la giornata del cronista

La città è contornata da mura, ammassi ordinati di pietre, mattoni e calce. Il rosso delle mura è un orizzonte e un porto sicuro per chi giunge attraverso le strade antiche e quelle nuove, appena accennate nel fango. La via Annia, la via Popillia verso Altino, le strade di un impero morto 800 anni prima continuano ad essere usate. Dentro le mura, case basse in legno addossate le une alle altre, quasi tutte le strade sono in terra battuta, vicino alla reggia e al castello del vescovo, svettano le case a torre, sono più di 50 e testimoniano un benessere raggiunto dalla nobiltà di campagna scesa in città dai feudi. I palazzi veri e propri, non sono molti oltre a quello del signore. C’è molto legno nelle case e la pietra riempie i muri portanti, non si fa molta strada per trovarla, i marmi e i laterizi romani, affiorano ovunque. I veri palazzi importanti sono quelli civili e rivaleggiano, spesso vincendo, con le chiese, entrambi testimoniano la solidità economica della città e i suoi commerci. Le case dei nobili, dei mercanti, dei notabili, hanno una loro relativa bellezza e comodità, le facciate sono decorate a fresco, ma il rinascimento si sente appena e gli spazi testimoniano più l’uso che l’apparenza.

La casa del cronista non è dissimile da quella del grande poeta toscano, che fu canonico della cattedrale: due piani, uno spazio verde avanti e nel retro della casa. Al piano terra la cucina e una stanza ampia per ricevere e desinare, un uscio si apre su un piccolo orto, verdure, albero da frutto, qualche gallina e coniglio. Al primo piano le camere da letto, due, abbastanza piccole, lo studio con pochi libri e il tavolo e la sedia rivolti verso la finestra, un leggio molto alto riceve la luce. I domestici dormono o in cucina o in una piccola stanza dove si accatastano le poche cose in disuso: mobili tarlati e rotti, abiti smessi per consunzione, un baule dipinto.

Il cronista scrive spesso in piedi, sul leggio che porta il calamo e un lume. Il lume viene acceso di rado. Scrive con caratteri regolari in latino e in volgare. Le parole sono ordinate e fitte, l’inchiostro è solitamente il nero, i capitesto possono avere qualche nota di rosso. Scrive ogni giorno o quasi, la tarda mattina e il pomeriggio. i fatti gli vengono riportati e riguardano la città. Ogni giorno si reca a corte e raccoglie altri fatti notevoli. Racconta ciò che vede e vuol far vedere, il frutto delle sue peregrinazioni tra i luoghi della vita politica, economica e civile della città. Le piazze del mercato, il palazzo di giustizia ( che qui si chiama come in altre città vicine, della Ragione e il sottinteso è che nella città vi sia una giustizia giusta, che non si pratichi l’arbitrio, ed è questa una grande conquista di civiltà), frequenta lo Studio, in particolare l’università dei giuristi. Quella degli artisti è più impregnata del fare e meno interessante nel discettare. Le lezioni hanno grandi maestri, pagati dagli studenti che li possono licenziare, per questo sono stimolati a eccellere in persuasione, profondità di dottrina e retorica. Il pensiero è aristotelico, ma totalmente nuovo rispetto all’impostazione tomistica di Tommaso e appare qualche vena di platonismo e di attenzione al corpo e all’uomo pur governato dallo spirito. Dopo che un amico di Marco Polo, Pietro d’Abano, filosofo e medico, è stato arso dopo morto per la condanna come ateo ed eretico, lo Studio è meno ardito, però si discetta molto sull’immortalità dell’anima e un suo studente è diventato rettore della Sorbona e poi consigliere dell’imperatore. Si chiama Marsilio ed è riuscito a porre le basi del potere laico sottraendolo all’imperio religioso.

Il cronista conosce queste vicende, ascolta, parla, interviene. Chiede ai forestieri, e forestieri sono tutti i non villani, che entrano in città, raccoglie notizie sulle città vicine, sui principi e la loro potenza. E’ un giornalista ante litteram, ma non ha l’obbligo dello scoop e della notizia, così la sua cronaca punta più al quotidiano del potere e della città per fare in modo che resti traccia, non si consumi il ricordo. Nella sua pelosa oggettività evita le vicende che lo costringono a schierarsi contro qualche potere costituito. La chiesa è uno di questi ed è pericolosa. Ma la libertà ha concetti molto diversi da quelli attuali.  Scrive con continuità, è il suo mestiere e il signore lo ricompensa per questo, però scrive anche per sé, per questo m’interessa. Gli piace il racconto del vero, il succedersi dei fatti e delle stagioni. Ha un crivello del tempo che distingue ciò che è notevole da ciò che non lo è. Le cose di pietra, le feste, gli stemmi che poi sono narrazioni di famiglie, sono miniere di simboli, che vengono decifrati e collocati nella giusta ascendenza del potere, il suo è un percorso di gloria, non la sua ma quella di ciò che descrive attorno. Durante la sua vita succederà un rivolgimento assoluto, il signore decadrà, perdendo vita e potere, lui se ne fa rapidamente una ragione e continua a scrivere, ad annotare e il libro si riempie di caratteri e di nuovi fatti. Le persone sono sempre un contorno, premono sulla pagina per entrare, ma al più emergono dai particolari, le singole vite si mescolano nella rappresentazione della città. Anno dopo anno le annotazioni dipingono il luogo di una città non piccola e una grande storia. E’ la stessa storia che serve per far ascendere alcuni e ignorare altri, perché la sua cronaca è l’oggi, ma è rivolta al futuro. A futura memoria, il passato deve servire a qualcosa. A legittimare, lasciare traccia di un consenso presunto.

Lui sa che quasi nessuno è in grado di leggere quanto scrive, può farlo il potere o i professori dello studio, ma la sua cronaca è destinata alla città e al futuro, e attraverso la narrazione del potere, dei fatti, della meraviglia, narra per sé e per pochi che possono condividere. Con costanza allinea storie, fatti, interpretazioni, in un lavoro che percorre la sua vita ed in questo giornale che lui scrive ad memoriam, trova la sua felicità. 

Caravaggio a san Gwann

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Triq sant Anton. La pioggia ruscella verso il mare. Corre sulla pietra, tra gli scalini larghi, riempie le fessure e i guasti del tempo sul calcare, corre. Corre come lo sguardo lungo le case, segue i contorni e precipita nel mare blu gemma, blu profondo, blu scia che scioglie il bianco della violenza delle navi.

Dopo san Giovanni, triq san Gwann, dopo la vertigine del Caravaggio nella decollazione del Battista, dopo, tutto è dopo.  C’è un limite, una linea che separa l’emozione del pensiero dipinto dal dopo. Prima non si sapeva e ora si sa che qualcuno ha pensato, si è emozionato, ha fatto e chiuso il suo discorso. E adesso nel dopo, c’è la ricerca di un punto d’attracco per separare l’emozione dalla pioggia, dalla vita che si snoda attorno e pare banale, ma è vita. Così il pensiero svolge il suo arganello, il barbotin che fa sentire il cricchetto che schiocca e impedisce il ritorno e cerca un punto di fermo. Il pensiero adesso è gomena e segue l’ancora, trova un aggancio, si tende e traccia la linea che ferma. Precipita in mare, il pensiero, eppure si tiene stretta l’emozione di quel fiotto di sangue, di quelle figure nell’orrore dell’irreparabile, dell’evento che non scompare. Solo di Salomè abbiamo traccia, non il carnefice, il capocarceriere, la vecchia sconvolta e incongrua, i carcerati terrorizzati nell’ombra. Di nessuno il nome, oltre al Battista. Questo aumenta il vuoto della scena, c’è la testa del Battista, il fiotto di sangue, pochi corpi, il necessario,  com’è giusto sia. Contano i fatti. Così nel sangue il nome del Caravaggio che non ha paura di guardare il nuovo che nasce dal fatto, c’è un prima e un dopo, il genio lo capisce, lo spiega e porta oltre.

Anche per chi si lascia prendere c’è un prima e c’è un dopo, non si può dire di non sapere quando si è visto. La meraviglia genera l’attesa di altra meraviglia, oscura il resto, anche il san Girolamo nella stessa sala, che pur sarebbe potente, appartiene al prima. Meglio uscire, fuori ci sono le persone, i triq, le stradine, che si gettano verso il mare, le case di pietra gialla, alte e umane nella loro vecchiezza priva di vetri e specchi,  ci sono le navi che cercano l’attracco.

Dalla folla di piazza san Gwann alle pietre bagnate delle discese: non piove più, l’estate asciuga i vestiti leggeri e solo il mare è così potente da assorbire la meraviglia. Una meraviglia include l’altra, distrae e acquieta, per poco. Qui l’uomo fece, qui il mare è. Oltre i porti, le opere possenti che limitano l’acqua, la racchiudono e sembrano eterne, il mare è e sarà vincitore.

Sulla parete dell’oratorio la pala del Caravaggio, davanti ad essa fu radiato dall’ordine, qui il mare, lo spartiacque è tracciato, c’è un prima e un dopo sempre, e il dopo deve inerpicarsi nel cielo per sopravvenire il prima.

agosto

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Nella spiaggia che fu regno delle suore, dovizia di seni al sole e al vento di scirocco. Alcuni, per decisione antica, sono bruni come il resto del corpo, altri per decisioni improvvisa, si stagliano bianchissimi, quasi estranei al resto. Ma l’erotismo li rivaluta e ciò che qui è quasi incongruo, altrove sarà fonte di delizia e piacere. Speriamo.

I comportamenti si semplificano e si uniformano ovunque; la diversità è fatica e premia poco. anche il corpo e la bellezza pescano in canoni estranei allo star bene con sé, anzi si sovrappongono ad esso. Guardando in noi ciò che ci pare brutto, ci si accorge che è tutto un togliere e un aggiungere. Rispetto a cosa?

La spiaggia è impietosa, rivela a noi stessi ciò che pensiamo di vedere attraverso gli occhi degli altri. Come se fossimo sempre al centro dell’attenzione. Sembrerà strano a chi non c’è mai stato, ma le spiagge per naturisti sono molto meno inclini all’esposizione/confronto. Rivalutano il corpo per ciò che è.

Per una sorta di contrappasso laico e terreno, ora sulla spiaggia emergono i caratteri e le paure dei corpi un tempi qui nascosti. Forse qualcuna delle ragazze che adesso prendono il sole tranquille, è stata qui da bambina. Non è stato molti anni or sono. Chissà se ricorda e che ne pensa di quanto accadeva, mentre con il seno un po’ arrogante, conversa con l’amica, nel sole del pomeriggio.

cinema italia

Non riuscivo più a riconoscere l’edificio, come se la memoria mi tradisse e le cose non fossero dove dovevano essere. Poi ho visto il cartello in cantiere: lo stabile era un fabbricato residenziale in trasformazione. Allora ho capito.

Di certo hanno parlato a lungo con i preti, il cinema Italia era loro. Immagino le trattative, prima in canonica, poi in quegli studi bellissimi, dietro al duomo, con i libri rilegati di rosso, e l’odore di legno vecchio, ma le pareti candide e luminose. Non più quel ristagnare d’aliti di digestioni difficili, ma i veri manager della proprietà. Colloqui circospetti, molti sorrisi, un parlare per cerchi concentrici e alla fine il prezzo: quasi immodificabile e niente di conveniente davvero, ma se piaceva per la posizione e il vicolo tranquillo, ci doveva pur essere un giusto vantaggio per chi vendeva. Queste trattative le conosco per cognizione diretta, sono simpatiche, lunghe e affidabili, se si conclude sono cari, ma senza bidoni.

Comunque chi ha comprato c’ha visto oltre quel cinema strano, chiuso da 40 anni, e ha intuito uno spazio che prima non esisteva. Sì perché il cinema Italia, era tutto fuorché un immobile normale. Neppure un cinema era, così stretto e lungo e multisala senza saperlo, ante litteram. La sala era divisa in due dalle colonne centrali e le file di sedie di legno erano al più 8 per fila, per 12-13 file. Otto da una parte e otto dall’altra, con due schermi affiancati sul muro di fondo. Si vedeva lo stesso film in entrambi, con un leggerissimo sfasamento e qualche particolarità. Non si potevano vedere film in cinemascope perché gli schermi erano troppo piccoli, però lì passavano tutti i classici, nonché i generi (telefono bianchi, western, noir francesi, cicli austriaci, ecc. ecc.) fatti tra le due guerre e i prodotti delle cinematografie squattrinate del sud america. Il biglietto era differenziato, a sinistra costava il doppio, perché il proiettore era solo da quella parte e si vedeva bene, a destra si vedeva la stessa immagine con un gioco di specchi, solo che per strada perdeva definizione e impaccava il colore. Se si pensa che allora al cinema si poteva fumare e a destra andavano i più poveri, il film, da quella parte, era immerso in un alone azzurrognolo da nazionali e alfa e il pavimento ricoperto di bucce di arachidi e di semi di zucca. Con l’altra particolarità che il suono veniva solo da sinistra e questo aumentava l’effetto di stranezza perché si sentiva con un solo orecchio. Ed era tutto un crocchiare di piedi, un guardare di sguincio, con quelli che chiedevano: cossa galo dito (cos’ha detto), al vicino e gli altri che zittivano, assieme a chi rideva o parlava d’altro, insomma una baldoria. Non c’era molto da vedere, si andava al cinema Italia perché era caldo d’inverno e per fare casino. Già il nome prefigurava un giudizio sul Paese, ma noi non lo sapevamo ed erano 50 lire ben spese la domenica pomeriggio, giorno in cui realizzava il tutto esaurito. Era un cinema di poveri in un quartiere di poveri, il prete regalava i biglietti per i ragazzi più devoti, ma regalava anche il pane e il fruttino alle quattro del pomeriggio agli altri. Insomma una sua funzione l’aveva, sia il prete che il cinema: definiva un’appartenenza a un luogo, anche se era un luogo povero e molti di quelli che ci abitavano avrebbero voluto star meglio. 

Adesso ci ricaveranno una casa da ricchi o un paio di appartamenti. Però mi piacerebbe che i muri che si sono imbevuti di tutta quella umanità, di tutte quelle immagini, conservassero ancora qualcosa e che magari nel silenzio del vicolo, la sera, ci fosse qualche crocchiare di piedi, il resto della voce di John Wayne, qualche risata soffocata, lo sguardo di Jean Gabin. E chi ci abiterà, allora chiedesse a chi sta vicino: cossa gheto dito, ma non per far paura, solo perché buttare via tutto è sempre una perdita.

epifanie urbane

Vorrei fotografare il profumo che esce dal fornaio e il rumore croccante del pane caldo che si spezza, il sole della piazzetta, le persone sedute che parlano senza fretta, l’ondeggiare morbido e sensuale della ragazza che cammina sorridendo, le pietre rosse delle case attorno, la musica del quartetto klezmer che staziona in attesa di offerte, i passeri curiosi che si portano via le briciole dai tavolini, le parole importanti e inutili nell’aria, il cielo pieno di azzurro e nuvole candide, un rossore per un pensiero colto su un viso, il brusio delle cose pensate e non dette, la sofferenza di un rapporto che deperisce e muore, un gioco di bimbo tra le sedie, la bici che passa, un volto interessante che fuma assorto, la bellezza della giovinezza e la sua difficoltà, le ore che trascorrono per loro conto, l’utilità dell’inutile, la luce che filtra tra i rami, il pensiero d’essere vivi.

Vorrei fotografare tutto questo assieme, e magari un giorno ci riuscirò.

cocci, bordure e tulipani

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Balconi screziati di giallo e di bianco, una spinta vitale, plebea, incoercibile come il genere, sapiente di dna. adesso, sembra dire: tocca. Ed esplode ovunque, anche nei piccoli spazi, nella case ristrette degli umani, nella vicinanza, negli stretti vasi. Oggi le terrecotte sono soppiantate dalla plastica, il coccio, troppo a lungo vilipeso, ora è una ricchezza. L’avete mai udito che risuona alle nocche come campana povera? Provate a farlo con la plastica che al più imita il colore e poi si disfa al sole. Nei cortili, in campagna e in città, a volte nei muri, ci sono le tracce di questo tornire, formare, cuocere e contenere, tenere bellezza. Che meraviglia.

A me piaceva, nelle case di campagna, spesso a fianco delle porte, vicino all’orto, vedere le latte grandi delle cipolline o della giardiniera, piene di terra e di geranei, immaginavo ciò che c’era stato prima: i lessi sontuosi delle feste, l’aceto pungente da conserva, e questo riusare, perché i vasi di coccio costavano, ma i fiori dovevano esserci, era un modo di vedere la povera economia della casa senza rinunciare all’essenziale. Come una gentilezza dell’animo che non sottostà alla condizione, ma emerge comunque e si imbeve nella sostanza, non nella forma. Nell’erba, a bordure (venne poi l’aiuola già ricca a soppiantare l’orto), la finta altezzosità del tulipano, la sua ansia di luce, il colore denso, la vita breve, lo sfogliarsi su tavole coperte di cerata a fiori o riquadri, spesso verdi o azzurri o rossi, con quel colore un po’ slavato che sbiadiva nel tempo e nell’uso. Non era allora, né adesso, metafora della giovinezza, ma esplodere prepotente di vita che si rinnova. Lasciato in terra affonda e fiorisce ogni anno, con fiori più esili, ma costanti. Ma allora si toglievano, a fine fioritura, i bulbi ed erano messi ad asciugare su carta di giornale, per poi trovare un posto sino al prossimo ripiantare. Cosa e cura di donne, come se al maschio fosse precluso il tener da conto la bellezza. Guardavano poco gli uomini, il lavoro piegava gli occhi, anche se prefigurava voglie. Tutto più semplice e determinato allora.

E’ erotico il tulipano, nel suo esplodere di vita, nel raccogliersi dapprima nella carezza delle foglie lunghe, per poi essere cuore che si apre, colorando gli occhi. E’ erotico nel suo alludere, nel prefigurare ansia e soddisfazione. Cose da poetastri perditempo vederlo nel pensiero che si colora, dopo il guardare, se sceglie il momento e lo colloca nella propria infinitezza. Già. 

il grafo della fine dell’infanzia

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In fondo erano poche strade, anche se a me parevano tante, il grafo dei miei percorsi l’avevo in testa, con relative priorità e gradi di piacere, ma allora non sapevo cos’era un grafo ed erano solo strade e luoghi di congiunzione tra necessità e libertà. Avevo 11 anni, quasi 12, come il millequattro quasi  millecinque di non ci resta che piangere. Casa, campo da pallacanestro, patronato, scuola, i giardini di certe case in rovina, case di amici, il Prato e gli zii, i giardini dell’arena e le piazze. Percorsi con i calzoni corti, di corsa, da solo, in compagnia, nel sole delle estati afose di città, piano, sotto i portici, d’inverno. Alcuni pensieri ancora li ricordo, erano di attesa di cose buone, di futuro. E poi quella nuova scuola. Tetra come sanno essere i conventi strapazzati dagli usi civili, ricca di superfetazioni, laboratori, cemento e aule ricavate in spazi che un tempo dovevano essere belli. Una scuola professionale, perché questo aveva pensato per me il maestro, ed era stato pure ascoltato; che stupidaggine vista la mia manualità e la fantasia solitaria e galoppante. Comunque era un’ altra scuola e a me bastava per uscire dall’infanzia. Non più l’elementare vociante dei bambini, dei grembiuli e dei fiocchi, dei nonni in attesa, delle dita sporche d’inchiostro. Non più le aule che odoravano di vecchio e di legno, i finestroni altissimi che si riempivano di pioggia, le tende pesanti, nocciola di sporco e di canapa, gli alberi visti mentre desideravo esser fuori e lontano una voce spiegava, spiegava e io sognavo di tagliare un ramo del tasso che vedevo per farne un arco (come Robin Hood), non più lo stesso maestro, gli stessi compagni, gli stessi percorsi: tutto nuovo, strade nuove, occhi nuovi per un’età che cresceva troppo piano e troppo in fretta rispetto ai pensieri e al corpo che s’inerpicava nell’età prepubere. L’età informe e indecisa, la terra di nessuno in cui sarebbe accaduto molto, troppo, e capito nulla o quasi. l’età delle trasformazioni in cui scoprivo la libertà, la possibilità d’essere solo e felice. Eppure in quel vivere mi sembrava di non imparare nulla di confrontabile con il prima ed erano pochi i ricordi che restavano dei giorni, delle cose, quasi a negare l’età precedente, perché il ricordare è faccenda personale, un riposarsi nel passato, cosa davvero poco interessante quando si cresce o si esce da un’età e si entra trionfanti e timorosi nella successiva.

Eppoi c’era una nuova casa, perché in quell’anno traslocammo, nuovi pensieri e nuovi luoghi di gioco. Ambienti più grandi da odorare, un sole diverso che irrompeva da finestre disposte secondo nuovi orientamenti, odore di calcina e di lacca, pavimenti di legno a lunghe tavole, il terrazzo veneziano nel soggiorno, una televisione, un frigorifero, un giardino, un muro alto che separava da un convento pieno di ragazze che cantavano canzonette, una terrazzetta, due scalini di legno su cui mi sedevo guardando il Santo, con le sue cupole e l’angelo con la tromba che si muoveva con il vento e la soffitta e i mobili in cui nascondere fumetti e un tumulto dentro con la scoperta della malinconia. Forse mezzo chilometro, ma il mondo era davvero cambiato. Io ero davvero cambiato.

E continua…

Il giorno dopo

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Lei ha un viso da ragazza, i capelli corti, lo zaino con un pupazzetto di pelouche. Lui ha una giacca a vento nera sul maglione girocollo. Si vede che stanno bene assieme, sorridono mentre prendono il cappuccino con le frittelle e parlano con voce bassa. Lei ride di più, è allegra, lui sorride e accenna a una carezza.

Poi pagano ed escono nel sole di febbraio. Vanno tenendosi per mano tra mucchi di neve che si scioglie. 

Belli e con i capelli grigi come i miei, vanno.

Belli.

provinciali

L’unica città che assomiglia alle grandi città americane in Italia, è Milano, il resto, nel nostro Paese, è altro.

Spesso ciò che non si conosce si immagina, ma questo non impedisce di viverlo, così il mito dell’occidente è il fare. Il fare come essere, il muoversi continuo, il rispondere ad una legge più alta che è il mercato e che si muove sul principio depurato calvinisticamente, del piacere. Quindi non il benessere, la “roba”, ma quella cosa estremamente dinamica, che fa coincidere il successo personale con il movimento e la perenne innovazione. Un’interpretazione dinamica della  Grazia ad uso dei nuovi atei religiosi devoti alla finanza.

Credo che da questo derivi lo stereotipo del movimento come progresso e crescita: fare, essere, coincidere con la modernità.

A questo si contrappone la provincia, sempre un po’ assonnata come i rettili al sole, con la capacità disincantata di lasciar accadere, di lasciar andare, tanto, prima o poi ci si ritroverà. Ma non nelle luci ossessive della città, piuttosto nella stanchezza dopo la corsa, nella riflessione che accompagna la pausa e nelle domande che ne conseguono, finalmente non represse.

I provinciali vanno in città, ne sono affascinati, sentono il ribollire delle occasioni. A volte si fermano, magari ricreando il borgo attraverso le amicizie, le abitudini, chiudendosi in un sottoinsieme di città che li faccia sentire meno soli, altre volte non ce la fanno proprio, ne sono rigettati e tornano sconfitti. Nella città, i provinciali, trovano qualcosa che li tiene e li estrania. In fondo, loro, hanno una storia , una stratificazione di vissuti, di percorsi fisici, e mentre la città è immemore, si sovrappone cancellandosi, loro, hanno immobilità del ricordo che il movimento non avrà mai. Ecco perché i provinciali nella grande città diventano pensierosi: manca loro un pezzo, che non è il passato codificato nei libri, ma è proprio il ricordo della loro storia.  E quando restano, possono anche correre una vita col sogno di fermarsi, ri abitare luoghi che intersecano vite, non solo storie di condominio, sognare la semplificazione del verde, della campagna, del piccolo spazio per sé, magari riprodotto in città.

Ma questi, di cui parlo, sono i provinciali, gli altri, quelli adeguati nella città che corre, vivono, sguazzano, non si pongono domande che generano desideri statici. Vedono la vita come agglomerato competitivo di vite, consumano il tempo, e si nutrono di luce e calore, non come i provinciali che hanno città grigie, strade semi deserte la notte e buio fuori delle case.

C’è chi ama la luce e il colore di notte e non lo vede di giorno, chi vive con il buio e chi non lo sopporta. Perché anche il buio è statico, è il passato, e rallenta, il buio, anche nel far l’amore. Ecco un’altra differenza, per i provinciali, il buio esiste e a volte è un abbraccio, non solo una minaccia da spingere fuori dei propri occhi.

p.s. La rapsodia in blu per me è la città come mai era stata descritta.

la civiltà del bere

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Con l’aperol va bene, è da femmine, ma va bene. Con il Campari va bene, è il suo, niente acqua, grazie, solo il ghiaccio, abbastanza ghiaccio e una fetta d’arancia. No, il limone no, non mi piace con lo spritz.

Il Cynar andava bene, il Bianco Sarti pure, anche il Punt e Mes funzionava, ma adesso non sanno di cosa parli, se li ordini. Questo è un paese di figli con i padri rovinati dal rosso antico, l’aperitivo che si beveva in coppa e che ha traghettato un popolo dalle ombre agli aperitivi. E noi, duri, ci davamo un tono di ribelli all’ordine televisivo costituito, e andavamo a Bianco Sarti liscio, magari corretto Campari, per far colore. O con i Negroni, con gli spaccabudella a base di gin e Campari rosso, con le disquisizioni che s’impastavano di panini con il salame e sarde in saor. Per smaltire, bicicletta, ovvero spritz nella versione con vino e mezza acqua e poco poco, Cynar.

Certe sere, dopo tutto questo aggiungere gradi, veniva dal cuore il: mejo ‘e ombre, meglio tornare al vino. Ma non era quello di adesso, di bottiglia, fruttato, annusato, degustato, no, era quello di bottiglione. Sul banco ce ne stavano due. Rosso o bianco? Mezzo litro e due bicchieri e giù, a sorsate, ingollando per saltare le papille gustative, puntando poi subito al mezzo uovo sodo dai riflessi multicolor per correggere l’impressione. Petrolio il vino e inquietanti quei riflessi, dammi un’acciughina, va, che correggo la bocca. Volevamo fondare un movimento per la liberazione dell’acciuga col cappero. Avete presente cosa significa stazionare fianco a fianco con innumerevoli sorelle, tutte arrotolate sul proprio cappero, dentro una scatola di latta, immerse in un olio che a malapena arrivava ai fianchi?  Significa annoiarsi e ossidarsi, cambiare colore dal biondo al marrone scuro, rinsecchire e far spuntare le spine maltolte senza possibilità di depilarsi, insomma imbruttire senza scampo. Ecco la vita dell’acciughina. E c’era sofferenza tra le acciughine così le coglievamo in libera uscita, sull’uovo o sul crostino col burro, che sembravano dire: chissà che qualcuno mi mangi, lì dentro non ci voglio tornare, e ci si sacrificava per il movimento di liberazione: un boccone e via per togliere quel fondo di vino da bottiglione che avrà avuto pure un nome, ma era meglio non indagare. Era tutto merlot, leggero o pesante, merlot. Bah!

Per questo la civiltà è arrivata con lo spritz, un bel nome, tedesco, un passo avanti che ha abolito i mezzi litri, i bottiglioni. Lo dobbiamo allo spritz se sono arrivate le bottiglie e i nomi dei vini. Ma a tutto c’è un limite, anche alla civiltà, infatti è durata poco e se non ci sono più i bottiglioni, il prosecco adesso lo pescano da un fusto sotto il banco e lo spinano come la birra, aggiungendo anidride carbonica. Liscio o frizzante? Ha nuovamente perso il nome, l’identità.

Voglio prosecco vero, aprimi una bottiglia ogni tanto, correggi bene il colore col Bitter, né troppo né troppo poco, lascia che si sprigioni il gusto, non ammazzarlo con l’acqua al più uno spruzzo di seltz e dammi bagigi, arachidi, noccioline salate, lo so che costano più delle patatine, ma sono più buoni e soprattutto non sono fritti.  

Ecco la civiltà dello spritz. Si parla, si ascolta, si guardano le ragazze, si fanno discorsi alti, altissimi, cazzate paurose, si ride. Ho sentito più successi e malinconie di ricercatori teorici e applicati, bevendo spritz al bar che nei convegni specializzati.  Ma qui, parlo dei posti vicino all’università, c’è intelligenza che gira e che ha sete di conoscenza, ma non solo questa sete. Anche in osteria c’è intelligenza che gira, solo che si applica ad altro. E poi all’osteria, o dal bacaro, si procede per gruppi attrezzati: ci sono quelli del posto, gli stanziali, che si trovano ogni sera e ogni mezzogiorno e sanno cosa dire, di chi dire, come ridere per sott’ intesi. Poi i migratori, quelli che arrivano e non si sa chi sono,  foresti, anche se parlano in dialetto tra loro. Però a volte i discorsi s’ intrecciano, specie se ci sono ragazze, se si ha creanza nessuno perde l’identità, ma almeno ci si riconosce. Solo che come si entra, si esce.

Osterie, bacari, osmitze, frasche, occorre tempo, per la civiltà del bere occorre soprattutto tempo. Anche per chiamare per nome chi sta dall’altra parte del banco, occorre tempo. Poi tutto diventa facile, non si è mai soli in osteria: mutuo soccorso.

Dopo la civiltà è venuto lo spritz di massa , con i bicchieri in plastica, con le caraffe già pronte.

Caraffe già pronte? Ma siamo impazziti? Voglio vedere cosa ci metti dentro, lo spritz è mio, mi assomiglia, lo devi fare per me. Ma queste sono pretese da ramo nobile del bere, di chi beve meno e pretende di più. Anche i bagigi pretende, sennò li porta da casa.

E’ un percorso circolare, siamo partiti dai bottiglioni e finiti nelle caraffe e così adesso per bere bisognerebbe saltare di nuovo le papille gustative e sorseggiare, parlare, in piedi, fare tutto senza pensare a quello che c’è nel bicchiere e perché si è lì, ma così si capisce che non si è lì per bere, che è per solitudine, per parlare, sbronzarsi e vomitare. E’ diventata una moda di massa, riempie le piazze di voci, di rumore, ci si trova, si saluta e bisogna pur avere qualcosa in mano a cui attaccarsi per parlare.

Non è per me, devo bere seduto e avere tempo.