cento e sei anni

diatomea

diatomea seppellita
inclusa, lambita, liberata.
Rinata, guardi con occhi antichi
d’ambra, uscire il tempo dalla teca,
sei sulla pelle che ti riporta a vita,
solida di un pensiero lento di spirale:
è articolato il tempo
nel sovrapporsi al desiderio.
Lontano, in un’ansa del giurassico,
con analogie di fossili,
conversavi con stimoli chimici e nervosi,
t’affidavi alle correnti in cerca di un tuo scopo,
ma ne chiedevi un pezzo a chi ti stava a fianco, diatomea.
E il chiacchiericcio che non è mutato, 
e ancora tiene cose senza nome e luogo,
era poi lo stesso d’ora?
Anche in quell’era vicini diseguali sparlavano,
il caso si gettava avanti impavido e confuso,
la vita svolgeva gomitoli d’indifferenza vigile,
ma solo quel tanto,
da lasciar credere che la felicità
saltasse come sull’ acqua, il ragno.

appropriata appropriato

le ali, verso sera

una maglietta 3 euro, una camicia 5 euro, un jeans 12 euro

ottobre

Primo ottobre. Oggi vorrei una giornata elegante, piena di stile. Lo stile è il dialogo interiore che si mostra.

Ho un dialogo per capello. I capelli sono pochetti, ma sufficienti a far confusione. Lo stile non è confusione, ma una precisa opinione di sé. Dipanare e trovare il bandolo. Esiste sempre un bandolo e un bandolero (stanco).

Il primo ottobre si andava a scuola, i banchi erano altissimi, incrostati di ferite alla lacca nera che li rivestìva come i nostri grembiulino. Erano irti di intagli, di schegge, di storie passate: avevano fatto la guerra e ne erano usciti liberi e malconcio. Ne erano passati per quei banchi di ragazzini prima di me, avevano lasciato unto, sedili lisciati e pensieri in forma di simboli. L’odore d’inchiostro era lo stesso, la continuità generazionale, il primo ricordo oltre a quelle carte geografiche incerte sui confini. Un profumo acuto, una droga che creava dipendenza e macchie. Eccellevo nelle seconde, occorre stile e le macchie qualche volta mi facevano piangere, altre volte mi fermavo ad ammirare nelle loro curve perfette, nei bordi merlettati. Dipendeva dalla carta. Chissà se Rorschach lo sapeva… della carta e delle macchie che cambiano, intendo. Comunque ci guardavo dentro e immaginavo: Rorschach l’ho scoperto così, oppure lui ha scoperto me. Bella cosa essere scoperti dalla persona giusta: accade quasi mai.

Si era appena arrivati a scuola e si festeggiava subito Cristoforo Colombo. Anzi quell’immaginetta di lui, in piedi, che riceveva da indigeni piumati e ossequienti, oro e omaggi. In cambio il nostro elargiva civiltà, benedizioni e collanine di vetro. Con quel mantello corto, i calzoni con lo sbuffo e il corsetto mi sembrava ridicolo, mentre gli indigeni, pur rivestiti quanto bastava a marcare la differenza e ad eliminare il nudo, mi sembravano più interessanti e pieni di stile. Non sarebbe stato meglio se fossero stati gli indiani a scoprirci? A me non sarebbe piaciuto essere scoperto da Colombo, e mentre meditavo sulla necessità di essere scoperti da una persona piacevole, mi scopriva il maestro. Vedeva che ero distratto, che parlottavo tra me e facevo disegni con le macchie. Le raffinavo. Cioè conformavo Rorschach a me. Il maestro non conosceva la psicologia del ‘900 e la cosa finiva in una domanda secca, cioè mi chiedeva cosa stava dicendo, come soffrisse di amnesie o di improvvise incomprensioni. Se non lo sapeva lui cosa stava dicendo come potevo io, nella mia cosciente ignoranza aiutarlo. Ma insisteva e attaccava il mio cognome alla richiesta, con una lieve indecisione sulla pronuncia. Volevo chiedergli se l’accento fonico andava sulla prima vocale prima dell’ultima sillaba e mi pareva di sentire il dubbio fugace, in quella testa grigia, così piena di cose da insegnare, ma pure di fatti suoi che erano come i miei, extrascolastici (però i suoi contavano di più). No, va proprio sulla prima vocale, tout court, e lei lo pronuncia alla tedesca. Non potevo dirlo, ma io il mio cognome lo conoscevo bene.

Finiva sempre male, non riuscivo ad aiutarlo a ricordare quello che stava dicendo e così si confermava il mio assioma, ovvero che essere scoperti dalla persona sbagliata non mi piaceva.
Non lo sapevo, ma gran parte della vita si passa ad attendere di essere scoperti dalle persone giuste, dalle situazioni giuste. Ma per essere scoperti bisogna saper vedere, discernere, cogliere ed essere sufficientemente disponibili e curiosi. Quel tanto che basta per capire che c’è un dentro e un fuori e il fuori non è, per sua natura, ostile, ma spesso è indifferente e poco giusto per noi, e mai comprensivo. Il fuori ha fretta e poco stile, arraffa quello che c’è, ma se vogliamo dirla tutta dipende anche da noi. Lo stile intendo. E allora faccio in modo che la giornata abbia la possibilità di scoprirmi, i tempi giusti, gli attimi colti. Avete mai considerato che gli attimi sono colorati, mai grigi? Così di attimi ne colgo un bel po’, ne faccio un mazzetto e li guardo col giusto rispetto, amore, considerazione. Completo il cogli l’attimo col suo significato: la persistenza del bello che include e non svanisce. Anche questo è stile.

Buon primo ottobre.

quando ancora non s’accalcavano le forze oscure del tempo

come i metalli quietamente sublimare

La sublime inutilità di questo luogo lo rende poetico
è un mandala costruito con la pazienza dei giorni, dei pensieri prima del sonno,
a cui le intemperanze e il ribollire dello sdegno, non hanno fatto offesa.
Qui nessuno t’obbliga a capire, è ciò che d’altri non si conosce sapendo di sapere. Come l’intelligenza nascosta nella stupidità.

Forse è vero,tutti siamo gatti curiosi,
e le vite altrui sono meraviglia, banalità, carezza leggera.
Un soffio che si spande
e fa girare il capo,
come qualcosa che ci riguarda
ed è già sfuggito.

costruir passioni

È un progetto nato per passione e scherzo, poi diventato cosa vera. Due ragazze, ma potevano essere ragazzi oppure un po’ per genere, bastava (non basta mai come in ogni amore), la passione per il teatro, per ciò che pare e diventa vero con la voce, il gesto, la movenza del corpo. E così è nata una stanza bianchissima, grande, uno spazio pieno d’aria, di sussurri che sono parole ripetute, di pulviscolo sollevato trafitto dalla luce, di talco attraversato e di sguardo attonito nel vedere il silenzio che si posa dopo una perfetta frase di pensiero pronunciata. Sopra c’è un cielo di tulle e foglie, uno strano albero volante sotto cui è dolce sostare, l’attesa è bene detta, forma un quieto posare d’armi e pregiudizi. Lo sfondo, indeciso s’essere sipario dell’altove o quinta, avvolge l’indefinito, mentre attende l’ingresso dell’attrice che compirà il rito. Tutti ne intuiscono l’alchimia che avvolge le parole dipanandole dal dito in cui sono messe in fila. Forse a ricordar qualcosa, come s’usava da bambini e i pensieri nei giochi fuggivano veloci oppure perché le frasi hanno una musica che si perde se non viene fermata in una riga, un nodo, un filo. Per dar forma al silenzio, s’attende lo sbocciar del gesto, la parola che pastelli il bianco, il suono, la lacca dell’accento, tutto nella fusione dei sensi per la mente di chi ascolta. Chi assiste, partecipa chiedendo d’esser preso per incantamento, vuol essere accompagnato nella realtà che si crea assieme. Ha il cuore e la mente aperti, accoglie e già nelle parole vola socchiudendo gli occhi. Vede lei, che ora, fuma nel suo vestito rosso, vede il suo sogno, assieme lo condivide, sorride, il tempo, il luogo sono svaniti, è rimasto l’incanto e la scoperta d’esser belli.
Appena oltre la porta, c’è uno. Spiazzo di cemento, potrebbe essere erba su cui è bello sedere, ignari i ragazzi giocano a pallone forte, a loro modo felici di quei gridi che ricamano il cielo.

quando abbiamo smesso di essere noi?

Anna sta appoggiata a uno di quei passeggini da vecchi che hanno sostituito il bastone, una mano si tiene, l’altra si solleva e fa gesti aggraziati di richiamo. Anna è davanti alla sua casa, sul marciapiedi stretto della via, chiede per favore di seguirla, entra nella porta con l’architrave in pietra e il fiore scolpito; c’è un piccolo corridoio, a destra una cucina grande, quadri e fotografie alle pareti.
Anna mostra una seconda entrata, larga, con la legna tagliata e bene accatastato, racconta che i ragazzi l’hanno portata dentro, disposta per bene in quel disbrigo che va verso il fazzoletto d’orto.
Mi mostra la sua camera, Anna, il letto ben ordinato, il cassettone, l’armadio, la finestra verso il verde, la tenda che non c’è.
Ha bisogno che qualcuno le appenda la tenda che ha lavato e ora è sul cassettone, usciamo e scende una scala erta e stretta che porta in una cantina. È fresca, illuminata dalla finestra alta, a livello di terreno, ordinata come il resto della casa, lì c’è la scala.
Anna si inerpica mentre risalgo con la scala, è agile sui gradini, con la consuetudine che il corpo mette assieme alla mente e rende facile il muoversi familiare.
Le sistemo la tenda della sua camera, riporto la scala in cantina, mentre Anna non cessa di ringraziare, vorrebbe offrirmi un caffè, un liquore.
Le chiedo notizie dei visi che vedo nelle foto alle pareti, Anna sorride, questo è il figlio in California, questi i nipoti in Alaska. Tutti sorridono e guardano la mamma e la nonna, con quell’amore lontano che porta il pensiero ogni giorno verso chi è caro.
Anna è contenta, racconta che i nipoti telefonano ogni sera. Vive da sola Anna, il mondo è diventato a sua misura, è indipendente, ha il termosifone ma la sera accende la stufa economica e pare di sentire l’odore della legna, il calore secco che si spande nella casa, l’attesa della telefonata e la camera con il letto ben dotato di sogni, il bagno vicino, la giornata ben vissuta.
Anna vorrebbe sciogliere il vincolo di una cortesia ricevuta, ma è lei che ha fatto un dono, profuso serenità, nell’accettare un aiuto che la rende libera.
La strada, prima anonima, ha ora un luogo su cui posare gli occhi, rallentare il passo, sperare nella vista e in un saluto. Quand’è che abbiamo smesso di essere noi e siamo diventati soli?