Anna è andata via

Anna è andata via. Ha scritto: buone vacanze, ci vediamo al ritorno. Era una bugia, non è tornata e lo sapeva.

Anna non si sa dov’è, ovvero si sa, è il segreto di Pulcinella, ma le città grandi sono così confuse che è come non saperlo. La immagino in qualche posto pieno di voci e di persone, magari dimentica e non pentita.

Nel bar chiuso han fatto gl’ inventari: poca cosa, è bastata mezza giornata per bottiglie e mobili, ora addossati in gruppetti polverosi. C’è qualcosa di più triste del rimasuglio di bottiglia in un bar chiuso? Da Anna sì, ed è la libreria divisorio, piena di libri da scambiare gratuitamente. Credo, non l’abbiano neppure considerata. Sono merce a perdere il libri, come le idee che ci siamo scambiati la sera, tra uno spritz ed un crostino, come la musica delle serate affollate tra versi recitati e qualcuno che suonava jazz o Bach, indifferentemente, come i discorsi di mattina facendo freddare il macchiatone, come gli appuntamenti muti e gli arrivederci.

Inseguiva un sogno, Anna, quello di un posto dove ci fossero amici che si ritrovavano a bere, chiaccherare e sperimentare un tempo diverso.

Ha lasciato creditori insoddisfatti e fornitori desolati, Anna. Il suo sogno aveva un costo che noi, amici, non potevamo condividere oltre il limite del bere e del consumare. Aveva un sogno Anna, e ciascuno a suo modo, l’ha sognato con lei. Pensavamo di chiamarlo Jung bar, perché esplorava meandri rosso fuoco e distese di profondo blu. E’ rimasto uno psico bar chiuso che di notte fa tristezza.

Anche di giorno fa tristezza.

Ma aveva un sogno Anna, chi più chi meno l’abbiamo condiviso, per questo spero lei sogni ancora.

il corteo

Le strade sono le stesse. Quasi. Il rumore di un corteo è fatto di slogan e di voci tranquille, quasi sommesse. In un corteo c’è molta gioia oltre che rabbia. Anzi direi che quasi sempre prevale la gioia. Sul corso sfilano gli studenti, gli autonomi, bandiere variegate, striscioni, qualche bandiera anarchica. Qualcuno di quelli che sfila, ha la mia età. Li guardo perché non hanno mai lasciato quella che è sembrata l’acquisizione della vita, ma non c’entrano adesso, raccontano d’altro, sono una memoria che non ha riscontri. Al centro del corteo c’è un camion con due immense casse che trasmettono musica rap, ad altissimo volume, spesso si inserisce una voce, che, con la cantilena delle manifestazioni, indica obbiettivi, slogan, ingiustizie in corso, appelli. Poi riprende la musica. I ragazzi sembrano lieti, c’è il movimento degli studenti, tanti hanno un fazzoletto, una bandiera, un cartello. Molti loro colleghi stanno riempiendo le pizzerie al taglio, i kebab, le pasticcerie abbordabili, qualcuno saluta e si sfila. Davanti ci sono dei ragazzi con dei grandi rettangoli colorati. Sembrano di legno leggero, sono scudi per una testudo che da qualche parte troverà pure una ragion d’essere. Poi li vedrò sul video di repubblica disfarsi sotto due cariche di polizia. Ho pensato a Pasolini quando le ho viste, quando parlava dei celerini come i veri rappresentanti del popolo, del proletariato. Adesso non condividerei quell’articolo, i poliziotti hanno un mestiere, un lavoro, molti di questi ragazzi non l’avranno. Sono loro adesso i portatori di richieste logiche senza diritti. In stazione parte una carica della polizia, la guardo e mi chiedo se era necessaria. Non capisco, mi pare violenza in più. So invece che questi ragazzi non sono rivoluzionari di professione, so che cominciano a capire che il mondo è sempre più comunicante, ma loro sono sempre più soli. In piazza c’è il comizio della CGIL, molti pensionati, molte aziende in crisi, cartelli, bandiere rosse. E’ pacifico tutto, la lotta sarà lunga, è lo slogan che circola per la piazza. Bisogna durare un minuto più dell’avversario. Lo si impara in ogni trattativa sindacale. Chissà se ci sarà tanta pazienza.

l’educazione al tempo del 4G

Cambia l’educazione o il confine della maleducazione? Si è in riunione o si sta parlando con altri, arriva il suono di un messaggio, una telefonata, comunque l’istinto è quello di andare a vedere. Altrimenti bisogna spegnere. Qualunque sia la risposta allo stimolo, l’attenzione è influenzata dalla presenza del cellulare, anche quando è spento, e quindi dalla connessione costante con gli altri che diventano presenti, partecipi. La qualità della comunicazione cambia, tenderei a dire che diventa più superficiale, però non è possibile fare un vero confronto tra un prima e un dopo, perché il prima era totalmente differente, con regole di privacy e di educazione diverse.  Non pochi diranno, per me non è cambiato nulla, l’educazione, il rispetto, è lo stesso. Non credo sia così, certo il rispetto per gli altri è un pilastro delle relazioni, ma credo che anche questo sia meno rigido, che ormai abbiamo una compresenza di un terzo, esigente, incomodo, che rappresenta tutti quelli che ci possono raggiungere e che vogliono dirci qualcosa. E tutti questi, se troveranno una comunicazione chiusa trarranno delle conseguenze, faranno delle considerazioni, non di rado significative, se la cosa si reitera. Altrimenti bisogna che la cosa sia conclamata, non si risponda mai, oppure che si sia talmente importanti da avere comunque un filtro. Ma anche in questi casi, per i potenti, c’è un numero particolare, un canale riservato, che delimita una cerchia, non la possibilità di essere raggiunti.

L’educazione al comunicare è in evoluzione, il limes del pudore, dei fatti propri, si è abbassato, anche se gli eccessi del farsi notare non sono più così frequenti e plateali, come quelli di un tempo, nei limiti della bassa voce la comunicazione è tollerata anche nello scompartimento ferroviario e comunque abitudini nuove emergono. Il tema si è spostato su quanto dire in presenza d’altri, quando rispondere, quando spegnere, e se sì, farlo sempre e comunque, oppure stabilire graduatorie d’importanza: adesso si può lasciare acceso, no, qui bisogna spegnere. Comunque sia, così gli uomini non sono tutti eguali, e già questo farebbe pensare, ma soprattutto, la testa comunque viaggia con un flag sempre aperto verso qualcosa che non trillerà, vibrerà, od altro, però c’è ed è attivo.

Attivo anche quando è spento, tra segreterie, tracce di telefonate e quant’altro, la tecnologia ha fissato nuovi confini dell’educazione: devo richiamare, il messaggio esige una replica, ecc. ecc.

Se poi è attiva una situazione sentimentale “complicata”, come genialmente la definisce fb, allora le cose si complicano ancor più. Più cellulari, codici particolari di risposta, luoghi e comportamenti strani per comunicare, ecc. ecc. Anche in questo caso la facilità di raggiungere l’altra persona ha fatto fare un balzo alle regole ed alle possibilità, nel tempo forse ha solo abbassato il tono della voce nelle risposte.

Certo è che mai come ora angoli negletti degli edifici, delle città, trovano insperati frequentatori ed estimatori. Angoli di giardino abbandonati, bagni, sgabuzzini, sale deserte, corridoi, tutto portato a nuova vita e frequentazione. Ieri nel giardino davanti all’ufficio, c’erano tre persone che s’aggiravano, vicine senza vedersi, impegnate in tre conversazioni diverse. D’altronde in uffici sempre più densi di persone, senza privacy, la reazione, per chi può, è quella di farsi una micro passeggiata. Via dall’impicciona folla, eh sì perché in questo dire, spiattellare affari propri, è vero che si è abbassata la soglia della decenza e dell’intimità, ma è altrettanto vero che tutto quello che viene sentito viene riutilizzato ed amplificato in una catena infinita di rimandi.  I fatti propri ormai sono i fatti di molti e se il telefono è la tua voce, come diceva uno slogan particolarmente indovinato che faceva coincidere medium e messaggio, questa voce ormai è vox populi.

Direte che per voi non è così, che il cellulare lo sapete usare, che l’educazione non è mutata, per voi almeno. Me lo auguro, lo vorrei, ma è mutato il mondo e fatalmente muteranno gli uomini, divenuti corollario del cellulare, ovvero la comunicazione sempre e dovunque, ha già cambiato le modalità di esserci. Nel lavoro non di rado, viene chiesta una presenza totale, 24 ore su 24 (non mi piace l’acronimo h24, sembra un aereo e poi evoca eroismi lavorativi fuorvianti), ma soprattutto nella vita viene chiesta una presenza/disponibilità senza soluzione di continuità, tanto che una mancata risposta solleva l’ansia, induce ragionamenti che appiccicano le vite, come se il cellulare avesse la capacità di far procedere tutto in parallelo, tutto nel conosciuto condiviso.

L’educazione e la necessità sono sempre andate pari passo, il Galateo di Baldassar Castiglione e tutti quelli che l’hanno seguito altro non è che la formalizzazione dell’esistente, la definizione di un ambito, un riconoscersi tra pari, dove il gesto è comunicazione. Un ambitus, per l’appunto, dove il comportamento non conforme può essere sanzionato con la riprovazione oppure tollerato come snob, deviante, ma magari preannunciante di nuovi comportamenti comuni e nuovi. Un codice di classe, di ambito condivisi e differenzianti, al barbone non si chiede di rispettare le regole degli altri, dalla pulizia alla comunicazione, dalla relazione al posto sociale. Meglio essere consapevoli che l’educazione sta mutando e ben oltre alle varie netiquette virtuali, che la cosa diventa un fatto personale, una scelta. Il cellulare tiene costantemente aperte più attenzioni, se e come dare rilevanza a queste attenzioni, ci connota, ci rende diversi. Ma quanti vogliono coscientemente essere diversi, quanti vogliono stabile la differenza?

Il paradosso è che siamo in un mondo di uniformati (di eguali non coscienti e privi di veri diritti) che rivendicano la propria diversità, salvo poi buttarsi nella tranquilla protezione del comportamento comune.

un uomo dappoco

La dualità comunicativa che tutti abbiamo: vivere nella società, parteciparvi (chi più chi meno), e il tornare a sé, alle piccole grandi cose che fanno le vite, sono bene evidenti. Nell’esaminare ciò che si è fatto e non si rifarebbe, subentra un senso di socialità (può essere buona o cattiva la socialità), che può dire rivolto ad altri: non fare, ti brucerai. Oppure un piegare di labbra che testimonia il cinismo (se questo ha preso il sopravvento): devi provare, scottarti, poi anche tu, come me, finirai nella tristezza di ciò che non è stato.

I grandi (?) si dolgono di quello che hanno fatto ben più di quello che non hanno fatto. Ovvero di ciò che è stato e non di ciò che sarebbe potuto essere. Allora, capendolo, il mondo dell’impossibilità a fare adeguatamente si chiude (oppure si apre all’introspezione?) negli orizzonti delle piccole vite. Non ci sarà il sangue che circola veloce, che palpita nella sensazione che si è nel cambiamento e ribolle con esso, non più il vociare interiore ed esteriore che coincidono come fosse una corsa che arrossa le guance e fa luccicare gli occhi di futuro, non più il respiro lento e possente del mondo che muta e risuona nelle orecchie, ansito di bestia, che domata si offre. Non più e allora? Van bene le distratte notizie di giornale, artefatti anziché antefatti, cose che hanno l’agrodolce della mistificazione consapevole, come il piacere che nel farsi finisce, se non ha un suo destino. In questa vigilia di cambiamento del mondo, al più devo decidere cosa mettermi per apparire e non stracciarmi nel coinvolgimento, nella rivoluzione dell’essere dentro al mutare, nella battaglia, che vinta o persa che sia, è vitale. Sarà che le cose sono, e sembrano, piccole, un comico prenderà il posto di un barzellettiere, un giovane buon conoscitore delle strade del potere vuol prendere il posto di un maturo buon mediatore, un indistinto sovrapporsi di nomi che contano (e che contano mai?), configura il ventre grasso e molle del perbenismo che lascia a ciascuno fare ciò che vuole, basta non si veda. Il centro il peggior chakra ci sia. Cosa c’è di emozionante in tutto questo, se non che quest’arena è pur sempre il luogo in cui decidere se essere spettatori o gladiatori.

Un modo alto di alzare la schiena e il braccio ed armarli della forza di mutare è quello di avere un’idea grande di tutti e di sé, invece se è il sé che prevale, per quanto grande sia, al più stimola il sorriso, o il dileggio, nei tutti. E’ questo il senso micidiale del relativo che ci ha colpiti? E’ da qui che tutto sembra diventato eguale e quando qualcuno, anch’io, si ostina a dire che non è vero, che la diversità, il meglio, esiste, emergono quelle indistinte litanie di fatti, fatterelli, non importa se veri o verosimili, incontrovertibili per stanchezza di ribattere, e che puntano ad un’unica conclusione: sono tutti uguali. Non siamo tutti uguali. Se siamo tutti uguali, come distinguere lo scarico dal robinetto, l’acqua dal refluo. 

Sarà così, per stanchezza o ignavia o superficialità, che nascono le abitudini che invadono e chiudono le nostre vite nella ripetitività, nel pascolo dei pubblicitari e degli esperti di marketing, sarà così che il vicino che soffre diventa un dato statistico e nella testa nostra soffre meno, che chi può, sbarra la porta di casa, che conta quello che ha, ed aspetta. Ho un pensiero che apparentemente sembra incongruo, ovvero che senza rivoluzioni e socialità l’economia langue, si avvita nella povertà del ripetitivo, che se la difficoltà, la sofferenza si chiude nel privato e non diventa palingenesi partecipata, il cercare i piccoli equilibri dello stare meno peggio, condanna ad esistenze senza costrutto. Vuote di respiro.

Non osare subito, quello verrà in un dopo molto prossimo, ma iniziare respirando. Respirare l’aria che non è solo nostra, che ha dentro un po’ dello scambio cuore polmoni di chi abita la casa, il quartiere, la città, il mondo.

un uomo dappoco non vive in casa,

non gli basta il lavoro per sognare,

per questo siede sulla panchina,

studia i piccioni ed ama gli uomini,

i passi rumorosi nel ghiaino,

un volare silente d’aquiloni.

Lì, nell’aria, sono i fiori che non ha piantato,

i libri che non ha scritto,

e un canticchiare di melodie 

di lingue sconosciute,

nella luce che cala,  

un brivido di freddo lo percorre,

è la stagione, dirà,

la stessa di me e di te.

camminare 1.

Le prefazioni si scrivono quando si è già scritto, anche le premesse è giusto si trovino un po’ per volta nel percorso, cos’è questa smania di dover precisare, al massimo si viene fraintesi, quindi non preoccupiamoci, almeno non tanto da perdere il flusso dei pensieri.

A me piace camminare, e Venezia è il posto migliore per iniziare un viaggio a piedi che in realtà continua da una vita, ma dove a Venezia? Non da quei gradini della stazione di santa Lucia, pieni di ragazzi al sole, e preannuncio d’altri viaggi, neppure dal ponte degli Scalzi affollato di venditori di patacche o da san Simeon grande sempre così misterioso e quasi terra ferma, meglio più in là, appena dopo i Frari: parto dalla scuola grande di san Rocco.

Una precisazione è dovuta: ci sono molti modi di camminare, a me piace quello fisico, spesso senza meta e quello mentale che continua anche seduti. Dopo.

La scuola grande di san Rocco 

Venezia è una città piccola con edifici grandi. Basta guardare il canal Grande per capire le dimensioni della terra, il vero canale largo è quello della Giudecca, ma è già periferia per la città antica, non conta. E’ tutto piccolo tra gli edifici grandi, fatto per navi piccole, barche piccole, eppure Venezia è stata capitale per 900 anni, di cui almeno 250 grandissimi, a dimensione europea dove l’Europa era il mondo, quello importante almeno, e si fermava sulle brume e sulle spiagge del baltico perché tutto quello che contava era in quel grande lago a sud che era il Mediterraneo.

Cosa fa di una città piccola una capitale? Anzitutto le dimensioni del mondo circostante, ma molto di più gli abitanti, la certezza che hanno della loro identità, del loro passato che diventa forza nel presente e nel futuro. E quindi spinta a fare, osare, intraprendere, gestire il proprio destino. I popoli hanno una loro giovinezza quasi inconsapevole che spumeggia sull’età matura, forte di determinazione, e poi scivolano in una decadenza senile. Questo fa ora dell’Italia un paese vecchio prima che un paese di vecchi, un paese che non riesce a capire chi è e quindi non sposta le geografie del mondo. Anche i giovani, in un paese così, invecchiano presto, non si ribellano davvero, non portano idee che spingano tutti più avanti. al più chiedono di sostituire i vecchi e spesso neppure quello.

Alla scuola grande di san Rocco, Jacopo Tintoretto dipinge a stipendio, è figlio d’un appartenente alla confraternita, non fa il mestiere del padre, è pittore e pure un po’ scapestrato, e sopratutto, non riesce a vincere nessuno dei concorsi appalto della Serenissima, non lo amano. Però è un secolo con grandi epidemie, molti grandi muoiono e lui s’accontenta di parcelle basse. Così nascono cicli eccezionali per lavoro ed intensità unitaria. Le tele di Tintoretto sono così zeppe di figure, di gesti, di popolane che l’oggetto del dipinto è nel contesto della vita, non i pochi, ma il brulicare attorno al fatto, al miracolo, dove ognuno percepisce a suo modo, oppure neppure percepisce. La storia che comprende la meraviglia, i miracoli, l’inatteso, è così. Quanti di noi vivono nella storia che gli passa sopra , sotto, a fianco, al più distinguiamo gli epifenomeni, ma senza percezione di ciò che davvero sarà ricordato, immemori vediamo per riconoscere poi d’esserci stati. E’ il grande brusio della storia, che include, massimizza gli eventi riduce il meraviglioso a fatto e lo banalizza, c’è un cinismo del deja vu, nel non riconoscere che tranquillizza, non siamo abituati a gestire l’inconsueto, tanto più adesso che la scienza ha confinato il mistero tra le ombre della superstizione e dell’esoterismo. Il positivismo è una fiducia immane nei destini del mondo che consegna ad una casta -gli scienziati- il monopolio dell’ottimismo del mondo. Ciò che prima era nel mistero, nell’inconoscibile che irrompeva nel quotidiano, adesso rientra nel non ancora scoperto, in ciò che si chiarirà, basta attendere. Ciò emargina, temporizza, confina la meraviglia e la religione dell’ottimismo fuori dall’uomo e la consegna ai sacerdoti del conoscere, rende dipendenti, non dell’eccezionale, ma del nuovo che si attende fuori della porta di un negozio, pazientemente, oppure si confina nella decima notizia di un telegiornale o nel supplemento settimanale del quotidiano.

Tintoretto lavorava in una capitale piccola di dimensioni, ma grande di aspirazioni, poteva fare a meno di rendere domestica la gloria, il miracolo senza toccarne la meraviglia? Una grande capacità, non solo dei veneziani, era quella di rendere casalingo ciò che aveva cambiato l’umanità che loro consideravano importante. Gesù avrebbe potuto nascere in una calle, predicare in piazza san Marco, o meglio in campo dei Frari, a poco serviva il contesto storico, era qualcosa di miracoloso, di eccezionale che sarebbe potuto accadere tra loro. Aveva cominciato il Veronese con le sue cene in casa di Levi, c’era stato scandalo, inquisizione, ma in fondo non gli era accaduto nulla, eppure si era scardinata la porta d’ingresso ad uso di tutti. Prima il compito dell’ascendenza importante e nobile connessa al primato, era conferita da dio e spettava ai soli re ed a quelli che godevano della loro luce riflessa, ora tutti erano coinvolti dall’accadimento eccezionale, potevano essere partecipi o distratti, mangiare, bere, pensare ad altro, ma c’erano davvero. Merito del neo platonismo sviluppato a Padova? Oppure erano i toscani che avevano attualizzato il trascendente nel buon vivere dell’umano e lo avevano portato a visione del mondo? O forse era la spinta dell’aggregazione dei molti, piccoli regni e signorie, in entità più vaste che aveva bisogno di nuove legittimazioni più popolari, di nuove coesioni per le genti messe assieme a forza, insomma di una nuova religione? Ciò che sembrava era, ed in questa formalizzazione ecumenica di saperi, credenze, rivoli di pensiero arcaico, ci stava tutto, la scienza e il suo contrario, il limite e il suo superamento. Nel ribollire di generazioni che avevano fretta, che sapevano cos’era il precario tra una peste, una guerra, una carestia c’era pur bisogno di una organizzazione collettiva dello spirito. D’altronde a Venezia, ma lo stesso era a Roma, o a Mantova, o a Vienna, o a Firenze, o a Napoli, o a Madrid con una moltitudine di chiese, di congregazioni, di reliquie, i miracoli dovevano per forza essere fatti comuni.

Nella scuola grande di san Rocco, c’è un dipinto di Giorgione che raffigura Gesù che porta la croce, è un’immagine che per miracoli, devozione, identificazione ha portato offerte e donazioni che hanno consentito non poca della gloria della confraternita, eppure se si guarda il quadro non si vede la gloria, si vede la fatica e la rassegnazione del portare il peso delle scelte, quindi un’umanità che non ha la trascendenza potente del divino, ed è piuttosto la rappresentazione delle vite, di tutte le vite, condensate in un gesto esemplare, eponimo d’un intero percorso. Non importa quanto lunga sarà la strada, essa contiene fatiche, direzione, destino, insomma umano, molto umano, con una contaminazione che un mediocre inquisitore avrebbe potuto trovare monofisita in quel tenere a fatica e con rassegnazione dolore, corpo, e anima assieme. Ma in questo riconoscersi quanto c’era del quotidiano, del conosciuto in chi guardava il dipinto con  occhi devoti. Oltre gli ori, gl’ intarsi, la gloria degli stucchi e degli altorilievi, i grandi teleri appesi al soffitto, oltre tutto il luccicare, quanto c’era  di quotidiano che permetteva di chiedere una grazia, un miracolo ad uno che soffriva come il supplicante. In questo essere nella storia, nel coevo, c’era una potenza nuova. Poi bastava uscire e già nel campo dei Frari, verso la Madonna dell’Orio,  il nuovo, il vecchio, era tutto tenuto assieme, dalle case, dall’aria di un futuro che si respirava  e veniva travasato nei simboli e nei modi di vivere.  Fuori, ma anche dentro, serpeggiava un razionalismo geometrico che portava a crescere perché quello era il destino d’ una città, d’ una capitale e non aveva bisogno di dimostrazioni se non nei fatti, nell’andare, nell’essere.

E’ un buon posto per cominciare a camminare.

(continua quando si potrà)

prevista pioggia, ma il cielo non lo sa

Fino a poco fa le parole si sono mescolate al pranzo, colleghi, forse, comunque cose di lavoro, ed essendoci le ragazze, anche gli abiti rallegravano l’aria. Chissà chi si è ricordata la nebbiolina di stamattina, oppure il cielo coperto di ieri, il grigio ferro delle nubi che trascolorava a sera in squarci d’azzurro. Ma poi è piovuto e di mattina l’aria era fresca d’autunno e del primo vapore dei riscaldamenti anticipati. Attorno al tavolo si sono incrociati cinque pensieri leggeri, cinque discorsi che non lasciavano traccia. Sono andati meglio cinque paia di sguardi spaiati, con qualche maliziosità rubata. Infine lo spegnersi improvviso dell’allegria: è tardi, non c’è altro tempo per restare. Peccato, il dolce era buono.

Così, come una frotta di passeri, sono usciti, sciamando verso le auto al sole. Nella sala in ombra è sceso il silenzio, e ci siamo guardati, ciascuno cercando ragione per il discorso sospeso, impigliato da qualche parte che non si sbrogliava. Era in attesa di quel suono di fondo fatto di voci di donna, risate maschili, silenzi sorridenti, improvvisamente sparito. 

Poi, superato il silenzio, tutto è ripreso, e mentre i ragionamenti si contrapponevano quietamente – non si è amici per nulla- un raggio di sole ha illuminato la stanza.

La terra continua a girare per suo conto, a dispetto di chi tutto prevede e controlla, forse per quello la luce s’è messa a giocare con i bicchieri vuoti, riempiendoli di colore: prima c’era stato donato il senso di un’allegria inconsapevole e non ce n’eravamo accorti.

p.s. anche stavolta devo spiegare il video: premesso che sono un innamorato di Shostakovich, il secondo walzer è splendido, in questa edizione è quanto di più squinternato e folle posso immaginare in una sala da concerto (la Royal Albert Hall in questo caso) e mi mette allegria

meglio dir poco e praticare di più

Ci sono parole che sarebbe meglio non dire, ma piuttosto praticare, parole come mai, per sempre, solo tu …

Il fatto è che ripetere ad altri, i nostri mantra, dà sicurezza, conferma, ma non rafforza il normale condursi delle cose, queste andranno per loro conto, con qualche obbligo in più da rispettare. Se il voler bene a se stessi e connesso con il voler bene agli altri non può esserci qualcosa che nega il nostro bene comunque e che questa cosa sia assoluta, come il mai, sempre, ecc. Deve esistere la possibilità di contraddirsi perché chi non si contraddice resta prigioniero infelice di se stesso. Altra cosa è la coerenza, ovvero il rispondere ai principi profondi, quelli che coincidono con noi e che se non rispettassimo ci sarebbe solo infelicità.

Di converso altra cosa è la leggerezza, ovvero il camminare senza far male ad altri e neppure a sé.

Perseguire il piacere è una spinta naturale, che ha punti di confine in noi, ma la confusione è appena dietro l’angolo e il raccontarsi delle storie diviene naturale come cura contro la disperazione di non avere una direzione, per questo è meglio non dire, ne esce la somma delle nostre debolezze, paure, giustificazioni.

p.s. lo dico perché altrimenti non si capirà mai il perché della ritirata di Madrid di Boccherini reinterpretata da Berio: l’ho messa per la sua capacità di vedere un tema in modi diversi e di reinterpretarsi, se ci fosse un’unica versione la musica sarebbe più povera, ciò che conta è l’onestà e il rigore nel riscrivere.

Leopardi aveva capito tutto

L’abbiamo sempre saputo che la domenica pomeriggio ci prende il blues. Le coccole culinarie ( l’amore a tavola tende sempre all’eccesso), ma anche i digiuni temperati (quelli del disintossico il corpo così sto bene, ma intanto mi prende una tristezza da costrizione che bene non mi fa stare)  confluiscono in quell’ora in cui si capisce che la festa se ne sta andando assieme alla luce. Anzi se n’è già andata e il lunedì prepotente bussa ai pensieri come una distesa di deserto di piaceri, sassi e piante spinose, mentre in distanza c’è certamente un’altro dì di festa, ma è così lontano che non se vede traccia.

Diman tristezza e noia

recheran l’ore ed al travaglio usato

ciascun in suo pensier farà ritorno

Si era esaurito tutto nel giorno della vigilia che pure era festa e che lasciava spazio ai tempi lunghi del giorno successivo, come se la festa non avesse fine. Avevamo rimosso, ma il pomeriggio della domenica, prepotente ha riportato alla condizione dell’obbligo. Credevate voi di farla franca, di avere una vita di lazzi e frizzi, uno sterminato cammino tra delizie e soprattutto tempo senza obblighi. Credevate, ma l’avete sempre saputo che non era così e quindi quella sensazione di leggera malinconia che vi prende è la consapevolezza che finisce la libertà del non fare. Poi che, come un pesce sulla battigia, vi agitiate in una corsa serale all’oblio, al divertimento sfrenato o a quello tranquillo, nessuno vi toglierà dalla sensazione che qualcosa se n’è andato e che il suo ritorno si dovrà con pazienza costruire per una settimana. 

Per questo le feste infrasettimanali, i ponti rendono allegri, perché prolungano una visione positiva sul futuro senza costrizioni, bollette, o superiori a cui rispondere. Vallo dire al Monti che abolirebbe pure il sabato.

Gli inglesi hanno studiato il problema del blues domenicale, hanno intervistato, compulsato, valutato le diverse fattispecie e ne è uscito che alle 16.13 della domenica, minuto più minuto meno, la festa è già finita per il 44% dei 2000 intervistati, che il sentore del lunedì incipiente è già cosciente e comincia ad esercitare tutta la sua devastante malinconia.

E per gli altri? O è finita prima, schiantati dall’arrosto freddo di montone innaffiato di birra scura, oppure lo spleen era presente da mò e percorreva le parole rade, gli occhi azzurri, le valutazioni sul tempo, arrampicandosi verso il thé delle cinque, che è pur sempre una gran bella botta di vita. Restano quelli che fino alle nove di sera sbevazzeranno al pub, per poi tornare a casa a smaltire la festa e il suo stress alcoolico, in fondo, per questi, il lunedì fa bene. Al fegato perlomeno.

E c’era bisogno di fare un’inchiesta, mobilitare sociologhi e psicologi comportamentali, bastava leggere quel bontempone di Leopardi che aveva capito tutto ed agire, per contraddirlo, sulla percezione della festività come costanza, non eccezione del vivere. In fondo quello che ci manca, è una sana coltivazione della noia se il 75% degli intervistati dichiara che passerà la festa in tuta e cardigan liso, ma non ne sarà contento, preoccupato com’è, di cosa racconterà ai colleghi il lunedì mattina per nobilitare quella voglia di far niente, noia appunto, che pare sia un sentire deteriore.

Ci abituano sin da bambini al primato del fare, tanto che il non ho nulla da fare mi annoio, viene subito colmato di impegni faticosi (credo che se i bambini si rendessero conto che ogni volta che si lamentano perché non hanno giochi interessanti, eccitano nell’adulto la sindrome del riempire il tempo di fatica, starebbero zitti e semplicemente si metterebbero a guardar per aria), la religione ci mette di suo e considera l’anticamera del vizio il bearsi nel non far nulla, cosicché si cresce con il senso che il lunedì arriverà il castigamatti, l’impegno, il lavoro, ciò che non si è fatto, studiato, che è sempre una colpa che aggredisce, fa scappare il senso della festa, la possibilità della noia, il divertimento dello stare finalmente liberi da un vincolo.  

Domani si vedrà, ma soprattutto i giorni della liberazione dalla costrizione del tempo torneranno, quindi il blues della domenica coccoliamolo come una canzone che parla della vita, ma non la esaurisce. Per fortuna.

il soggetto

Più o meno consciamente parliamo sempre di noi, di ciò che vediamo, sentiamo, percepiamo, vorremmo e vogliamo. In questo flusso continuo di approssimazioni (perché anche ci chiediamo chi siamo) troviamo il filo rosso del vivere, la traccia del prima e del dopo, il senso del tempo.

Capire come agisca il tempo nel nostro parlare esplicito o silenzioso, ci darebbe una scansione dei passaggi, la misura dei blocchi di cui è fatta la nostra esistenza. 

Un tempo non parlavo così, non sentivo allo stesso modo. E’ possibile fare un confronto?

Sarebbe inutile e indebito, ero ed eravamo altri. In fondo la magia del vivere è essere stati, ed essere diverse persone che s’assomigliano vagamente, anche nelle sembianze, e che si ricordano di imprese comuni, poi, non sempre l’un l’altre chete, abitano lo stesso corpo che muta. E se ci pensiamo, è il nostro contenitore/corpo che cambia molto più di noi e noi ci rapportiamo al suo misurare il nostro tempo anziché vederlo in ciò che davvero siamo.

 


							

non ho parole

Non parlo del modo di dire, ormai privo di senso, che da tempo infarcisce non pochi discorsi, ma dell’assenza di parole per descrivere qualcosa di inusuale. Che sia un’emozione forte, un perdono, una gioia inattesa, oppure un sentire sottile che sfiora la percezione, spesso il vocabolario a disposizione diventa insufficiente. Anche i modi del comunicare ci paiono inadeguati, per cui si affrontano giri di parole, similitudini che lasciano larghi laghi d’insoddisfazione, così subentra la paura di non essere davvero compresi e ci si sente diventare strani o ridicoli. Allora la volta successiva si tace.

E’ il limite delle parole, oggetti vivi quando si estraggono dai loro involucri di significato comune, ma cagionevoli e pronte a morire sulle nostre labbra, quando la pregnanza nuova che hanno acquisito per noi, resta confinata nella necessità di spiegare troppo. In realtà avremmo bisogno di parole nostre per dire ciò che sentiamo, di oggetti leggeri e grondanti significato, mentre ci troviamo sul limite del fraintendere. E considerato l’oggetto del comunicare, è un fraintendere che fa particolarmente male.  Avremmo bisogno di significati che colmino un silenzio che non vorrebbe essere tale, e quindi anche di orecchie amorose e incoraggianti che accolgano e vibrino assieme.

Questo è il ponte instabile su cui passano dei pressapoco che si lasciano trasformare in suoni, via via, più netti e definiti, un sovrapporre ciò che si sente a ciò che si dice, finché si trova qualcosa a cui ancorarsi e sapere che è quello che cercavamo.  Allora  il non ho parole per dirlo scompare, e un passo innanzi nel nostro dizionario dei sentimenti è stato fatto.