etade

IMG_0120

L’atropina fa il suo effetto, il fazzoletto di carta bianca, assume una colorazione tra il pervinca e la lavanda. Lo guardo con interesse stupito. Ascolto un po’ svagato, come al solito, e penso che questo sia adesso il colore del fondo dell’occhio. Mi piace è come un portar con sé un colore gradito, un abbigliarsi dentro.

Niente d’importante, il cristallino è un po’ staccato, questo dà vita a quella mosca che ogni tanto mi segue, c’è poi un inizio, ma lieve di cataratta. Posso continuare come prima: con gli occhiali o senza. Siamo stati sempre un po’ vulnerabili negli occhi, mia mamma ed io, a modo nostro, senza strafare e con quelle peculiarità che sono inscritte in qualche minuscola sequenza di DNA. Eppure gli occhi li abbiamo usati tanto, e con avidità di vedere, di portar dentro. Non abbiamo mai risparmiato sul vedere il mondo, che sia per questo? 

Quello che mi colpisce, ma quietamente, sono i segni dell’età. Così li ha definiti l’oculista, aggiungendo per carineria, che non sono néanche troppi. Anch’io ci penso con un po’ d’incoscienza ( hai mai pensato che la coscienza è una categoria sociale, un sinonimo della responsabilità, più che una parte intrinseca di te? ) e se non ci si pensa prima, forse è meglio. Si metterebbero limiti all’usura e si vivrebbe da malati essendo sani. Forse ciò che si deve assimilare è la condizione, ovvero la peculiarità del momento in cui si vive. Non sono un quieto signore di provincia e, pur se meno agitato di un tempo, penso che la saggezza sia al più uno stato transitorio come la felicità a cui tutti, a qualsiasi età, abbiamo diritto.

Intanto sono uscito e non riesco più a mettere a fuoco. In bici, la luce mi infastidisce e gli occhiali scuri sono quasi insufficienti. L’età. Più bella l’ etade, quasi si parlasse in terza persona di qualcuno che si conosce e che si guarda con affetto, non con anagrafica perfidia. L’età è un rapporto con sé che alla fine si deve trovare. Un insieme di adattamenti successivi da scoprire nel proprio corpo. C’è uno stupore iniziale quando si scopre che qualcosa è mutato in modo non transitorio. Lo si nota da un cambiare di sensibilità, un sentire diversamente, e che questo, prima che il corpo, riguarda le pulsioni, gli stessi desideri che mutano e si rivolgono in modo differente al loro oggetto. Nelle diverse dalle stesse meccanicità e rapporti, vengono cose differenti. Banale pensarlo ( non tanto si vorrebbe spesso altro, più per ricordo che per necessità ), eppure questo per me è il segno del mutare, un sentirsi nuovi senza sottrazione, mentre altri pensano che tutto continui ad aggiungersi, che la misura non si colmi mai davvero.

Si impara secondo la propria propensione e la mia è quella di una libertà che non soggiace al bisogno, che non muta una impossibilità in sconfitta. Questo porta a scoprire che quella sensibilità particolare che si è acquisita non è un regalo, ma un nuovo punto d’arrivo e di sentire. Importante è che non ci si confronti con chi non si è, che non ci sia rassegnazione che muta in sfacelo ciò che è in realtà una battaglia in corso. E’ solo cambiato il terreno, ma si continua. Quando si idolatra qualcosa che si è stati, o che ci sarebbe piaciuto essere, ciò che subentra è il senso della privazione e si perde nozione di ciò che si è ora. E capirlo non è saggezza, anzi, è egoismo, timore di perdere un pezzo del proprio film a favore di qualcosa che non è più importante per la storia.

Sto tornando a vedere e ciò che vedo mi piace. Mi piace davvero, molto e intensamente. Un tempo non era così, e non mi sto accontentando, anzi sono molto più esigente, solo che prima non lo vedevo. Trovo notevole il mondo e relativo gran parte del rumore che ho attorno, le importanze che si accendono e spengono in un giorno. Magari sto diventando socialmente sordo, però quello che rimane in questo crivello, mi pare bello e importante, oppure brutto e pure importante. Insomma il banale mi interessa molto meno. Che sia l’età?

ma è proprio vero?

Ma è proprio vero che tutto è permesso, che noi, solo noi, siamo il paradigma del vivere, che la ricerca del piacere è di per sé giustificazione per ciò che siamo? E quanto è vero, se alla fine siamo sempre scontenti di noi, anche quando non ce lo diciamo perché camuffiamo la scontentezza sotto il vitalismo, ovvero l’ossessiva ricerca del nuovo, del movimento, dell’azione. Nell’inazione ci sono i nostri spettri, le verità che conosciamo e pure quelle che eviteremmo volentieri perché ci chiedono ragione. Nello stare fermi, in tutti i sensi, il tempo diviene solido e ci riflette. Un tempo libero da costrizioni che fa riferimento a noi e così si destruttura, diviene vivere senza accezione. La passione prima della passione, il desiderio ricondotto a compatibilità con quello che abbiamo dentro.

l’inverno del nostro scontento

“ora l’inverno del nostro scontento 
è reso estate gloriosa da questo sole di york,
e tutte le nuvole che incombevano minacciose 
sulla nostra casa sono sepolte nel petto profondo
dell’oceano…

…ebbene io ,in questo fiacco e flautato tempo di pace ,
non ho altro piacere con cui passare il tempo se non
quello di spiare la mai ombra nel sole e commentare 
la mia deformita’.
percio’ non potendo fare l’amante
per occupare questi giorni belli ed eloquenti,sono 
deciso a dimostrarmi una canaglia e a odiare gli oziosi
piaceri dei nostri tempi.Ho teso trappole ,ho scritto 
prologhi infidi con profezie da ubriachi ,libelli e
sogni …”

Riccardo III  W. Shakespeare

Ciò che si ha non è sufficiente. E non per ingordigia od altro, ma proprio perché sembra non rispondere a qualche bisogno. Servirebbe una teoria soddisfacente di controllo dei bisogni, c’hanno provato per secoli. Ancora ci provano, deviandoli, negandoli, attribuendo loro aggettivi negativi e infine inducendo la colpa. Se non si è soddisfatti è perché sbagliamo qualcosa non perché ci manca qualcosa. La ricerca dovrebbe essere concentrata sui bisogni, sul far emergere come essi/esso sono parte della nostra vita. E a volte sembra di individuarlo, il bisogno, ma alla prova dei fatti ci si accorge che ci deve essere dell’altro. Forse per questo ci circondiamo di sostituti, di palliativi più facili perché esiste una fatica nel bisogno e nella sua soddisfazione. Ciò che ha distillato la civiltà è il farsene una ragione, trovare una medietà che non faccia né troppo male né troppo bene, perché entrambe le situazioni sono davvero difficili da gestire a livello singolo. Figurarsi a quello collettivo. Non ci sarebbe ordine. Ifatti il bisogno, il desiderio sono una rottura dell’ordine e questa è una colpa grave, da espungere dal consesso comune. Quindi vanno bene i bisogni modali, positivi perché comuni, gli altri no, sono devianti. Anche nei sentimenti funziona allo stesso modo. Ma tornando a noi -per fortuna esiste l’individuo- forse un modo di vedere il rapporto bisogno soddisfazione, oltre ad identificare davvero il bisogno è quello di considerare che queste insoddisfazioni sono uno specchio e un percorso dove si mostra ciò che manca e si indica una strada che tenta e non ricongiunge se non in pochi fortunati momenti. In qualche momento il recipiente si è bucato e non si colmerà più, ma continuare ad attingere è ciò che lo fa vivere.

p.s. molti anni fa studiavo Agnes Heller e la teoria dei bisogni, sullo scontro tra soggettività e potere. Eravamo, in molti, convinti della sua giustezza e ciò che era materia di riflessioni filosofiche entrava nella vita quotidiana. Parole e vite che si modificavano reciprocamente. Poi il marxismo venne messo in disparte, vinse il capitalismo e i bisogni confluirono nell’edonismo e nella competizione. Come se l’etica calvinista avesse alla fine fatto piazza pulita del desiderio e del bisogno (e dell’uomo), dello stesso Freud e della psicanalisi, per sostituirli con una nuova, molto terrena e laica, cultura della grazia e del favore degli dei. Ciò che ne ha fatto le spese è la passione: l’uomo che tempera eccessivamente il desiderio e il bisogno, elimina le passioni forti. Ma questo non è un male per la società dove il cambiamento è solo fluidità.

via via

DSC03695

Ci sono quei giorni in cui ti prende il ghiribizzo, come un salto di gatto che poco lo scompone e appena un attimo dopo cammina indifferente. Ma dopo. Ed è voglia di andare. Di andare senza tregua e senza troppa meta per un po’. Arrivare e ancora non sapere. Com’è quando entri nella stanza d’albergo di una città che non conosci. E’ notte, non hai visto nulla, solo le luci in cui affogano le strade e nascondono le case, viali sconosciuti, muri affiancati, gente che cammina e guarda. Non te, guarda e basta. E’ proprio gente, e almeno per un poco lo sarà, poi ti sembrerà d’averne un pezzetto d’anima, sarà quello che porterai con te. Ma non adesso che la mano cerca l’interruttore, mentre lo zaino pesa e la valigia preme sulle gambe. Finché scopri che per avere luce bisogna infilare quella stupida chiave elettronica in una fessura per il giusto verso ed ecco allora che il tuo piccolo regno ti appalesa impudico alla luce, con le cose ben ordinate, i colori della “casa”, il tocco che lo differenzia. E già ti chiedi quale cifra oscura contenga quell’ordine che ha rassicurato una cameriera al piano, dato tono a una direzione, identità miserrima ad una impresa, ed è stata pensata in qualche creativa riunione anche per te. Ma in fondo le stanze d’albergo sono tutte uguali, al più suscitano qualche sentimento iniziale di scoperta e meraviglia per una piccola differenza, ricordi quella strana doccia in camera, ma proprio in camera appena oltre il bastone degli attaccapanni, che ti ha colpito così tanto da tornarci ogni volta che potevi. Ti sembrava allegro questo circolare senza schermi e senza muri. Però sai che non sono quelle la vere differenze, non lo è mai da nessuna parte per quanto particolari possano essere le stanze. E’ quello che vedi oltre la finestra l’interesse che ti ha portato qui. L’acquario è fuori e adesso è notte, il vedere polisemico, si svuota e rimanda a te, al perché sei fuggito e attendi il giorno. E mentre guardi la luce degli stop delle auto, spegni quella stupida luce che ti preme alle spalle e lasci che l’oscurità colorata si ricongiunga a quella che ti porti dentro. E ti pare che tutto questo fondere e risucchiare, con tutte le similitudini ch’evocano il sesso in una notte stanca e vogliosa d’altro, è scendere caldo nella paura che ha bisogno d’amore, trattenere tepore e sentire che dopo un brivido, a cui altri sono seguiti, infiniti, sino a non poterne più, ti sei ritrovato squassato e inerme. Sì nell’amore, qualunque esso sia, si è inermi, per questo quando la coscienza ti prende, vien voglia di fuggire dove l’inermità non si vede, dove amore è attendere che una luce fughi il buio e mostri la novità delle cose. E allora via via fino al senso. Se c’è un senso c’è speranza.

l’anima gemella e perfetta

IMG_0517

http://www.lastampa.it/2014/05/04/blogs/cuori-allo-specchio/caro-angelo-esiste-pi-di-unanima-gemella-DBQliLQhFbbRrawTo7OP2H/pagina.html

Ho letto nella rubrica di Gramellini (lo trovate qui sopra ciò che ho letto), la proposizione dell’eterno dilemma della scelta tra diversi amori. Che poi è la riproposizione della domanda se possano amarsi più persone contemporaneamente e cosa dare a ciascuna di queste che riesca a soddisfare entrambi e alla fine scegliere oppure farne a meno. Tema difficile se affrontato solo sul lato sentimentale, meno complicato se esso viene aiutato da una serie di strumenti che si chiamano morale, società, religione, ecc. ecc.

Le risposte in calce all’articolo sono tutte condivisibili, sagge, acute e corrette. Direi anche rispettose della persona e del probabile esito delle storie amorose, come vi fosse una casistica e una conseguente tassonomia che aiuta a risolvere i problemi della vita amorosa, ma in realtà sappiamo che non è così e che il fattore umano è, per sua natura e vocazione, poco incline alla logica e soprattutto apprende dopo e non prima che si verifichi qualcosa che lo riguarda. La coazione a ripetere non sarebbe così diffusa se così non fosse.

Con molto meno acume, qualche anno fa, mi ero messo a fare un flow delle storie che accadevano attorno a me, ne ricavai un post che non venne ben capito, in quanto ciò che per me era materia di discussione fu preso, invece, per una sorta di tracciato razionale (e quindi cinico) dell’affettività mutevole del maschio. Con tutte le negative conseguenze del genere, che pare non goda di buona fama. Dopo, ho maturato che le cose sono ben più complesse, che ogni storia fa per suo conto, che nessuno vuole assomigliare neppure a se stesso e che, in realtà, a far da argine alla bizzosità dei sentimenti e al bisogno d’amore, sono sostanzialmente tre forze: la società con i suoi vincoli economici, la paura di sbagliare, la perdita di consenso sociale e di status. Ci sono indubbiamente altri elementi, ma se escludiamo il possesso della persona amata, credo che altre spinte a decidere nel senso conservativo si possano includere nelle tre forze principali.

Parlo di senso conservativo perché in realtà c’è una singolare dicotomia tra quanto si dice e quanto si pratica, infatti pur essendoci letteratura, arte, poesia, film, racconti, emozioni condivise ecc. ecc. che spingono verso una interpretazione libera dei sentimenti, una simpatia e riconosciuta forza all’amore, infine si lascia la persona a decidere senza un supporto esterno che aiuti a scegliere una nuova storia sentimentale in modo equilibrato. Insomma si fa carico a quest’ultima della decisione e relativa responsabilità di infrangere tutta quella serie di forze di cui accennavo sopra senza avere equivalenti forze che la sorreggano in senso contrario.

Nella società occidentale il nomadismo sentimentale non è gradito, è permesso ob torto collo, confinato in certe età o classi sociali, ma non ha uno status sociale se non attraverso elementi patrimoniali risarcitori. Il divorzio è uno di questi. Non è dappertutto così, cambiando culture cambiano atteggiamenti e alcune delle forze che spingono verso una conservazione diventano più labili, o diverse e in alcuni casi, ce lo dice l’antropologia, non esistono proprio. Quindi il principio di natura che la società e la chiesa invocano non sono così universali, ma sembrano piuttosto rispondere ad un medio star bene dell’individuo, ad un farsene ragione, accontentarsi, lasciare che passi e, in attesa che ciò avvenga, conservare quello che di buono c’è. C’è molto di positivo in questo, che porta a scoprire lati dell’altro che si erano trascurati oppure dati per scontati, anche se non passa la convinzione che l’elemento ancestrale della conservazione del patrimonio inteso come sostentamento e status, faccia capolino in tutto ciò.

Eppure mai come in occidente c’è tale e tanta letteratura che va verso la valorizzazione del sentimento come discrimine principe per una decisione. Ma se si passa dalla teoria alla pratica sociale si conclude che questo vale solo per evitare un male maggiore: il disamore, i maltrattamenti, lo star male. In questi e altri casi negativi è consentito passare ad una nuova esperienza piena di sentimento con altri ed essere ben accettati socialmente. Una sorta di male minore che diventa bene, insomma.

Lo scopo di queste righe è dire ciò che sommariamente penso, non altro, ovvero i miei dubbi che tutto questo sia stabile e naturale. C’è talmente tale e tanta felicità, energia, infelicità connessa ai rapporti umani amorosi che ciascuno ha molto da dire sull’argomento, a partire da se stesso. Ciò che mi preme è aprire una riflessione che considera come poi ciascuno trovi un equilibrio e una condizione vitale, e come questa presupponga una durata, breve o lunga che sia, un farsi, e non un’eternità. Mi chiedo quanti sentimenti vengano uccisi o piegati nel possibile e cosa sia davvero questo possibile, se si supera il senso comune. Me lo chiedo non perché non condivida quanto scritto nell’articolo, ma perché penso che questa parte della nostra società occidentale sia ancora monca di riflessione e pensa di racchiudere nei termini: anima gemella, ciò che gemello per sua natura e sentire non può essere, occultando il vero fiume impetuoso e sotterraneo, ovvero il rapporto amoroso. Non ho risposte, ma argomenti per riflettere e se qualcuno contribuisce, sono felice. 

 

 

dipendenza sensibile alle condizioni iniziali

Una farfalla batte le ali in Brasile e si scatenerà un uragano nel Texas. In un incendio a Odessa, per gli incidenti, muoiono 44 o 46 persone (come fosse lo stesso) e un conflitto si andrà a generare chissà dove e quando.  Tutto sembra collegato nella teoria del caos e tutto affoga nel discontinuo, nella disattenzione, nella percezione del particolare. Anche ciò che si vede e per un momento ci riscalda il cuore: il cielo, i fiori, il verde dei prati sono per gran parte del tempo ignorati e non fanno parte delle nostre vite vite se non per assenza. Minuzie, sembrano e non sono. Nel contempo, piccoli desideri, conferme di difese efficaci contro le paure senza nome (ché difficile e faticoso, ma esorcizzante è dare nome alle paure) prendono posto e urgenza. Il quotidiano è una grande coperta e una torre ben munita che difende contro l’irrompere delle idee più eversive: che la bellezza esiste e vive anche senza di noi se non la cogliamo, ad esempio. Che ciò che sembra importante è nel contesto sbagliato, che il mondo e le cose sono indifferenti rispetto al particulare se non vengono collegate a noi stessi. E che tutto questo comunicare, quando è privo d’amore, è solo rumore. 

E’ la dipendenza sensibile alle condizioni iniziali, e ben rappresenta il punto di partenza per entrare nella teoria del caos, ma chi mai l’ascolta davvero? Se lo facessimo, le vite muterebbero e tutto, compreso il debito pubblico, la bce, e tanto di quello che riempie i telegiornali avrebbe meno ragione d’assillare, semplicemente perché ci sarebbe più attenzione per l’altro e per ciò che ci circonda. Eversiva, davvero eversiva l’attenzione.

ogni persa è lasciata?

DSC00182

Twoo mi comunica che mi sono persa una Alessandra da Scorzè. Con periodicità quotidiana mi rimprovera il signor Twoo che mi perdo persone. Sempre donne, con una serie di Marie, Sabrine, Jessiche, Anne, Giovanne, ecc. ecc. Non passa giorno che non me ne perda qualcuna, tanto che sono ormai seriamente preoccupato per la mia memoria, chissà dove le metto… Ma torniamo ad Alessandra, forse l’ho lasciata e non me ne sono accorto perché non mi pare di conoscerla. Da queste parti si dice, memori delle carestie, che ogni lasciata è persa e quindi si sta bene attenti… Ma forse l’ho proprio persa e se vale la dimostrazione al contrario, cioè che ogni persa è lasciata, l’ho lasciata prima di conoscerla. Questo induce non poche speculazioni sulla vita e sui filtri che le mettiamo: quelli che non conosciamo li perdiamo più o meno coscientemente ? E al contrario dovremmo conoscere tutti? Questo sarebbe leggermente faticoso, ma forse è questo che sott’intende Twoo? Cioè che invece di perderle le devo conoscere tutte?  Oppure mi dice che l’ho conosciuta e me la sono persa? Preferisco pensare che sia una mia disattenzione e che non l’ho proprio conosciuta e magari era in mezzo alla folla del 25 aprile e io me ne sono andato senza salutare. O che l’ho incontrata per il corso a Padova e come al solito ero perso nelle mie elucubrazioni e non l’ho vista. Oppure che lei fosse a Venezia quando mi sono fermato alle zattere a guardare un palazzo che passava in canale, ed era una nave.  Comunque sia, mi spiace essere stato scortese con Alessandra, che pure è simpatica e bella.

Anche con Twoo, mi spiace essere scortese, lo disabilito perché non gli ho chiesto niente e continua ad offrirmi un campionario di persone che non conosco e neppure ho voglia di conoscere. Si trova ciò che si cerca, così mi hanno insegnato in analisi qualitativa, e vale pure per la vita. Se non cerco, ciò che arriverà sarà una sorpresa, non un catalogo.

credere per vivere

DSC04357

Mi racconti il tuo limite al credere. Le candeline accese, la piccola preghiera, poi via, fuori dai luoghi in cui tutto si codifica. Un disordine ordinato t’accompagna, t’affascina il vivere che si codifica e s’incanala, l’ordine che emerge, che rassicura. Ma trovato l’ordine tutto s’impoverisce. Ha un posto e un nome, non fa più sforzi per sapere chi è. Lo sapevi? Eppure affascina e rende tranquilli. Almeno sembra.

Tu hai già le tue difficoltà, i problemi di crescerti assieme, ammettere gli errori che insegnano sempre. A tutti. Facciamo così fatica ad accettare gli errori, sembra si perdano pezzi di noi per strada. Definitivamente. La libertà di credere ciò che c’aiuta e ci fa bene, anche quando si sbaglia è una gran cosa.  E se questo induce la contraddizione in noi, come non viverla? Noi conteniamo le nostre contraddizioni, siamo abbastanza grandi per tenerle tutte. Anche senza sentirne colpa. Si dice di noi, di ciò che sentiamo e ci pare d’essere proprio quelli. Ci si abitua ai rifiuti come ai complimenti. Basta vivere ed emerge una assuefazione agli aggettivi che li svuota. Gli aggettivi mi ricordano i gusci vuoti dei molluschi, in riva, con il loro leggero rumore metallico: non hanno più vita, sono altro, ma ci sono ancora. Rumore piacevole, appunto.

Così si tiene tutto, anche il credere e il suo contrario, basta volersi un po’ di bene: una candela, un pensiero positivo e poi via nella luce esterna che nei giorni di sole (senti la similitudine?) abbacina e scalda, e muta i colori, svuota e riempie d’altro l’anima.

(c’è l’anima? non è importante basta sentirla)

C’è un prima e c’è un dopo, ma soprattutto un durante. Vivere è durante, durare un minuto di più delle cose che tolgono, che fanno male. Far resistere un minuto di più di una parte che si chiude e già una finestra si apre. Chissà cosa ci sarà poi, qui, tra poco, quasi adesso.

il nome cambiato

Dei Lorenzo che apprendevo,

col procedere degli anni,

mi piaceva il nome

prima delle imprese

e il muovere labbra, lingua e bocca

nel dirlo. 

E fosse la gloria della della nascita d’un regno,

oppure il difficile dipingere

tra grandi che offuscavano il grande,

o anche solo il chiamar l’amico,

che d’estate risplendeva al mare,

nei crocchi desiderosi d’altro che d’azzurro,

quel suono l’ associavo al mio

e lo ascoltavo dalla voce 

pronunciarlo prima del cognome, 

ma poi, infine, tornavo sul suono mio usato,

e mi dicevo che al più l’avrei sostituito con Andrea, 

che pur privo di gloria aveva un fascino 

di sensuale attendere, 

come se il riposo oltre l’amore

fosse già inscritto nel nome

e aspettasse d’esser sussurrato piano 

tra i rossori che imperlavano i corpi

dopo l’estasi sognata:

così pensavo sarebbe proseguito il piacere

nel solo essere chiamato con amore.

Erano pensieri di quell’età in cui tutto è possibile

eppure arduo,

dove il giorno ancora non ha abitudini

e il nuovo suscita scontata meraviglia,

e così anche il nome mutava

per diventar davvero mio,

nel gioco serio del riconoscersi, 

tra l’irrompere di nuovi desideri.

 

le libertà s’usurano

Il proprietario del bar, ieri, si è messo a ridere quando gli ho chiesto, se oggi era aperto.

Festeggio la liberazione, mi ha detto, e pure sabato e domenica, e vado al mare. Ho un gran rispetto della mia libertà e pure della liberazione. E rideva.

Gli ho risposto che quella libertà c’era anche durante il fascismo, anzi …

Non parlavamo della stessa liberazione e neppure della stessa libertà. La sua è di fare quello che il portafoglio gli permette, magari con qualche spericolatezza, difficile a chi vive di stipendio. Bisognerebbe chiedere ai suoi dipendenti se condividono la stessa libertà. Forse è per questo che la politica non gli interessa molto, se non per conservare questa possibilità di agire al limite. Ed è quella che lui chiama libertà economica, e ne vorrebbe tanta perché non gli basta mai: meno vincoli ci sono e più è contento. Le altre libertà, quelle di cui gli parlo, lo riguardano poco, non gli sembrano così preziose, né tangibili per la sua vita. Si vede che lo annoio, ma non è cattivo, neppure ha in spregio la libertà, solo che è al più una parola e si limita ad usare quella che gli serve, lasciando arrugginire le altre libertà e senza pagarne il costo. Come facciamo più o meno tutti, senza chiederci se le libertà si usurano. In realtà è proprio così, le libertà bisogna usarle, esercitarle, come si diceva un tempo, ma questi sono discorsi da professoroni, come ha detto, facendo molto ridere il presidente del consiglio. La velocità, il transitorio, che poi è transeunte, cioè finisce presto, non ha tempo per le libertà vecchie. Quelle di parola, critica, religione, riflessione. Adesso servono libertà veloci, usa e getta, libertà che consentano di non capire dove si va a finire e soprattutto che siano prive di responsabilità. Invece le libertà vecchie sono intrise di responsabilità. Sono le libertà dei padri che pur nate fresche di giornata dopo una notte infinita, si proponevano di dare sapore alla vita, di renderla un noi anziché un predominio dell’io. Oggi ci si cura poco della mancanza di gusto delle libertà, al più si dà colpa alla politica che le ha sciupate disseminandole di scandali. Ma quelle non erano libertà, erano soprusi e noi ce le siamo lasciate sottrarre, sino a dire che in fondo non contavano poi tanto. La libertà ha un sapore e non serve una dittatura per sentirlo, basta chiederci perché stiamo assieme e cosa ci tiene assieme, anche quando siamo soli, e allora si vedrà che quello che toglie libertà attraverso il sopruso, ci riguarda, ci rende meno liberi. Non di andare al mare ma di vivere davvero.