. Tra le tante cose curiose, cosa accadde per i nati inesistenti  nei 10 giorni abrogati, visto che molti preferirono a lungo il calendario giuliano, non è dato sapere, ma in quei tempi si era di manica larga. Quindi il calendario (gli uomini) si trovò a dover cancellare pezzi di se stesso per far coincidere con le stagioni con se stesso, e i numeri (e la pasqua) con le stagioni.

Il calendario non è che un segno sul muro, come ben sanno i carcerati e i coscritti, e come tutti i segni va interpretato: gli si vuole assegnare il compito di rappresentare la nostra attuale voglia di tra/scorrere e vivere oppure, nella nostra insicurezza, abbiamo bisogno di fargli assumere il ruolo di rappresentare punti solidi e incontrovertibili per perimetrare le vite?

In altri tempi la meraviglia trovava un segno in alcuni giorni, soppiantava la monotonia e la pesantezza del reale, era portata fuori dai palazzi e dalle chiese in processione, la si racchiudeva in teche per farne vanto, distinzione e mostrarla ai propri pari. Ma la meraviglia d’oggi si corrompe tra le mani che la stringono, non ha ancora brillato ed è soppiantata dalla meraviglia successiva, che già è spinta da un altra che chiede il suo posto in un incessante succedersi di segni e di eventi. Tanto che per noi è fatica capire dove siamo collocati in questo fiume di simboli, ed è difficile distinguere ciò che ci bagna e ciò che ci lascia asciutti. Così il segno decade a rumore e la meraviglia non assolve al suo compito di aprire alla speranza che l’inconosciuto possa accadere. E noi desideriamo il nuovo senza aver sentito davvero il sapore dell’appena passato.

Anche questa data scivolerà via tra le tante curiosità che si accumulano come le fini del mondo che si attendono e si derubricano in attesa della prossima. Altra storia nell’anno mille.

domande sull’ingratitudine

Per quale motivo, spesso, chi ha ricevuto del bene non lo restituisce al suo benefattore caduto in disgrazia? Anzi, non di rado diventa indifferente, se non critico od addirittura schierato con i nuovi detentori del potere.

Quali sono i meccanismi che trasformano la gratitudine in invidia, già durante il rapporto, ed infine nel ripudio, anche del ricordo, di come e perché vi sia stato un bene?

Non si tratta di portare innanzi chissà quale legame, ma riconoscere che del positivo c’è stato. Poi non serve altro, se non il rispetto per le persone che hanno dato. 

Nell’esercizio della gratitudine servirebbe compostezza, non sbracarsi prima e non rinnegare poi, insomma riconoscere ciò che ha arricchito entrambi, chi ha dato e chi ha ricevuto. Invece manca spesso il rispetto del passato che fa guardare innanzi e che non rinnega ciò che è stato.

Diceva Flaiano che questo è un paese che corre in soccorso dei vincitori. E’ ben strano il mondo che distingue tra vincitori e vinti solo in termini d’interesse e credo che Flaiano avesse ragione nei confronti di chi non è abituato a considerare il rapporto tra persone, se non come un rapporto di potere. Per questo non mi piace l’ossequio, e neppure che si consideri il potere come qualcosa che discrezionalmente può dare, e che esercita un dovere nel dare in maniera diseguale: di più ai propri. In questa concezione dei rapporti l’uomo diventa suddito e quando si ribella, e gioisce se chi aveva potere cade nella polvere dopo averlo adulato, è peggiore di chi abbatte.

E’ un trasformismo che troppo spesso si vede nelle piccole cose, nei rapporti quotidiani e tra le persone, e che ferisce molto più del fatto di non avere più un ruolo a chi l’ha perduto. E’ il tradimento di ciò che è stato.

Mi chiedo quanto di tutto questo sia insito nell’uomo che legittimamente deve superare il momento del ricevere e quanto invece risieda nella maleducazione che impedisce di oltrepassare l’oggetto ricevuto e vedere la persona che dà. Nell’antropologia del dono si rinserrano i vincoli, si riconosce il gruppo, le persone crescono sapendo di poter contare sugli altri, ma non pretendono, non adulano, non diventano appartenenti a qualcuno.  Così si supera l’imbarazzo di ricevere e il gesto gratuito diventa consuetudine, ospitalità, modalità nell’ essere e nel riconoscere l’altro uomo.

la casa dei matti

DSC00366

Sono piene di verde le vecchie case dei matti, rimesse a nuovo nei colori pastello, che quasi non c’è traccia dell’abisso di sofferenze che hanno contenuto. Solo in vetrine chiuse nei corridoi di rappresentanza, giacciono in mostra vecchi strumenti. Evocano elettricità e mente, scosse elettriche, dolore, guance incavate, denti radi, bruciature (erano proprio bruciature, le ustioni sono troppo impersonali), distruzione progressiva, richiesta d’annientamento, dolore. Sembrano diagnostica di un tempo, curiosità asettiche ricche di manometri e fili, ma da qualche parte saranno pur finiti i letti di contenzione, le camicie di forza, le apparecchiature per l’elettroshock. Anche se non si mostrano, c’erano.

Ora ci sono molti alberi alti, molti uccelli, molte presenze, molte auto. Servono ad altro adesso gli edifici, eppure le alte mura, i cancelli, i tavoli di cemento e le panche ormai marce nel parco, ricordano altre presenze. Venivo per lavoro, quando questa era la casa dei matti, e loro, dopo la riforma Basaglia, in gran parte se ne stavano andando o se n’erano andati, ma c’erano presenze stabili, quelli che nessuno poteva o voleva accogliere, definite con due parole terribili: residuo psichiatrico. Erano più di 300 allora, che s’aggiravano per il parco senza essere più nessuno, se non la loro malattia.

In una di queste mie visite incontrai, per caso, una conoscenza d’infanzia. Magro allampanato come allora, ma senza quella bici da corsa rossa che da ragazzo lo accompagnava ovunque. Ricordo che correva con il calzone destro alzato con una molletta, veloce, indifferente se non ai suoi pensieri, pronto a bloccarsi solo per quella cerimonia che ogni tanto officiava quando gli veniva l’attacco: si fermava, scendeva e, in silenzio, scuoteva furiosamente la bici finché non si calmava. Per questo lo chiamavamo mambo, ma non faceva altro di particolare. Se aveva voglia discuteva con noi di calcio, di ragazze, con un eloquio curato. Parlava un buon italiano a noi che rispondevamo in dialetto e se pur aveva qualche anno in più, i suoi pensieri erano simili ai nostri. Insomma c’era e sembrava come noi. La domenica suonava l’organo in chiesa, era bravo, trovava musiche adatte ad un pubblico che apprezzava maestria e cantabilità, possanza ( se un organo non è possente che organo è ? ) e pianissimi da trattenere il respiro. Chissà perché era finito dentro alla casa dei matti, forse non aveva più nessuno. Quando chiesi se suonava anche lì l’organo, mi dissero di sì e che il prete capiva se accanto ad un corale di Bach o una toccata di Widor, c’ infilava l’internazionale o bandiera rossa. Anche qualche canzonetta c’infilava, ma i suoi colleghi erano contenti e spesso cantavano in coro durante la messa. E se era: in ginocchio da te, pur sempre in ginocchio erano. Mambo era comunista, questo me lo ricordo bene, chissà se significava qualcosa lì dentro. Credo servisse solo a discutere molto.

Incontrai altri durante quelle visite, ne ricordo due, in particolare : un amico d’infanzia che non rimase molto. Entrava ed usciva, poi alla quarta o quinta volta si stancò e prese la scorciatoia della tromba delle scale. Era bravo a scuola, un anno avanti, anche nella laurea, studiava molto, e aveva già un buon lavoro assicurato in famiglia, gli mancava la forza di vivere quel futuro. Trovai anche una ragazza che m’ era piaciuta quando avevo 20 anni, era strana anche allora, e non s’era combinato niente. Era lì su sua richiesta, per poco, mi disse. Parlammo di amici comuni, davanti a un caffè, con la familiarità che si trova quando si ha voglia di sentir l’altro. So che poi è finita  bene ( ma finiscono davvero queste cose, nella presunta normalità ?), in fondo era solo una pena d’amore, eccessiva come quello che le stava attorno.

Adesso il residuo non c’è più, anche il ricordo di ciò che c’era prima svanisce. Si scioglie un poco per volta con gli anni del prima e del dopo. Qualcuno più vecchio, fuori, rimpiange il passato, i matti sono un problema e la società, noi, non amiamo i problemi, ma non si torna indietro. Intanto qui e’ rimasto il verde, più curato di allora. Un poliambulatorio, laboratori, diagnostica, uffici, attività di formazione, del prima restano le panchine tra gli alberi, alcuni edifici sbarrati e transennati. Forse erano finiti i soldi per ristrutturare o non hanno pretendenti.

Se l’edificio non fosse stato vincolato, forse sarebbe andato all’asta per farci appartamenti o trasformato in scuola. Forse.

E adesso vorrebbe essere altro, è così anonimo, però è inconfondibile nella sua struttura di casa dei matti. Cerca di mutare, e qualunque sia il suo futuro quelle teche disseminate nei corridoi non dicono tutto.

Ma a chi interessano davvero i dolori altrui del passato quando già quelli dei presente sono difficili da sopportare?

p.s. sono stato fortunato qualche mese fa: per due volte, in momenti diversi, ho ascoltato, su radio tre l’intero monologo recitato da Giulia Lazzarini, semplicemente strepitosa, Lei è Mariuccia Giacomini che scrive il suo diario, un’ infermiera dell’ospedale psichiatrico di Trieste, prima travolta poi conquistata dalla riforma Basaglia. Semplice e così intima, nel suo triestino, dolce e terribile, fino a rovesciare totalmente il proprio modo di vedere e la propria vita. Due volte l’ho ascoltato e per due volte non sono riuscito a trattenere le lacrime.

Peccato non sia disponibile interamente su you tube, bisognerebbe farlo sentire nelle scuole, passarlo alla tv, far capire cosa c’era prima di Basaglia e della legge 180..

dalla parte sbagliata

Domenica alle primarie voterò Bersani.

Non c’è nessun calcolo personale. Da tempo, pur facendo politica a partire dal pd, sono su altre posizioni da chi lo governa. Chi mi conosce un poco sa come in questi anni mi sia sempre riconosciuto dalla “parte sbagliata” rispetto a chi avrebbe vinto. Con Marino al congresso, con Angius quando si trattava di fare il pd, con Veltroni quando vinceva D’Alema, ecc. ecc. Diciamo che già essere con Berlinguer, oppure con Occhetto, era sbagliato visto quello che è accaduto poi ed io ero con loro. Ho sempre seguito il cuore e il cervello, in politica non si può fare diversamente, ma senza calcolo personale, per l’appunto.

Mi verrebbe da scherzarci su questa cosa, ma è una cosa seria. Troppo in questi mesi si è parlato come fossimo ad una partita di calcio, anche in questi giorni l’esempio di Renzi è tra i moduli calcistici nel governare il Paese: il catenaccio per non perdere di Bersani e il suo modulo all’attacco per vincere. E parla di allenatori, non di responsabili del futuro di tutti noi. Ma vedete bene, quando si gioca, si perde, si vince ed ogni domenica è un’occasione nuova, a fine stagione si comprano i giocatori che servono, si cambia l’allenatore, ci si incazza e si gioisce e poi ci passa attratti da una nuova sfida. Diverso è per un Paese o per una fabbrica o per un ospedale. Voi vorreste al pronto soccorso essere visitati da uno studente del 5 anno che sta imparando i sintomi, oppure uno stabilimento chimico lo faremmo produrre con la direzione dei nuovi assunti? Ecco perché penso che le primarie di domenica siano una cosa seria e non una partita di pallone, com’è serio il fatto che governare il Paese sia diverso da smanettare su un blog o su facebook. A ciascuno il suo ruolo ed anche nel cambiare c’è differenza tra il cambiare tutti, partendo dalla situazione reale e, invece il procedere per titoli o a tentoni.

In questi mesi ho sentito soluzioni fantasiose, tipo non riconosciamo il debito pubblico (Grillo), affidiamo tutto alla green economy e alle rinnovabili, basta industria e manifattura puntiamo tutto sui servizi, ecc. ecc. . Con tutto il rispetto, chiacchiere da bar. Un Paese è un corpo coeso, che ha bisogno di tutto, delle mani e dei piedi, del cervello e dello stomaco. Non si possono cambiare pezzi senza aspettarci che i riflessi non siano evidenti altrove, quelli positivi e quelli negativi. Per questo è necessario cambiare e al tempo stesso mutare con ciò che è compatibile, possibile, non enunciando le cose e poi dire, scusate, ho provato.

Cambiare è necessario, impellente, ma dobbiamo cambiare tutti, avere un’idea condivisa. In Bersani riconosco la voglia e la volontà di tenere assieme, di includere, mantenendo le distinzioni tra ciò che è da una parte e ciò che è dall’altra. L’ha fatto nel partito democratico, lo farà nel governare in modo chiaro tra una maggioranza ed un’opposizione, ma nella consapevolezza che la situazione è talmente grave che non si può perdere l’apporto di chi può dare risorse al Paese. Io sono di sinistra, non mi piacciono tutti, distinguo, scelgo. Non è forse quello che facciamo tutti ogni giorno? Però mica prendo a ceffoni quelli che non la pensano come me. E se l’obbiettivo riguarda più persone, li ascolto, alla fine deciderò secondo i miei principi e obbiettivi, ma cercherò di coinvolgere il più possibile. Coinvolgere è necessario per un progetto importante, e un Paese è un progetto importantissimo.

Ho fatto politica a tempo pieno per meno anni di quelli che hanno visto Renzi vivere di politica, credo che, come me, ci siano centinaia di migliaia di persone che hanno considerato che nella vita si può fare anche altro e l’hanno fatto. Quindi è ora che un po’ di persone si facciano da parte, contribuiscano diversamente se vogliono o possono al Paese, ma questo sta avvenendo comunque e Bersani ha praticato nei fatti il rinnovamento del pd, certo come poteva, lasciando crescere i giovani nella responsabilità dei ruoli, non eliminando il dissenso interno. In nessun partito c’è in atto uno scontro tale tra generazioni e politiche così composito e trasversale da far capire che davvero il dissenso può essere fertile e rinnovante, eppure è un partito coeso alla base. Merito enorme in un tempo in cui è più facile distruggere che costruire. Già dire che il governo che verrà avrà più giovani competenti che capi corrente e lo stesso numero di donne e di uomini, è talmente dirompente per la politica che significa che chi lo propone ascolta, capisce cosa si muove nel Paese, ci crede.

I prossimi saranno anni difficili, Monti ha portato innanzi una politica di destra che ha tolto diritti e non ha inciso sui privilegi, che non ha eliminato gli sprechi. Basti pensare alla sanità o ad altri settori della pubblica amministrazione quando dice che bisogna trovare nuove forme di finanziamento e non mette mano allo scandalo degli appalti, dei costi diseguali, degli stipendi d’oro dei manager, ecc. ecc. .

Saranno anni difficili per il debito accumulato e ancor più per non aver riconosciuto la crisi, per questo la priorità dovrà andare al lavoro e ai diritti da conservare. Quindi il primo problema è far ripartire il paese e modificarlo in corsa. Questo non si realizza improvvisando, neppure pensando di azzerare ciò che esiste, anni che avranno bisogno di ogni risorsa, non solo quelle dei soliti reperibili e noti.

Per questo pur non essendo bersaniano, voterò Bersani, perché mi fido, non mi affido, perché so che quando sarò critico, e lo sarò, oh sì che lo sarò, potrò confrontarmi, essere dalla “parte sbagliata” eppure contare, portare innanzi quello in cui credo.

p.s. Mio figlio, un mese fa,  mi chiedeva cosa avrei fatto e spiegandolo gli ho detto che facevo coming out. Si è messo a ridere: coming in, casomai papà.  

le grandi specializzazioni: il Kipferl alle mandorle

Uno dice, parlando al bar: devi specializzarti, trovare una tua strada, solo così puoi vivere in un mondo dove conta la differenza. Così ho pensato a lungo, valutato le mie capacità con onestà e intransigenza, e mi sono specializzato nella degustazione della sfoglia alle mandorle, il kipferl come lo chiamano nel lessico dolce. Allo scopo ho esplorato, e continuo sistematicamente a farlo, tutte le pasticcerie con servizio bar. Anche quelle senza servizio bar esploro, ma qui le brioches sono rade ed appena tollerate, spesso striminzite, messe di malagrazia, inverecondamente esposte sul ripiano all’aria, ancelle dell’impero della pasta, del dolce, delle mignon.

Con studio e sistematica applicazione, ora sono in grado di indicare la graduatoria delle pasticcerie eccellenti, indicare le primazie, interpretare e seguire l’umore dei pasticceri, la variazione atmosferica, l’andamento delle materie prime sui mercati. Tutte cose non frequenti nella pratica di settore, spesso consegnata all’improvvisazione e alla frettolosa, distratta rincorsa dell’attimo fuggente. 

L’umore si sente dalla delicatezza degli strati di sfoglia, dalla tostatura del ricoperto di mandorle (basta un attimo per perdere la sintesi tra il croccante del tostato e il molle proporsi del crudo della mandorla scaldata), dalla pennellata del caramello sulla superficie che indurisce in un velo uniforme oppure, distratta, si raddensa in piccoli grumi incongrui. L’analisi dell’umore del pasticcere, penetra nel profondo, si legge nella ricchezza del ripieno di pasta di mandorle, oppure si ravvisa nella sua ristrettezza, quasi piccola dimenticata scia di presenza, più per dovere e rispetto alla ricetta che per sontuosa elargizione di bontà d’animo, buonumore e dolcezza. Si legge nel contrasto tra la croccantezza della superficie, il sovrapporsi della sfoglia appena addensata, il trionfo della vena di dolcezza morbida del ripieno, che testimonia l’equilibrio interiore di chi compie l’opera, il suo umore/amore per la vita altrui, la sua disponibilità al mondo.

Ma la vera perizia sta nel mettere assieme l’esteriore e l’interiore, l’umore e il mondo, sintesi alchemica della natura e dello spirito. Se fuori la pressione è bassa, se c’è pioggia, o peggio nebbia, le paste lievitano con difficoltà (anche i lieviti impigriscono e dormono al calduccio nei giorni impervi), se gli sbalzi di temperatura alitano sui vassoi, il kipferl s’ammoscia. Amante deluso si ritira in una malinconia che ammataffa sul palato, ovvero s’appiccica, s’impalla, rifiuta il rapporto con il gusto, risentito vorrebbe star per suo conto e non ingollarsi in stomaci voraci di quantità senza discernimento e amore. E’ la cosa peggiore, evito infatti le giornate a rischio se non per dovere, oppure scelgo la mia pasticceria preferita dove, in una teca a temperatura controllata, il kipferl guarda il mondo in una eterna primavera. Ma anche in questa situazione d’ amorevole cura, il tempo, la distratta affezione, l’abitudine, possono insinuarsi e toccare la fragile natura del kipferl, che pur senza ritrarsi, si mostra incline alla malinconia, pervaso da un un senso della caducità che lo porta a farsi fretta, lui, che per sua natura amerebbe il rapporto senza tempo, la dolcezza delle labbra, lo sbocconcellare attento e lieto, il raccogliere goloso delle briciole, che nella sua esuberanza dissemina, come prova della sazietà che non si sazia. Il non lasciare nulla perché tutto soddisfa, ma ancora chiede, a lui, proprio lui, che permette che il rapporto frettoloso mantenga l’intesa, che si rimandi ad altro più tenero ed intimo momento una  rinnovata intensa storia. Perché l’abilità dell’amante goloso e mai sazio, in questo si vede, ovvero nel mettere un ulteriore, un dopo che apre e non chiude, un promettere che sarà un mantenere ed ancora un aprire a nuove possibilità e dolcezze.

Ma se il tempo atmosferico irrompe nel giorno, come in ogni rapporto l’economia irrompe tra le cose. L’andamento dei mercati, il prezzo delle materie prime, si riflette nel prodotto e sente nella generosità, certo anch’essa ben governata dal pasticcere che può elargire, anche nei momenti difficili, ma la crisi a volte s’insinua, attacca il numero di mandorle presenti in superficie, il loro spessore, ché l’eccellenza le vuole sfogliate, ma consistenti per non arricciarsi in pose sguaiate (van bene a mezzo), deprime il ripieno, la stessa sfoglia risente della minor presenza di burro e ripiega su consistenze troppo secche per essere equilibrata. Che fare allora, se non sperare che il momento di crisi passi, che le mandorle arrivino copiose, che casomai si rarefaccia l’offerta, ma che piuttosto di deprimere il mercato almeno alcuni fortunati possano avere l’eccellenza.

Fin qui la mia specializzazione per sommi capi e ora queste brevi note introduttive vorrei tradurle nel curriculum in formato europeo che manderò ai miei futuri, possibili, datori di lavoro. Vorrei che fosse colta l’apertura al mondo, l’interesse che, pur nella specializzazione specifica, sono in grado di esprimere, la mia capacità di adattarmi a prove anche difficili (quante degustazioni si sono trasformate in pena…), la disponibilità a viaggiare perché degusto e confronto ovunque, l’uso creativo delle lingue, sia nel cercare nuovi, più consoni, significati al prodotto (cosa necessaria quantomai in un mondo in cui il marketing è parte integrante del processo produttivo), come pure nel mettere la lingua stessa a servizio dell’apprendere, del gustare, del valutare, insomma l’uso del corpo a servizio dell’azienda. Vorrei anche emergesse il processo progressivo, la disciplina, che ha portato a sviluppare competenza. Non solo studio e titoli accademici, ma applicazione sul campo, pratica dispendiosa, che non ha evitato gli errori, che ha sopportato notevoli fatiche ed impegni nel definire il campo d’azione, il range in cui effettivamente potersi esercitare secondo l’inclinazione, il talento, ma senza dar nulla per scontato. Quindi la capacità di rischio, di riflessione, il feedback sono qualità che già hanno avuto modo di esprimersi ed applicarsi. Prima di passare ad altra specializzazione e per non accumulare titoli e capacità senza mercato, adesso vorrei una offerta adeguata per uscire da questa condizione di precarietà in cui il talento si deprime. Non voglio essere eccessivamente choosy, ma per cortesia non mandatemi ad assaggiare brioche confezionate al supermercato.

tutti son buoni

Tutti son buoni a parlare della poesia della nebbia oppure  a parlar male di politica.

Tutti son buoni pure a capire gli amori che finiscono, se non sono i loro.

Tutti son buoni a indicare una soluzione spiacevole, se non li riguarda.

Vi lascio procedere da soli sulla capacità di starne fuori e di dare una mano alla comprensione, ma qualche volta il guardare e il vivere si saldano, diventano partecipazione, perché accade di rado?

Perché rinunciare ad essere poeti, se serve, incazzati e fattivi, se le cose non van bene (e pure quando van bene), educati ai sentimenti (questo è difficile davvero) quel tanto che dia senso alla sofferenza propria, se capita e la renda apprendimento per capire, per uscirne e non per annegare nel dolore senza sbocchi.

Non credo sia solo nostra responsabilità se ciò non accade. Possibile che il mondo proceda a sussulti e che solo talvolta, tutti escono convinti nella piazza, la speranza comune viene riaccesa, si capisce di essere in tanti simili e sopratutto, la sensazione di solitudine, scompare? Possibile che la normalità sia questa lunga sonnolenza sofferente, dove la sensazione d’essere soli predomina e la dimensione personale diviene l’angusta prigione del futuro?

Certo anche quando sembra che tutto debba cambiare, le storie personali restano, i destini si svolgono con le solite gioie e sofferenze, però è diverso. L’epicità di ciò che sta attorno invade il personale, vi faccio un esempio, ricordate la storia di Lara e del dottor Zivago? fuori dalla rivoluzione sarebbe stata non meno sofferta, ma più banale, meno importante per le stesse vite, in quel contesto, invece, spinte innanzi nella storia collettiva oltreché personale.

Quindi vivere in un contesto grande, usare la comprensione di quanto ci sta attorno e partecipare porta a vivere diversamente le vite. Non importa come, ma il sentirsi parte di qualcosa di più grande ci rende poeti per le nostre storie, induce il bello ad entrare. E il bello, con la sua luce, aiuta a trovare la dimensione di ciò che accade. Di ciò che ci accade.

Un detto cinese, nato in una società immota, augurava ai nemici di vivere in tempi interessanti, di subirne la durezza del cambiamento. Oggi, rovesciando l’augurio, ci si può augurare di vivere, partecipando, ai tempi interessanti, di esserne parte attiva, di mutare con essi in positivo.

domande inopportune

Si può chiedere ad un ragazzino di undici anni cosa farà da grande, anche credergli, ma poi seguirne la volontà è altra cosa.

Cosa significa ascoltare i figli, attribuire loro una capacità di giudizio indipendente dall’età? A mio avviso è una falsa libertà. Ci sono ruoli non abdicabili, la responsabilità del sentire, capire, non solleva dalla responsabilità di decidere per altri. Ecco un effetto dell’interpretazione sessantottina dei rapporti familiari: non decidere per altri, ma lasciare che la decisione si formi per suo conto, come se le forze interne ed esterne avessero un senso positivo nel loro comporsi. Una sorta di provvidenza per laici in grado di togliere il peso del decidere. E di sbagliare. Lasciando da parte le tentazioni di veder realizzate nei figli le proprie aspirazioni frustrate, ascoltare significa accompagnare, anche contro volontà immediata. Una sorta di libertà in itinere che si fa assieme per strada dove, forse, la parte più importante è riconoscere non il merito, ma l’eventuale errore.

Certo oggi alcune scelte vengono posticipate, la scuola ad esempio, tiene lontani dal lavoro. Quand’ero ragazzo non era così, si decideva presto se studiare oppure lavorare. E non erano i ragazzi a decidere, casomai le necessità economiche, oppure la visione del futuro della famiglia.  Allo studio corrispondeva un altro tipo di lavoro. Per le differenze sociali che ciò produceva, non era giusto. Il primato di chi studiava non aveva un senso pratico, riduceva i diritti apparentemente uguali a seconda della classe di appartenenza, e segmentava la società tra culture differenti producendo la perdita di quelle considerate inferiori. Era il contrario della lezione illuministica dell’ Encyclopédie, del riconoscimento della sapienza dei mestieri, ma questo era stato il risultato della rivoluzione della merce, ovvero della rivoluzione della fabbrica. Adesso le scelte possibili nell’immaginario di un bambino si sono ridotte, e si ridurranno sempre più nel senso dell’imitazione familiare: difficile imitare positivamente un genitore precario. Ricondotte piuttosto, agli esempi esterni della società dell’immagine e dell’effimero. Per questo, oggi, forse più che allora, se si escludono i talenti innati, la scelta del lavoro non è cosa da giovani e nei padri e madri cade la necessità di capire cosa indicare, rafforzare, scegliere.

Credo che essere genitori aperti oggi, sia ascoltare, insegnare come produrre idee, come conservare ed accrescere la speranza di un mondo differente e più giusto, come lottare per quello che davvero si vuole, a partire dalla propria vita. E tutto questo costa fatica, sia per i genitori che per i figli, significa capire e poi decidere secondo la propria responsabilità. invece troppo spesso i ruoli tra genitori e figli si invertono e la volontà dei secondi prevale sulla ragione dei primi, per stanchezza ed incapacità, forse, oppure per malintesa libertà.

C’è stanchezza in giro, la fatica di vivere in un mondo precario fa cambiare i ruoli, ci si affida a ciò che accadrà sperando in un’eterna altra possibilità e questo non produce felicità.

smussare le punte

In questi giorni di giuste proteste della mia vecchia frattura alla colonna, penso di essere fortunato di vivere qui ed ora. In fondo ho solo dolore e neppure sempre. Certo a tratti è lancinante, ma è per poco e perché faccio qualcosa che non dovrei.  Vivere con questa compagnia esigente significa smussare le punte del dolore e non obbligarsi a fare cose incompatibili con l’acuzia del momento. Non è per farmi consolare che ne scrivo, piuttosto per il pensiero che se fossi nato un secolo fa ed avessi fatto il minatore o l’operaio, sarei stato licenziato, senza tutela, destinato alla miseria, alla fame. O peggio, nato qualche anno dopo, essendo dissidente, sarei finito in qualche campo di concentramento per motivi politici, e in quanto non utile, semplicemente eliminato. C’è una civiltà nel dolore, nella tutela dello star male che è sintomo di un tempo, di un’alta concezione dell’uomo. Se non possiamo tenerci in sintonia, se non per brevi tempi, con il dolore altrui, possiamo sapere che esiste il dolore, smussarne le punte, considerando la natura etica della sua esistenza nelle scelte personali e civili.

Lasciar soffrire, perché anche il dolore ha una sua libertà, ed al tempo stesso operare per diminuire la sofferenza, è espressione di quel prendersi cura civile che contraddistingue una società partecipe. Se ci si pensa, quando non viene rispettato e lenito il dolore, a qualsiasi livello, è l’uomo a non essere rispettato. Vale per i deboli, ma in fondo, anche per chi sta bene e si pensa forte, perché il dolore come le radici, pesca e si dirama dappertutto.

Se non capisco chi sta soffrendo, far soffrire non mi costerà poi tanto. Lo sa chi riceve violenza, qualsiasi forma di violenza. Dovremmo pensarci anche in occasione delle tante ricorrenze, domani ce n’è una dedicata al dolore della violenza sulle donne, che scorrono via senza lasciare traccia, come vi fosse un rifiuto del dolore altrui, della sua evidenza che non diviene fatto educativo. Se non veniamo educati all’esistenza del dolore, lo rimuoviamo, come la morte, pensiamo che solo il piacere e l’attimo siano le dimensioni della vita. 

Il mio dolore è acuto, ma breve, banale nella sua genesi e poca cosa. Posso curarmi, un massaggio gentile mi farà bene, qualche antiinfiammatorio, e passerà. Anzi come occasione di riflessione mi è pure utile. Ci sono dolori sordi e diffusi, che non hanno analgesici, sono privi di comunicazione, tutela e solidarietà. Dolori che a volte solo la fuga può allontanare, ma quanti generi di fuga contempla la nostra mente?

Sono fortunato perché vivo qui ed ora, perché posso dire, se voglio, condividere. E bisognerebbe pensarci a questa fortuna, quanto si smarriscono le coordinate di dove si è e si guarda distrattamente altrove, dolore altrui compreso.

ipocrisie

Ieri mattina così un giornale locale dava la notizia dell’arresto del consigliere laziale dell’Idv, Maruccio, con a fianco la pubblicità delle slot machines del casinò di Venezia. Tra l’altro proprietà del Comune, il casinò. Che dire, da un lato giustamente si mette in prigione una persona che ha rubato soldi pubblici, dall’altro si invita a giocare e a buttare il proprio denaro. Qualche anno fa, dal Veneto allora grondante benessere, nei giorni di minor presenza, partivano pullman di pensionati diretti a Nova Goriza: pranzo e spettacolo al Casinò con prima puntata gratis. Tra belle donne discinte e gioco la giornata, e la pensione, se ne andavano leggere. Una botta di vita, per uscire dal grigiore delle vite che si ripetono e in più ogni volta c’era la speranza di tornare milionari. Per i nipotini magari. Non è durata molto la storia, qualcuno cominciò a stigmatizzare, e forse i parenti a preoccuparsi. Meglio i vizi nostrani, le partite all’osteria, il bicchiere di vino in più. Solo che all’osteria stavano arrivando i video poker, non occorreva andare in Slovenia, si giocava in casa. E il fiume di denaro ha cominciato ad affluire in macchine così stupide che solo la fortuna può ammansirle. Non certo lo stato biscazziere, che si è fatto soffiare la “percentuale” dalle società che gestiscono il giro delle macchinette: 98 miliardi di multa per reati vari, poi ridotti a 2 miliardi. Avete letto bene erano miliardi di euro da incassare, l’equivalente di tre finanziarie, il 5% del debito. Can no magna can, dicono da queste parti. E’ il lato oscuro dello stato, quello che non si cura se i suoi cittadini vanno in rovina, che legalizza ciò che dovrebbe vietare in cambio di una percentuale. Ipocrisie. Strano che queste leggi non ricevano le severe reprimente di chi è attento alla morale del paese, basterebbe vedere quante persone, e famiglie, vengono rovinate dal gioco legale.  Ma si preferisce che i vizi che non si eradicano meglio paghino una tassa.

Anche con tabacco ed alcol, funziona così, piccole pratiche trasgressive che si tamponano con le scritte sui pacchetti, o le multe dell’etilometro. Strano lo stato che spende milioni in campagne pubblicitarie per la buona salute dei cittadini ed al tempo stesso, lucra sulla vendita di ciò che può essere causa di malattia. E forse meno strano lo stato che persegue il contrabbando che di fatto provoca lui stesso con le tasse sul tabacco e sull’alcol?

Strano e discretamente ipocrita, con pesi e misure diversi a seconda dell’oggetto che deve regolamentare, è non di rado etico nel momento in cui regola una fecondazione assistito o il fine vita, molto permissivo quando si occupa di possibili minacce alla vita stessa.

Ma se gli uomini sono contraddittori, può lo stato che li contiene essere da meno? 

l’educazione al tempo del 4G

Cambia l’educazione o il confine della maleducazione? Si è in riunione o si sta parlando con altri, arriva il suono di un messaggio, una telefonata, comunque l’istinto è quello di andare a vedere. Altrimenti bisogna spegnere. Qualunque sia la risposta allo stimolo, l’attenzione è influenzata dalla presenza del cellulare, anche quando è spento, e quindi dalla connessione costante con gli altri che diventano presenti, partecipi. La qualità della comunicazione cambia, tenderei a dire che diventa più superficiale, però non è possibile fare un vero confronto tra un prima e un dopo, perché il prima era totalmente differente, con regole di privacy e di educazione diverse.  Non pochi diranno, per me non è cambiato nulla, l’educazione, il rispetto, è lo stesso. Non credo sia così, certo il rispetto per gli altri è un pilastro delle relazioni, ma credo che anche questo sia meno rigido, che ormai abbiamo una compresenza di un terzo, esigente, incomodo, che rappresenta tutti quelli che ci possono raggiungere e che vogliono dirci qualcosa. E tutti questi, se troveranno una comunicazione chiusa trarranno delle conseguenze, faranno delle considerazioni, non di rado significative, se la cosa si reitera. Altrimenti bisogna che la cosa sia conclamata, non si risponda mai, oppure che si sia talmente importanti da avere comunque un filtro. Ma anche in questi casi, per i potenti, c’è un numero particolare, un canale riservato, che delimita una cerchia, non la possibilità di essere raggiunti.

L’educazione al comunicare è in evoluzione, il limes del pudore, dei fatti propri, si è abbassato, anche se gli eccessi del farsi notare non sono più così frequenti e plateali, come quelli di un tempo, nei limiti della bassa voce la comunicazione è tollerata anche nello scompartimento ferroviario e comunque abitudini nuove emergono. Il tema si è spostato su quanto dire in presenza d’altri, quando rispondere, quando spegnere, e se sì, farlo sempre e comunque, oppure stabilire graduatorie d’importanza: adesso si può lasciare acceso, no, qui bisogna spegnere. Comunque sia, così gli uomini non sono tutti eguali, e già questo farebbe pensare, ma soprattutto, la testa comunque viaggia con un flag sempre aperto verso qualcosa che non trillerà, vibrerà, od altro, però c’è ed è attivo.

Attivo anche quando è spento, tra segreterie, tracce di telefonate e quant’altro, la tecnologia ha fissato nuovi confini dell’educazione: devo richiamare, il messaggio esige una replica, ecc. ecc.

Se poi è attiva una situazione sentimentale “complicata”, come genialmente la definisce fb, allora le cose si complicano ancor più. Più cellulari, codici particolari di risposta, luoghi e comportamenti strani per comunicare, ecc. ecc. Anche in questo caso la facilità di raggiungere l’altra persona ha fatto fare un balzo alle regole ed alle possibilità, nel tempo forse ha solo abbassato il tono della voce nelle risposte.

Certo è che mai come ora angoli negletti degli edifici, delle città, trovano insperati frequentatori ed estimatori. Angoli di giardino abbandonati, bagni, sgabuzzini, sale deserte, corridoi, tutto portato a nuova vita e frequentazione. Ieri nel giardino davanti all’ufficio, c’erano tre persone che s’aggiravano, vicine senza vedersi, impegnate in tre conversazioni diverse. D’altronde in uffici sempre più densi di persone, senza privacy, la reazione, per chi può, è quella di farsi una micro passeggiata. Via dall’impicciona folla, eh sì perché in questo dire, spiattellare affari propri, è vero che si è abbassata la soglia della decenza e dell’intimità, ma è altrettanto vero che tutto quello che viene sentito viene riutilizzato ed amplificato in una catena infinita di rimandi.  I fatti propri ormai sono i fatti di molti e se il telefono è la tua voce, come diceva uno slogan particolarmente indovinato che faceva coincidere medium e messaggio, questa voce ormai è vox populi.

Direte che per voi non è così, che il cellulare lo sapete usare, che l’educazione non è mutata, per voi almeno. Me lo auguro, lo vorrei, ma è mutato il mondo e fatalmente muteranno gli uomini, divenuti corollario del cellulare, ovvero la comunicazione sempre e dovunque, ha già cambiato le modalità di esserci. Nel lavoro non di rado, viene chiesta una presenza totale, 24 ore su 24 (non mi piace l’acronimo h24, sembra un aereo e poi evoca eroismi lavorativi fuorvianti), ma soprattutto nella vita viene chiesta una presenza/disponibilità senza soluzione di continuità, tanto che una mancata risposta solleva l’ansia, induce ragionamenti che appiccicano le vite, come se il cellulare avesse la capacità di far procedere tutto in parallelo, tutto nel conosciuto condiviso.

L’educazione e la necessità sono sempre andate pari passo, il Galateo di Baldassar Castiglione e tutti quelli che l’hanno seguito altro non è che la formalizzazione dell’esistente, la definizione di un ambito, un riconoscersi tra pari, dove il gesto è comunicazione. Un ambitus, per l’appunto, dove il comportamento non conforme può essere sanzionato con la riprovazione oppure tollerato come snob, deviante, ma magari preannunciante di nuovi comportamenti comuni e nuovi. Un codice di classe, di ambito condivisi e differenzianti, al barbone non si chiede di rispettare le regole degli altri, dalla pulizia alla comunicazione, dalla relazione al posto sociale. Meglio essere consapevoli che l’educazione sta mutando e ben oltre alle varie netiquette virtuali, che la cosa diventa un fatto personale, una scelta. Il cellulare tiene costantemente aperte più attenzioni, se e come dare rilevanza a queste attenzioni, ci connota, ci rende diversi. Ma quanti vogliono coscientemente essere diversi, quanti vogliono stabile la differenza?

Il paradosso è che siamo in un mondo di uniformati (di eguali non coscienti e privi di veri diritti) che rivendicano la propria diversità, salvo poi buttarsi nella tranquilla protezione del comportamento comune.