01.14

La giornata è andata con il passo di corsa e il petto un po’ avanti che si ha verso un traguardo. Chissà qual’era, il traguardo, intendo. E forse per questo a notte ci si ritrova stanchi. Si enumerano le cose rimaste in sospeso, quelle che hanno inciso, o almeno così sembrava, gli entusiasmi fugaci, le piccole malinconie. Tutto rapido. Come passa veloce il tempo, sembra non resti nulla. Gli anni davanti sono indeterminati e questo eterno presente vissuto sempre di fretta sedimenta poco. Forse perché non c’è molto da sedimentare. I pensieri fanno compagnia, sembrano proseguire discorsi propri, un ininterrotto soliloquio che esamina, discetta, scivola, sceglie e ci ripensa. E poi si perde, stanco d’oggetti, in un volo. Meglio.

Fuori c’è silenzio, entra tra le pareti, invade la casa, ingloba i piccoli rumori, avvolge. Il silenzio rallenta tutto, mostra incontrovertibile che siamo in balia di noi stessi, di ciò che vogliamo, delle abitudini e delle inutilità. E’ forse per questo mancato esercizio di libertà che sedimenta poco del giorno? Oppure ora si evidenzia ciò che manca? Sembra banale ma il letto è un buon discrimine per capire se si è davvero soli. Nel letto ci sta quello che si è costruito. Lo si sente tangibile: sono amato, non lo sono? Cosa davvero m’importa?

Tra poche ore è sabato, si ricomincia, sarebbe bello mettere tra le pieghe del tempo qualcosa di me.

 

un campo di battaglia

Eri un campo di battaglia. 

Ed era vero. In un certo senso la battaglia infuria ancora. Non credo cesserà. Probabilmente non si vuole che finisca. Credo che la vera scelta che ci viene proposta al nascere sia tra il lottare o il subire e che si cerchi per tutta la vita una via di soluzione che ci permetta di essere chi siamo. Certo che nessuno te lo spiega, i genitori, gli amici, o gli insegnanti, tanto meno i preti di qualsiasi credo o razza, o gli psicologi da rotocalco. E neppure i filosofi te lo spiegano, che non c’è solo la battaglia ma che anche l’avversario si deve scegliere e che questo possiamo essere noi oppure gli altri. E se scegliamo di combattere con noi è perché vorremmo emergesse qualche verità, essere in assonanza, dalla stessa parte. Vorremmo far la pace con noi. Forse per questo quando si pensa alla pace si associa l’idea della quiete, e la quiete ci riguarda assai.

Tra le diverse sensazioni sulla quiete, una sembra convincermi più di altre e non è la tranquillità, ma qualcosa che assomiglia molto all’equilibrio dinamico della corsa: ogni posizione di per sé porterebbe alla caduta, tutte assieme e coordinate sono un insieme armonico d’equilibrio che porta innanzi con gioia. Quindi la quiete e non il silenzio dopo lo scontro, lo sfinimento che aggredisce e lascia senza pensieri e forze, la capitolazione sino al prossimo confronto. Basta essere leali, usare l’autoironia (l’altro è tremendamente serio) e riconoscere quando l’altro ha ragione, ma non deflettere se si sente dove sta il bene per noi.

Mi sorprende poco che tu l’abbia visto così chiaramente ch’ero un campo di battaglia. Il tempo scorre molto, però si ferma davanti agli occhi di chi ci guarda attento; e quando si vuol bene si indaga sulle sensazioni, mentre i dati di fatto e le definizioni da dizionario sono così incontrovertibili da lasciare freddi perché sono caselle in cui nessuno davvero ci sta tutto: conta la persona e ciò che suscita davvero. Forse sentivi il rumore del ferro, l’odore di fuoco che brucia, l’inquietudine che non tiene fermi. E’ per questo che ora vorrei dirti che ho cambiato strategia e modo di combattere, che m’interessa poco vincere, ma non torno mai indietro e questo mi dà un vantaggio incredibile, ho misericordia per chi combatto, per quello che è stato. Lo capisco anche se cerco di non farlo prevalere. Forse per questo i momenti di quiete sono maggiori e il campo di battaglia continua ad armi pari. Non finirà mai, eppure ogni miglio che conquisto, ogni pollice aggiunto è un passo verso una quiete che ci tenga assieme. Io e l’altro che poi sono sempre io.

Sai qual’è una piccola verità che ho capito? Che quando combatto dentro se vado un po’ avanti anche gli altri attorno ne hanno vantaggio, non è il mio scopo principale, ma è così. E vale anche per i momenti di quiete, capisco di più, sono più morbido pur restando me. Credo sia questo il senso di tutto questo lottare, trovarsi per trovare gli altri, capire un po’ di più insomma. Ed essere inflessibili quando conta davvero. 

ri ordinare

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Riordinare non finisce mai perché è un ritorno all’innocenza che non era tale e che non è mai esistita, però fa bene provarci. In principio era il caos, poi sono venute le regole, così l’ordine segue un gusto prevalente, la proiezione di una necessità su di noi.

Spesso il disordine si associa allo sporco e così si rafforza l’idea che tutto debba essere messo in una sequenza, riordinare è la condizione della pulizia, e quindi c’è un prima e un dopo, immutabili o quasi, un ciclo che si ripete come se l’ordine fosse solo conservazione e ripristino. Accade anche nelle vite, nei pensieri, nei sentimenti eppure nel disordine potrebbe nascere un nuovo ordine che resisterebbe almeno un poco. Riordinerebbe la vita, ma costa fatica. Parecchia. Spesso si dice che una nuova scelta di ordine andrebbe confrontata con la precedente per stabilire ciò che è migliore. Come si potesse… A volte accade, però nei momenti di confusione o di maggior pressione c’è sempre un ritornare a qualcosa di indefinito che pure calma, fa stare in pace, come se le geometrie fossero conformi all’anima. Anche quando diventano nuove. Solo i bambini riescono a vivere nel disordine e non sentirsene confusi o minacciati, ma poi si cresce. 

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Alcuni di noi, io, abbiamo una Patria, un paese che amiamo, una cultura comune. Sappiamo cose, magari non tutte così precise, e non tutti le stesse. Ci formiamo idee, un’ analisi della realtà, soluzioni. Di sicuro non abbiamo, da molto tempo, verità assolute e il relativo ci sembra un buon modo per accogliere la differenza e il ragionamento contrario, ma pretendiamo rispetto. Per noi e per chiunque. E nel rispetto sono comprese le regole che devono valere per tutti, la verità dei comportamenti. Per questo e per altro, non ci piacciono i furbi, quelli che cercano di fregarti, neppure gli arroganti ci piacciono perché usano la forza per imporre verità non vere. Non ci piacciono gli irresponsabili che dicono cose che non faranno, oppure fanno guai e li attribuiscono ad altri. Non ci piace chi la racconta, chi imbonisce, chi prende in giro la speranza. Sappiamo che la colpa di ciò che accade non è sempre altrove, che un motivo per tutto non giustifica niente, e quindi facciamo autocritica. Spesso. L’onestà ci sembra una precondizione in ogni rapporto, e non è un fine. Bisogna essere onesti, anche con se stessi. Vediamo i nostri limiti, sappiamo che sono importanti, però abbiamo sogni grandi e piccoli, vecchi e nuovi. Sappiamo che il mondo è complesso, che bisogna semplificare le cose per star meglio, ma nessuno di noi banalizza la realtà e sappiamo che semplificare è difficile e non lo si fa a colpi di slogan e tanto meno con l’accetta. Pensiamo che c’è un primato del capire e dell’intelligenza nel fare, e che quest’ultimo ha bisogno almeno di essere pensato. Siamo stanchi degli annunci, vogliamo partecipare e l’abbiamo sempre fatto. Oggi siamo coscienti che il problema prioritario è la corruzione e il malaffare, la legalità e il rispetto delle regole e pensiamo che il marcio vada amputato. Ovunque. Per noi le istituzioni non sono immutabili, ma sono il nostro patrimonio e baluardo democratico comune e quindi pensiamo si debba agire partendo dal rispetto del futuro e del presente nel modificarle.

Abbiamo un Paese che amiamo, una cultura, volontà comuni, ma non abbiamo più una parte sociale e politica. Temiamo di non avere più un partito in cui riconoscerci e pur essendo tanti, ci sentiamo soli.

una lettera almeno

La parola scritta e la calligrafia sono importanti per me, do anche attenzione a come le singole lettere si esprimono, all’andamento della sequenza nella pagina. Cerco di intuire cosa ci sia dietro il muoversi di quella mano che ha tracciato con intenzione di lettura e di comunicazione. Ma di lui, del nonno, non è rimasto nulla. Di certo scrisse più volte, in molte occasioni. Chi è distante scrive, e lui fu spesso distante, eppoi a quei tempi non c’era altro mezzo. Però si è perduto tutto. Credo in quei tre anni bui tra il ’18 e il ’20 o forse negli innumerevoli, successivi, passaggi di casa, migrazioni, comunque le carte si persero o furono guastate.

C’è una fotografia, da cui fu ricavato il suo ritratto che mostra un gruppo di fanti con le baionette innestate. I fucili, così, sono alti come loro, un po’ ridicoli a vederli ora, ma c’è un ordine, come in una foto di classe. Di sicuro il fotografo di reggimento li dispose secondo un’ iconografia consolidata che doveva fornire più idee a chi vedeva: l’ordine e la forza, la solidarietà di gruppo, la familiarità, la certezza di un ritorno. Una sorta di famiglia al fronte che doveva rassicurare chi era a casa. Non so cosa pensò mia nonna nel vedere la fotografia, di certo sperava e attendeva, aveva i bambini piccoli di cui occuparsi, doveva tenere assieme e sostenere la famiglia visto il rimpatrio affrettato, avere una casa. Se giunse la fotografia di sicuro era accompagnata da uno scritto, ma questo non si trova nel retro, così penso che la nonna tenne più cara l’immagine delle parole.

Il 233° reggimento fanteria “Lario” fu formato nel gennaio del 1917, il ruolino del battaglione fornisce ampie notizie sui periodi al fronte, sulle località di combattimento, sulle perdite subite. Il battaglione prima del definitivo scioglimento dopo la fine della guerra nel ’18, venne più volte ricostituito, segno che le perdite in combattimento erano tali da metterne in discussione l’operatività e l’esistenza. Un battaglione di morti, carne da macello. A maggio 1917 in tre giorni perdeva 1806 effettivi e 30 ufficiali, a luglio nuovamente perdeva moltissimi uomini e ad agosto in due giorni tra il 18 e il 20, le perdite erano di 1594 uomini e 67 ufficiali. Moltissimi, gran parte, sono i dispersi, cioè i non identificati. Il nonno, muore e  viene identificato il 19 agosto. Ho cercato la località: dolina delle bottiglie, riportata sia sullo stato matricolare che sui bollettini di reggimento, non sono riuscito a trovarne traccia geografica, di certo è nella zona di Redipuglia e colle di Sant’Elia.

Di quest’uomo resta il nome su un sacrario, mancano le testimonianze scritte. Perché mi soffermo su queste? Perché ho pensato spesso alla memoria orale, a ciò che mi raccontava mia nonna, che era molto poco di quello che accadde in quegli anni. Un riserbo sdegnato circondava le vicende delle famiglie dei maschi, tutti morti nella prima guerra mondiale, e su quello che ne seguì in termini di divisioni di proprietà, tutele, che non fu un capitolo edificante. La sua indipendenza e libertà le impedivano di dire. Era andata così, aveva provveduto a sé e ai figli. Ma a me interessava il rapporto tra lei e il nonno, e dalle parole pudiche emergeva un amore forte, una devozione alla memoria, collegata alla tangibilità, all’immagine, e all’uomo. L’uomo nel suo provvedere e nell’esserci, c’era stato e Lei era innamorata di quell’uomo. Finché aveva potuto c’era stata la cura, l’espressione dell’amore.

Dal ritratto che ho, si vede un bell’uomo, giovane, con folti baffi, il viso deciso e dolce. In quel viso ho ritrovato tratti di mio padre. Mi mancano i pensieri, posso immaginare una sofferenza mantenuta propria e un rassicurare chi era a casa. Ne sono sicuro, ma avrei voluto leggere le parole perdute. Noi che viviamo nell’epoca in cui le memorie digitali conservano tutto e quindi lo rendono di fatto inaccessibile, la memoria diventa un rumore di fondo, e nuovamente dobbiamo affidarci al tangibile: le parole, i sentimenti, i gesti concreti. Il significato è in ciò che si fa e si vorrebbe fortemente fare, per questo le calligrafie sono segni di qualcosa che avviene ed avverrà. Annuncio e traccia. Mi manca la traccia che era sottesa, come ci fosse un indefinibile precluso. E forse è giusto così, si ama per intuito e si vive l’amore, per gesti: c’erano entrambi. Riguardavano loro.

10.53

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Il caffè, un biscotto caramellato, il cielo si scurisce e poi, inopinatamente, lascia sfuggire un raggio di sole, come una contentezza, una ilarità improvvisa tra pensieri cupi. Inopinatamente è la parola della giornata, bisogna lasciare che faccia, bambina allegra si nasconde, trova da ridire dove non te l’aspetti, sembra sonnecchiare in momenti importanti. Di topico non c’è niente da queste parti, il topicida ha sterminato le parole ratto, tutto sembra scorre come il tram che s’incrocia sempre allo stesso punto con il suo omologo in senso avverso. Anche l’avverso del tram mi piace, include un incontro, due parallele che possono al più salutarsi, scontrarsi verbalmente ma fisicamente mai. E nella fermata di scambio dall’una e l’altra parte scendono passeggeri, mamme con carrozzina, extracomunitari, anziani con bastone, studenti che hanno”bruciato” e ora non sanno che fare del tempo, donne con le borse della spesa, sfaccendati che si guardano attorno perplessi, badanti moldave che parlano al telefono. Vengono dall’una e dall’altra parte della città, e ciascuno ha un motivo per scendere o salire. Qui ed ora. Hic et nunc, come un amore che urge, un desiderio da soddisfare subito. Come l’amica che andò in chiesa e disse chiaramente: caro santo, voglio un innamorato, qui, subito, adesso. E il bello è che questo arrivò sul serio, poco dopo essere uscita. Era sposato, quasi separato, abitava lontano, avrebbe sistemato presto la situazione, cosa che non accadde. Però era innamorato e furono mesi di passione assoluta, prima di stemperarsi nell’abitudine. Il santo aveva fatto il possibile, con quello che offriva il mercato attorno alla chiesa, eppoi lei mica era stata così chiara. L’ inopinato era accaduto, un miracoletto di serie b. Ecco la definizione di inopinatamente: uno stupore per qualcosa di possibile che non ci si aspettava, e invece era tra le cose che potevano accadere. Un miracolo tascabile che magari non dura, ma che serve per dirci che la vita è anche sorpresa, non solo abitudine e routine. 

Le persone scendono e salgono alle due fermate contrapposte, guardano attorno, come fosse un appuntamento, uno dei tanti, con la piccola storia personale, la storiella giornaliera. E infatti sembra non accadere nulla, le teste sono immerse in pensieri propri, però il raggio di sole alza gli sguardi al cielo, qualcuno nota i buffi campanili della chiesa, altri le nubi squarciate, qualcuno vede la ragazza alla finestra che parla al telefono e si liscia i capelli. E’ un momento, poi tutti sciamano, seguendo pensieri differenti: supermercato, farmacia, bar, tabaccaio, pasticceria, portici, chiese. Solo l’ucraino si ferma vicino al supermercato e s’appoggia al bidone cilindrico delle piccole spazzature da passeggio. E’ curioso quel bidone, sembra un’ ogiva di missile, con la punta a cono per evitare che qualcuno si sieda sopra, lui appoggia il gomito, sorride e neppure stende la mano, attende, qualcuno qualcosa gli darà.  

Gloria all’inopinato e alla fiducia.

fantasmi

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Nessuno è in grado di vincere i fantasmi che albergano in noi se non guardandoli a fondo.

Mi torna spesso questo pensiero, come quello di un equilibrio impossibile. E invece l’equilibrio si può perseguire attraverso la consapevolezza, che non è un immoto contemplare ciò che accade in noi, come fossimo agiti da qualcosa che alberga nel profondo e che ci conduce ( paradossalmente più verso la rovina che la felicità ), ma la comprensione di cosa siamo nel flusso del vivere. Quindi la consapevolezza contiene la comprensione del sé e del moto e accetta il dolore che esiste nello iato tra realtà e desiderio, non volgendo il capo altrove.

Così si vedono i fantasmi: con lo sguardo che prende e trattiene e guarda nel viso. E si vincono poi nel rialzare gli occhi, nel guardarsi attorno, capendo che ciò che ci lega (il fantasma), è la paura del disamore che infine lo provoca.

seconda vita

28 anni fa, in questi giorni, mi fu regalata una seconda vita. Non è stata l’unica volta, ma è stata certamente la più importante. Un banale incidente, come si dice per esemplificare la precarietà in cui si vive e l’eccessiva sicurezza su cui ci appoggiamo, ma il cui esito poteva essere conclusivo. Bastava un centimetro più indietro. Ci furono 4 mesi di immobilità, qualche conseguenza che resta ancora, ma andò bene. Cosa ne ho fatto di questa seconda vita? Perché è indubbio che tale è stata. Certamente molte cose accadute poi sono proprie di una seconda vita. E per diversità, obbiettivi, risultati è cambiato il mio approccio nel vivere. Altre condizioni preesistenti sono continuate e hanno proseguito il loro cammino con me, vuol dire che erano importanti davvero. Ho pensato, anche, a quello che mi sarebbe stato negato e credo che la cosa più pesante sarebbe stata non vedere mio figlio crescere e non godere dell’amore che ho avuto e ho. In alcune tribù centro africane quando una persona si ammala e sembra non avere possibilità di guarigione, quando risana, gli viene mutato il nome, la sua famiglia precedente dev’essere nuovamente scelta, ma gli si concede, se vuole, di farne una nuova. Cambia lavoro e spesso anche ruolo nella comunità. Credo che quando ci viene data una seconda vita le scelte, sia confermate che nuove, dovrebbero essere discontinue rispetto a un passato in cui è subentrata l’abitudine. Perché magari non socialmente, ma interiormente qualcosa è accaduto e l’idea della fine che viene allontanata, esorcizzata, è diventata concreta, reale nel senso di possibile in quel momento. Ci sono persone che riempiono libri sulle esperienze post mortem e sul ritorno alla vita, ci sono molti articoli scientifici che spiegano, ipotizzano, giustificano, razionalizzano, ciascuno sceglie ciò che gli è più consono e gli piace, ma ragionare sulla vita significa anche considerarla una esperienza che si proietta in avanti e che dovrebbe farci considerare come si è vissuto sino a quel momento. Devo dire che sono stato un pessimo allievo, che dopo aver ripetutamente sognato il momento, il dolore successivo, rivissuti i momenti, ho messo il tutto in un luogo che è più angolo di riflessione che di cambiamento continuo. Ho anche smesso da molto di fare i bilanci di fine anno e i buoni propositi per il prossimo, ma una sensazione cresce da un po’ di tempo, ossia che le possibilità dobbiamo un po’ sfruttarle e meritarcele, che la fortuna coincida spesso con l’ottimismo e con la volontà gioiosa di essere, che lamentarci sia un modo per nascondere il dolore e trasformarlo in abitudine. Credo valga molto anche nei sentimenti, che il renderci conto che siamo vivi ha molto di positivo nelle scelte che si compiranno e che non sia necessario un incidente perché ciò avvenga, basta che sia qualcosa che ci muta davvero dentro. Ricominciare dai no per arrivare ai sì che contano sul serio. Se posso trarre qualche insegnamento da ciò che mi è accaduto dopo l’incidente, di certo sono diventato meno saggio, più combattivo, più determinato a capire cosa contenevo dentro e più ascoltante nei confronti degli altri. Sarebbe accaduto lo stesso, immagino, ma quando il pensiero torna a quel momento avverto uno spartiacque, un prima e un dopo, e fatti e cose sono accaduti, e mutamenti, e discontinuità, che prefigurano, nell’interpretarli, una diversa fase della vita, più giovane e meno connotata di passato. E allora mi penso davvero fortunato perché non solo mi è stata regalata una seconda vita, ma me ne rendo conto.  

 

scene da un matrimonio

Un film che colpì molto nel ’73, parlo di chi allora aveva 20 anni o giù di lì, fu “Scene da un matrimonio” di Bergman. Vivevamo in un Paese in cui, pur con il ’68 appena passato,  era meglio sottacere, far finta di nulla. Si discuteva di divorzio, ma il divorzio ancora non c’era, si parlava e si tentava l’amore libero, ma i sentimenti erano gli stessi di prima. Allora vedere che un matrimonio normale si rompeva perché lui s’innamorava di una sua allieva, ma poi le cose continuavano, i sentimenti evolvevano, si intrecciavano di nuovo, restava la sensazione che la vita era normale, dolorosa, difficile e civile. Un bel bagno di realtà, rispetto al ribollire di idee e di confusione che avevamo dentro e attorno. 

Di tutto quel film mi restarono in testa due scene. La prima era quella in cui Liv Ullmann-Marianne parla degli anziani zii, (vicini ai 70, ma allora era già vecchiaia) che la sera si ritrovavano nel grande lettone e la vita sembrava ormai pacifica per loro e invece la zia chiede il divorzio perché i figli sono grandi e non c’è più motivo per stare assieme, non c’è più amore. La seconda scena era il ritorno assieme dei protagonisti per una notte, entrambi si sono risposati, si dicono felici, si ritrovano assieme per un anniversario. Stanno cercando una traccia importante di loro nel presente, forse un futuro, anche se non lo dicono. Fuori c’è silenzio, freddo e buio. Che sia la solitudine il motivo?

Il matrimonio veniva visto come contenitore di sentimenti: l’amore si era svolto, poi l’affetto non bastava più e la soluzione risiedeva nella razionalità del divorzio. Ma pure questo non bastava per rimettere assieme vite e sentimenti. Come se il lasciarsi fosse comunque una ferita che non rimarginava perché l’amore era una risposta alla solitudine e questa permaneva per sempre, al più si attenuava. Così mi pareva che la tesi fosse che le vite procedono e includono i sentimenti, ma l’esito può essere lo stare assieme oppure lasciarsi e che l’una o l’altra cosa dipendesse dalle scelte contingenti e che alla fine tutto ciò dipendesse dalla solitudine.

C’era una logica stringente nella meccanica delle cose, gli amori nascono, crescono, finiscono e pensavo che questa idea era così naturale che la sapevamo tutti, ma lì funzionava e qui no. Forse perché in Svezia c’era la razionalità protestante mentre da noi diventava persino arduo pensare l’idea che i sentimenti evolvono, e così il bene delle persone veniva spostato verso una loro relativizzazione. Una sorta di utilitarismo legato alla famiglia come entità socio economica prima che come insieme di affetti e siccome non si era trovata una buona soluzione economica tutto veniva tenuto assieme, si derubricava la paura del disamore, la solitudine. Certo gli amori per una vita esistevano, e si dicevano, ma non erano la norma, erano una conquista delle persone, non del matrimonio, però quello che ci stava dietro non si indagava. Per noi che eravamo giovani, già il poter esibire l’amore, sperimentare, discutere era rivoluzionario. Bastava, e sembrava che alla fine il cambiamento avrebbe risolto tutto toccando motu proprio la radice del bisogno di stare assieme. 

Cosa e quanto è mutato da allora? Perché non si indaga abbastanza su questa solitudine che si insinua tra di noi e che nessun contratto riesce a sciogliere?

La domanda che si fa Marianne-Liv Ullmann, anche oggi pare abbia solo risposte personali e che in fondo non sia mutata:

“Credi che viviamo in una totale confusione? Credi che dentro di noi si abbia paura perché non sappiamo dove aggrapparci? Non si è perso qualcosa di importante? Credo che in fondo c’è il rimpianto di non aver amato nessuno e che nessuno mi abbia amato?”

Ecco questa forse era una radice del problema, ma esisteva il cambiamento, la psicoanalisi, gli psicofarmaci, e tutto venne semplicemente rinviato.

Confusamente si vive

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Scrivo come penso, confusamente. Senza rabbia e ben pochi giudizi. Servirebbero entrambi per mettersi su un piccolo sopralzo e dire chi ha ragione e chi no. E a me dire, non ho colpa, ma non è vero. Se mi sento troppo solo, m’ accontento di mettermi con una parte che ha un capo, ma non un’anima, né una coda. M’ ingegno a spingere senza guidare, cerco di accompagnare qualcuno che m’assomiglia. O almeno così mi pare. Discernere ancora mi riesce, di rado ho ragione. Sembra ci sia sempre qualcosa che non è stato considerato. E spesso ho l’impressione di qualche oscuro animale che nel suo sotto muoversi, impone volontà e poteri fuori della mia portata.  Allora cerco di scavare, capire meglio, ma è tutto così agito che sembra d’essere burattini mossi da mani che non si toccheranno mai. E allora mi dico che forse mi sbaglio, che è una scusa per non fare qualcosa di buono. Buono per chi? Per me e per qualcun altro che la pensa più o meno allo stesso modo, ma anche per gli altri, solo che a questi sembra non importare poi molto..

Appartengo a una generazione che sembrava volesse cambiare il mondo e non è riuscita a cambiare le parti peggiori di sé. Oggi è più facile che qualcuno si chieda: ma quanto vali? O quanto vale, se parla d’altri. E non fa altro che applicare quel concetto di valore che dovevamo eradicare come fosse malattia infettiva, sapendo che è costruito sul nulla e compra cose e uomini, ma non compra ciò che si sente. Questo lo sapevamo bene, l’avevamo capito. Non avendolo fatto, la differenza oggi è rimasta la stessa, tra chi sente e chi non sente più. E ai primi resta un entusiasmo, una logica che illumina, un amore per sempre. Poca cosa, sembra, e così quelli che sentono si rintanano, non contano, a volte si trovano ai concerti, oppure si commuovono leggendo una pagina, guardando un quadro, dicendo a una donna che è così bella che gli toglie il pensiero e il fiato e davanti a uno sguardo stupito, gli spiace per un attimo di non essere come gli altri, ma solo per un attimo.